LA BELLA MORTE? Notazioni sulla presenza dell’estrema destra nel movimento No-Vax

Memento mori di Andrea Previtali (1502), retro del dipinto Ritratto d’uomo
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Premessa.

Questo breve articolo risponde a due domande che mi pongo da tempo.

La prima riguarda i forti richiami del movimento No-vax alla sfida con la morte (“io questo virus, a questo punto, mi auguro di prenderlo, piuttosto che morire strisciando meglio morire in piedi!”), tali da essere assunti come estremo sacrificio personale e simbolico, per alcuni di loro, fino al rifiuto totale di ogni cura. La seconda tocca invece la presenza, viva e attiva, delle destre neofasciste, naziste e nazionaliste nel movimento No-vax europeo in misura largamente maggiore e visibile delle sinistre antagoniste. Credo che tra la prima domanda e la seconda ci sia una forte correlazione.

Preciso che con movimento No-vax intendo esplicitamente solo e soltanto quello che si esprime nelle pubbliche piazze o attraverso variegati contesti comunicativi social. Questo significa che non esiste una correlazione automatica tra non vaccinati e movimento No-vax. Non esiste, allo stesso modo, una complicità necessaria tra tutte le parti del movimento No-vax e l’estrema destra. Allo stesso tempo, in molti casi, non è stabilita né definita una netta separazione. E anche questo pone altre e irrisolte domande.

La bella morte?

Il Covid-19 ha riproposto, in forma nuova ed aggiornata, una pletora di temi su cui sarebbe molto oneroso, anche se doveroso, tornare. Uno di questi è il rapporto con la morte: espulsa dal mercantilismo capitalistico come un accidente della vita, è tornata prepotentemente ad accompagnare la quotidianità delle vite di ognuno di noi non solamente come fattore ineludibile e consustanziale all’esistenza stessa, ma quale coadiutrice indesiderata della quotidianità. Imprevedibile, implacabile e portatrice di sofferenze. Non che non lo sapessimo già, ma non eravamo più abituati ad immaginarla a braccetto di una cena, di una spesa, di una partita di calcetto, di una proiezione cinematografica e così via. Gran parte della discussione che da due anni ad oggi ruota intorno al Covid-19, ai vaccini, alle misure di contenimento ha un nemmeno tanto malcelato convitato di pietra: la morte. Intorno ad essa hanno ballato e danzano posizioni radicalmente divergenti.

Per la prima volta rimango fortemente scosso quando un mio contatto “social”, riferendosi ad altrui intervento pro vaccino, rivendica “una morte con il sole in faccia, da uomini veri e non da sudditi (l’accusa è contro pretoriani di Regime). Non è l’unico, naturalmente: piazze, siti, chat, dichiarazioni private e pubbliche di non vaccinati riprendono slogan militareschi tra cui campeggia il “meglio morire in piedi piuttosto che morire strisciando!”.

Di fronte ad una malattia, solitamente, si usano toni meno bellicosi: il vaccino, piaccia qualcosa di più o molto di meno, è un medicinale. Ma, se si pensa di essere all’interno di una guerra, gli stessi registri linguistici cambiano e cambiano di molto. Per alcuni dei non vaccinati non saremmo dunque solamente davanti ad un virus, nato chissà dove e chissà come, ma dinanzi ad un nemico belligerante dai volti e dalle espressioni più diverse e più stratificate. Solo così e solo in questo senso possono essere capiti, anche se non compresi, motti che inneggiano ad affrontare la morte quasi fosse un vessillo di coerenza assoluta. Perché, ed è qui il paradosso più compiuto, se non ci si vaccina per non morire o per essere infettati da un “siero” (così lo chiamano) sperimentale e nocivo, non ha alcun senso invocare la morte come scelta di congruenza personale e politica per combatterlo. A meno che, a meno che, come dicevo prima, non ci si ritrovi in guerra. Ma di quale guerra parlano costoro? Sia nel caso in cui ritengano il virus cosa vera, sia nel caso in cui lo individuino come pura e mera fantasia, il Covid-19 assolve ad una funzione macro-politica: è quel grimaldello nato, cresciuto, sperimentato e poi diffuso al solo scopo di accelerare il processo di dissoluzione degli stati-nazione, di imporre un governo mondiale eterodiretto da forze finanziare/poteri occulti/multinazionali finalizzati a soggiogare l’intera popolazione mondiale ad un dominio tripartito (finanza, burocrazia/potentati economici) non democratico, volutamente e consciamente dittatoriale. La sanità diventa, secondo questa logica, forma precipua di dittatura proprio perché è strumento essenziale della propagazione delle volontà politiche eterodirette: la “dittatura sanitaria” segue pedissequamente questa logica. Tali posizioni politiche o pre-politiche si confrontano assiduamente e costantemente, che lo facciano o meno consapevolmente, con tutto il substrato culturale delle destre radicali che hanno sempre condannato il potere omologante della mondializzazione come condizione essenziale dell’indebolimento dei popoli, intesi nella loro unitarietà costitutiva, esistenziale, tradizionale e storica: in altre parole ciò che chiamano “comunità di destino”. Per chi conosca anche solo un po’ di vicende umane sa per bene che i processi unitari, non da ultimo quelli nazionali, passano attraverso innumerevoli conflitti e da inevitabili contaminazioni: elementi essenziali della loro formazione sono laceranti lotte di classe e cruente guerre civili. Quello su cui i teorici del complotto mondiale organizzato contano è di riconsegnare un’immagine innocente e perduta dei tempi passati, di mitologiche coesioni sociali, di imperiture e immutabili tradizioni in chiave nazionale volte ad esser calpestate da cocenti bombardieri virali a servizio di sua maestà il Dominio Mondiale.

La critica al sistema capitalistico e alla sua natura predatoria, doverosa, necessaria e quantomai attuale, è ben altra cosa da questi farfugliamenti della cospirazione.

Ma per la destra radicale il virus Covid-19 è niente più e niente meno che un atto di guerra che schiera due formazioni in campo: la servitù di Regime, che si vaccina e i combattenti per libertà, che lottano e muoiono per una causa nobile.

In questo senso libertà, liberazione, dittatura assumono fattezze significativamente diverse da quelli assunte storicamente e socialmente condivise: invocare battaglie contro forme di dittatura e di imposizione sociale, per l’estrema destra illiberale e autoritaria, potrebbe costituire un ulteriore paradosso. Ma si tratta di una bizzarria solo apparente: le dittature non sono intese nelle loro forme di realizzazione storica e sociale e la libertà non ha valore in sé, se non in relazione al contesto politico di riferimento. La diversità non contempla nessuno spazio alla differenza: la presunta unità di popolo non prevede alcuna divisione sostanziale: di classe, di genere, sociali, culturali, di pensiero e storiche. Essa le assimila nel nome di destino comune, il loro naturalmente, e le riconduce da una condivisione di spirito e d’intenti unico, univoco e indiscutibile. Chi si pone al di fuori da questa logica, si colloca al di là della stessa nazione: va o rieducato o espulso. Se le differenze interne sono ricondotte ad un’imprescindibile forzatura unificante, al contrario quelle esterne sono esaltate e fortemente virilizzate. Il virus ha riconsegnato all’estrema destra l’occasione per tornare a parlare di temi a lei cari. E di poterli portare, manco a poterlo solo sperare, in forme di movimento composite. La logica bellica assume, dunque, il duplice connotato di di guerra esterna e di guerra interna: i poteri “forti” mondiali e i loro lacchè locali.

Devastazione di una sede sindacale a Roma – inizi anni Venti

E qui torna prepotentemente la morte eroica come stilema di pensiero complessivo di una guerra da combattere: è sicuramente vero che la morte mitizzata non appartiene esclusivamente alle culture delle destre radicali, ma è indubbio che di questa ne facciano e ne abbiano fatto un vessillo imprescindibile della loro teoria-prassi politica.

Accenni sulla morte eroica e la dottrina fascista.

Sicuramente De Maistre, Gobineau, Donoso Cortés, principalmente Barrés e poi Ernst Jünger e Spengler e la morte quale premio del destino e la diserzione borghese della storia; e quindi il nazionalista radicale Ernst von Salomon (invito a leggere questo pezzo di Cesare Cases a proposito degli eretici conniventi http://www.germanistica.net/2012/06/27/gli-eretici-conniventi/), il quale scriveva che “è meglio rischiare la propria vita che vivere male. Ecco perché la vita vera, pericolosa, deve essere preferita alla vita mediocre, e su questa stessa falsariga la morte gloriosa è meglio di una morte mediocre”, hanno puntellato, anticipato, sedimentato una cultura politica in cui la morte diviene essenza primaria della vita, sua compagna e guida, nazione e spirito dei tempi. La Grande Guerra, in tutto questo, rimane uno spartiacque da cui non si può fuggire né prescindere. Ma è nella costituzione materiale dei movimenti e partiti fascisti e nazisti dagli anni Venti in avanti che la morte gloriosa e mitizzata diventa corpo politico, fine e strumento, misura e principio. L’individuo della destra nazional-rivoluzionaria combatte per sé, anticipando e muovendosi nella direzione dei desiderata di altri individui pari a lui: per la nazione (sangue e suolo) e contro la patria borghese.

Chiare, in questo senso, riecheggiano le parole di José Antonio Primo de Rivera, co-fondatore assieme a Ramiro Ledesma Ramos e Ruiz de Alda della Falange Española Tradicionalista y de las Juntas de Ofensiva Nacional Sindicalista (FET y de las JONS): “la morte è un atto di servizio. Né più né meno. Non si possono, pertanto, adottare specifiche attitudini davanti ai caduti. (…) il martirio dei nostri è, per un verso, scuola di sofferenza e di sacrificio, quando abbiamo deciso di contemplarlo in silenzio. Per altro è ragione di rabbia e di giustizia. I nostri martiri non possono certo essere un argomento di ‘protesta’ secondo la consuetudine liberale”.

Il canto del Tercio Estranjero, s’intitola non casualmente “Il fidanzato della morte”, e così recita nel cuore della sua liturgia: “Quando più arduo era il fuoco e la lotta più feroce // difendendo la sua bandiera il legionario avanzò.// E senza temere la spinta del nemico esaltato // Seppe morire come un valoroso e le insegne salvò. // E dissetando col suo sangue il terreno ardente, //mormorò il Legionario con voce triste: // Sono un uomo che la fortuna ha colpito con zampa feroce; //sono un fidanzato della morte che si unirà con nodo forte // a una compagna così fedele”.

Non è da meno la Guardia di Ferro rumena, che rimanda ugualmente allo sposalizio con la morte: “La morte, soltanto la morte, legionari, // è un lieto sposalizio per noi. // I legionari muoiono cantando, // i legionari cantano morendo.”

E il fascismo nostrano con la canzone Fiamme Nere, dedicata all’arditismo bellico (nota anche come Il Canto degli arditi), ripresa all’inizio degli anni venti e poi nella Repubblica Sociale come inno delle Brigate Nere, così inneggia in una delle sue strofe:

avanguardia di morte // siam vessillo di lotte e di orror // siamo l’orgoglio mutato in coorte // per difender d’Italia l’onor”.

Con la Seconda guerra mondiale quest’aura sepolcrale, zeppa di simboli e riferimenti inneggianti al rapporto alla pari con la morte, quasi sfottente, trova il suo apice nella letteratura fascista: “Potrò guardare in faccia alla morte, sfuggirla, divertirmi con essa; giocare a rimpiattino deve essere bello. Come vedi le volontarie in camicia nera non temono la morte e prendono tutto con filosofia. Così viviamo… guardando in faccia alla morte con sorriso sulle labbra”, scrive un’ausiliaria in una lettera.

Lo storico Claudio Pavone afferma che ci sono due poli estremi che si possono isolare nelle espressioni fasciste: il primo riguarda una forma estetica dell’impulso di distruzione, che sembra propria di tutte le esistenze da paria nella misura in cui intimamente non sono del tutto schiave” (cfr. Georg Simmel).

Il secondo è quella della sfida proterva, fino alla morte.

Bibliografia minima.

Francesco Germinario, L’estremo sacrificio e la violenza. Il mito politico della morte nella destra rivoluzionaria del Novecento, Asterios editore, Trieste 2018;

Francesco Germinario, L’altra memoria. L’Esrema destra, Salò e la Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1999;

Furio Jesi, Cultura di destra, Garzanti, Mlano 1979;

Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Borignhieri, Torino 1991.

Il linguaggio delle “idee senza parole”. Dietro la “Lega” e oltre

Tradizione, Terra, Origine, Storia, Buonsenso, Comunità, naturalmente maiuscolizzate, sono parole-simbolo che, forti di un substrato mitico, presumono un retaggio di verità esoteriche. Le idee sottostanti hanno uno scheletro morfologico e sintattico che ha un rapporto con queste parole fatto di relazioni precarie, temporanee e approssimative. Dicono e nello stesso tempo celano nella sfera segreta del simbolo: le proposizioni caratterizzate da stereotipi, frasi fatte, locuzioni ricorrenti impiegano sintagmi e pochi vocaboli: “il linguaggio delle idee senza parole presume di poter dire veramente, dunque dire e insieme celare nella sfera segreta del simbolo, facendo a meno delle parole, o meglio trascurando di preoccuparsi troppo di simboli modesti come le parole che non siano parole d’ordine” (Furio Jesi, Cultura di destra. Il linguaggio delle “idee senza parole”, Garzanti, Milano 1993). Il “tanti nemici, tanto onore!” di lontana memoria. Sono i miti e i riti che il parlante ha in comune con l’ascoltatore: “Voglio fare prima con voi un giuramento – dice Salvini in chiusura del comizio a Milano – mi impegno e giuro di essere fedele al mio popolo, ai sessanta milioni di italiani, di servirvi con onestà e con coraggio. Giuro di applicare davvero quanto previsto dalla Costituzione italiana da alcuni ignorata e giuro di farlo rispettando gli insegnamenti contenuti in questo sacro Vangelo. Io lo giuro. Lo giurate assieme a me? Andiamo a governare, riprendiamoci questo Paese” (Fonte “il Giorno” del 24 febbraio 2018).

La radicalità del discorso leghista passa sia dalle enunciazioni mitopoietiche sia dai necessari e conseguenti riti liturgici volti a creare una comunità solidale di appartenenza. La separazione dall’altro procede attraverso la riformulazione continua del primato etnico recuperando, di fatto, il concetto di “razza” sotto mentite spoglie culturali: “Non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate” (Attilio Fontana candidato della Lega Nord alle regionali lombarde. Fonte “Il Giornale” del 16/01/2018). Ogni società nasce ai propri occhi nel momento in cui si dà la narrazione della sua violenza –  afferma J. P. Faye (“Violenza”, in Enciclopedia, Einaudi, Torino, 1981): la narrazione agisce e cambia l’azione stessa mentre la racconta. Per tale motivo, cambiando ciò che essa racconta, essa cambia se stessa raccontando. La narrazione come oggetto che cambia e che cambia il suo oggetto. Ecco il primo assioma, o la serie assiomatica da cui si dovrà partire: “Bisogna salvare chiunque in mezzo al mare, ma poi riportarlo indietro. Bisogna scaricarli sulle spiagge, con una bella pacca sulla spalla, un sacchetto di noccioline e un gelato”. (Salvini, fonte Il Giornale del 12/01/2017)

Invasione, sostituzione e animalizzazione. Ci si chiede perché possa rivelarsi al pubblico e in pubblico, senza alcun ignominia personale, gente che esulta per la morte di persone, bambini compresi, annegati nel Mediterraneo o che alcuni si compiacciano, mostrando l’orrida lingua e il raccapricciante volto in pubblico, per il ferimento mortale di una neonata rom in braccio a sua madre. La ragione è presto detta: l’animalizzazione dell’altro, ovvero la sottrazione del nemico immaginato al proprio genere, quello umano, e la sua conseguente bestializzazione fisica, psichica e morale. (Francesco Germinario, Argomenti per lo sterminio. L’antisemitismo e i suoi stereotipi nella cultura europea (1850 – 1920), Einaudi, Torino 2011) La storia è piena di metafore zoomorfe: l’alterità irriducibile a sé permettere di derubricare ogni comportamento criminale rivolto ad un essere umano paradigmatico, indistinto e appartenente ad una genia disumanizzata e perciò stessa animalizzata. Prima tocca ai meridionali, poi ai migranti, dunque agli zingari e infine a tutti coloro che non rientrano nei codici stereotipati dei valori integrati ed integrali dell’uomo occidentale bianco, apparentemente monogamo, sicuramente eterosessuale, tanto riproduttivo quanto produttivo, possibilmente benestante: “Quando saremo al governo polizia e carabinieri avranno mano libera per ripulire le città. La nostra sarà una pulizia etnica controllata e finanziata, la stessa che stanno subendo gli italiani, oppressi dai clandestini” (Salvini, agosto 2016, al comizio di Ferragosto a Ponte di Legno. Fonte panorama.it). In questo senso anche un cristianesimo astratto, la cui necessità ed esistenza serve solo a garantire la costruzione del modello fondativo italico-padano e dei i suoi naturali disposti valoriali funziona come “il presunto motore immobile e invisibile di una macchina che serva a molte cose, nel bene e nel male. È memoria, rapporto con il passato, ritratto del passato in cui qualche minimo scarto di linea basta a dare un’impressione ineliminabile di falso; archeologia, e pensieri che stridono sulla lavagna, e che poi talvolta, inducono a farsi maestri per provocare anche in altri lo stesso stridore. Ed è violenza, mito del potere; e quindi anche il sospetto mai cancellabile dinanzi alle evocazioni di miti incaricate di una precisa funzione: quella innanzitutto di consacrare le forme di un presente che vuol essere coincidenza con un ‘eterno presente’”. (F. Jesi, Scienza del mito e critica letteraria in ID., Esoterismo e linguaggio mitologico. Studi su Rainer Maria Rilke, D’Anna, Messina-Firenze 1976)

La posizione e il campo di appartenenza valgono in sé e per sé come qualificazione di presunta veridicità: ciò che si afferma sfugge, infine, ad ogni ipotesi di verificabilità proprio nella misura in cui ogni assioma contiene in sé verità non solo non dimostrabili, ma a cui non avrebbe alcun senso domandare una qualsivoglia attendibilità. Ponendosi come verità illimitate, piene ed inequivocabili, le  ricadute di quei paradigmi assoluti possono tenere a sé il falso. Un  falso che non può in alcun modo prestarsi ad essere confutato. Il proliferare di notizie mendaci credute come veritiere fa parte di questo processo di posizionamento e di incorporazione. In questo senso a nulla valgono le smentite di forma e di sostanza: non tanto perché in assoluto non valevoli, ma perché non aderenti al campo “giusto”.

Il mito è dunque un valore che non ha per sanzione la verità: “niente gli impedisce di essere un alibi perpetuo: gli è sufficiente che il significante abbia due facce per avere sempre a disposizione un altrove: il senso è sempre pronto a presentare la forma; la forma è sempre pronta a distanziare il senso. E non c’è mai contraddizione, conflitto, deflagrazione tra il senso e la forma: essi non si trovano mai nel medesimo punto. Allo stesso modo, se sono in automobile e guardo il paesaggio attraverso il vetro, posso puntare a piacere sul paesaggio o sul vetro: ora percepirò la presenza del vetro e la distanza dal paesaggio; ora al contrario la trasparenza del vetro e la profondità del paesaggio. Ma il risultato di questa alternanza sarà costante, il vetro mi sarà contemporaneamente presente e vuoto, il paesaggio mi sarà contemporaneamente irreale e pieno. Lo stesso nel significante mitico: la forma è vuota ma presente, il senso è assente e tuttavia pieno. (R. Barthes, Mythologie, Éditions du Seuil, Paris 1957 in ID. Miti d’oggi, Einaudi, Torino 1994).

La stessa distanza si crea tra simboli esibiti, siano essi crocifissi, rosari, marchi di abbigliamento come stilemi d’appartenenza ad una vasta area della destra radicale, bracciali di stretta osservanza e di reciproco riconoscimento ultras… e l’enigma che, nascondendo in sé la sua regola costitutiva, non offre la possibilità che il suo significato sia compreso: “Oggetto del simbolismo è l’aumento dell’importanza di ciò che è simbolizzato” (Whitehead, Simbolismo, in Gennaro Sasso, Allegoria e simbolo, Aragno, Torino 2014)

Serrare tra le dita della mano un Cristo penzolante abbarbicato all’altalena di un rosario non conduce verso la comprensione di una attendibilità storica di amor caritatevole, a fondamento della società  preconizzata, ma allarga lo iato tra immagine esibita e il contenuto di verità presunta. E questo iato non è altro che una religio mortis.

Foto tratta da wikipedia common

Lo zingaro come paradigma


Giudei

Nel 1879 Wilhelm Marr ideò il termine “antisemitismo” in Der Weg zum Siegedes Germanenthums über das Judenthum (The Way to Victory of Germanicism over Judaism) e, contemporaneamente, fondò la Antisemiten Liga definendo la questione ebraica un problema “sociopolitico”. La costruzione differenziata della figura dell’ebreo contribuì alla creazione di diversi stereotipi che vennero successivamente utilizzati in una duplice direzione. La prima fu quella di disumanizzare tutto ciò che non rientrava nella concezione razziale, gerarchicamente intesa, del genere umano: «Espulso dal genere umano, l’ebreo è animalizzato e costruito proprio sull’opposizione irrimediabile fra la Natura (l’ebraicità ridotta a ferinità) e la Cultura (la restante umanità) […] Insomma, l’ebreo era un’eccezione della Natura, se non una rivolta contro la chiarezza delle determinazioni di questa». L’ebreo divenne così, a partire dalla metà dell’Ottocento, l’incarnazione carattere astratto e impersonale del mondo moderno: Simmel ne faceva i rappresentanti di una società dominata dall’astrazione del denaro: “nella misura in cui l’ebreo si frappone tra le cose e l’uomo, permette a quest’ultimo un’esistenza quasi astratta, svincolata da ogni legame diretto con le cose”. Se per il nazionalista antisemita Maurice Barrès l’ebreo ragionava in maniera netta e impersonale, come un conto in banca, il cattolico dreyfusardo Anatole Leroy-Beaulieu lo considerava “una figura cogitabonda”, un individuo “caratterizzato dalla preponderanza del sistema nervoso su quello muscolare”, spesso nevrotico, se non completamente isterico, soggetto ordinariamente alla difformità fisica.

La seconda direzione, conseguente della prima, si risolse nell’attacco alla società liberale come incarnazione della società ebraica per antonomasia: tutti erano diventati ebrei. Per estensione, l’internazionalismo anarchico e social-comunista venne letto come il prolungamento apolide di una società irrimediabilmente giudaizzata. Questa fu la fase che alcuni storici definiscono come quella dell’“antisemitismo maturo”, che si mosse a partire dalla ferma convinzione che “ciò che caratterizza la società moderna è l’ebreizzazione più o meno palese, interiore (spirituale e mentale) o esteriore (i tratti somatici attribuiti all’ebreo, ma ormai presenti anche negli ariani) di tutti gli individui. La società moderna è insomma la società della totale ghettizzazione del mondo”. I punti di contiguità tra l’antisemitismo, inteso come modello ideologico-concettuale, e i totalitarismi politici furono più di uno: “a) la tensione millenaristica ed escatologica che esso conferisce alla propria prospettiva politica; b) l’elaborazione del concetto di “capo carismatico”[…] c) l’elaborazione di un concetto di rivoluzione che non dovrà essere solo politica e sociale, ma anche antropologica, connessa cioè alla necessità di de-ebreizzare tutta l’umanità; d) la necessità di rovesciare la società borghese in tutta la sua totalità, perché società ebreizzata in tutte le sue pieghe”.

Lo zingaro, l’immigrato, al pari di quello che fu l’ebreo, indipendentemente da ciò che egli/ella esprime nella sua individualità e nel suo contesto sociale, è divenuto un paradigma politico esemplare.

 

Il censimento (rom-sinti)

Il censimento si configura come un’operazione statistica di rilevazione diretta e totale intesa ad accertare lo stato di un fatto collettivo in un dato momento e caratterizzata dall’istantaneità, dalla generalità e dalla periodicità. La popolazione intera che risiede in un determinato territorio nazionale è un fatto collettivo. Non sarebbe possibile, in altro modo, censire una popolazione estrapolando dei caratteri identitari specifici come se questi rappresentassero un nuovo insieme generale e totale. In altri termini si possono condurre delle analisi particolari di sottoinsiemi, non privi di difficoltà definitorie e classificatorie (ad esempio i parlatori di una determinata lingua), rispetto alla macro-insieme della popolazione generale abitante in un territorio definito. Al contrario, il processo di specificazione, circoscrizione, astrazione e di determinazione sulla base dell’ appartenenza “etnica”, religiosa, linguistica… si configura, a titolo proprio, come una vera e propria scelta di stigmatizzazione culturale a fini politici. Il processo, non dissimile da tutti i processi su basi razziali storicamente realizzati, procede per individuazione, separazione, espulsione dal contesto socialmente maggioritario, assimilazione in maniera coercitiva oppure attraverso la repressione sino all’annullamento, alla tacitazione e all’annientamento di ogni differenziale sociale e culturale estraneo al modello ideologico dominate. L’etnicizzazione di una questione sociale è la forma primaria della sua depoliticizzazione: è il trasferimento sul piano culturale di elementi riferiti alle predisposizioni congenite. In altre parole l’etnicizzazione recupera il concetto di “razza” sotto mentite spoglie culturali: le disposizioni sociali di una popolazione non sono, per questi ideologi, dei costrutti sociali, ma genetici. Per cui, così come è ordinario pensare che un rom abbia l’attitudine (non possa farne a meno) di rubare, allo stesso modo si può pensare che l’italiano abbia la stessa propensione, ma solo un pochino più in grande e meglio strutturata, ovvero sia un mafioso per determinazione. Le conseguenze disastrose e tragiche di tale modello di pensiero sono tanto evidenti quanto misconosciute ai più (almeno sino a quando non ne vengono direttamente interessati): “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. E stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”. (La frase è attribuita a Brecht ma l’origine del testo viene da un sermone del pastore luterano e teologo tedesco Martin Niemöller. Una versione è inscritta nel Monumento all’Olocausto a Boston, in Massachusetts, e cita comunisti, ebrei, sindacalisti e cattolici; quella più comune in inglese parla di socialisti, sindacalisti, ebrei. Fonte: ilpost.it)

Il paradigma e le false notizie

Una parte della popolazione social anti-salviniana disgustata, al pari del sottoscritto, del censimento dei nomadi, si è proposta in rete postando articoli e recensioni che avrebbero la funzione di dimostrare la tesi opposta, ovvero che vi sono rom e sinti che lavorano, che studiano, che non rubano e via dicendo. Si tratta, a mio parere, di una tesi solo apparentemente opposta perché condivide, nei suoi presupposti fondamentali, lo stesso terreno di gioco. Accetta, in altro modo, che si debba dimostrare, sulla base della propria appartenenza, dei distinguo sociali che ad altri, sempre in base alle rispettive appartenenze, non avrebbero mai chiesto di avvalorare: per capirci, ancora una volta, è come se in Svezia, in Olanda, in Giamaica o in Burkina Faso venisse pubblicato un articolo che sveli, in positivo, che esistono degli italiani non mafiosi, non corrotti, che pagano le tasse… E’ piuttosto evidente che il terreno di scontro è la dimostrazione (e la sua possibile confutazione), di assiomi non verificabili in assoluto e, quindi, tanto veri quanto falsi nei loro presupposti. Gran parte delle cosiddette bufale o fake news hanno un dirompente successo per il processo di valorizzazione di ciò che è già pensato: questo comunemente viene chiamato pre-giudizio o giudizio che precede i fatti e la loro valutazione. I fatti, falsi in questo caso, vengono prodotti per avvalorare e dare sostanza a ciò che viene creduto ed introiettato in processi divulgativi e persuasivi di lungo corso. Uno dei primi ad occuparsi delle false notizie fu lo storico francese Marc Bloch fondatore, con Lucien Febvre, delle Annales d’histoire économique et sociale  e redattore di un libello, uscito dopo la Grande Guerra, dal titolo assai emblematico: Riflessioni d’uno storico sulle false notizie della guerra. Leggiamo insieme una piccola parte di quello che scrisse: “All’origine, c’imbattiamo in uno stato d’animo collettivo. Il soldato tedesco che entra in Belgio appena cominciata la guerra, è stato di colpo strappato ai suoi campi, alla sua fabbrica, alla sua famiglia, o per lo meno alla vita regolata della caserma; da questo spaesamento improvviso, da questa brusca lacerazione dei legami sociali essenziali nasce un grande turbamento morale. Le marce, i cattivi alloggiamenti, le notti senza sonno affaticano all’estremo i corpi, che non hanno ancora avuto il tempo di assuefarsi a queste dure prove. Combattenti novelli, gli invasori sono ossessionati da terrori tanto più forti in quanto rimangono necessariamente abbastanza vaghi; «i nervi sono tesi, le fantasie sovreccitate, il senso della realtà scosso» . Ora, questi uomini sono stati nutriti di dicerie relative alla guerra del 1870; fin dall’infanzia si sono loro ripetute senza tregua le atroci prodezze attribuite ai franchi tiratori francesi; queste voci sono state diffuse dai romanzi e dalle immagini; opere militari hanno loro conferito una specie di garanzia ufficiale; più d’un manuale che i graduati hanno nello zaino insegna come ci si deve comportare nei confronti dei civili ribelli; dunque ve ne saranno. La resistenza delle truppe belghe, l’ostilità della popolazione belga stupiscono nel profondo il Tedesco medio; credeva di fare la guerra solo ai Francesi; nella maggior parte dei casi non è a conoscenza della risposta del governo di Bruxelles all’ultimatum del 2 agosto; se la conosce non la capisce; la sua sorpresa si muta facilmente in indignazione; crede volentieri capace di tutto il popolo che osa drizzarsi contro la nazione eletta. Aggiungete infine che negli spiriti si prolungano, allo stato di ricordi inconsapevoli, una folla di vecchi motivi letterari – tutti questi motivi che l’umana fantasia, in fondo assai povera, rimugina incessantemente dall’aurora dei tempi: storie di tradimenti, d’avvelenamenti, di mutilazioni, di donne che strappano gli occhi ai guerrieri feriti, che un tempo aedi e trovatori cantavano, che oggi il romanzo d’appendice e il cinema popolarizzano. Tali sono le disposizioni emotive e le rappresentazioni intellettuali che preparano la formazione leggendaria; tale è la materia tradizionale che fornirà i suoi elementi alla leggenda.

Perché la leggenda nasca, sarà ormai sufficiente un avvenimento fortuito: una percezione inesatta, o meglio ancora una percezione inesattamente interpretata. Ecco, fra molti, un esempio caratteristico. “Strette aperture, chiuse mediante placche mobili in metallo, sono praticate nella maggior parte delle facciate delle case in Belgio”. Si tratta “di fori della muratura, destinati a fissare le impalcature per gli stuccatori o per i decoratori delle facciate”, corrispondenti al dispositivo di ganci che, in altre regioni, svolge la stessa funzione. Questa consuetudine edilizia è, pare, tipica del Belgio; o per lo meno è estranea alla Germania. Il soldato tedesco nota le aperture; non ne comprende la ragion d’essere; cerca una spiegazione. «Ora, egli vive fra i fantasmi dei franchi tiratori. Quale spiegazione immaginerebbe, che non gli sia suggerita da questa idea fissa?” Gli occhi misteriosi che forano la facciata di tante case sono delle feritoie. I Belgi, attrezzandosi da lunga data per una guerra di guerriglia e d’imboscate, le hanno fatte praticare, come dice una brochure messa in vendita, ahimè!, a sostegno della Croce Rossa, da “tecnici specialisti»: questo popolo non è solo omicida, ma ha premeditato gli assassini. Così un’innocente particolarità architettonica passa per la prova d’un crimine sapientemente maturato. Supponiamo adesso che in un villaggio costruito in tal modo partano, non si sa da dove, alcune pallottole vaganti. Come non pensare che siano state tirate attraverso le “feritoie”? Senza dubbio lo si pensò in molti casi; e le truppe fecero prontamente giustizia delle case traditrici e dei loro abitanti”.

La formazione delle rappresentazioni sociali si struttura attraverso il loro ancoraggio ad un modello preesistente (parziale e incompleto) e la loro successiva oggettivazione: da qui la disposizione di un senso comune che non fatica a diventare luogo comune. Provare a sottrarsi alla  costruzione di stereotipi significa, innanzitutto, rifiutarsi di partecipare al gioco, con regole e metodologie imposte, voluto dall’avversario.

Carmagnola, la casa abusiva e la ruspa.

A qualcuno potrebbe interessare che la decisione di abbattere la casa abusiva all’interno del campo sinti sia stata presa ben prima che la sindaca leghista e il suo mentore Salvini la sbandierassero ai quattro venti: per la precisione nel 2008 dal Tribunale di Alba. La sentenza è stata resa esecutiva il 15 giugno, dieci anni dopo la decisione, dalla Procura della Repubblica di Asti. A qualcuno, ma a me no e non certo perché sono favorevole all’abusivismo storpiante che ha ampiamente e insistentemente devastato il Bel Paese. Perché quella casa, indipendentemente da tutto e da tutti (sentenza compresa), è stata usata come metafora politica e, badate bene, non contro l’abusivismo, ma contro i nomadi. La ruspa è, nel medesimo tempo, l’emblema e l’allegoria.  Sempre secondo i dati Istat, riferimento dicembre 2017, viviamo in una nazione che ha, ogni 100 edifici realizzati con le necessarie autorizzazioni, circa 20 abusivi. In alcune regioni la media sale al 50%. Non aggiungo parole.

Le valutazioni per eccesso e l’equa distribuzione della stupidità umana

Uno dei paradossi difensivisti, che si contribuiscono a creare forme standardizzate di stereotipi razziali, è quello di conferire meriti fisici e intellettivi a qualche raggruppamento umano attraverso l’attribuzione di capacità innate, ovverossia non acquisite tramite l’esperienza: solo quelli sanno ballare; solamente quegli altri sanno giocare a basket; questi ultimi sono i migliori a suonare la batteria…. Insomma, ce l’hanno nel sangue, nei geni, nel DNA e perciò stesso è la loro “razza” che li predilige in quelle funzioni e in quei ruoli standard. Quindi dovranno ballare tutta la vita, giocare a basket per quelle successive e sia mai che vogliano intraprendere la carriera da medico, da insegnante e men che meno da pescivendolo. Ancora una volta le pseudo teorie razziali entrano proprio là dove avrebbero dovuto essere espulse per sempre. Curiosamente la storia è ricca di questi paradossi e uno di questi capitò, appunto, intorno al mito dell’intelligenza ebraica: una notevole inchiesta storica compiuta da Sander L. Gilam analizza innumerevoli testi, documenti, opere letterarie che nella storia dello scorso secolo, sia all’interno che all’esterno di alcune comunità ebraiche, in particolare modo di quelle Ashkenazite, erano volti a provare tale superiorità intellettuale. Uno dei testi da cui parte il resoconto storico di Gilam è “The Bell Curve” (La Curva a campana) di Charles Murray e Richard Herrnstein, un testo che ribadisce sotto un’apparente forma scientifica, la stretta connessione tra razza, intelligenza e successo. In questo testo gli ebrei ashkenaziti di origine europea sono analizzati come vera e propria categoria razziale superiore. Da qui e a ritroso l’autore analizza come questa teorema anti-scientifico abbia contribuito, insieme a molto altri preconcetti, a discreditare, isolare e marginalizzare gli ebrei: “Avvocato: non se la prenda con me, per me non è vacanza. Sono ebreo. Sully (interpretato da Paul Newman): “E’ ebreo! Non sapevo fosse ebreo” (gli dà un colpetto sulla spalla). “E perché mai non ha l’aria sveglia?” (La vita a modo mio, Robert Benton 1995)

In brevissima sintesi occorre ricordare a chiunque che c’è un solo genere umano. La scienza mette in evidenza queste somiglianze nel nostro sviluppo embrionale, fisiologico (i nostri sistemi a base organica), biochimico (i nostri metaboliti e reazioni) e, più recentemente, genomico (il nostro patrimonio genetico):i dati mostrano che il DNA di due esseri umani è identico al 99,9 per cento, e tutti noi condividiamo lo stesso insieme di geni, convalidando l’esistenza di una singola razza biologica umana e una sola origine per tutti gli esseri umani.

Condividiamo i geni e condividiamo la stupidità, piaccia o meno anche ai più furbi: la Seconda Legge Fondamentale sulla stupidità, nell’indimenticabile pamphlet dello storico Carlo M. Cipolla, Allegro ma non troppo (Le leggi della stupidità umana), ci dice che “la probabilità che una persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona”. E per finire: “Il fatto straordinario circa la frequenza della stupidità è che la Natura riesca a fare in modo che tale frequenza sia sempre e dovunque uguale alla probabilità σ indipendentemente dalla dimensione del gruppo, tanto che si ritrova la stessa percentuale di persone stupide sia che si prendano in considerazione gruppi molto ampi o gruppi molto ristretti”.

Alcuni riferimenti bibliografici.

Enzo Traverso, La violenza nazista. Una genealogia, Il Mulino, Bologna 2002;

Francesco Germinario, Argomenti per lo sterminio. L’antisemitismo e i suoi stereotipi nella cultura europea (1850-1920), Einaudi, Torino 2011;

Francesco Germinario, Antisemitismo. Un’ideologia del Novecento, Jaca Book, Milano 2013;

Sander L. Gilman, Il mito dell’intelligenza ebraica, Utet, Torino 2007

Marc Bloch, La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921), Donzelli, Roma 2004;

Carlo M. Cipolla, Allegro ma non troppo con Le leggi fondamentali della stupidità umana, Il Mulino, Bologna 1988