Il gioco delle tre carte

Kant

 

Il gioco delle tre carte, ovvero quando attraverso l’indisponibilità a comprendere, il proprio semplicistico piacere si erge a piacere universale e il proprio giudizio trasmuta in giudizio a priori, in assioma indimostrabile, nella Tavola della Legge, nel Sangue che si transustanzia in Vino. La Parola, per farsi Verbo, si fa dunque Parolaccia, scurrilità, irriverenza: soltanto quando tocca la carnalità triviale del Popolo, il Profanatore della Critica sarà partecipe e compreso del destino comune e solo allora potrà ergersi alla testa di coloro verso cui aveva inabissato anima e corpo. Ma sapendo, perché il Profanatore sa, che a quel popolo non appartiene più da tempo e che il momento della discesa non serve altro che a rendere più forte, improvvisa e sicura la salita. Come in ogni Populismo degno di se stesso. L’uso della parola ‘gusto’ «incoraggia un gioco delle tre carte verbale in cui si spacciano per oggettive le proprie preferenze, mentre viene contemporaneamente attenuata l’assolutezza dei propri giudizi, facendoli apparire come personali. L’“uomo (donna) di gusto” è chiaramente un individuo in cui per armonia prestabilita il piacere personale coincide con il bene supremo. Non c’è maniera migliore per falsare un problema» Rudolf Arnheim, Parabole della luce solare, Editori Riuniti, Roma 1992

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