Almanacco del giorno prima: Fattoria Dei Barbi – Brunello di Montalcino docg “Vigna Del Fiore” 2007

Fatti e detti mirabili del 2007

Valerio Massimo, protetto dal console Sesto Pompeo, raccolse aneddoti o, piuttosto, «exempla» in nove libri, Factorum et dictorum memorabilium libri novem dedicati a Tiberio, raggruppandoli secondo criteri tematici: religione, cerimonie e doveri, fortezza, temperanza, amore, giustizia, felicità, equità, e infine vizi ed eccessi. I fatti e i detti furono raccolti in 95 rubriche, ciascuna delle quali venne divisa in due parti, una per i Romani e una per gli stranieri: “I fatti e, insieme, i detti memorabili dei Romani e dei popoli stranieri, che altri scrittori trattarono in maniera troppo estesa perché potessero essere rapidamente conosciuti, volli trascegliere dagli autori illustri e disporre ordinatamente, per evitare, a chi volesse compulsare tali fonti, la fatica di una lunga ricerca. Né mi sono fatto prendere dalla bramosia di abbracciare tutti i fatti: in realtà chi potrebbe mai condensare in pochi rotoli le imprese di ogni tempo? […] Te, dunque, o Cesare, nelle cui mani il consenso degli uomini e degli dèi volle che fosse riposta la suprema direzione del mare e della terra […] chiamo a sostegno della mia opera; te dalla cui divina preveggenza sono incoraggiate le virtù che saranno materia del mio libro e ben severamente puniti i vizi”. (Dalla praefatio)

Anche io mi sono prodigato nella raccolta di fatti memorabili accaduti in Italia nel 2007 e questo per due ordini di ragioni: per non essere da meno di Valerio Massimo e perché vorrei dirvi qualcosa a proposito di un vino.

Italia

Gennaio

19  Ad Hammamet inaugurata una strada intitolata a Craxi.
25 Telegatti, vincono Fiorello, ‘Striscia’ e Pausini.
31  Veronica Lario, moglie di Silvio Berlusconi, chiede ed ottiene pubbliche scuse dal marito per il suo comportamento con altre donne poco rispettoso verso di lei.

Aprile:

13-15 Congresso Udc a Roma, Cesa confermato segretario.

21 Armando Cossutta si dimette dal Pdci.

Giugno:

26 Benedetto XVI ripristina la regola che rende sempre necessari i due terzi del conclave per eleggere il pontefice.
30 Ultima schedina del Totip, che chiude dopo 59 anni.

Agosto:

16  Il Liocorno vince il Palio dell’Assunta.
19 Silvio Berlusconi smentisce la fondazione di un nuovo ‘partito della libertà’, ma il partito nascerà davvero, con il nome di “Popolo della libertà”.

Settembre:

4 Valentino annuncia l’addio alla moda.

Ottobre:

7 Lamberto Dini, uscito dal Pd, fonda i Liberaldemocratici.
13 Il Vaticano sospende mons. Stenico per un video con un giovane omosessuale.
27 Matrimonio civile fra Casini e Azzurra Caltagirone.
 

Sport


Gennaio:

13 Calcio: prima sconfitta in B per la Juventus, col Mantova.

Marzo:

6 Calcio: Champions, la Roma passa sul campo del Lione. Il Milan elimina il Celtic, Inter fuori dopo rissa a Valencia.

Aprile:

25 Rugby: l’Aquila va in serie B dopo 42 anni di A.

Luglio:

29 Calcio: L’Iraq vince la Coppa d’Asia battendo in finale l’Arabia Saudita 1-0, grazie alla rete di Mahmoud Younis.

Agosto:

25 Calcio: Lazio e Torino 2-2 nell’anticipo che apre la prima giornata del campionato di serie A 2007-2008.

Dicembre:

28 Calcio: È nato Louis Thomas, primogenito della coppia Buffon-Seredova

Estero (unico fatto di rilievo)

Hackers autodefinitesi ‘nipoti dell’impero ottomano’ bucano il sito del ministero della difesa belga

Vino

Fattoria Dei Barbi – Brunello di Montalcino docg “Vigna Del Fiore” 2007

Note di degustazione in cui uso, a modo mio, alcune parole dell’antico dialetto di Montalcino e nel contempo rendo omaggio ad Alceste Angelini e al suo Saggio di lessico montalcinese.

Un afrore meraviglioso, leggermente abbruscato e pungente, si è, detto fatto, inerpicato su per le narici dal bigonzino in cui l’avevo versato alcuni minuti prima. Era del tutto evidente che non si trattasse di uno zeppone qualsiasi al pari di quegli acquarelli abboccatini, fatti con zocche acerbe o di teneroni in punto, che mescono nelle taverne di secondo rango in quei piccini che fanno tutta ragia e niente succo. Questo era, ed è per chi ne avesse ancora, un signor vino: per l’età saragie e sucine, seppur ben presenti, si armonizzavano splendidamente nella trama affilata e setosa di un sangiovese assai golone e bello ciccio. Poi, se ci volete trovare altro, fate pure: a taluni potrebbero ghiribizzare chiodi di garofano, ribes, liquirizia; ad altri sentori eterei, fumosi e piccanti allo stesso tempo. Comunque vada e comunque vi piaccia occorre che la disina sia appropriata: magari partendo con un tricciolotto condito con salse di stagione autunnale e un buristo a seguire.

Abboccatino – s.m. Sapore dolce e frizzantino del vino.

Abbruscà – v.tr. Tostare.

Acquarello – s.m. mezzo vino.

Afrore – s.m. Odore del vino.

Bigonzino – s.m. Bicchiere

Buristo – s.m. Sanguinaccio di maiale insaccato.

Ciccio – s.m Ciccia, carne.

Disina – s.f. Pranzare.

Golone – agg. Ghiotto.

Piccino – s.m. Bicchiere di vino all’osteria.

Punto – agg. Di frutto che comincia a marcire da una parte.

Saragia – s.f. Ciliegia.

Sucina – s.f. Susina.

Tenerone – s.m. Sorta di uva dagli acini grossi e pieni, dall’involucro sottile.

Tricciolotto – s.m. Tagliatella, maccherone.

Zeppone – s.m. Vinello.

Zocca – s.f. Grappolo d’uva.

Vinitaly just before the rain

I start from the premise, which is not demonstrable, but rather reasonable, that every work of art creates both its precursors and its successors, as Malraux said before Borges and then Genette after all: “one no longer listens to Wagner in the same way after Schönberg, nor Debussy after Boulez; nor Baudelaire after Mallarmé, Austen after James, James after Proust”. Then, removing the specification about art and leaving the work to itself without too many frills, so as not to get caught up in a suspended debate (whether wine is art or not), I find myself in the unfortunate condition of having to affirm that every wine tasted during a fair does not only modify the evaluation parameters of those tasted previously but, in a considerable way, that it creates a perceptive, aesthetic and palpably consoling model of all those who will succeed it.

You could say that this is not so because, jumping from pole to pole, from a pignoletto to a verdicchio, or from a Genoese bianchetta to a lovingly oxidized albana, there are big differences. Just as the sensations pass from the loving attention and dedication of a producer to the more improbable and convulsive crowd aimed at grabbing the last vinous product, or, on the contrary, from the winegrower’s sinuous introversion under the counter to brandish what has been and never will be or what is not yet and perhaps will become. However, it is not a matter of tactile sensations put to the test by a meticulous capacity for abstraction and the recomposition of the taster from one banquet to another, but of the intrinsic capacity of each wine (and the conditions of its use) to allow us to replant, backwards, the interpretative criteria of those that preceded it. In the same way, each tasting anticipates the following one, conditions its scope, its shape and, nevertheless, its substance. We always start from the end and I am not the first to say so. The curious and improbable succession of tastings should highlight more aspects of interrelationship between very different frequentations than the ecumenical distance of the rows where banquets, tables and glasses are ordered sequentially.

Before going out, when time begins to emphasize the lack, just at the extreme corner of the spurred cordon of the FIVI, I stop from Vada where, for a thread of land, a wine can not become another and it is not undoubtedly a sin: The “Langhe nebbiolo 2017” remains such between Neive and Mango, a pause in steel for a few months, does not mention the sustained permanence of evolution, but in its extreme essential expressive, taut, vibrant and tasty, makes it clear that he does not miss anything to belong to the rank of those beyond the border. The same psycho-physical composition that hovers over the “Moscato 2017“: to the soft sweet sensations, the fresh salinity of white peaches, sage, mint and lemon peels grace this wine of very pleasant grace. Tension for tension I come to this last table from an unbroken sequence not bad: lastly Ancarani, standing, Marta Valpiani sitting with others (you waste the jokes) and Bele Casel, from which the progression starts, sitting with others (the jokes begin to waste) but with the soppressa. Ancarani, there is nothing else to say, dries his whites, the albana “Sânta Lusa 2015” above all and also the “Famoso 2017“, which is a grape beyond like all the others but less famous, of all the possible sugars and imaginable. So if you start with an idea not so much of the albana itself, but of a possible winemaking, well! do another! Then it is clear that if the grapes are overripe something to honey you have to grant it and also that to the fruit in alcool, the yellow one, but to the sugars just nothing. It closes dry, which is a nice drink, also the Sangiovese “Oriolo 2016”, at first sight sharp and thin, but only if you do not let it pass enough to know how last.

In purity and delicacy it precedes the “Sangiovese Superiore 2016” by Marta Valpiani which, after the meticulous floral finesse, once again has a strongly iodized marine imprint. And only foolishly could one think that what has happened up to that point is so far away, just because it is Prosecco and, what is more, with the bottom, from what happens shortly afterwards with Romagna in bloom. Because, if there is one thing to say among the many so far said in so many different places, it is that in the “Prosecco Colfóndo 2015” of Bele Casel the crust of bread and the return of fresh and bitter wine climb, almost as would Luca Ferraro with his bike, over small mountains of salt crystals. And these are tasting notes I like the most, especially when the summer heatwave stretches its mocking gaze over our heated heads. And to say that I come from a pavilion frome the opposite direction and, more precisely, from a producer that I have never had the opportunity to taste (as the most in the known world): Putzenhof. The name refers to the oldest of the local D.O.C., just above Bolzano. I should say well of everyone, but to be fair I say better than some: the “Valle Isarco 2017 kerner“. The climb on the mineral hills (you can find the synonym you like best) is made from white flowers, apples of different colors, acidity and crunchiness, pears in random order, grapefruit and an exotic turn on the mango that throws it a little ‘on the Latin American dance party. I was referring to the very first local DOC, the hills of Bolzano: “Putzenhof Bozner Leiten 2017“: here we have a wine that preserves a vast idea of territory that starts from the lake and climbs uphill, hills and heights. Schiava, lagrein and pinot noir: the first more than any other grape variety. And the last less of the other two both individually and in sum (the solution is on page 10). It is probable that here too, historically, not only wines from a single grape variety have been produced, as we know today, but also balance cuts and great pleasantness of small and tender berries.

All this after a long stop in the land of Montalcino: sit both in San Lorenzo and just before at the Fattoria dei Barbi, which looks like a small annual summit made of brunello and sausage. Of San Lorenzo I report one thing that Emanuele Giannone wrote at the time: I agree so well and he write it so well that it would not have made sense to rework my thought a posteriori. “Bramante Riserva 2006“: “Rule of Love. A perfect wine. Does without analysis, scores, autisms, ‘aulenti’ notes, etc.. It simply asks you to go drink and do the night and enjoy and eventually take it seriously. Because it’s not easy: it’s beautiful and alive, it burst with life and desires. Exciting for its goodness, the drinkable is defined by the range of variation between affection and voluptuousness. With reason and feeling, one of the most immediately, instinctively good wines drunk in recent times“. (Intarvino)

Vigna del Fiore 2007” of the Fattoria dei Barbi wins, by unanimous vote of the jury that coincides with myself, the palmarès of the summit: it literally opens into the glass with considerable vigour and richness: earthy and salty, imprints cherries tending to black, plums, blueberries up to the middle palate, and then turns to licorice, leather and dark chocolate. The tannins have a very thick, dense texture and in perfect harmony with the consistency of the color and structure of the wine.

It may happen that the structure, width and preponderance are recalled by its relative and not absolute opposites: I approach Montalcino from two positions, a Piedmontese and a Ligurian one of quite different sign. Impact in Piedmont accidentally after Liguria searched. The Barbera d’Asti doc Superiore “La Cappelletta 2015” of Cascina Barisel tells of a barbera that looks like you imagine: think of Asti and donkeys, bagna caòda, of fritto misto, Paolo Conte, wine, superior wine, in short, this. Above all: a nice acid vein straight, alive, which does not give discounts to the jovial fruit, ripe, dark red that is still well present. “L’avija“, from overripe Muscat grapes: ualà (voilà) as several friends of those parts would say.

I don’t want to be too biased, but some western Ligurian wines howl at the moon. So I leave from Levante, from Tolceto – Comune di Ne, from the last tasted a bit by chance a bit by luck, “Bianco 2017” of the farm Ricolla, produced by the lees of vermentino and bianchetta. Daniele Parma says that he does it because it was done at a time when nothing was thrown away and in Liguria more than anywhere else. A wine of those who sink or swim. And this “swim” very well: a real surprise because it is as if it kept together, in their best form, exuberant and also this time salty, the bianchetta and vermentino, leaving however that they open juicy to the palate. I was just saying about the wines howling at the moon: three red Dolceacqua wines just because I have to choose. I cannot write a guide. Thus begins the morning of the last day: The Rossese of Dolceacqua Superiore “Posaù 2016” by Maccario Dringenberg; the “Bricco Arcagna 2016” by Terre Bianche and, finally, the Rossese “Galeae 2016” by Ka*Manciné.

I enter to Vinitaly, on Tuesday 17 April 2018, just before the rain that I will be encountering on the same evening, in the humid and steaming alleys of Genoa.

The first image is taken from science-natural.com, while the second from criterionconfessions.com blog

Vinitaly subito prima della pioggia

Parto dall’assunto non dimostrabile, ma abbastanza ragionevole, che ogni opera d’arte crei tanto i suoi precursori quanto i suoi successori, come disse Malraux prima di Borges e poi Genette dopo di tutti: “non si ascolta più Wagner nella stessa maniera dopo Schönberg, né Debussy dopo Boulez; né Baudelaire dopo Mallarmé, Austen dopo James, James dopo Proust”. (G. Genette, L’opera dell’arte. Immanenza e trascendenza, Clueb, Bologna 1999). Togliendo, poi, la specificazione d’arte e lasciando l’opera a se stessa senza troppi orpelli, per non invischiarmi in un dibattito sospeso (se il vino sia arte o meno), mi trovo nell’infausta condizione di dover affermare che ogni vino assaggiato durante una fiera non modifica unicamente i parametri valutativi di quelli assaggiati precedentemente ma, in maniera considerevole, crea un modello percettivo, estetico e palpabilmente consolatorio di tutti quelli che gli succederanno. Potreste dire che non è così perché, transitando di palo in frasca, da un pignoletto ad un verdicchio o da una bianchetta genovese ad una albana amorevolmente ossidata, ce ne passa e di molto. Così come le sensazioni transitano dall’amorevole attenzione e dedizione di un produttore alla più improbabile e convulsiva ressa finalizzata all’accaparramento dell’ultima derrata vinosa o, al contrario, dalla sinuosa introflessione del viticoltore sotto il banco a brandire quello che è stato e mai più sarà o quello che non è ancora e forse diventerà. Non si tratta però di sensazioni tattili messe alla prova da una capacità meticolosa di astrazione e di ricomposizione del degustatore da un banchetto all’altro, quanto della capacità intrinseca di ogni vino (e delle condizioni della sua fruizione) di permetterci di reimpiantare, a ritroso, i criteri interpretativi di quelli che lo hanno preceduto. Allo stesso modo, ogni lettura degustativa precorre quella successiva, ne condiziona la portata, la forma e nondimeno la sostanza. Si parte sempre dalla fine e non sono certo il primo a dirlo. La curiosa ed improbabile successione degli assaggi dovrebbe metter luce più aspetti di interrelazione tra frequentazioni assai diverse piuttosto che la distanza ecumenica dei filari in cui banchetti, tavoli e bicchieri sono sequenzialmente ordinati.

Prima di uscire, quando il tempo comincia  a rimarcare la mancanza, proprio all’angolo estremo del cordone speronato della FIVI, mi fermo da Vada dove, per un filo di terra, un vino non può diventare un altro e non è detto che questo sia un peccato: il “Langhe nebbiolo 2017” rimane tale tra  Neive e Mango, sosta in acciaio per qualche mese, non ammicca alle sostenute permanenze evolutive, ma nella sua estrema essenzialità espressiva, tesa, vibrante e sapida, fa capire che non gli manca proprio nulla per appartenere al rango di quelli oltre il confine. La stessa composizione psico-fisica che aleggia sul “Moscato 2017”: alle soffici sensazioni dolci, la fresca salinità delle pesche bianche, della salvia, della menta e delle scorze di limone graziano questo vino di piacevolissima leggiadria. Tensione per tensione vengo a quest’ultimo banco da un filotto energetico niente male: in ultimo Ancarani, in piedi, Marta Valpiani seduto con altri (si sprecano le battute) e Bele Casel, da cui parte la progressione, seduto con altri (le battute cominciano a sprecarsi) ma con la soppressa. Ancarani, non c’è che dire, prosciuga i suoi bianchi, l’albana “Sânta Lusa 2015” sopra tutti e pure il “Famoso 2017”, che è un vitigno di là come tutti gli altri ma meno celebre, di tutti gli zuccheri possibili e immaginabili. Quindi se partite con un’idea non tanto dell’albana di per sé, quanto di una sua possibile vinificazione, ebbene fatevene un’altra. Poi è chiaro che se le uve sono surmature qualcosa al miele lo devi pur concedere e malgrado ciò alla frutta sotto spirito, quella gialla, ma agli zuccheri proprio un bel niente. Chiude asciutto, che è un bel bere, pure il sangiovese “Oriolo 2016”, a prima vista affilato e sottile, ma solo se non lo si lascia transitare quel che basta per sapere quanto dura. In purezza e delicatezza precede il “Sangiovese Superiore 2016” di Marta Valpiani di cui mi sovviene, dopo le minuziose finezze floreali, ancora un volta, un’impronta marina fortemente iodata. E solo scioccamente si potrebbe pensare che quello che è accaduto fino a quel moneto sia così distante, solo perché si tratta di Prosecco e per di più col fondo, da quello che accade di lì a poco con la Romagna in fiore. Perché, se c’è da dire una cosa tra le tante sinora dette in tanti luoghi diversi, è che nel “Prosecco Colfóndo 2015” di Bele Casel la crosta di pane e il ritorno fresco e amaro del vino si arrampicano, quasi come farebbe Luca Ferraro con la sua bici, sopra piccole montagne di cristalli di sale. E sono note queste che mi piacciono più di altre soprattutto quando la canicola estiva allunga il suo sguardo irridente sulle nostre teste accaldate. E dire che vengo da un padiglione agli antipodi e, più precisamente, da un produttore che non ho mai avuto modo di gustare (come i più nel mondo conosciuto): Putzenhof. Il nome rimanda alla più antica delle doc locali, poco sopra Bolzano. Dovrei dire bene di tutti, ma per essere equo parlo meglio di alcuni: il “kerner Valle Isarco 2017”. La rampicata sulle colline della mineralità (potete trovare il sinonimo che vi piace di più) è fatta da fiori bianchi, mele di diversi colori, acidità e croccantezze, pere in ordine sparso, pompelmo e una virata esotica sul mango che la butta un po’ sulla festa da ballo latino-americana. Accennavo alla primissima doc locale, colli di Bolzano: “Putzenhof Bozner Leiten 2017”: qui abbiamo un vino che tiene dentro un’idea vasta di territorio che parte dal lago e s’inerpica su per dossi, colli e alture. Schiava, lagrein e pinot nero: il primo più di tutti. E l’ultimo meno degli altri due sia individualmente che come somma (la soluzione è a pagina 10). E’ presumibile che anche qui, storicamente, non si realizzassero solo vini da monovitigno, come è dato conoscere oggi, ma tagli di equilibrio e grande piacevolezza di piccoli e teneri frutti di bosco.

Tutto questo arriva dopo una lunga sosta nelle terre di Montalcino: seduti sia a San Lorenzo che alla Fattoria dei Barbi poco prima, che sembra un piccolo summit annuale a base di brunello e salsiccia. Di San Lorenzo riporto una cosa, che a suo tempo scrisse Emanuele Giannone: sono così d’accordo ed è scritta talmente bene che non avrebbe avuto alcun senso rielaborare un mio pensiero a posteriori. “Bramante Riserva 2006”: “Let Love Rule. Un vino perfetto. Fa a meno di analisi, punteggi, aulismi, aulenti note etc. Chiede semplicemente di uscire e bere e far notte e godere e alla fine di prendersi sul serio. Perché non è facile: è bello e vivo, scoppia di vita e di voglie. Travolgente per bontà, ha beva definita dal campo di variazione tra affetto e voluttà. A ragione e sentimento, uno dei vini più immediatamente, istintivamente buoni bevuti negli ultimi tempi”. (Intravino)

Vigna del Fiore 2007” della Fattoria dei Barbi vince, per unanimità di giuria che coincide con me stesso, il palmarès del summit: si schiude letterariamente nel bicchiere con notevole vigore e ricchezza: terroso e salato imprime sino al medio palato ciliegie durone tendenti al nero, prugne, mirtilli, per poi voltare sulla liquirizia, il cuoio e il cioccolato fondente. I tannini hanno una trama molto fitta, densa e in perfetta armonia con le densità del colore e della struttura del vino.

Può capitare che a richiamare struttura, larghezza e preponderanza siano i suoi opposti relativi e non assoluti: mi avvicino a Montalcino da due postazioni, una piemontese e una ligure di segno alquanto diverso. Impatto in quella piemontese casualmente dopo la Liguria cercata. Il Barbera d’Asti doc Superiore “La Cappelletta 2015” della Cascina Barisel racconta di una barbera che t’aspetti: pensi ad Asti e agli asini, alla bagna caòda, al fritto misto, a Paolo Conte, al vino, a quello superiore, insomma a questo. Su tutto: una vena acida bella dritta, viva, che non concede sconti al frutto gioviale, maturo, rosso scuro che è pur ben presente. “L’avija”, da uve moscato surmaturate: ualà (voilà) come direbbero diversi amici di quelle parti.

Non vorrei essere troppo di parte, ma alcuni liguri di Ponente ululano alla luna. Perciò parto da Levante, dalla  Località Tolceto – Comune di Ne, dall’ultimo assaggiato un po’ per caso un po’ per fortuna, Il “Bianco 2017” dell’azienda agricola Ricolla, prodotto dalle fecce del vermentino e della bianchetta. Daniele Parma racconta che lo fa perché lo si faceva nei tempi in cui non si buttava via nulla e in Liguria più che da altre parti (e tutti sappiamo il perché). Un vino di quelli che o la va o la spacca. E questo “la va” benissimo: una vera sorpresa perché è come se tenesse insieme, nella loro forma migliore, esuberante e anche questa volta salina, ma senza mai sbrodolare che “maniman”, la bianchetta e il vermentino, lasciando però che si aprano succosamente al palato. Dicevo poc’anzi dei vini che ululano alla luna: tre rossese di Dolceacqua solo perché devo scegliere. Mica posso scrivere una guida. Così inizia la mattinata dell’ultimo giorno: Il Rossese di Dolceacqua Superiore “Posaù 2016” di Maccario Dringenberg; il “Bricco Arcagna 2016” di Terre Bianche e, per concludere, il rossese “Galeae 2016” di Ka*Manciné.

Così entro al Vinitaly, quel martedì 17 aprile 2018, subito prima della pioggia che incontrerò, la sera stessa, nella Genova dei vicoli inumiditi e fumanti.

 

 

La prima immagine è tratta da scienze-naturali.com, mentre la seconda dal blog criterionconfessions.com

 

Vendemmia ai Barbi nel 1904, dobbiamo proprio farla ancora così? Di Stefano Cinelli Colombini

Vendemmia ai Barbi nel 1904
Vendemmia ai Barbi nel 1904

L’uso della migliore tecnologia enologica nella fase fermentativa è divenuto patrimonio comune di tutti i viticoltori italiani da decenni, vin-naturalisti e incoscienti esclusi. E da qualche tempo lo stesso si può dire del vigneto, enologi e agronomi ormai sono presenti ovunque. Per cui in genere abbiamo uva sana in vigna, uva ben gestita in cantina e vino curato fino all’imbottigliamento. Anche se nessuna cura o buona volontà può evitare l’errore umano o l’ignoranza. Ma questo è sufficiente? Secondo me no, perché praticamente tutti trascurano un momento vitale; la fase che va dalla coglitura all’arrivo in cantina. Quello è il momento in cui l’uva è più vulnerabile, perché finché il grappolo è attaccato alla pianta è parte di un organismo vivente (ed è difeso dal calore e dalla marcescenza) e quando poi sarà nelle vasche di fermentazione sarà “coperto” da CO2, per cui al riparo. Ma chi lo protegge nell’intervallo tra queste due fasi, che può durare anche ore? Se vi diverte fate un esperimento; mettete un grappolo d’uva al sole ed al calore di settembre per un’ora, e poi vedete quello che succede. Se non si tratta di uva “del fruttivendolo”, ovvero trattata pesantemente con antifermentativi e prodotti chimici vari, marcirà. È ovvio, si tratta di un frutto molto acquoso per cui si deteriora rapidamente quando muore, ovvero quando viene colta. Se poi usiamo le classiche, tradizionali e nostalgiche cassette da uva per la raccolta la situazione si complica, perché praticamente nessuno ha il tempo di lavarle. E così a fine giornata sul fondo di quelle plastiche ci sarà inevitabilmente un bel po’ di mosto, che nella notte inizierà a marcire. Dopo due giorni si sarà formato uno strato leggermente maleodorante, ricco di apiculati, precursori dell’aceto e via cantando. Una mistura da streghe, che va a contatto con l’uva e porta ogni genere di porcherie nelle vasche di fermentazione. Come evitare tutto questo? Razionalizzando tutto il processo di coglitura. Prima cosa da fare, occorre ridurre al massimo il tempo che passa tra la coglitura e l’arrivo in cantina. Come? Meccanizzando il processo di raccolta a mano. Le tradizionali cassette da uva possono essere mobilizzate solo dall’uomo, e questo richiede molto tempo e molta costosa manodopera. Vanno abolite, anche perché sono sempre più pesanti di 20 Kg per cui per legge non possono essere alzate a mano. Lo fanno tutti ma è un reato di quelli seri, soprattutto in caso di infortunio. Useremo solo beans di plastica da 1,20 metri per 1,20 alti la metà rispetto alle antiche cassette, per evitare che l’uva sia pigiata. In vigna ci sarà un trattore con attaccato un carrettone con un bean davanti e quattro beans vuoti dietro, che un operaio metterà uno sopra l’altro via via che si riempiono. Quattro operai su un filare e quattro sull’atro coglieranno l’uva, e quando tutti i cinque beans saranno pieni il trattore andrà verso la cantina con il suo carico e sarà sostituito da un altro. In cantina un muletto prenderà ogni singolo bean, e lo rovescerà nella tramoggia della diraspatrice per poi lavarlo velocemente con acqua e metabisolfito. Poi il trattore coi beans lavati tornerà in vigna. Quanto personale occorrono? Ogni squadra sarà composta da otto coglitori, due trattoristi, due operai sul carrettone e uno in cantina; totale, tredici persone. Una squadra così concepita può cogliere da duecento a duecentocinquanta quintali di uva in un giorno, con costi analoghi alla raccolta a macchina. E, in più, un’igiene  totale. Naturalmente si possono usare anche molte squadre, noi ne abbiamo sempre almeno due. L’acidità volatile a fine fermentazione sarà molto bassa, da noi non supera mai i 16-18 mg/lt, e il processo di ossidazione (equivalente all’invecchiamento degli umani) sarà molto meno avanzato rispetto al vecchio sistema con le cassette. Per rendere ancora migliore il processo noi teniamo in ogni rimorchio una scatola di polistirolo piena di ghiaccio secco, da spargere sopra l’uva appena raccolta; in questo modo ne abbassiamo la temperatura, e otteniamo anche una leggera crio-macerazione localizzata. Questo va bene per le uve rosse, ma per quelle bianche (molto delicate) è ancora più vantaggioso.