Est Est Est di Montefiascone tra storia e leggenda

Marcolfa interpretata da Annabella Schiavone in Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno Di Gawain78 – catturato personalmente dall’autore., Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=3293217

La letteratura di cui siamo in possesso non è mai stata unanime sui vini di Montefiascone: così come giungono encomi e lodi da un passato alquanto lontano, vi sono numerosi rimandi di minor stima.

Si parla, nelle raccolte statutarie del 1471, principalmente di due vitigni che rimandano a due vini, in un epoca in cui le classificazioni e i richiami sono alquanto generici: il moscatello ed il guarnaccino («pro genere vitaminum Muscatelli, guarnaccini, et alicuius alterius generis). E ancora, verso la fine del Cinquecento, in un rimedio montefiasconese per avere figli compare, tra gli ingredienti necessari, un fiasco de malvascia overo guarnaccia.» [1] I vini, in tutte le testimonianze scritte, sono dolci: «Nel 1506, a papa Giulio II che transitava per Montefiascone, erano stati offerti, ad esempio, vini locali, praebuit huic celeber mons dulcia vina Faliscus.» [2] Così come Leandro Alberti, qualche anno dopo, a conferma della rinomanza del vino moscatello, scrive che «Oltre alla detta selva scorgesi sopra l’alto colle Monte [70v] Fiascone, tante altre volte da i Tedeschi nominato, et desiderato per li soavi, et dolci vini moscateli bianchi, et vermigli. (…) Ha Monte Fiascone molto ameno, et bello territorio, ch’è di fruttiferi colli ornato. Da i quali traggono buoni, et soavi vini moscatelli (come è detto) con fichi, pomi, et altri simili frutti.» [3]

Alcuni elogi misurati provengono da visitatori stranieri di rango, perlopiù originari della terre germaniche, come quelli del diarista del duca di Württemberg (1599) il cui racconto narra dell’ubriacatura della comitiva con «il più gradevole vino moscatello trovato durante tutto il viaggio.» Il diarista del Langravio d’Assia riferisce la storia altrettanto dettagliatamente, ma avverte alla fine che “questo vino per la sua dolcezza gonfia il corpo per cui non se ne può bere molto”.» [4]

Si passa poi alle vere e proprie stroncature: «Di poi a Montefiascone, dove non è buon vino, anco che habbi il nome, ma si fornisce da quei luoghi circonvicini, cioè da Bolsena, Marta et Bagnorea. (…) Il vino moscatello viene all’alma Roma da più province, e per mare e per terra, ma il meglio è quello che viene dalla Riviera di Genova da una villa nomata Taglia, e quelli non hanno el cotto, come quelli di Sicilia e Montefiascone. A voler conoscere la loro perfetta bontà, bisogna non sia di colore acceso, ma di colore dorato, non fumoso et troppo dolce, ma ambile et habbia del cotognino et non sia agrestino Di tal bevanda non voleva bere S.S. per conto alcuno; e diceva essere fastidioso bere e li havrìa generato flemma assai. Tali vini sono da hosti, per coloro che volentieri corrono alla foglietta et per imbriaconi per scaldarsi. Ne provava alcuna volta S.S. quando si trovava a Montefiascone per dare honore et condizione al luogo.» [5]

E, infine, Goethe che sosta a Montefiascone (il 5 o 6 maggio 1740), «per visitare la chiesa di S. Flaviano “celebre per quel sepolcro che rinchiude le ceneri d’un forastiere, il quale, per aver inghiottito troppo vino di moscatello, cadde ammalato e morì […]”. Dice ancora che “tutto il cippo sepolcrale è talmente cancellato, che per cavarne qualche cosa ci vogliono occhi di lince” e infine esprime il suo parere, evidentemente di conoscitore, sulla qualità del famoso vino che “non è cattivo, ma non di tal eccellenza che possa verificare la suddetta tradizione. Il suo colore alquanto giallastro, il gusto agrodolce; basta, è una specie di moscatello, focoso, pizzicante ed olioso, e perciò di poca durata e difficile per essere inviato in altri paesi forastieri”.» (6)

La leggenda.

Vi sono due elementi, in questo breve resoconto, che rimandano alla leggenda che avvolge la storia del vino EST EST EST di Montefiascone:il riferimento alle “nominazioni” tedesche del vino di cui ci dà ragguaglio Leandro Alberti nel 1550 e le successive memorie dei viaggiatori che, riconoscenti delle precedenti narrazioni, quando giungono a Montefiascone, si immergono nel suo vino. La miglior trattazione della leggenda dell’EST EST EST di Montefiascone è quella di Claus Riessner, che ci rende edotti sulla prima trascrizione (1556-59) della suddetta ad opera di «Lorenz Schrader, originario di Halberstadt vicino a Magdeburgo vede in Montefìascone non soltanto un luogo d’antica tradizione e di bella posizione (quondam Faliscorum caput, situm arduo loco) ma osserva anche con interesse altre cose: nobile vino Muscatelli, lino et aljis fructibus quam plurimis. Concludendo la sua breve descrizione con un paio di citazioni d’autori antichi, soggiunge: Venit hic notanda historia de quodam praelato, qui nimia vini ingurgitatione in monte Faliscorum mortuus est. Nam habebat pro more dum iter faceret, ut sempre famulum praemitteret, qui de hospitijs quaereret, quae melioribus vinis essent intstructa, ne forsitan in illla re falleretur. Adveniens igitur ex famulo quaesivit Episcopus, an esset bonum vinum. Famulus ut bonitatem vini eo magis exprianeret, respondit: Est Est et vocem duplicavit. Mortuo itaque Episcopo famulus tale posuit Epitaphium. Propter est est, Dominus meus mortuus est…”

Abbiamo voluto riportare integralmente questo racconto, non soltanto perché troviamo qui la prima testimonianza stampata della nostra storiella, ma anche perché in essa appaiono già molti elementi essenziali rimasti vivi fino ai giorni nostri. D’altra parte possiamo constatare che vi mancano alcuni dettagli tramandati da versioni posteriori, cioè in primo luogo l’affermazione che il prelato o il vescovo sarebbe stato un tedesco; inoltre si dice chiaramente che lo scritto “Est” è stato solamente raddoppiato non triplicato, come più tardi si racconterà; inoltre manca soprattutto l’accenno al testamento del prelato culminante nel desiderio di versare ogni anno una certa quantità del vino pregiato sulla sua tomba, senza precisare peraltro che questa si trova nella chiesa di S. Flaviano.» [7]

Insomma, nella prima versione della leggenda, il servitore del prelato, viene preposto a scoprire i luoghi dove si serve il miglior vino. Una volta trovati, li annuncia duplicando la voce: “Est Est et vocem duplicavit.” Nelle versioni più tarde della leggenda il prelato è di nazionalità germanica, la parola “Est” (Est bonum!) viene triplicata e segnata sulle locande. Compare anche, come racconta Riessner, il testamento del vescovo.

Ma veniamo, con il suo autore, alla conclusione della ricerca: «A giudicare dalle testimonianze raccolte, la leggenda dell’Est, Est, Est comincia a diffondersi nella seconda metà del secolo XVI, dopo essersi formata intorno ad un nucleo primitivo costituito da un fatto veramente accaduto in passato, cioè la morte di un prelato (probabilmente di provenienza tedesca o, come noi riteniamo, olandese) in seguito ad un’abbondante bevuta di vino moscatello. [Nello stesso tempo o poco più tardi si racconta che questo crapulone aveva l’abitudine di mandare avanti un servo il cui compito era di indicargli con lo scritto “Est” il luogo del migliore vino, trovandone poi a Montefiascone uno di qualità insuperabile. Gli altri elementi della leggenda, il testamento del prelato e la disposizione di versare una certa quantità di vino sulla tomba, b u e aggiunti dopo, e dalle loro varianti risulta che l’episodio fu tramandato innanzi tutto a voce da molte persone diverse. La sua origine risale sicuramente ad un’epoca anteriore alle prime testimonianze scritte, anche se la supposizione che si tratti di un personaggio vissuto nel periodo dell’imperatore Enrico V all’inizio del secolo XII è per noi soltanto un’ipotesi fra altre.» [8]

Sembra che questa leggenda, poi, da quanto scrive Franz Karl Prassl, rispondendo al lungo articolo sulla “Bibliografia della Leggenda dell’Est! Est!! Est!!!”non sia esclusiva di Montefiascone, ma anche di altre parti d’Europa: «Esiste una legenda parallela anche in Slovenia (la parte della Styria australe)

Un nobile francese (o un generale) ha inviato un legato a degustare vini buoni presso la „Štaierska“, la parte slovena della Stiria storica (Maribor, Celja, Ptuj ecc.), fin al 1920 parte dell‘ Austria, da oggi Slovenia. Quando il legato ha trovato un vino buono, scrive: „è buono“ in francese (C’est bon). Quando ha trovato un vino buonissimo, ha scritto tre volte „è buono“ e questo vino è chiamato oggi Šipon (pronuncia scipon) – una uva autochtona dalla „Štaierska“.» [9]

La leggenda si sposta un po’ più a nord, a Poggibonsi.

La storia è nota, la leggenda un po’ meno: Bertoldo e Bertoldino. Dopo un po’ arriva anche Cacasenno: « Fenomeno fisiologico e non soltanto psicologico, il riso scaturisce da sorpresa e sensazione dell’inatteso, da travestimento, da gesti e mimiche grottesche, da motti di spirito, da beffa, da astuzia, da atto sconveniente di altri. Antropologia e psicologia ci prestano gli strumenti più adatti per una lettura nuova sia del Bertoldo che del Bertoldino, due opere situate nel territorio della belle “matière fecale” – come scriveva un maestro del riso “grasso” e liberatorio, Rabelais – che devono essere esaminate soprattutto in chiave comico-fisiologica. Infatti, qui de terra est, de terra loquitur, e il buffone che conosce d’istinto le sorgenti del riso, sguazza nella trivialità e nello scatologico come un bambino non ancora diventato adulto: partendo dal basso, dalle feci e dall’urina, coinvolge nella risata potenti e gentiluomini.

Così Dolcibene, il Gonnella, Stecchi, Martellino, il Mattello, lo Scocola, così tutti gli innumerevoli milites de curia, i quali conoscevano il segreto elementare di far ridere, la chiave fisiologica adatta a disserrare la bocca e la borsa dei detentori del potere, sommovendo i visceri e scompaginando l’equilibrio degli umori.» [10]

Cacasenno, figlio di e nipote di Bertoldo si aggiunge ai primi due racconti di Giulio Cesare Croce ad opera di Adriano Banchieri e viene pubblicata per la prima volta nel 1620. La fama esplosiva dei racconti trova compimento in alcune celebri opere, trasposta in operetta musicata dal Goldoni (prima rappresentazione nel 1749 a Venezia) e in pellicola, nel 1936, da Giorgio Simonelli, nel 1954, da Mario Amendola e Ruggero Maccari e, in ultimo, nel 1984, da Mario Monicelli.

Vi è un dialogo, nella “Novella semplice di Cacasenno”, che riprende la leggenda del vino Est Est Est, ma che lo porta un po’ più in su e precisamente a Poggibonsi. La protagonista è la saggia Marcolfa che lascia meravigliati il Re e la Regina per la sua eloquenza: « né la giudicarno Donna montanara, ma sì bene abitatrice della montagna, la quale ben dava saggio che fu moglie dell’astuto Bertoldo, tanto celebre al mondo.» [11] Quella povera Marcolfa che, nell’operetta di Goldoni, cambia nome in Menghina: « Io ho concepito il desiderio di porre in teatro tutta la famiglia delli Bertoldi, onde ho con essi introdotta la Menghina, moglie di Bertoldino, avendo lasciata in pace la veneranda Marcolfa, perché niuna delle signore donne averebbe avuto piacere di avere un sì fatto nome, e di far la parte della nonna di Cacasenno.» [12]

Ebbene, ora la leggenda:

« Marcolfa. Perché il nostro felice paese di montagna ricerca vestimenti rozzi, pane mesturato e bere acqua continuamente, li cui cibi e vestiti conferiscono grandemente alla sanità.

Re. Quello che si contenta gode; potendo mangiare buon pane e bever buon vino, mi pare gran semplicità il cibarsi di mestura ed acqua.

Marcolfa. Tra l’altre male cose, il bever vino a quelli che non sono avvezzi si è la peggiore per la sanità, sì come sortisce agli avvezzi bevendone di soverchio; ed in tal proposito, se alle Maestà loro non porto tedio, voglio narrargli una favola raccontatami da mio marito in proposito di chi beve soverchio.

Re. Eccoci attenti per ascoltarvi, ditela pure.

Marcolfa. Un Gentiluomo principale Todesco, volendosi partire dalla patria per trasferirsi a vedere la meravigliosa Città di Roma, ed insiememente scorrere il delizioso Regno di Napoli, si pose in cammino con un Servitore suo fidato e pratico di tali paesi; e giunti che furono a Bologna, ordinò pertanto il gentiluomo al Servo che andasse avanti, e in tutte le Città, Castelli, Ville e Borghi che sono per la strada maestra, ed in tutte le Osterie si fermasse, e gustasse se ivi era buon vino; e quando l’aveva gustato ivi si fermasse o ponesse sopra la porta dell’Osteria una lettera maiuscola in lingua latina, che dicesse EST, cioè: Quivi è buon vino. Il Servo obedì; e mentre il Gentiluomo trovava un’Osteria, né vi vedeva la maiuscola EST, diceva tra sé: Nitte, ed andava avanti; e quando trovava la maiuscola EST, ivi si fermava un giorno, sì per veder quel luogo, sì anco per gustare così buona bevanda. Così camminando verso Roma, giunse il Servo a una Terra del Serenissimo Gran Duca di Toscana, situata a mezza strada tra Firenze e Siena, nominata Poggibonsi (che fu patria del famosissimo Cecco Bembo) e fermatosi all’Osteria delle Chiavi, trovò ivi tre variate sorti di vini esquisiti, Vernaccia, Moscatello e Trebbiano. A questa trovata fece il Servo un Epitaffio, replicando tre volte la maiuscola così EST, EST, EST. Giunto il padrone, e gustati tali Vini, concluse ivi trattenersi tre giorni, né saziandosi di berne, tanto vi soverchiò, che fu miserabilmente assalito da un improviso soffocamento, dove in poche ore se ne morì. Il Servitore mal contento, ritornatosene al suo paese con così trista novella, a tutti li parenti ed amici che li dimandavano del suo Padrone, loro rispondeva con questi due versi latini:
Propter EST, EST, EST, Dominus meus mortuus est
Sì che applicando dico, che il vino per lo più genera infiniti disordini, onde ne derivano diverse infermità, ed a noi là su in montagna non gusta, ma più ne piace quelle nostre acque freschissime, lucide come specchi e chiare come cristallo, che in dolce mormorio scaturiscono da certe pendici in concave fontane, le quali acque si rendono non solo delicate al gusto, ma ne liberano dalle indigestioni.» [13]

Sessanta anni dopo il primo resoconto di Lorenz Schrader, la leggenda si disloca nella terra del Gran Duca di Toscana, in una città situata a mezza strada tra Firenze e Siena, nominata Poggibonsi, patria famosissima dell’inverosimile Cecco Bembo. Lì il servitore, fermatosi nella famosa Osteria delle Chiavi, scopre tre vini squisiti: Vernaccia, Moscatello e Trebbiano. L’“EST” viene dedicato ad ogni singolo vino e il famoso epitaffio viene ripetuto per ben tre volte con la “maiuscola”.

NOTE

[1] Cfr. ASCM, Statuti Veteris, 1471, libro I, “De vendemijs quod elapsis quindecim diebus mensis septembris fieri debeat Consilium super ipsis – Cap. 56” e Guarnazinum: vernaccia, vino; così PIETRO SELLA nel suo citato Glossario, citatai in Giancarlo Breccola, Montefiascone e il suo vino, Comune di Montefiascome Assessorato al Turismo, pag. 11, 12 in http://breccola.jimdo.com/pubblicazioni/
Cfr. http://acciarino.com/bibliografia-della-leggenda-dellest-est-est/

[2] Giancarlo Breccola cit. pag 12

[3] Leandro Alberti, “Descrittione di tutta l’Italia, et isole pertinenti ad essa. Di fra Leandro Alberti bolognese. Nella quale si contiene il sito di essa,l’origine, & le signorie delle citta, & de’ castelli; co’ nomi antichi, & moderni; i costumi de popoli, & le conditioni de paesi”; Stampatore: Paolo Ugolino; Venezia 1596 (prima edizione del 1550), pp. 123, 124 1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 10 giugno 2007 in http://www.liberliber.it/mediateca/libri/a/alberti_leandro/descrittione_di_tutta_l_italia/pdf/descri_p.pdf

[4] Claus Riessner, Sulle orme di Goethe nella Tuscia vista da viaggiatori tedeschi fra Sei e Settecento.

[5] Sante Lancerio, I vini d’Italia giudicati da papa Paolo III (Farnese) e dal suo bottigliere Sante Lancerio. Operetta tratta dal manoscritto della biblioteca di Ferrara e per la prima volta pubblicata da Giuseppe Ferraro, Eredi del Barbagrigia, Tip. Fratelli Capaccini, Roma 1890, pag. 16 e pp. 36, 37.

[6] Claus Riessner, cit. pp. 12, 13

[7] C. Riessner, Viaggiatori tedeschi a Montefiascone e l’origine della leggenda dell’Est, Est, Est, Biblioteca e società. Quaderni della rivista del consorzio per la gestione delle Biblioteche: Comunale degli Ardenti e Provinciale Anselmo Anselmi di Viterbo 7, 1982, pag. 4

[8] Ivi, pag. 12

[9] http://acciarino.com/bibliografia-della-leggenda-dellest-est-est/, cit.

[10] Piero Camporesi, Introduzione a Giulio Cesare Croce, Le astuzie di Bertoldo e le semplicità di Bertoldino, Garzanti, Milano 1993, pag. 8

[11] A. Banchieri, Novella di Cacasenno figlio del semplice Bertoldino Divisa in discorsi e ragionamenti Opera onesta e di piacevole trattenimento, copiosa di motti, sentenze, proverbi ed argute risposte, aggiunta al Bertoldino di G. C. Croce da Camillo Scaligeri dalla Fratta [Adriano Banchieri], p. 92.

[12] Carlo Goldoni, Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, Dramma Comico per Musica, Libretto n. 21 dell’Edizione completa dei testi per musica di Carlo Goldoni, realizzati da www.librettidopera.it. Trascrizione e progetto grafico a cura di Dario Zanotti, pag. 4

[13] A. Banchieri, Novella di Cacasenno, cit. pp. 202, 203

La piantata padana nelle terre emiliano-romagnole del 1500

Di unknown master – book scan, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5024237

Il sistema poderale, diversificato quanto a dimensioni aziendali, ma sempre proporzionato alla famiglia colonica e alla forza di tiro animale, presuppone la coltura promiscua e l’autosufficienza alimentare del contadino grazie ad una grande varietà di prodotti: tra questi primeggiano il frumento e il vino. La coltivazione della vite avviene maritandola ad un sostegno vivo, in genere all’olmo, all’acero campestre, al salice o al pioppo disposto in filari ai bordi del campo: «Su di un terreno che un’iniziativa collettiva o pubblica ha già dissodato,(…) più facilmente anche il singolo colono potrà procedere, ormai, non solo alle normali colture erbacee, ma all’impianto di quelle colture arboree ed arbustive, la cui estensione diverrà uno dei tratti caratteristici del paesaggio agrario italiano nell’età dei Comuni; e sulle terre di un antico acquitrino, del pari, che un’abbazia cistercense ha prosciugato, e che la pubblica iniziativa di un vescovo o di un Comune ha solcato di una rete di duagli – di fossi collettori consorziali – anche il singolo proprietario potrà ormai procedere alla sistemazione idraulica del suo fondo, senza dover temere che, alla prima pioggia, le sue scoline e i suoi fossati trabocchino per mancanza di sfogo [1].» Il trionfo della piantata all’interno del paesaggio agrario emiliano coincide, oltre che con l’affermazione del podere quale struttura produttiva caratteristica, anche con l’individualismo agrario con il superamento delle pratiche solidaristiche proprie dei campi aperti e con il prevalere lento, ma costante, dell’economia del pane e del vino su quella dell’allevamento ovino e bovino [2]. La densità delle alberature e la larghezza assegnata al campo dalle tradizioni locali sono variabili, ma su ogni ettaro di superficie agraria utilizzata possiamo incontrare da 90 a 180 piante.

Il campo arativo-arborato e vitato è dunque il modello organizzativo di un sistema agrario a coltura promiscua ma intensiva, capace di esprimere il massimo di efficienza dal punto di vista energetico. Ai bordi del campo si allineano in bell’ordine centinaia di alberi e viti. Sotto i filari si stendono spazi erbosi (strenerivali) che servono da sgrondo delle acque piovane verso gli immancabili fossi di scolo. Anche la loro modesta produzione foraggiera viene utilizzata. La produzione legnosa della piantata non è trascurabile, collocandosi tra il 5 e il 10 per cento della produzione lorda vendibile. Essa serve per i bisogni energetici sia della famiglia contadina, sia del padrone in città. Tutta la letteratura agronomica, dal ‘500 in avanti, detta infatti norme e precetti per una buona dotazione arborea del podere e per l’annessa coltura viticola. Nella pianura romagnola, secondo rilevazioni catastali disponibili, si può ipotizzare che quasi due terzi delle terre arabili siano state sistemate, tra XV e XVII secolo, con la piantata di alberi e viti in filari. Stesso andamento si può ipotizzare per l’alta e media pianura bolognese, modenese e reggiana. Il discorso non muta se ci avviciniamo alle terre racchiuse dai rami deltizi del Po del ferrarese e del Polesine di Rovigo. Nel 1576 nel Polesinedi S. Giorgio, la parte meglio sistemata dell’agro ferrarese, i terreni abbragliati con la piantata sono 21.783,7 ettari, pari al 69,8% delle superfici accatastate, le quali non comprendono però i terreni vallivi e i pascoli. Gli arativi nudi coprono invece solo meno dell’11% del totale. L’espansione della piantata padana, ottenuta imponendo ai mezzadri e ai coltivatori, attraverso i patti colonici, una ingente massa di lavoro, diviene una delle strade principali di valorizzazione del capitale fondiario: «Ciò che più caratterizza la diffusione della piantata padana nel Cinquecento è la maturazione delle pratiche di sistemazione idraulica del suolo, che, raggiungendo una nuova compiutezza tecnica, diventano di tipo permanente ed intensivo, e conferiscono alle campagne un aspetto ordinato, scandito da campi regolari, delimitati da viottoli, cavedagne, scoline, e fossati, le cui rive sono ora sempre più spesso fiancheggiate da filari di vite [3]

L’investimento del proprietario urbano per dotare il podere di abitazioni per la famiglia contadina e per gli animali da lavoro verrà abbondantemente ripagato con il forte incremento di valore del campo arborato e vitato rispetto alle altre forme di uso del suolo. Si può dunque concludere che l’avanzata dei coltivatori nel cuore delle terre inselvatichite e delle residue foreste padane avviene dal XVI secolo in avanti ricollocando con ordine ai bordi dei seminativi quegli alberi che erano stati estirpati qualche anno o qualche secolo prima. Facendo questo l’agricoltore compie anche una selezione rigorosa ed economicamente funzionale delle specie arboree: alberi dolci (salice, pioppo) per asciugare terreni umidi e fornire pali, fascine, vimini; alberi da foraggio che contemporaneamente fungono da sostegno vivo per la vite (olmo, acero campestre, frassino); alberi da reddito per la produzione di foglia e per l’allevamento dei bachi da seta (gelso); alberi da olio, come il noce, valido sostituto dell’ulivo in tutta la bassa padana, col cui legname si facevano mobili e arredi; alberi forti e da cima per fare travi e legname da opera, come la farnia [4], alberi da frutto, ecc.

Intorno al 1500 il paesaggio rurale cambia.

I vantaggi che comporta la piantata sono molteplici, tanto che si possono sviluppare contemporaneamente diverse colture: la vite, i seminativi al suolo e il foraggio. Visto il clima delle zone padane, non certamente il più adatto alla produzione vitivinicola, le viti mantenute in alto dagli alberi permettono ai grappoli la massima insolazione che favorisce la maturazione, ed il minimo di umidità, che impedisce i pericoli delle muffe. Gli ‘alberi tutori’ sono prevalentemente l’olmo, l’acero campestre (quello che i contadini chiamano ancora opi) e in alcuni casi sono impiegati anche pioppi e gelsi. Le foglie di queste piante, raccolte quando erano ancora verdi, costituiscono una ottima integrazione alimentare invernale per i bovini. Gli alberi sono piantati in filari distanti alcuni metri tra loro e altrettanti dal filare vicino: nel sistema reggiano la norma è una distanza di 6 metri, mentre nel mantovano i filari distano fino a 30 metri [6].Leandro Alberti [5] assicura nella sua «Descrittione di tutta Italia» che, «scendendo alla via Emilia e camminando per mezzo dell’amena e bella campagna questa appare ornata di vaghi ordini di alberi dalle viti accompagnate». Per tutta la pianura emiliana, racconta sempre Alberti «si veggono artificiosi ordini di alberi sopra i quali sono le viti, che da ogni lato pendono.» E’ la piantata padana; questa la disposizione degli alberi a tutela della vite, che secondo alcuni è già presente nel Medioevo, e che è quasi sopravvissuta fino ai giorni nostri.

Una descrizione esaustiva e compiaciuta, a ragione, della piantata ci giunge a metà del Seicento dal Tanara: «fili d’arbore, o piante che sostentano le viti: con questi non s’occupa o impedisce parte alcuna di terreno che non si possi lavorare e cavarne frutto; anzi dallo stesso lavorare che per altrui si fa, la vite ne viene coltivata senza spesa, e quasi perpetui (gli alberi) mantengono e sostentano la vite, e col mezzo di questi le allunghi e dilati tanto, che rende più un filo di questi arbori, o due (alla bolognese) nella piantata bene aiutata che non fa una vigna, porgono ancora dilettazione alla vista e servono di comodità di separare un campo dall’altro… [7]

NOTE

[1]      Emilio Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, Edizioni Laterza, Roma – Bari 1997, pp. 125, 126 (edizione originale 1961)

[2]      Cfr. Marco Cattini, Individualismo agrario, viticoltura e mercato del vino in Il vino nell’economia e nella società italiana,Quaderno RSA 1 AA.VV. Convegno di Studi Greve in Chianti, 21-24 maggio 1987 Firenze, 1988 pp. 203 – 220

[3]      Francesca Finotto, Vaghi ordini di alberi dalle viti accompagnati: la piantata padana, in Quaderni della Ri-Vista, ricerche per la progettazione del paesaggio anno 2007 – numero 4 – volume 1 – gennaio-aprile, pag. 178 in http://www.unifi.it/ri-vista/quaderni/…/quaderno…/14_FINOTTO_Piantata_padana_completo.pdf – Simili

[4]      Quercia

[5]      Leandro Alberti (1479-1552) Storico bolognese. Nella prima giovinezza attrasse l’attenzione del Retorico Giovanni Garzo, che volontariamente si offrì come suo insegnante. Entrò nell’ordine domenicano nel 1493 e dopo aver completato i suoi studi teologici e filosofici fu chiamato a Roma dal suo amico il Maestro Generale Francesco Silvestro Ferraris nel 1528. Nel 1517 pubblicò in sei libri un trattato sugli uomini più illustri del suo ordine, tradotto in molte lingue. Oltre a numerose Vite di Santi, e una storia sulla Madonna di San Luca e sul Monastero che ne porta il nome, pubblicò una cronaca sulla sua città natale: Istoria di Bologna. La fama di Leandro Alberti resta però legata alla sua ‘Descrittione di tutta Italia’, del 1550, in cui si trovano numerose osservazioni topografiche ed archeologiche. Da http://www.sassiweb.it/matera/la-citta-di-matera/introduzione/materani-illustri/biografie-personaggi-illustri/bioalberti/

[6]      Franco Cazzola, Terre senza foreste: zone umide, pinete costiere e piantate di alberi nell’economia agraria della bassa valle del Po (secoli XV-XVIII), in L’uomo e la foresta, sec. XIII-XVIII,«Atti della ventisettesima settimana di studi» (Prato, 8-13 maggio 1995) dell’Istituto internazionale di storia economica ‘F. Datini’ di Prato, a cura di S. Cavaciocchi, Le Monnier, Firenze 1996, pp. 971-988. Id., Disboscamento e riforestazione ‘ordinata’ nella pianura del Po: la piantata di alberi nell’economia agraria padana, secoli XV-XIX, in «Storia Urbana», anno XX, n. 76-77, luglio-dicembre 1996, pp. 35-64.

[7]      Vincenzo Tanara, L’economia del cittadino in villa del sig. Vincenzo Tanara. Libri VII. Quarta impressione, riveduta, & accresciuta in molti luoghi, con l’aggiunta delle qualità del cacciatore, Bologna 1656 (prima edizione Venezia 1644) citato in Marco Catini, cit. pag 205