Forse i millenial non sanno che farci con il vino. Alcuni spunti a partire dagli articoli di Jacopo Cossater e Angelo Peretti

Il nastro di Möbius è una superficie non orientabile: ha infatti una “faccia” sola. Questo è un oggetto studiato in topologia. Di David Benbennick – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=50359

Sia Jacopo che Cossater che Angelo Peretti sottolineano, nei rispettivi e preziosi articoli, il fatto che le nuove generazioni (millennial all’incirca) abbiano valori significativamente diversi dai loro genitori e come, coerentemente con questo, anche il loro approccio al vino sia mutato rapidamente nel corso degli ultimi decenni: “sono più attenti alla salute e all’ambiente, cercano quindi vini con meno alcol, meno calorie e capaci di trasmettere una maggiore idea di trasparenza a proposito del loro procedimento produttivo” – scrive Jacopo Cossater[1]. E così Agnelo Peretti: “L’assunto è che i nati nel nuovo millennio abbiano un approccio con il vino – e io aggiungo anche con il lavoro, con lo studio e con la socialità – lontano da quello dei genitori, perché sono portatori di valori diversi da quelli dei genitori, e potrei perfino dire che, per loro, è diverso soprattutto il valore del tempo, del denaro, dell’equilibrio della vita su un pianeta che si affaccia al dramma ambientale[2]”.   

I valori fanno riferimento a dei contenuti espliciti ed impliciti (politici, ecologici, religiosi…), a dei fini perseguibili (strumentali o meno), alla loro pervasività e influenza sociale (comunità, classi, nazioni…) e alla loro organizzazione dimensionale con altri valori all’interno di un contesto collettivo. In altre parole i valori sono esplicitamente connessi a dei modelli culturali di attinenza. Se quanto detto ha una sua plausibilità esplicativa, sarebbe opportuno cercare di circoscrivere il concetto di cultura, per quanti limiti ogni formula definitoria porti con sé. Ogni azione e pratica umana che abbia un carattere trasmissibile, non geneticamente s’intende, e nello stesso tempo simbolico (sociale e psicologico) rientra nella sfera culturale: per capirci mangiare con una forchetta è una pratica culturale allo stesso modo in cui lo è andare a teatro. In tutte le culture esiste una parte di conoscenza data per scontata e non tematizzata, alla quale nella teoria sociale sono stati dati di volta in volta nomi diversi quali “senso comune” (Schütz), “egemonia” (Gramsci), o “doxa” (Bourdieu). Questo significa anche che non tutte le culture sono necessariamente interpretate dai soggetti agenti: per dirla con Bourdieu l’«universo del discorso» coesiste sempre con un «universo dell’indiscusso» almeno altrettanto esteso. “In altri termini, l’intenzionalità, la razionalità, l’interesse e il calcolo non sono al principio di tutta l’azione umana: nella realtà esiste una pluralità di logiche di azione che si differenziano proprio per il grado di riflessività del rapporto che il soggetto intrattiene con il proprio agire e che possono essere collocate su un continuum che va dal polo dell’azione totalmente cosciente a quello dell’azione totalmente irriflessiva[3]”. 

Per tornare al tema in questione i punti aperti rimangono davvero molti. Soltanto per restare sul piano della trasmissione temporale o generazionale, il vino, non meno di altre pratiche culturali, fa parte di una catena interrotta o parzialmente interrotta: quello che era comune per altre generazioni, pasteggiare sempre con il vino ad esempio, non lo è più da tempo. E le ragioni sono diverse e sedimentate negli anni (salute e salutismo, controllo repressivo, scomparse generazionali e mutazioni del senso comune, nuove pratiche comunicative, prezzi al consumo…)

Lo stesso potrebbe dirsi per un altro fenomeno che ha assunto un’enorme rilevanza nel corso degli ultimi decenni: il consumo del vino è uscito quasi completamente dal polo dell’azione culturale irriflessiva. Per lunghissimi decenni, a parte strettissime cerchie di critici e accoliti del vino pensato e ragionato, il consumo del vino apparteneva ad un campo culturale, mi si passino i termini, endogeno, ovvio, oserei dire ordinario: lo si beveva, insomma, perché così era la prassi familiare, amicale, comunitaria, di classe, sociale e così via. Dopo di che il vino, non meno della politica e di altre belle arti, ha rivendicato a sé, gradatamente, uno statuto di separatezza e di specializzazione cognitiva. Specializzazione che si è riversata sempre più in cerchie di professionisti. Chi ha contribuito a tutto questo? Diversi soggetti: associazioni di sommellerie, stampa specializzata, produttori, associazioni di consumatori, blogger come noi, corsi universitari, investitori… e via dicendo. Nulla di male o di bene in sé: è semplicemente una constatazione. Mai come oggi il vino, prima di essere bevuto (e sottolineo il prima cosciente), deve essere pensato, ragionato e valutato. Il balzo trentennale più evidente mi pare che sia stato proprio questo: il cambiamento di paradigma culturale. Ora, la domanda che pongo è questa (domanda che ne tiene molte altre assieme): è forse plausibile che le nuove generazioni si rivolgano a quelle bevande alcoliche che non abbiano necessariamente un contenuto culturale riflessivo ad alta gradazione come il vino? Non rappresentano, forse, i cocktail, per tornare a citare Jacopo, degli artefatti componibili a piacimento più rispondenti a delle partiche culturali mixo-logiche come la musica, la moda, le fotografie e i social in genere? E aggiungo, per finire, un’altra domanda: è sufficiente cambiare modelli comunicativi per modificare il senso percepito e praticato del vino?


[1] JACOPO COSSATER, Il mondo del vino non sa che fare con i Millennial, in https://www.editorialedomani.it/fatti/vino-divano-jacopo-cossater-millennial-ht4ew6ef

[2] Angelo Peretti, Il vino, i mercanti e gli uomini saccenti, in http://internetgourmet.it/vino-mercanti-gli-uomini-saccenti/

[3] Pier Paolo Giglioli, Paola Ravaioli, Bisogna davvero dimenticare il concetto di cultura? Replica ai colleghi antropologi in Rassegna Italiana di Sociologia (ISSN 0486-0349) Fascicolo 2, aprile-giugno 2004