LA BELLA MORTE? Notazioni sulla presenza dell’estrema destra nel movimento No-Vax

Memento mori di Andrea Previtali (1502), retro del dipinto Ritratto d’uomo
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Premessa.

Questo breve articolo risponde a due domande che mi pongo da tempo.

La prima riguarda i forti richiami del movimento No-vax alla sfida con la morte (“io questo virus, a questo punto, mi auguro di prenderlo, piuttosto che morire strisciando meglio morire in piedi!”), tali da essere assunti come estremo sacrificio personale e simbolico, per alcuni di loro, fino al rifiuto totale di ogni cura. La seconda tocca invece la presenza, viva e attiva, delle destre neofasciste, naziste e nazionaliste nel movimento No-vax europeo in misura largamente maggiore e visibile delle sinistre antagoniste. Credo che tra la prima domanda e la seconda ci sia una forte correlazione.

Preciso che con movimento No-vax intendo esplicitamente solo e soltanto quello che si esprime nelle pubbliche piazze o attraverso variegati contesti comunicativi social. Questo significa che non esiste una correlazione automatica tra non vaccinati e movimento No-vax. Non esiste, allo stesso modo, una complicità necessaria tra tutte le parti del movimento No-vax e l’estrema destra. Allo stesso tempo, in molti casi, non è stabilita né definita una netta separazione. E anche questo pone altre e irrisolte domande.

La bella morte?

Il Covid-19 ha riproposto, in forma nuova ed aggiornata, una pletora di temi su cui sarebbe molto oneroso, anche se doveroso, tornare. Uno di questi è il rapporto con la morte: espulsa dal mercantilismo capitalistico come un accidente della vita, è tornata prepotentemente ad accompagnare la quotidianità delle vite di ognuno di noi non solamente come fattore ineludibile e consustanziale all’esistenza stessa, ma quale coadiutrice indesiderata della quotidianità. Imprevedibile, implacabile e portatrice di sofferenze. Non che non lo sapessimo già, ma non eravamo più abituati ad immaginarla a braccetto di una cena, di una spesa, di una partita di calcetto, di una proiezione cinematografica e così via. Gran parte della discussione che da due anni ad oggi ruota intorno al Covid-19, ai vaccini, alle misure di contenimento ha un nemmeno tanto malcelato convitato di pietra: la morte. Intorno ad essa hanno ballato e danzano posizioni radicalmente divergenti.

Per la prima volta rimango fortemente scosso quando un mio contatto “social”, riferendosi ad altrui intervento pro vaccino, rivendica “una morte con il sole in faccia, da uomini veri e non da sudditi (l’accusa è contro pretoriani di Regime). Non è l’unico, naturalmente: piazze, siti, chat, dichiarazioni private e pubbliche di non vaccinati riprendono slogan militareschi tra cui campeggia il “meglio morire in piedi piuttosto che morire strisciando!”.

Di fronte ad una malattia, solitamente, si usano toni meno bellicosi: il vaccino, piaccia qualcosa di più o molto di meno, è un medicinale. Ma, se si pensa di essere all’interno di una guerra, gli stessi registri linguistici cambiano e cambiano di molto. Per alcuni dei non vaccinati non saremmo dunque solamente davanti ad un virus, nato chissà dove e chissà come, ma dinanzi ad un nemico belligerante dai volti e dalle espressioni più diverse e più stratificate. Solo così e solo in questo senso possono essere capiti, anche se non compresi, motti che inneggiano ad affrontare la morte quasi fosse un vessillo di coerenza assoluta. Perché, ed è qui il paradosso più compiuto, se non ci si vaccina per non morire o per essere infettati da un “siero” (così lo chiamano) sperimentale e nocivo, non ha alcun senso invocare la morte come scelta di congruenza personale e politica per combatterlo. A meno che, a meno che, come dicevo prima, non ci si ritrovi in guerra. Ma di quale guerra parlano costoro? Sia nel caso in cui ritengano il virus cosa vera, sia nel caso in cui lo individuino come pura e mera fantasia, il Covid-19 assolve ad una funzione macro-politica: è quel grimaldello nato, cresciuto, sperimentato e poi diffuso al solo scopo di accelerare il processo di dissoluzione degli stati-nazione, di imporre un governo mondiale eterodiretto da forze finanziare/poteri occulti/multinazionali finalizzati a soggiogare l’intera popolazione mondiale ad un dominio tripartito (finanza, burocrazia/potentati economici) non democratico, volutamente e consciamente dittatoriale. La sanità diventa, secondo questa logica, forma precipua di dittatura proprio perché è strumento essenziale della propagazione delle volontà politiche eterodirette: la “dittatura sanitaria” segue pedissequamente questa logica. Tali posizioni politiche o pre-politiche si confrontano assiduamente e costantemente, che lo facciano o meno consapevolmente, con tutto il substrato culturale delle destre radicali che hanno sempre condannato il potere omologante della mondializzazione come condizione essenziale dell’indebolimento dei popoli, intesi nella loro unitarietà costitutiva, esistenziale, tradizionale e storica: in altre parole ciò che chiamano “comunità di destino”. Per chi conosca anche solo un po’ di vicende umane sa per bene che i processi unitari, non da ultimo quelli nazionali, passano attraverso innumerevoli conflitti e da inevitabili contaminazioni: elementi essenziali della loro formazione sono laceranti lotte di classe e cruente guerre civili. Quello su cui i teorici del complotto mondiale organizzato contano è di riconsegnare un’immagine innocente e perduta dei tempi passati, di mitologiche coesioni sociali, di imperiture e immutabili tradizioni in chiave nazionale volte ad esser calpestate da cocenti bombardieri virali a servizio di sua maestà il Dominio Mondiale.

La critica al sistema capitalistico e alla sua natura predatoria, doverosa, necessaria e quantomai attuale, è ben altra cosa da questi farfugliamenti della cospirazione.

Ma per la destra radicale il virus Covid-19 è niente più e niente meno che un atto di guerra che schiera due formazioni in campo: la servitù di Regime, che si vaccina e i combattenti per libertà, che lottano e muoiono per una causa nobile.

In questo senso libertà, liberazione, dittatura assumono fattezze significativamente diverse da quelli assunte storicamente e socialmente condivise: invocare battaglie contro forme di dittatura e di imposizione sociale, per l’estrema destra illiberale e autoritaria, potrebbe costituire un ulteriore paradosso. Ma si tratta di una bizzarria solo apparente: le dittature non sono intese nelle loro forme di realizzazione storica e sociale e la libertà non ha valore in sé, se non in relazione al contesto politico di riferimento. La diversità non contempla nessuno spazio alla differenza: la presunta unità di popolo non prevede alcuna divisione sostanziale: di classe, di genere, sociali, culturali, di pensiero e storiche. Essa le assimila nel nome di destino comune, il loro naturalmente, e le riconduce da una condivisione di spirito e d’intenti unico, univoco e indiscutibile. Chi si pone al di fuori da questa logica, si colloca al di là della stessa nazione: va o rieducato o espulso. Se le differenze interne sono ricondotte ad un’imprescindibile forzatura unificante, al contrario quelle esterne sono esaltate e fortemente virilizzate. Il virus ha riconsegnato all’estrema destra l’occasione per tornare a parlare di temi a lei cari. E di poterli portare, manco a poterlo solo sperare, in forme di movimento composite. La logica bellica assume, dunque, il duplice connotato di di guerra esterna e di guerra interna: i poteri “forti” mondiali e i loro lacchè locali.

Devastazione di una sede sindacale a Roma – inizi anni Venti

E qui torna prepotentemente la morte eroica come stilema di pensiero complessivo di una guerra da combattere: è sicuramente vero che la morte mitizzata non appartiene esclusivamente alle culture delle destre radicali, ma è indubbio che di questa ne facciano e ne abbiano fatto un vessillo imprescindibile della loro teoria-prassi politica.

Accenni sulla morte eroica e la dottrina fascista.

Sicuramente De Maistre, Gobineau, Donoso Cortés, principalmente Barrés e poi Ernst Jünger e Spengler e la morte quale premio del destino e la diserzione borghese della storia; e quindi il nazionalista radicale Ernst von Salomon (invito a leggere questo pezzo di Cesare Cases a proposito degli eretici conniventi http://www.germanistica.net/2012/06/27/gli-eretici-conniventi/), il quale scriveva che “è meglio rischiare la propria vita che vivere male. Ecco perché la vita vera, pericolosa, deve essere preferita alla vita mediocre, e su questa stessa falsariga la morte gloriosa è meglio di una morte mediocre”, hanno puntellato, anticipato, sedimentato una cultura politica in cui la morte diviene essenza primaria della vita, sua compagna e guida, nazione e spirito dei tempi. La Grande Guerra, in tutto questo, rimane uno spartiacque da cui non si può fuggire né prescindere. Ma è nella costituzione materiale dei movimenti e partiti fascisti e nazisti dagli anni Venti in avanti che la morte gloriosa e mitizzata diventa corpo politico, fine e strumento, misura e principio. L’individuo della destra nazional-rivoluzionaria combatte per sé, anticipando e muovendosi nella direzione dei desiderata di altri individui pari a lui: per la nazione (sangue e suolo) e contro la patria borghese.

Chiare, in questo senso, riecheggiano le parole di José Antonio Primo de Rivera, co-fondatore assieme a Ramiro Ledesma Ramos e Ruiz de Alda della Falange Española Tradicionalista y de las Juntas de Ofensiva Nacional Sindicalista (FET y de las JONS): “la morte è un atto di servizio. Né più né meno. Non si possono, pertanto, adottare specifiche attitudini davanti ai caduti. (…) il martirio dei nostri è, per un verso, scuola di sofferenza e di sacrificio, quando abbiamo deciso di contemplarlo in silenzio. Per altro è ragione di rabbia e di giustizia. I nostri martiri non possono certo essere un argomento di ‘protesta’ secondo la consuetudine liberale”.

Il canto del Tercio Estranjero, s’intitola non casualmente “Il fidanzato della morte”, e così recita nel cuore della sua liturgia: “Quando più arduo era il fuoco e la lotta più feroce // difendendo la sua bandiera il legionario avanzò.// E senza temere la spinta del nemico esaltato // Seppe morire come un valoroso e le insegne salvò. // E dissetando col suo sangue il terreno ardente, //mormorò il Legionario con voce triste: // Sono un uomo che la fortuna ha colpito con zampa feroce; //sono un fidanzato della morte che si unirà con nodo forte // a una compagna così fedele”.

Non è da meno la Guardia di Ferro rumena, che rimanda ugualmente allo sposalizio con la morte: “La morte, soltanto la morte, legionari, // è un lieto sposalizio per noi. // I legionari muoiono cantando, // i legionari cantano morendo.”

E il fascismo nostrano con la canzone Fiamme Nere, dedicata all’arditismo bellico (nota anche come Il Canto degli arditi), ripresa all’inizio degli anni venti e poi nella Repubblica Sociale come inno delle Brigate Nere, così inneggia in una delle sue strofe:

avanguardia di morte // siam vessillo di lotte e di orror // siamo l’orgoglio mutato in coorte // per difender d’Italia l’onor”.

Con la Seconda guerra mondiale quest’aura sepolcrale, zeppa di simboli e riferimenti inneggianti al rapporto alla pari con la morte, quasi sfottente, trova il suo apice nella letteratura fascista: “Potrò guardare in faccia alla morte, sfuggirla, divertirmi con essa; giocare a rimpiattino deve essere bello. Come vedi le volontarie in camicia nera non temono la morte e prendono tutto con filosofia. Così viviamo… guardando in faccia alla morte con sorriso sulle labbra”, scrive un’ausiliaria in una lettera.

Lo storico Claudio Pavone afferma che ci sono due poli estremi che si possono isolare nelle espressioni fasciste: il primo riguarda una forma estetica dell’impulso di distruzione, che sembra propria di tutte le esistenze da paria nella misura in cui intimamente non sono del tutto schiave” (cfr. Georg Simmel).

Il secondo è quella della sfida proterva, fino alla morte.

Bibliografia minima.

Francesco Germinario, L’estremo sacrificio e la violenza. Il mito politico della morte nella destra rivoluzionaria del Novecento, Asterios editore, Trieste 2018;

Francesco Germinario, L’altra memoria. L’Esrema destra, Salò e la Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1999;

Furio Jesi, Cultura di destra, Garzanti, Mlano 1979;

Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Borignhieri, Torino 1991.

Il Salone del Libro allo specchio dei tempi

Sono torinese di nascita e non di adozione, ho frequentato numerosissimi “Salone del Libro” di Torino perché mi piacciono i libri e perché mi è sempre venuto comodo andarci, mantengo ancor una buona memoria e detesto i fascismi e in genere tutte le forme dittatoriali o autoritarie e tante altre cose che sarebbe troppo lungo dilungarmi qui. Ricordo bene, dunque, da lontano frequentatore di quel salone con la S maiuscola, di aver sempre impattato, ahimè!, in case editrici di estrema destra, fasciste o, persino, amichevolmente naziste: piccole case editrici, di piccole città, animate e sostenute da piccoli (e miserrimi) accoliti. Questa case editrici facevano parte di quel variegato mondo inclassificabile che andava sotto il nome di editoria indipendente e che, al pari della musica non omologata, si annoverava in quel novero di produzioni sottratte alla grande produzione e distribuzione del capitale librario. C’erano, dunque, già da prima e nessuno se ne curava. Molti semplicemente non le riconoscevano, taluni ci giravano al largo e i più non le scorgevano neppure. Non credo che gli organizzatori le invitassero o le accogliessero in nome di chissà quale religione liberale o di un fantasmagorico pluralismo dottrinale o di gradimento della parola fastidiosa: a mio parere, e tale rimane, era semplicemente una prassi consolidata che tendeva più ad includere che ad escludere e non per ragioni estetiche o di condivisione: per una pura e semplice noncuranza del merito e per il fatto che ogni stand fosse (come è oggi) a pagamento. Può sembrare cinico, ma mi hanno spiegato, sin da piccolo, che anche nel magico mondo dell’etereo, del futile e del dilettevole (ma noi sappiamo tutti che così non è), che sguazza in una società di mercato quello che conta è il denaro. Conta anche altro, ma il denaro vale e pure parecchio. Pochi giorni fa è scoppiato il caso dell’editrice “Altaforte” la cui espressione libraria, nonché politica è, almeno per me, inequivocabile. Ma, attenzione bene, il fatto che abbia una connotazione e dei riferimenti politici ben precisi non significa in alcun modo che abbia costruito il suo catalogo in maniera univoca: le pubblicazioni raccolgono, tanto per capirci, una galassia di sensibilità politiche che, partendo dalla storia fascista, passano attraverso sovranismi monetari e nazionali e approdano a quelle “resistenze” antimperialiste tanto care sia ad una certa sinistra di impronta prettamente staliniana che ad una certa destra identitaria e nazionalista (quelli dello stato proletario e del socialismo in una sola nazione). Come scrivevo più sopra sono lontanissimo da tutto questo e penso che il vero punto a contendere non sia il fascismo, ma la Lega, il governo di questo paese, il governo di molti paesi, la materialità delle cose e, infine, molti dei nostri e degli altrui connazionali. La correlazione, perché di questo si tratta, è tra la casa editrice Altaforte e il libro intervista a Salvini: molti si sono accorti di Altaforte editrice non per Altaforte editrice. E non se ne sarebbero accorti in alcun modo senza Salvini. Il cortocircuito vero di quell’intervista è che parla, ancora prima che nei contenuti, del rapporto stabile, di complicità ancora meglio, tra fascismi e forze politiche, governative e non, di questo paese. E dei silenzi compromissori di molte altre. La forma supera e sostiene il contenuto: essa stessa divenne la fonte di quella legittimità che permise a Casa Pound di partecipare ai cortei della Lega; oppure che diede la foto di un pranzo (cena?) tra selfie, sorrisi e mazzieri; che consentì lo sfoggio dei giubbotti di qualche marca ben precisa e compiaciutamente esibita; che protese il corpo dai balconi e dai balconcini; che proferì le parole di un gergo tipicamente fascista (“le zecche”, ad esempio); che consentì le liste e le cariche elettive condivise tra camice nere e camice verdi. Quel libro parla dell’Italia (dell’Europa e del Mondo) molto di più di quanto non facciano altre parole o immagini. Non si può stare in silenzio senza prendere le dovute distanze o le chiarificatrici assenze. A patto, però, di sapere che le contraddizioni sono ben più vaste, articolate e profonde di qualche intromissione o estromissione o delle denunce per per apologia.

Ancora una volta il fascismo è parte dell’autobiografia di questa nazione.