Didattica a distanza e studenti. Annotazioni di un genitore spaesato

Di FOTO:FORTEPAN / Lencse Zoltán, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=50626568

Ho assistito in questi mesi alla retorica della presenza e mi è mancata un po’ la retorica dell’assenza. Cercherò di riequilibrare le parti a patto di considerare come essenziali queste quattro premesse.

La prima: non si tratta in alcun modo di un’indagine statistica/sociologica/antropologica, ma di un semplice chiacchiericcio con amici e amiche di mio figlio sedicenne e di qualche incursione al di là della porta.

La seconda: è prettamente di classe, non in senso scolastico, ma di appartenenza sociale. È assolutamente evidente, almeno per me, che in mancanza di strumenti abilitanti (computer o tablet decenti, connessioni stabili…) la questione sia mal posta. Le condizioni di accesso ai saperi discriminano, e non da oggi, bambine/i, giovani e adulti sulla base delle condizioni di appartenenza. La D.a.d. le acuisce semplicemente: c’erano prima, ci sono durante e, purtroppo, ci saranno dopo.

La terza: l’età è un fattore discriminante. Anche qui, senza voler togliere nulla a ipotesi contro-fattuali, la stessa domanda non la potrei porre a mio figlio di dieci anni (quinta elementare): lui ha vissuto la D.a.d. quasi esclusivamente come “privazione”.

La quarta: insegnanti, personale ATA, direttrici e direttori scolastici. Bisognerebbe chiedere loro, ma qui non ne parlo.

Ogni tanto, non tanto spesso, sento che mio figlio parla in maniera compita e seriosa, a volte ride, a volte commenta con voce altisonante, a volte tace per lungo tempo. Talvolta vedo tutti i suoi compagni e l’insegnate in primo piano, qualche volte nessuno di loro e altri schermi, altre volte uno o una sola di loro. In alcuni momenti parla a tutti, altre volte solo ad alcuni e più spesso ad uno solo.

Per quanto ne so e per quanto mi ha detto, e io mi fido, segue al meglio le sue sei ore consecutive. Già sei ore: dice che sono troppe davanti allo schermo e si fa spesso una fatica bestia. Però sostiene che riesce pure a commentare in diretta con i suoi compagni quello che sta succedendo, cosa che in classe non è concesso fare; in certi momenti riesce anche a cazzeggiare senza dissimulare con lo sguardo vitreo diretto verso una parete che ne sa più dei muri; altre volte stacca. Perché staccare è umano.

Poi le verifiche e le interrogazioni da lontano, al PC (al video): ho capito che il “lontano” aiuta tutti, sia belli che brutti. Quelli più bravi così e così; quelli meno bravi molto di più. La scuola gira e si rigira sui voti, sulle verifiche, sulle prove tecniche di trasmissione. Loro, gli studenti e le studentesse, lo hanno capito da subito: se la D.a.d.  per questo verso aiuta, allora “viva la DAD” – dicono loro.

Così chiedo ai suoi amici: “Saresti contento di tornare in presenza?”

“E quando mai!” – mi rispondono tutti.

“Ma non vi manca il confronto con gli altri, di vedervi…?”

E quando mai!” – mi rispondono tutti.

Socializzare, confrontarsi, scontrarsi, dibattere, imparare. Sì certo, così dovrebbe essere, ma così molto spesso non è. La rigidità delle postazioni, l’impossibilità di uscire da alcuni schemi, la brevità singole lezioni, il declino dell’impegno sociale e politico e via cantando impediscono in maniera continuativa e permanente la costruzione di un modello di apprendimento che non sia interamente basato sull’acquisizione frontale di nozioni e di tecniche che, badate bene, servono e servono eccome. Non si tratta qui di rivendicare una scuola piagnucolosa, priva di elementi di valutazione, ma di una scuola in cui questa, la valutazione appunto, trovi un senso nel percorso di apprendimento: non, dunque, una clava punitiva, ma un mezzo per capire dove si sbaglia, dove si può e ci si deve migliorare, sia dal punto di vista dell’apprendimento che didattico.

E allora la D.a.d. diventa quello che in qualche modo alcuni di questi studenti chiedono o potrebbero chiedere anche in presenza: un maggiore coinvolgimento e confronto, la possibilità di utilizzare strumenti didattici adatti ai tempi, relazioni che si costruiscono sul dire, sul fare, sulla lettera e nulla sul testamento. Socializzare, confrontarsi, scontrarsi, dibattere, imparare: perché, se non lo si era ancora capito a sufficienza, anche la strumentazione informatica serve per le stesse finalità (e pure a qualcuna altra molto meno nobile). Con modalità e metodologie spesso significativamente differenti. Ma non possiamo in alcun modo continuare a pensare che l’una, la socialità diretta, sia in contrapposizione a quella veicolata dai social o da strumenti similari.

Il vero paradosso, se così vogliamo chiamarlo, non è la distanza informatizzata e la presenza umanizzata: quante volte si vedono gruppi di adolescenti in presenza, seduti sulle panchine, penzolanti sui muretti, accrocchiati nelle piazze a maneggiare lo smartphone ognuno per conto proprio, senza quasi rivolgersi la parola. E quante volte, al contrario, utilizzano gli stessi, in beata solitudine, per lunghe chiacchierate.

Assenze in presenza e presenze in assenza. Paradossi che leggiamo solo da lontano.

Si devono, quindi, equiparare le forme? Niente affatto: la fisicità, gli odori, gli sguardi, le parole di prossimità non sono sostituibili con niente al mondo.

Si tratta, da una parte, di non proiettare le nostre visioni su quelle degli altri. Dall’altra di capire che la presenza a scuola (la didattica, l’intervallo, le assemblee, gli ingressi, lo sport, le ore alternative…) ha l’occasione per ripensare le modalità del suo agire, perché ogni partecipazione sia effettivamente tale.