Sputare il vino e la sputacchiera: un’analisi fisico-matematica

Par Handlan Company — 1893 Handlan Company catalogue via [Handlan Company], Domaine public, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8636689

L’Ente Benefico per lo Studio del Movimento dei Corpi, delle Sostanze e di Qualsivoglia cosa si muova per volontà di qualcuno o per i fatti suoi (EBSMCSQ), ha realizzato uno studio approfondito sulla cinematica dello sputo da degustazione del vino, calcolando in maniera molto precisa il rapporto tra il bevitore, la sputacchiera e lo sputo di vino (pendenza, forza, quantità, rimbalzo).

Il lavoro è stato condotto per via retrospettiva grazie all’analisi fotogrammi delle riprese delle telecamere presenti in alcuni contesti di assaggio.

La valutazione fisico-matematica ha dovuto tenere conto non solo delle variabili misurabili tra i tre elementi sopradescritti, ma anche delle relazioni ambientali, quali gli urti o gli spostamenti di altri convenuti, le sottrazioni di sputacchiere in fase di fuoriuscita del liquido dalla bocca, il sollevamento della sputacchiera vuota/semivuota, piena e troppo piena, con i relativi aggiustamenti posturali di equilibrio e di sforzo dell’avambraccio.  

In alcuni casi l’evento sputo ha incontrato la variante della simultaneità del vino versato da calice nel medesimo recipiente: in questo caso ci si è avvalsi del calcolo del vettore di velocità istantanea:

Dove Vt1 è lo sputante, mentre Vt2 è il versante del vino da calice nella sputacchiera. Come si nota dal grafico l’atteggiamento di Vt2 è quantomeno scostante, detto altrimenti antipatico.

Il successivo grafico rappresenta la traiettoria dello sputo di vino da A a B (sottrattore di sputacchiera) e il malcapitato C passato da lì per caso:

Al grafico va aggiunto il calcolo del pugno sferrato da C a B calcolato nella misura da 8.5 m/s per non professionisti a 11 m/s per professionisti.

Ai fini di un calcolo preciso della gittata di uno sputo di vino nella sputacchiera sono state adottate le tecniche note dei calcoli balistici secondo cui essa è “equivalente alla differenza tra punto di arrivo e punto di partenza, dove il punto di arrivo coincide con il punto di contatto con il suolo e il punto di partenza coincide col punto in cui avviene il lancio. L’intervallo temporale in cui il corpo è in aria è detto tempo di volo”.

Sebbene l’equazione da risolvere sia piuttosto semplice,

a patto di imporre y=0 cioè stabilendo il teorico punto di atterraggio dello sputo lanciato, più complesse si sono rilevati i calcoli legati alla consistenza del vino. Sappiamo, per certo, che la consistenza di un vino a basso estratto secco netto (14 g/l), secondo la nota formula di Tabarié, D e= 1 + Dv – Dd, ha una maggior gittata rispetto al vino con maggiore estratto secco netto (18 g/L).

Non sapendo poi se il bevitore era anche a stomaco vuoto, abbiamo deciso di eseguire un calcolo a partire da massima altezza dello sputo, ben consci che il moto parabolico è simmetrico rispetto all’asse passante per il vertice e parallelo all’asse y e che l’ascissa del punto di atterraggio è due volte l’ascissa del vertice della parabola.

Dunque

Non paghi del lavoro di ricerca sin qui svolto, l’EBSMCSQ è stato felicemente ammesso ai nuovi finanziamenti del poderoso PNRRAV Piano Nazionale di Ripresa, Resilienza e Amenità Varie per approfondire alcuni temi appena accennati: il rimbalzo dello sputo del vino sulla sputacchiera in presenza di altri convenuti; le reazioni dei presenti sia in termini psichici che fisici; lo sporco impossibile.  

Altri lavori verteranno sull’equilibrio da sollevamento con mano sola di sputacchiera piena dotata di presa (pomello) sguisciante e i rischi di sversamento totale del liquido.

Non vedo l’ora di darvene conto

I vini delle Cinque Terre tra Medioevo e Rinascimento

Le Cinque Terre in una mappa della seconda metà del XVIII secolo,
redatta dal cartografo Matteo Vinzoni Di Matteo Vinzoni – Scansione personale from National archives of Genoa, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=108193673

Emilio Marengo rammenta, nel suo Le Cinque Terre e la genesi di questo nome, che di quel nome, appunto, non vi è alcuna traccia negli antichi geografi e storici greci e romani. Soltanto Plinio, accennando ai vini d’Italia, fa notare che per il vino dell’Etruria teneva la palma Luni e le viti che si chiamavano apiane e che egli vorrebbe riconoscere nel così detto Amabile delle Cinque Terre, menzionato da Giuniore Filosofo tra i quattro vini più celebri d’Italia, col nome di vinus tuscus (Giovanni Sforza, Ennio Quirino Visconti e la sua famiglia, in Atti della Società Ligure di Storia Patria, voi. LI, p. 16 e seguenti.): «E dopo Plinio, veggonsi pure menzionati, a distanza di molti secoli, i vini di quella regione dal poeta e notaio Ursone, che inneggiò a Vernazza ed ai suoi vini nel carme, col quale celebra la sconfitta, che inflissero i Genovesi all’armata di Federico il nel 1242 (3). Venendo più a noi, altri accenni se ne trovano in diversi scrittori e, oltre che nelle novelle del Boccaccio e del Sacchetti, anche nella Commedia di Dante, velle del Sercambi ed in altri scrittori più recenti, che parmi superfluo ricordare».

Le maggiori informazioni[1] sulle caratteristiche e sulle qualità del vigneto e del vino delle Cinque Terre sono le fonti letterarie. La più antica fra tutte è il carme «De Victoria quam Januenses habuerunt contra gentes ab Imperatore missas ut subderent sibi januam et loca ipsius» scritto nel 1242 da Ursone, notaio genovese. In esso viene descritta la spedizione che gli alleati dell’imperatore Federico II mossero contro Genova e la riviera di Levante e dalla quale Genova riuscì vincitrice.

Narrando di scontri armati nei pressi di Vernazza coglie l’occasione per mettere in evidenza la bontà dei suoi vini:

v. 490 Ille locus vernans sacri cultura Lyaei,

Sedes grata Deo Nisae, celeberrima rupes

Numine pampineis vestito colla recemis,

Hostibus ambitur. …

v. 502 Est moles praerupta, maris quam verberat unda,

Quamque procellarum concussio multa fatigat,

Ultima pars Celsi montis vergentis ad aequor.

v. 505 Hanc colit ambigeno plebs devotissima Baccho,

Prae cunctis populis genialis consitor uvae,

Vitibus exornans rupes, collesque supinos

Palmite pampineo. Juvat illum cura racemi;

Arboris insitio, vel cultus seminis illos

v. 510 Non citat; at magno colitur pro numine vitis .

G.B. GRAZIANI, Vittoria dei Genovesi sopra l’armata di Federico II. Carme di Ursone, notaio del secolo XIII, Genova, 1857. Il Graziani così traduce:

Ahi! la vernante piaggia, il bel paese

Sacro a Lieo, là dove il dio di Nisa

Volle porre sua stanza, e pampinoso

Si piace errar pei celebrati colli,

Ora si calca da nemiche schiere.

Colà dove inchinando il celso monte

Si volge all’austro, e con repente falda

Giù si tuffa nel mar che lo flagella,

Sopra l’alpestre lembo ha dolce nido

Una gente devota a Bacco, e sacra

Dell’uve alla coltura, onde le valli

E le belle colline intorno veste

Di tortuose viti e non v’accoglie

Diversa fronda, e non fa solchi ai semi.

La «Cronica» di frate Salimbene de Adam[2] (1221-1288) , scritta fra il 1285 e il 1288, è una ricca fonte di notizie sulla vita italiana del XIII secolo. In essa si parla dei vini di varie località italiane e francesi; in particolare si parla a varie riprese di «Vernatia», «vinum de Vernatia» e «vinum de Vernaca». Nella cronaca del 1285 scrive «De commendatone boni vini secundum quemdam trutannum; et quod bonum vinum nascitur in quandam contrata que Vernatia appellatur». In essa narra di un certo «domnus Arduinus de Clavara» e scrive che «ibi prope vinum de Vemacia  abundanter habetur; et vinum terre illius optimum est, usque adeo quod versus cuiusdam trutannipro vino ilio locum habere possunt; dixit enim: Vinum de vite det nobis gaudia vite. Si duo sunt vina, michi del meliori propina. Non prosunt vina, nisi fiat repetitio trina. Dum quarter poto, succedunt gaudia voto. Ad potum quintum mens vadit in laberintum. Sexta potatio me cogit abire suppinum».

I due autori più rilevanti che hanno scritto sui vini della Liguria di Levante sono Giacomo Bracelli, il primo a menzionare il nome delle Cinque Terre, cancelliere della Repubblica di Genova e suo storiografo, morto intorno al 1466, e Flavio Biondo da Fori, contemporaneo del Bracelli, con il quale egli è in corrispondenza. Nel 1418 il Bracelli accenna alle Cinque Terre nella sua prima descrizione della Liguria, chiarendo che ivi si producono i vina vernacia noncupata, rocesi et amabilia: «Riomazorium quidem post Portumveneris situm est iuxta mare, cingitur muro; solum adeo creatum quod vina, vernacia noncupata, rocesi et amabilia, gignit[3]».

Un secolo dopo, Sante Lancerio, bottigliere di Papa Paolo III, pontefice romano (1534 – 1559), che ci ha lasciato gli appunti in cui descrive i 53 vini “giudicati da Papa Paolo III e dal suo bottigliere Sante Lancerio”, tratteggia in maniera chiara ed inequivocabile il vino levantino delle Cinque Terre: «Vino Razzese: Viene dalla Riviera di Genova et il meglio è di una terra detta Monterosso, et è vino assai buono. Et è stimato assai in Roma fra li Genovesi, come fra li Venetiani la Malvagìa. Ne vengono in Roma piccioli caratelli. A volere conoscere la sua perfetta bontà, bisogna che sia fumoso e di grande odore, di colore dorato, amabile e non dolce. Tali vini non sono da bere a tutto pasto, perché sono troppo fumosi e sottili. Di tale vino S. S. (il cardinale Ascanio Sforza cui la lettera è dedicata) non bevevo, ma alcuna volta alle gran tramontane faceva la zuppa, ovvero alla stagione del fico buono, mangiatolo mondo et inzuccherato, gli bevevo sopra di tale vino, massime del dolce et amabile e diceva essere gran nodrimento alli vecchi. In questo luogo dove fa tale vino, usano farlo dolce sopra la vite, quando l’uva è matura, col pigiare il racemolo e poi lo lasciano attaccano alla vite per otto giorni, e còltolo fanno vino buono e perfetto».

Così pure Andrea Bacci, nominato nel 1587 archiatra (medico personale) di papa Sisto V, ricorda il vino ligure di Levante, le squisite vernacce e il razzese delle Cinque Terre, un bianco liquoroso che, sotto il calore del sole matura sin dai primi giorni di luglio. Allo stesso tempo e modo, il Bacci cerca di fornire un etimo al nome “Razzese” operando una conversione fonetica nascosta, da doppia “zz” a doppia “ss”, e lo associa al Monte Roseo da cui avrebbe tratto un colore “rosato” in tarda maturazione[4].

Un altro noto agronomo fiorentino del Cinquecento, Giovan Vittorio Soderini, nel suo “Trattato della coltivazione delle viti e del frutto che se ne può cavare”, racconta i metodi in uso al suo tempo per produrre l’amabile e il razzese: «Quegli, che nella riviera della Spezia fanno il razzese e l’amabile, fanno l’uno e l’altro vitigno medesimo, percioché, volendo fare l’amabile, quando l’uva è matura storcono il picciuolo là dove egli sta attaccato alle viti a tutti i grappoli, havendoli spampanati bene che il sole vi batta sopra, lasciandoli così per quindici giorni; dippoi li coggono a far l’amabile. E volendo fare il razzese, quando è pur matura, la spiccano dalle viti senz’altro, e così si può fare a chiunque tu vogli vitigno per fare il vin dolce, senz’altra manifattura».

In un testo di Giovanni Sforza, introduzione al volume Ennio Quirino Visconti e la sua famiglia, in «Atti della Società Ligure di Storia Patria» del 1923, l’autore fa riferimento allo Statuto della Gabella di Sarzana, alle rubriche 12 e 13, in cui si menzionano i preziosissimi vini di Vernazza che gli abitanti chiamano Vernaccie e altrimenti Rocesi. Nello Statuto della Gabella delle Vicarie lucchesi dell’anno 1372, quando la città di Massa appartiene al territorio di Lucca, si parla invece del “vini vernaccie” e del dazio di entrata e di uscita pari a dieci lire, mentre nello stesso statuto, a margine e d’altra mano, viene scritto «excepto vino razese, de quo solvatur ut de vino corso». Da ciò si può desumere che il vino razzese fosse uno dei vini vernaccie, ovvero provenienti da Vernazza e che quindi indicasse un vino piuttosto che un vitigno e che solamente più tardi sia stata creata una sostanziale interscambiabilità dei nomi per indicare lo stesso vitigno e lo stesso vino.

Quella stessa vernaccia che spunta dalla penna del Boccaccio nella seconda novella della decima giornata del Decameron (1350-53), in cui Corniglia emerge come la migliore produttrice del famoso vino rispetto a zone contermini: «Allora in una tovagliola bianchissima gli portò due fette di pane arrostito e un gran bicchiere di vernaccia da Coniglia». Come il Boccaccio, anche Franco Sacchetti nelle sue Trecentonovelle (1390), parla ancora della vernaccia di Coniglia. Tanto nota che Sacchetti fa addirittura riferimento all’importazione dei magliouli del prezioso vino in terra di Toscana: «Tanto è grande lo studio di vino che da un gran tempo in qua gran parte dell’Italiani hanno sì usato ogni odo d’avere perfettissimi vini che non si sono curati di mandare, non che per lo vino, ma per li magliuoli d’ogni parte; acciocché ognora se li abbino veduti e usufruttati nella loro possessione, e perché siano stati chierici, non hanno auto il becco torto. Fu, non è molti anni, un cavaliere ricco e savio nella città di Firenze, che ebbe nome messer Vieri de’ Bardi, il quale era vicino al piovano all’Antella, là dove un suo luogo dimorava spesso. E veggendosi in grande stato, per onore di sé e per vaghezza nel suo alcuno nobile vino straniero, pensò di trovare modo di far venire magliuoli da Portovene­re della vernaccia di Coniglia. Così finisce il Sacchetti: «”Questa novella mi fu narrata a Portovenere, là dove io scrittore nel 1383 arrivari, andando a Genova”».

Quella nobile vernaccia di cui narra, poco più in là, Giacomo Bracelli nella sua De bello hispaniensi orae ligusticae descripti (1442): «sul litorale (ci sono) cinque castelli quasi alla stessa distanza tra di loro: Monterosso, Vulnetia, che ora il volgo sul litorale chiama Vernazza; Corniglia; Manarola; Riomaggiore; non solamente in Italia, ma presso i Galli ed i Britannici celebri per la nobiltà del vino. Cosa degna a vedersi come spettacolo, i monti, non solamente in pendenza dolce, ma tanto ripidi che nel sorvolarli affaticano anche gli uccelli, sassosi, non trattengono l’acqua, cosparsi di vigna così scarna e gracile che sembra più simile all’edera che alla vite: da qui viene un vino per la tavola del re[5]».

Avevo pubblicato questo articolo su Intravino nell’agosto del 2017 con il titolo di “Levante, Ponente e area del Genovesato nella storia del vino ligure. Parte 1, a Levante“. L’ho ripreso, ho apportato alcune correzioni e, soprattutto, l’ho ampliato.


[1] GIAN PIETRO GASPARINI, Le Cinque Terre e la Vernaccia: un esempio di sviluppo agricolo medioevale, in https://rsa.storiaagricoltura.it/pdfsito/95_6.pdf

[2] Salimbene de Adam, Cronica, a cura di Giuseppe Scalia, Bari, Laterza, 1966

[3] G. Andriani, Giacomo Bracelli nella storia della geografia, in «Atti della Società ligure di storia patria», LII, 1924, p. 245.

[4] Andrea Bacci, De naturali vinorum historia de vinis Italiae et de conuiuijs antiquorum libri septem, Niccolò Muzi, Roma 1596, pp. 308 – 310

[5] Giacomo Bracelli compone per Enrico de Merlo, ambasciatore di Carlo VII di Francia a Genova, una seconda descrizione della Liguria: «Inde in ora castella quinque paribus prope intervallis inter se distantia: Mons Ruber, Vulnetia, quam nunc Vernatiam vulgus nominat, Cornelia, Manarola, Rivus Maior, non in Italia tantum, sed apud Gallos Britannosque, ob vini nobilitatem celebria. Res spectaculo digna videre montes non declives modo, sed adeo praecipites, ut aves quoque transvolando fatigent: saxosos, nihil humoris retinentes, stratos palmite adeo ieiuno et gracili ut hederae quam viti similior videatur: hinc exprimi vindemiam qua mensas regias instruamus» in G. Andriani, Giacomo Bracelli nella storia della geografia, cit. pp.  237, 243

I vini naturali e la costruzione d’identità per differenziazioni

Di Edna Winti – 2016/366/255 Back from the Farmers’ Market, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=67420325

Ponete di trovarvi di fronte ad un oggetto, un qualsiasi oggetto (1). Ora definite le proprietà che gli sono pertinenti, ovvero che lo ordinano: composizione fisica e funzioni. Provate, poi, a costruire un catalogo di oggetti che abbiano la stessa struttura e mansioni, ma foggia e materiali diversi. Una bottiglia, un tavolo, un bicchiere; quindi delle bottiglie, dei tavoli, dei bicchieri. Bene. Ora prendiamo le prime: ve ne saranno di vetro trasparente o colorato, di plastica, di terracotta… Avranno capacità diverse: da 0,75 l., da litro, da 1,5 litri e di questo passo. Saranno dotate di chiusure appropriate anch’esse diversificate per uso, stile, importanza, costo e così via. Avranno infine una foggia diversa (bordolese, alsaziana, albeisa, fiasco, ….) Siamo di fronte a delle diversità così come a delle importanti similitudini. Supponiamo ora di avere dieci bottiglie. Se siamo fortunati con quattro descrittori (a noi interessano quelle da vino) abbiamo la possibilità di definirle tutte: A,B,C,D e con +A il caso che la bottiglia abbia quella proprietà (ad. esempio sia di vetro) e con –A che non l’abbia. Siamo ora in grado di costruire diverse combinazioni sino ad esaurire tutte le proprietà.
Arriviamo così ad un punto fermo: se ogni proprietà di un elemento viene definita per tutti gli altri, allora ogni elemento si caratterizzerà solamente per le differenze rispetto agli altri.
Ora al dunque: i vini naturali. Essi appartengo alla macro-categoria dei vini, la quale potrebbe appartenere ad altre categorie classificatorie, che tralascio volentieri. Alcune associazioni di produttori e alcuni produttori hanno tentato di circoscrivere le proprietà che definiscono l’elemento vino naturale: particolarità fisiche del terreno e interventi su di esso (distribuzione di letame o compost vegetale, la consociazione di più colture), lieviti indigeni…
Sappiamo, per il discorso ‘generativo’ portato in precedenza, che diverse delle proprietà citate sono proprie di alcuni produttori di vino che non si definiscono naturali. Possiamo sostenere, infine, che la naturalità di un vino si costruisce anche per ipotesi differenziali.
Paul Ricoeur, un giorno, scrisse che “la questione dell’identità costituisce un luogo privilegiato di aporie” (Sé come un altro, Jaca Book, Milano 1993, p. 225.) Maggiore è la commutabilità di un proprietà e la possibilità che essa contribuisca a definire un soggetto o un oggetto, maggiori saranno le problematiche legate alla determinazione di sé. Il problema è vecchio come il mondo e ci obbliga a guardarlo da rovescio: ciò che esiste sono i vini naturali o le proprietà astratte che, combinate tra di loro, li generano?
Insomma, la sommatoria delle particolarità singole (pratiche agronomiche, di cantina…) può determinare il tutto? E conseguentemente a ciò, quale e quante ipotesi differenziali saranno sufficienti a determinare uno scarto plausibile nella produzione di un vino naturale? Forse, ma ne sono quasi certo, la restrizione di un ambito analitico segna inevitabilmente la restrizione del campo politico da cui la stessa analisi parte. E con essa la ridefinizione e riposizionamento continuo di coloro che tali o talaltre posizioni portano.

1) Andrea Moro, Parlo dunque sono, Adelphi 2012, pp. 52 – 55

Esercizi di degustazione (ringraziando per l’ispirazione Raymond Queneau)

Notazioni

Il vigneto è ubicato a 550 metri sul livello del mare all’interno di un piccolo anfiteatro con un’esposizione sud, sud-ovest che raccoglie il Libeccio proveniente dalla Corsica e che conferisce alle uve quella sapidità marina che poi si ritrova pienamente nel vino. I terreni sono ricchi di scheletro, molto permeabili, a reazione acida-subacida e con forte presenza di sedimenti marini. Il clima è mediamente poco piovoso, ad accezione del mese di aprile, cosa che a noi va benissimo e anche al nostro enologo (che è presente, sorridente e ammicca alla battuta). Pensi, poi, che la sommatoria delle escursioni termiche è pari a circa 550°C: per la maturazione fenolica delle uve è semplicemente fantastico – vero Marcello? (l’enologo). Le viti vengono coltivate quasi sdraiate ad un’altezza di 50 centimetri: lavorare in vigna richiede uno sforzo notevole. Nulla è meccanizzato e manca la manodopera in genere e quella specializzata in particolare. Se solo la Regione ci ascoltasse.

Lo lasci un po’ nel bicchiere. Come si apre! Bello ampio e vigoroso, freschezza tesa e marcata. Agrumi, corbezzoli, ginestra, rosmarino, macchia mediterranea, pietra focaia. Tra due anni sarà fantastico. Le è piaciuto?

Litote

Il vigneto, all’interno di un piccolo anfiteatro, non è posizionato così in basso, quasi fosse a ridosso del mare. E non si può certo dire che sia un vino poco saporito con tutto quel vento che prende dalla Corsica, senza poi contare che il terreno non è di terra fine come quelli lungo il litorale adriatico o tirrenico, tanto per dirne una. Piove a catinelle, cosa che fa arrabbiare l’enologo – e ride – (e ride pure l’enologo per commiserazione, prima di distrarsi nuovamente quando parla delle escursioni termiche).  Come può immaginare qua è tutto meccanizzato, a pergola alta: avrei bisogno di assumere dei bambini di 8 anni, se non fosse vietato, tanto sono alte le viti. Ma ‘sti politicanti pensano soltanto ai fatti loro.

Lo trangugi di colpo: bello questo trebbiano dell’Emilia tutto frutti tropicale albicocca disidratata (e ride nuovamente)   

Comunicato stampa

Siamo lieti annunciare la nuova annata di Pinco Pallo! Nella splendida cornice di un anfiteatro battuto dal vento di Libeccio, piccole e antiche viti crescono quasi accovacciate su terreni ricchi di conchiglie antichissime. Un sole meraviglioso, che batte tutto l’anno, favorisce la tintarella e la maturazione delle uve per questo splendido vino a cui contribuisce, da alcuni anni, la supervisione sapiente ed accorta del nostro enologo: Marcello! E tutto senza un soldo di contributi Regionali.

Una meraviglia per il palato: da assaporare lentamente, sotto l’ombrellone o in compagnia degli amici.  Scoprirete una profusione di sentori appaganti e galvanizzanti: a partire dagli agrumi e per finire con la pietra focaia. Non vediamo l’ora di farvelo assaggiare in cantina! Per contatti tel.: ….

Analisi logica.

Il vigneto.

ubicato

550 metri

Libeccio

Corsica

vino

sapidità

Terreni

di scheletro

di sedimenti

marini

Il clima

poco

piovoso

benissimo

Enologo

ammicca

Escursioni

termiche

Maturazione fenolica

Viti

vengono coltivate

quasi

sdraiate

Manodopera

Lo

 lasci

un po’

Bello

ampio

Le

è piaciuto

Apocope

Il vignet è ubicat a 550 metr sul livel del mar all’interno di un piccol anfiteatro con un’esposizion sud, sud-ovest che raccoglie il Libecc provenient dalla Corsic e che conferisce alle uve quella sapidit marin che poi si ritrov pienament nel vin. I terren sono ricchi di scheletro, molto permeabil, a reazion acida-subacid e con forte presenz di sediment marin. Il clim è mediament poc piovos, ad accezione del mes di april, cos che a noi va benissim e anch al nostro enolog (che è presente, sorrident e ammicca alla battut). Pensi, poi, che la sommator delle escursion termic è pari a circ 550°C: per la maturazion fenolic delle uve è semplicement fantastic – ver Marcel? (l’enologo). Le vit vengon coltivat quasi sdraiat ad un’altez di 50 centimetr: lavorar in vign richied uno sforz notevol. Null è meccanizzat e manc la manodop in gener e quel specializzat in particolar. Se solo la Region ci ascoltas.

Lo lasci un po’ nel bicchier. Com si apr! Bell amp e vigoros, freschez tes e marcat. Agrum, corbezzol, ginestr, rosmarin, macchia mediterran, pietrafoca. Tra due ann sarà fantastic. Le è piaciut?

Interrogatorio.

  • Scusi dov’è ubicato il vigneto?
  • A 550 metri sul livello del mare all’interno di un piccolo anfiteatro con un’esposizione sud, sud-ovest
  • L’anfiteatro è forse battuto da qualche vento?
  • Dal Libeccio proveniente dalla Corsica
  • Immagino che il vino sia salato. Vero?
  • Quasi. Sì.
  • E il terreno come è composto?
  • Il terreno è ricco di scheletro, molto permeabili, a reazione acida-subacida e con forte presenza di sedimenti marini
  • Con un terreno così, un’esposizione di quel tipo, il clima deve consentire una maturazione perfetta delle uve.
  • Tenga conto che il clima è mediamente poco piovoso, tranne ad aprile che la sommatoria delle escursioni termiche è pari a circa 550°C: per la maturazione fenolica delle uve è semplicemente fantastico. Vero Marcello? Marcello ci sei?!??
  • Dalle foto ho visto che le viti sono ad alberello: dovete farvi un bel mazzo!
  • Altro che mazzo, infatti nessuno vuole venire a lavorare qui e la Regione non ci aiuta. Dire, poi, alberello è fare quasi un complimento: le viti sono all’incirca sdraiate! E facciamo tutto a mano!
  • Bello e ampio: sento agrumi, corbezzoli, ginestra, rosmarino, macchia mediterranea, pietra focaia. Concorda?
  • E come no!
  • Solforosa?
  • (Che rompicoglioni questo qui!)

აფორიზმები ღვინის შესახებ დან პიეტრო სტარა

Detti sul vino di P’iet’ro St’ara (il me stesso Georgiano)

Papyrus Oxyrhynchus 221, con scolii dal XXI libro dell’Iliade

Non ho più nulla da dire sul vino. Scriverò qualcosa sulla birra.

Alcuni interventi sulla vigna indeboliscono ciò che intendono proteggere.

Talvolta i prodotti applicati al mosto qualunquizzano il vino.

La vera volgarità è dare del tu ad un Barbaresco Crichet Pajé di Roagna.

Sopra una certa cifra la spedizione gratuita pare un’offesa.

Non ho mai capito se sia più importante conquistare i mercati emergenti o salvare i mercati affondanti.

Una volta qualcuno disse che “il peggior vino del contadino è migliore del miglior vino industriale”. Oggi non si potrebbe più dire: vuoi perché molti contadini si sono industrializzati, vuoi perché molti industriali si sono contadinizzati.

Le certificazioni “bio” hanno sparigliato le carte quasi quanto lo scostamento di bilancio.

Le bolle fanno festa, indipendentemente dalla loro finezza, qualità e persistenza. Indipendentemente dal vino che accompagnano.

Dialogo sul vino di Sardegna

Map of the Arctic by Gerardus Mercator. First print 1595, this editon 1623.
  • “Ti andrebbe di comprare dei tannini nobili?”
  • “Dei tannini non so. Sicuramente non nobili: non vorranno certo stare con me e poi non sono nemmeno decaduto”.
  • “Compra dell’armonia. Conosco un posto che vende dell’armonia Pitagorica ad un prezzo contenuto”.
  • “L’armonia mi interessa, ma penso che alla lunga potrebbe rivelarsi noiosa: la teoria aritmetica delle proporzioni numeriche non è meglio di un equilibrista in bilico su di un precipizio immane”.
  • “ I dirupi si vendono a rate. Per gli abissi occorre fare un leasing. Per i baratri non c’è addebito che tenga”.
  • “Qui si tratta di profondità, d’impenetrabilità, di terre non riemerse, di Atlantide e non di rotolare in giù da qualche parte”.
  • “Non ti credere, ma Atlantide è men che meno sprofondata sotto qualche mare appresso le colonne d’Ercole”. 
  • “Quindi mi stai dicendo che alcune profondità di trovano in superficie o che addirittura tutta la complessità è a portata di mano e non ci sarebbero più segreti”.
  • “Tutta o in parte non saprei, ma per catturarne un po’ occorre prendere una barca e andare al di là dell’orizzonte che percepiamo, poi costeggiare una terra riemersa e puntuta, attraversare un altro mare e, infine, toccare terra”.
  • “Però per intraprendere un viaggio così lungo e imprevedibile mi occorre sapere quanti segreti sarò in grado di acquistare”.
  • “Alcuni sicuramente sì, altri, a meno che tu non faccia un giro sotto l’isola, circa ventimila leghe sotto i mari, credo di no”.
  • “Mi accontenterò della superficie e di guardare le stelle perché fino ad ora abbiamo parlato del basso, del medio e nulla dell’alto”.
  • “Dove andremo potrai nitidamente vedere la Cintura di Orione, la Nebulosa di Orione, la Galassia di Andromeda, la Nebulosa della California e le stelle luminose Sirio e Betelgeuse”.
  • “Mi piacerebbe catturare la ciliegia, i fiori rossi, verdi, giualli e blu, la fragola, le erbe fresche appena tagliate, il fumo, l’incenso e la resina dalla pioggia di meteoriti dei Quandrantidi”.
  • “Non dimenticarti di prendere anche l’asprezza e il sale del cammino incendiato del ruscello celeste, senza i quali ti accovacceresti a terra senza poterti più rialzare”
  • “Ne terrò conto a patto di non volare troppo oltre la galassia lattiginosa. Intanto ti aspetto a riva che domattina presto si salpa”.
  • “In ultimo, quindi, dovrei provvedere a comperarti un domattina?”
  • “Un domattina va bene solo per la partenza. Per il viaggio e tutto il resto occorrerebbero alcuni secoli e i vestiti più adatti. Oltre che delle lingue e degli accenti in uso, mi raccomando”.
  • “A domattina. Sul presto non ti dannare: è compreso nel domattina”.
  • “A domattina”.

Vini in due parole

Voirin-Jumel Champagne Tradition Brut : contegnoso e fragrante

Barbera d’Asti – Cascina Barisel 2020: ritratto di famiglia del Novecento

Rossese di Dolceacqua Posau – Maccario Dringenberg 2020: scorrevole e conturbante

Moscatello di Taggia passito Lucraetio – Azienda Agricola Mammoliti: cavalleresco e diacronico

La Farfalla – Rosso Marta Valpiani 2020: festante

Dolcetto di Dogliani DOCG San Fereolo – San Fereolo 2015: prospettico e magniloquente

Che vino abbinare alla Terza Guerra Mondiale?

9 agosto 1945: il fungo atomico, causato da Fat Man su Nagasaki, raggiunse un’altezza di 18 km.
Di Charles Levy – U.S. National Archives and Records Administration, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=56719

Odio i potenti e i loro lacchè

L’ultimo pasto richiederà un atteggiamento sereno e composto finalizzato a creare un clima familiare e amicale caldo e intenso. Rimetteremo molti peccati e altrettanti saranno rimessi a noi: ci guarderemo intensamente negli occhi dispiaciuti per tutte le volte che i granelli di sabbia si sono trasformati in travi.

La Terza Guerra Mondiale avrà sicuramente una serie di controindicazioni ed un unico vantaggio di grande rilievo: nessuno sentirà i postumi di ciò che ha mangiato o bevuto. Sarà importante, quindi, ragionare in maniera accorta sia sui cibi che sui vini. Non occorrerà, a mio avviso, concentrarsi sui vini più costosi, ma soltanto su quelli che sono stati prediletti in passato o bramati e mai gustati.   

Sarà apprezzabile, quindi, che la lista dei cibi e dei vini o delle bevande in generale venga compilata tenendo conto delle inclinazioni di ognuno. Allo stesso tempo non sarà necessario ragionare sulle consonanze tra gli uni e gli altri, poiché potrebbero esserci delle importanti discordanze tra piatti, vini e alcune preferenze individuali. Per una volta concediamoci di mangiare e di bere soltanto quello che più piace.

Gli acquisti andranno fatti a tempo debito: meglio se a cavallo tra l’uso delle armi tattiche nucleari e il decollo su aerei privati dei presidenti delle maggiori potenze mondiali.

Si dovranno cercare quei vini di pregio prodotti in determinate annate, supponendo che siano arrivati al massimo della loro espressività e pienezza sensoriale: sarà il caso, per evitare plausibili sbagli, di prenderne alcune concomitanti. Ancora una volta potremo renderci conto che alcuni vini di annate recenti sono più pronti alla beva di altri lontani nel tempo e che le concezioni relative alla maturità fenolica andrebbero intensamente dibattute. Non parliamo poi degli annosi alterchi sui vini naturali.  E non vi è alcun dubbio che molti punteggi andrebbero rivisti e forse la nozione stessa di classifica. Ma nessuno potrà scriverci sopra o comunicare le recenti scoperte a chicchessia.

Ma non prendiamocela a male: in questo modo saranno evitate tediosissime discussioni sui social.

Il “vinese” e altre cose di questo tipo: le semplificazioni che banalizzano

Di Giotto – Giotto di Bondone, Stoltezza Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1170281

Il potere, secondo Foucault, è “la molteplicità dei rapporti, di forze immanenti al campo in cui si esercitano e costitutivi della loro organizzazione; il gioco che attraverso lotte e scontri incessanti, li trasforma, li rafforza, li inverte; gli appoggi che questi rapporti di forza trovano gli uni negli altri, in modo da formare una catena o un sistema, o, al contrario, le contraddizioni che li isolano gli uni dagli altri; le strategie, infine, in cui si realizzano i loro effetti, e il cui disegno generale o la cui cristallizzazione istituzionale prendono corpo negli apparati statali, nella formulazione della legge, nelle egemonie sociali1”.

Il linguaggio, e non soltanto la lingua intesa come struttura delle regole grammaticali, sintattiche ed espressive, è senza dubbio una pratica sociale che inerisce a tali rapporti di forza e, nel contempo, contribuisce a crearli. Così come ogni pratica sociale il linguaggio non è mai stabile, definito, cristallizzabile: assorbe, mutua, esclude, si allea, forma, distorce, semplifica, chiarifica, complica, inaridisce, fluttua, configge. Si potrebbe parlare a lungo delle parole introdotte da altre lingue (inglesismi, francesismi prima, germanismi…), di nuovi lemmi, di parole troncate per uso telematico, di discorsi che si specificano e di quelli che si ancorano non tanto per non perdersi, ma per conservare poteri economici, giudiziari e di tanto altro ancora.

Ogni tanto si legge, qua e là, qualche appello alla “democratizzazione” della lingua, contro gli “–ese” portatori di una insopportabile specificazione e complicazione della stessa: contro il “politichese”, il “sindacalese”, il “giornalese”, il “burocratese”, il “gastronomese”, il “vinese” e domani chissà. Ogni categoria sociale ed economica trova i suoi “–ese” contro cui discordare e contro cui rivendicare il diritto alla comprensibilità. Ma, in realtà, non è di costei che si parla.

Quando scorgo questi appelli, ad una sensazione di immediato fastidio, segue un’orticaria diffusa. Mi irritano molto e spiego il perché: prima di tutto il pulpito. Sarà perché ho maturato una sorta di diffidenza personale alle prediche che lastricano cattive strade, allo stesso modo quello che vedo è un potere costituito o costituente che rivendica a sé il diritto al miglioramento della vita altrui e della cognizione altrui: similmente al discorso del “buon senso”, perpetrato da una fetta ragguardevole delle compagini politiche tutt’ora dominanti, si cambiano gli addendi senza che di una nuova somma benefici alcuno. La semplificazione non è volta, in altro modo, ad agevolare la chiarezza, ma serve a fissare delle posizioni dominanti. Lontano da qualsiasi intento di democratizzazione di una lingua, l’appianamento dall’alto non è altro che l’anticamera dell’inaridimento e della banalizzazione dei concetti ad uso di nuovi e vecchi potentati. Dove la lingua accentua, al contrario, il suo valore di distinzione sociale, una lingua a cui non viene chiesta alcuna ammenda, è in tutti quei campi in cui piccole o grandi corporazioni non hanno alcune benché minima intenzione di cedere il passo. E a cui le controparti si genuflettono in doveroso ossequio.

Leggere, dunque, il linguaggio e i suoi discorsi all’interno delle pratiche sociali diffuse e intimamente politiche aiuta ad evirare alcuni equivoci di fondo: ogni campo di saperi, mai neutro o neutrale, costruisce nel tempo, non senza rotture, continuità, contaminazioni, conflitti… un proprio vocabolario, delle locuzioni specifiche, dei modi di dire, delle convenzioni, delle sintassi e via discorrendo. Tanto che si parli di medicina, di farmacologia, di fisica, di elettronica, di falegnameria, di arte, di vitivinicoltura, di gastronomia o di calcio. Quando un discorso è ampiamente strutturato e condiviso significa che esso è egemonico e che egemonico è il potere politico da cui dipende, da cui si struttura e che contribuisce a formare e organizzare. Quando si affacciano nuove parole, nuove sintassi, che sia il “rap” o il termine “naturale”, che ci possano piacere o meno, significa che dei gruppi sociali, produttivi o altro stanno cercando di affermare se stessi e che facendo questo cominciano ad infrangere dei codici comunicativi esistenti su cui altre compagini sociali hanno definito il loro ruolo di comando all’interno della società. Noi parliamo, pensiamo e agiamo, ci ridefiniamo, anche qui ci piaccia di più o di meno, attraverso queste strutture sociali: per dirla alla Roland Barthes “dire che esiste una cultura borghese è falso, perché tutta la nostra cultura è borghese (…) Dove risiede allora il lavoro della cultura su se stessa, dove le sue contraddizioni, dove la sua disgrazia? Per rispondere, dobbiamo, nonostante il paradosso epistemologico posto dall’oggetto, tentare una definizione, la più vaga possibile, beninteso: la cultura è un campo di dispersione. Di che cosa? Dei linguaggi. Nella nostra cultura, nella pace culturale, la Pax culturalis cui siamo soggetti, si svolge una implacabile guerra dei linguaggi: i nostri linguaggi si escludono reciprocamente; in una società divisa (dalle classi sociali, dal denaro, dall’estrazione scolastica), anche il linguaggio divide2”.

Il linguaggio divide perché la società, nel suo complesso, è divisa: per competenze, non necessariamente in modo verticale, e verticalmente per appartenenza sociale.

I linguaggi del vino e della degustazione, come ogni altro linguaggio, si formano all’interno di quei gruppi che, egemonicamente, mantengono i poteri regolativi, economici e comunicativi: la sommellerie, tanto per capirci. Ma non solo: una serie di nuovi linguaggi hanno fatto la loro irruzione attraverso nuove forme di comunicazione, come alcuni siti e blog collettivi o individuali. E poi, diversamente, la filosofia, la sociologia, la politica, l’ecologia, l’antropologia, l’economia finanziaria, l’economia produttiva, il costume. La partita si gioca lì dentro e non al di fuori: il consumatore finale disinteressato all’argomento è oggetto ad altre occupazioni, a cui rivolgerà adeguate e minimali attenzioni. La semplificazione del linguaggio volta a cogliere una sua più pronta attitudine all’apprezzamento del vino è assolutamente pretestuosa: il vero coinvolgimento porterà il novizio ad assumere uno o più linguaggi del vino, a discuterli, a confrontarli e, eventualmente, a respingerli, a modificarli, ad innovarli. E così il linguaggio, con la sua ricchezza, varietà, contraddittorietà, incompletezza torna ad essere prepotentemente una pratica sociale e politica.

Per concludere: storicamente ogni processo di emancipazione e di liberazione comincia dalla necessità di comprendere e di acquisire la più grande parte di ciò che la cultura, al momento dominante, detiene. Imparare a leggere e a fare di conto è parte non eludibile dei requisiti necessari per potersi confrontare. Ed è così ogni volta che entriamo in un novo mondo: impariamo a leggere e fare di conto.

1 M. Foucault, La volontà di sapere, Milano 1978, p. 82

2 Roland Barthes, La pace culturale, pubblicato sul “Times, Litterary Supplement” del 1971, in Il brusio della lingua, Einaudi, Torino 1988, pp. 99, 100

IL CIBO DEI RIBELLI. In onore di quelle donne e di quegli uomini che hanno combattuto per la giustizia e la libertà. Le nostre.

Carmen Bisighin, che ho avuto l’onore di conoscere, mamma del mio caro amico Riccardo, apre il corteo di Giustizia e Libertà a La Spezia

LA PASTASCIUTTA DEL 25 LUGLIO 1943

Nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo approva con 19 voti favorevoli, 7 contrari e 1 astenuto, l’ordine del giorno presentato da Dino Grandi che esautora Mussolini dalle funzioni di capo del governo. Poche ore dopo l’ormai ex duce è fatto arrestare e imprigionare dal re Vittorio Emanuele III. Non è la fine del fascismo, ma l’inizio di una nuova storia.

E’ una storia che parte dalla fine, quella dei sette Fratelli Cervi e di Quarto poligono Camurri. Dallo sparo unisono che alle 6,30 del 28 dicembre 1943 falciò al Poligono di Tiro di Reggio Emilia le vite di Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore insieme al compagno di lotta di Guastalla. (Istituto Alcide Cervi – Gattatico (RE)

Alcide Cervi racconta in “I miei sette figli” (Editori Riuniti, Roma 1989)

“[…] Prendiamo il formaggio dalla latteria, in conto del burro che Alcide Cervi si impegna a consegnare gratuitamente per un certo tempo quanto basta. La farina l’avevamo in casa, altri contadini l’hanno pure data, e sembrava che dicesse ‘mangiami’, ora che il fascismo e la tristizia erano andati a ramengo. Facciamo vari quintali di pastasciutta insieme alle altre famiglie. Le donne si mobilitano nelle case, intorno alle caldaie, c’è un grande animazione, e il bollire suonava come una sinfonia. Ho sentito tanti discorsi sulla fine del fascismo ma la più bella parlata è stata quella della pastasciutta in bollore. Guardavo i miei ragazzi che saltavano e baciavano le putele, e dicevo: ‘Beati loro, sono giovani e vivranno in democrazia, vedranno lo Stato del popolo. Io sono vecchio e per me questa è l’ultima domenica.’ Ma intanto la pastasciutta è cotta, e colmiamo i carri con i paioli. Per la strada i contadini salutano, tanti si accodano al carro, è il più bel funerale del fascismo. Un po’ di pastasciutta si perde per la strada per via delle buche, e i ragazzoli se la incollano sotto il naso e sui capelli. Arriviamo a Campegine tra braccia di popolo e scarichiamo la trattoria. Uno dice: ‘Mettiamoli tutti in fila, per la razione.’ Nando interviene: ‘Perché? Se uno passa due volte è segno che ha fame per due.’ E allora pastasciutta allo sbrago, finché va. Chi in piedi e chi seduto, il pranzo ha riempito la piazza grande […]”.

Testimonianza di Eletta Bigi nata nel 1925 a Campegine  

“Facevo la staffetta quando c’era bisogno, fra Campegine, Cavriago, Poviglio, Cadelbosco, sempre in bicicletta. Ho fatto tanti chilometri. Facevo quello che c’era bisogno di fare. Al primo giro Gelindo mi ha mandato a prendere una rivoltella dai recitanti, dai Sarzi. Va bene, io ci sono andata. Già prima della pastasciutta. Poi il 25 luglio era caduto il duce. I Cervi non avevano la radio, non avevano nemmeno la luce elettrica per farla andare. Ma la gente andava in giro, c’era tanto entusiasmo. Così Aldo è andato a Reggio Emilia, al suo ritorno Gelindo diceva: “Anche qua bisogna fare qualcosa”. Ha contattato il fornaio Amadeo Rapacchi di Case Cocconi che faceva anche la pasta. Abbiamo portato 170 chili da impastare: 100 chili hanno dato i Cervi dei “Campi Rossi”, 50 chili i Cervi del “Tagliavino” e 20 chili i Bigi di Vicolo Parigi. Rapacchi aveva le macchine per fare il pastaio. E poi era antifascista anche lui. La pasta veniva fuori dagli stampi, faceva i maccheroni. Che poi dovevano asciugare, però usava degli attrezzi per stendere e aveva i forni per asciugare. La pasta cruda è stata portata nei sacchi, sul carretto del latte, alla latteria di Caprara, per bollirla nelle caldaie e un po’ di pasta è stata portata anche alla latteria di Campegine. Sotto le caldaie con la legna si faceva il fuoco. E io c’ero a grattugiare il formaggio. La pasta cotta è stata messa nei bidoni del latte e condita con il burro e il formaggio. Ce li ha messi la latteria. Avevamo una biga con il cavallo guidato da Gelindo, così siamo andati in piazza. Sotto i platani, fra il Comune e il cimitero. C’era il sole. Quanta gente, era piena la piazza, perché la gente aveva fame. Usciva di casa con il piatto in mano. Non c’erano mica i piatti di plastica. E noi l’abbiamo distribuita dai bidoni sui piatti. Gelindo ha anche parlato con il maresciallo dei Carabinieri, diceva: “Facciamo niente di male, diamo solo da mangiare alla gente, la gente ha fame!” C’era il pozzo in piazza, la fontanella, abbiamo bevuto solo acqua, niente vino. E niente pane, niente dolce, la pasta e basta”.

Ingredienti

Piatto unico e senza pane, per saziare centinaia di persone ci vogliono circa 2 quintali di pasta, oppure 1 kg per 3 persone. Maccheroni di farina di grano tenero, senza uova, impastata con l’acqua.

Preparazione

Bollire per alcuni minuti e condire con burro e parmigiano-reggiano. Senza pomodoro, senza ragù. Da servire con acqua pubblica, dal pozzo o dal rubinetto

Fonte: in «Pollicino Gnus» numero 209 – ottobre 2012, Sapori sovversivi, pp. 8- 10 https://www.pollicinognus.it/pdf/2012/209-ott2012-monografico-Sapori%20Sovversivi.pdf

anarchici nella Resistenza (tratto da A- Rivista Anarchica)

8 SETTEMBRE 1943

La data dell’annuncio dell’armistizio con gli Alleati e della fine dell’alleanza militare con la Germania, ma anche la data della dissoluzione dell’esercito italiano e della cattura di centinaia di migliaia di militari, a causa della mancanza di precise disposizioni da parte dei Comandi militari. La data dei primi episodi di Resistenza contro i tedeschi (a Roma, a Cefalonia, a Corfù, in Corsica, nell’isola di Lero), ma anche la data della frettolosa fuga del Re e dei membri del governo Badoglio a Brindisi (senza un piano di emergenza e senza disposizioni ai militari). Resistenzaitaliana.it

Alla vigilia dell’annuncio dell’armistizio la parola ricorrente nei diari è «incubo»: “il risveglio, dopo una notte di incubi – annota Bruna Talluri, che di lì a poco prese posto nelle fila della cospirazione – non ha dissipato i miei timori e neppure la penosa incertezza del domani. Molti parlano di tradimento. Noi non abbiamo tradito nessuno, mentre siamo stati traditi dai fascisti prima e poi dai nazisti. Gli inglesi in Calabria; i Tedeschi nel Lazio e sul Po. Povera Italia, quali mortali ferite ti hanno inferto i banditi delle glorie imperiali! Io credo che le truppe alleate non abbiano nessun interesse a piantare le tende nelle regioni italiane, ma se questo dovesse avvenire si risveglierebbe in noi lo spirito, da troppo tempo assopito, delle tradizioni rivoluzionarie e avremo la forza di gridare: «Vai fuori d’Italia, vai fuori o straniero». Noi vogliamo la libertà dei popoli e l’associazione dei popoli liberi. Oggi dobbiamo combattere contro i nazisti, che sono i nostri veri nemici. Noi non abbiamo tradito nessuno, mentre siamo stati traditi dai fascisti prima e poi dai nazisti”. (Luigi Ganapini, Voci dalla guerra civile, Storie di italiani 1943-1945, il Mulino, Bologna 2012)

 Testimonianza di  Bruna Talluri  

Cena di guerra.

“Ti siedi a tavola (argomento volgare che dimostra ancora una volta come lo spirito non basta per vivere) e sogni ad occhi aperti con lo stomaco che gorgoglia una sfilata di pani appena tolti dal forno con un contorno altrettanto profumato di salamini e di bistecche, di polli ben crogiolati allo spiedo e di patatine croccanti … il sogno svanisce. L’uggia allo stomaco rimane. Togli una briciola alla tua razione di pane, frenando il desiderio di mangiartela tutta in un solo boccone. Questo è il primo atto. Il primo gesto istintivo. Poi arriva pomposamente in tavola la focaccia di foglie di cavolo e la fame, quella vera, fa sembrare eccellente un piatto che, in una situazione normale, avresti gentilmente rifiutato. Divori silenziosamente la tua razione di cavoli, lesinando il pane per timore che non ti basti e studi possibili riduzioni geometriche per calcolare il numero di bocconi che puoi ricavare con il pane che ti rimane […]. Arriva il “pezzetto” e pulisci, lucidandolo con cura il tuo piatto. La cena è finita nel giro di pochi minuti. Altra pausa piena di speranza in una qualunque sorpresa. Entrano in scena gli aranci. Cavoli e aranci. Prima li sbucci, magari con il coltello e con la forchetta, lasciando sul piatto le bucce, poi, quasi distrattamente, mangi anche le bucce perché hai fame.

La cena è finita.

Siamo lieti e soddisfatti di essere un popolo civile, che tira la cinghia con il sorriso sulle labbra per vincerei barbari nemici che mangiano cinque volte al giorno e si lavano con il sapone, mentre noi ci laviamo con il grasso di maiale. Non riusciamo a reggerci in piedi, ma vinceremo”. (Patrizia Gabrielli, Scenari di guerra, parole di donne, Bologna, Il Mulino, 2007)

Fonte: Lorena Carrara, Elisabetta Salvini, Partigiani a tavola. Storie di cibo resistente e ricette di libertà, Lupetti Editore, Bollogna – Milano 2015

LA GUERRA PARTIGIANA

Beppe Fenoglio

“Eppure aveva dormito magnificamente nel fienile sotto lo spartiacque. Si era addormentato di colpo, aveva fatto appena in tempo a finir di seppellirsi sotto il fieno, con appena un piccolo tunnel scavato davanti alla bocca. La pioggia crosciava sul tetto buono del fienile, violentissima e dolce. Un sonno di piombo, senza sogni, senza incubi, senza la minima interferenza della difficile, terribile cosa da fare l’indomani. L’aveva poi svegliato un canto di gallo, l’uggiolio di un cane a valle e il silenzio della pioggia. Subito era sgusciato via da sotto il monticello di fieno. Sobbalzando sul sedere si era trasportato sul bordo del fienile ed era rimasto con le gambe penzoloni nel vuoto. Lì lo possedette la piena coscienza di sé, di Fulvia, di Giorgio e della guerra. Allora tremò, di un tremito unico ed interminabile che andò a trovargli fin i talloni, e pregò che la notte resistesse al giorno un po’ meglio di quel che facesse. Quand’ecco uscire dalla casa il contadino e sfangare verso la stalla, ancora fantomatico nella luce che cresceva a fiotti grigi. Milton stava strusciandosi il mento e il fruscio quasi metallico della barba lunga e rada si diffondeva per metri all’intorno. Infatti il contadino guardò su e restò secco. – Hai passato la notte lassù? Be’, meglio così. Non è successo niente ed io ho potuto dormire. Se ti avessi saputo sotto il mio tetto, non avrei chiuso occhio. Ma ora scendi –. Milton saltò a piedi uniti nell’aia, atterrando con un gran botto e un ampio spruzzo di fango. Restò piantato dov’era piombato, a testa china, tastandosi il cinturone. – Avrai fame, – disse il contadino, – ma io non ho proprio da darti da mangiare. Di una pagnotta mi potrei privare… – No, grazie. – O vuoi un bicchiere di grappa? Fossi matto. Il pane aveva sbagliato a rifiutarlo, ora si sentiva vuoto e inconsistente, quasi senza baricentro nei tratti più ripidi della calata, e si disse che gli conveniva fermarsi a chieder pane in qualche casa isolata prima di arrivare in vista di Canelli”. (Beppe Fenoglio, Una questione privata, Einaudi, Torino 1990)

“A un capo del paese un ribelle stava quartando un vitello per il rancio. Johnny si letificò animalmente, sentendosi una fame vorace, as new for a new dimensioned man. Nell’aria solatia e cristallina le carni aperte apparivano brillantate: il macellaio, incredibilmente insanguinato e furiosamente contratto in quella inesperta fatica di pura memoria visiva, si volse al loro passaggio con un fastidio non dissimulato, Era un contadino, giovane, balzato i primi giorni nei partigiani, come in una allegra e feroce rivolta al suo destino di servitù alla terra: leonino e di fronte angustissima, negli occhi glaciali un’unica scintilla soltanto nell’effusione della ferocia. Parve risentire estremamente il goalless, wallking passaggio dei due partigiani, uno dei quali nuovo e d’aspetto inequivocabilmente cittadino, passanti a bocca torta davanti alla sua all-serving fatica”. (Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi, Torino 1994)

Avevo sei anni!

Testimonianza di Marisa Zanetti in Donne della Resistenza : testimonianze di staffette partigiane della pianura bolognese / [a cura di Graziano Zappi “Mirco”], Comitato Antifascista Il Casone Partigiano in Partigiani a tavola, cit.

“Eravamo tutti in cucina. […] A un certo momento, mentre guardavo fuori, mi resi conto, tutto ad un tratto, che eravamo circondati da mezzi cingolati, da autoblindo […]. Faccio appena in tempo a dire: “Marcello corri, corri che ci sono i tedeschi” e lui corre su per la scala di legno e va a nascondersi. Con due calci contro la porta entrano due fascisti che avevano non so se un mitra o un fucile. Dietro di loro c’era un ufficiale tedesco con quattro o cinque tedeschi. Uno dei fascisti grida: “Marcello Zanetti”. Mio padre si alza: e sta per rispondere quando il graduato tedesco dice: “No, non voi, la bimba, la bimba”. Allora io scendo dalla sedia e mi metto a sedere sulla rola (era un ripiano dove ci si sedeva per cuocere della carne e per scaldarsi meglio) del camino con il fuoco acceso. L’ufficiale mi viene vicino e molto educatamente mi chiede: “Ti piace il cioccolato?”. “Certo che mi piace rispondo”. Lui mette un pezzo di cioccolato sulla rola di fianco a me e poi mi dice: “Guarda io sono un amico di Marcello e avrei bisogno di parlargli ma non riesco a trovarlo, tu sai dov’è?” Io dico: “Sì, è a lavorare”. “A lavorare dove?” “In stazione di ferrovia, a quest’ora è a lavorare”. “Guarda che io in stazione ci sono andato e non l’ho trovato”. Allora io ho fatto un’esclamazione. Mi pare di ricordare di essere stata quasi un’attrice in quel momento: “Ahhh” Poi ho allungato una mano, un po’ timidamente, verso la manica del suo cappotto e ho detto: “Allora sa una cosa? A Marcello piacciono molto le signorine. Vedrà che è andato a cercare una signorina”. Detto questo, il tedesco mi allungò il cioccolato, mi mise una mano sulla testa, mi scompigliò i capelli. E poi diede quattro cinque ordine secchi, ed uscirono tutti quanti. Avevo sei anni”.