Come tre maestri di nigromanzia e di sommelleria vennero al tavolo del Vinitaly dello più grande produttore di nebbiolo

Di anonymous medieval illuminator; uploader Carlos adanero – Fol. 279 of Codex Parisinus graecus 2327, a copy (made by Theodoros Pelecanos (Pelekanos) of Corfu in Khandak, Iraklio, Crete in 1478) of a lost manuscript of an early medieval tract which was attributed to Synosius (Synesius) of Cyrene (d. 412).The text of the tract is attributed to Stephanus of Alexandria (7th century).cf. scan of entire page here., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2856329

Lo più grande produttore di Nebbiolo fue nobilissimo signore e nondimanco importantissimo produttore, e la gente ch’avea bontade, venìa a lui da tutte parti, perché l’uomo mesceva volentieri il nobil vino: a lui venieno sonatori, trovatori e belli bevitori, uomini d’arti, giostratori, schermitori, gente d’ogni maniera e d’ogni mestiere. Stando lo più grande produttore e facea dare l’vino, sì giunsero a lui tre maestri di nigromanzia e di sommelleria. Salutaronlo così di subito, ed elli domandò: – Quale è il maestro di sommellerie di voi tre? – L’uno si trasse avanti e disse: – “Messer, io sono”. – E lo più grande produttore il pregò che giuocasse cortesemente. Ed elli gittaro loro incantamenti e fecero loro arti: così comparvero come d’incanto,, con grande stupore delle genti, li più grandi barolo di ogni tempo e fattura.. Li maestri chiesero commiato e lo più grande produttore di nebbiolo disse: – Domandate. – Que’ domandaro: – “Messere, comandate a costui, il Savio Commentatore, che venga in nostro soccorso, contra li nostri nemici bevitori di professione”. Misesi il Savio Commentatore in via con loro. Recaronlo in una bella cittade: cavalieri li mostrarono di gran paraggio, e bel destriere e belle arme li apprestarono, e dissero: – “Questi sono a te ubbidire”. – Li nemici vennero a battaglia. Il Savio Commentatore li sconfisse e liberò lo paese da’ nemici bevitori di professione.

Diederli moglie, ebbe figliuoli. Dopo, molto tempo tenne la signoria. Lasciaronlo grandissimo tempo, poi ritornaro. Il figliuolo del Savio Commentatore avea già bene quaranta anni: il Savio Commentatore era vecchio. Li maestri di nigromanzia di sommelleria tornarono, e dissero che voleano andare a vedere lo più grande produttore e la corte. Il Savio Commentatore rispose: – Lo tavolo di degustazione fia ora più volte mutato; le genti fiano ora tutte nuove: dove ritornerei? – E’ maestri di negromanzia e sommellerie dissero: – Noi vi ti volemo, al postutto, postare. – Misersi in via; camminaro gran tempo. Giunsero al tavolo di degustazione . Trovarono lo più grande produttore di Nebbiolo e suoi accoliti al Vinitaly, ch’ancor si dava l’vino, il quale si dava quando il Savio Commentatore n’andò co’ maestri. Lo più grande produttore di Nebbiolo li facea contare la novella; que’ la contava: – “I’ ho poi moglie, figliuoli c’hanno quaranta anni. Tre battaglie di campo ho poi fatte; il mondo è tutto rivolto. Come va questo fatto?” – Lo più grande produttore di Nebbiolo li le fa raccontare, con grandissima festa, a belli bevitori, a uomini d’arti, a giostratori, a schermitori, a gente d’ogni maniera e d’ogni mestiere.

Questo breve racconto con motivi morali e pedagogici, l’ho mutato di proposito dalla ventunesima novella de “il Novellino delle le cento novelle raccolte dal Gualteruzzi (1525) e le diciotto nuove date dal Borghini (1572)”. Scritto in forma anonima probabilmente due e tre secoli antecedenti alla pubblicazione consultata la novella narra di un viaggio che si forma nel tempo circolare: si parte e si torna al principio, mentre le distanze del tragitto, con le loro mutazioni d’età e di condizione, si svolgono attraverso il tempo lineare. Mentre la partenza e l’approdo coincidono nell’identico, ovvero nella stessa scena dell’allontanamento dal banchetto, quello che cambia è l’atteso. Ciò a dirvi che il ritorno a ciò che permane a sé, oltre ad essere una gran beffa di negromanti e divinità giocherellone, è la condizione per cui al nostro mutare anche l’identico a sé si trasforma. E non possiamo farci nulla.

Annunci

Vinitaly subito prima della pioggia

Parto dall’assunto non dimostrabile, ma abbastanza ragionevole, che ogni opera d’arte crei tanto i suoi precursori quanto i suoi successori, come disse Malraux prima di Borges e poi Genette dopo di tutti: “non si ascolta più Wagner nella stessa maniera dopo Schönberg, né Debussy dopo Boulez; né Baudelaire dopo Mallarmé, Austen dopo James, James dopo Proust”. (G. Genette, L’opera dell’arte. Immanenza e trascendenza, Clueb, Bologna 1999). Togliendo, poi, la specificazione d’arte e lasciando l’opera a se stessa senza troppi orpelli, per non invischiarmi in un dibattito sospeso (se il vino sia arte o meno), mi trovo nell’infausta condizione di dover affermare che ogni vino assaggiato durante una fiera non modifica unicamente i parametri valutativi di quelli assaggiati precedentemente ma, in maniera considerevole, crea un modello percettivo, estetico e palpabilmente consolatorio di tutti quelli che gli succederanno. Potreste dire che non è così perché, transitando di palo in frasca, da un pignoletto ad un verdicchio o da una bianchetta genovese ad una albana amorevolmente ossidata, ce ne passa e di molto. Così come le sensazioni transitano dall’amorevole attenzione e dedizione di un produttore alla più improbabile e convulsiva ressa finalizzata all’accaparramento dell’ultima derrata vinosa o, al contrario, dalla sinuosa introflessione del viticoltore sotto il banco a brandire quello che è stato e mai più sarà o quello che non è ancora e forse diventerà. Non si tratta però di sensazioni tattili messe alla prova da una capacità meticolosa di astrazione e di ricomposizione del degustatore da un banchetto all’altro, quanto della capacità intrinseca di ogni vino (e delle condizioni della sua fruizione) di permetterci di reimpiantare, a ritroso, i criteri interpretativi di quelli che lo hanno preceduto. Allo stesso modo, ogni lettura degustativa precorre quella successiva, ne condiziona la portata, la forma e nondimeno la sostanza. Si parte sempre dalla fine e non sono certo il primo a dirlo. La curiosa ed improbabile successione degli assaggi dovrebbe metter luce più aspetti di interrelazione tra frequentazioni assai diverse piuttosto che la distanza ecumenica dei filari in cui banchetti, tavoli e bicchieri sono sequenzialmente ordinati.

Prima di uscire, quando il tempo comincia  a rimarcare la mancanza, proprio all’angolo estremo del cordone speronato della FIVI, mi fermo da Vada dove, per un filo di terra, un vino non può diventare un altro e non è detto che questo sia un peccato: il “Langhe nebbiolo 2017” rimane tale tra  Neive e Mango, sosta in acciaio per qualche mese, non ammicca alle sostenute permanenze evolutive, ma nella sua estrema essenzialità espressiva, tesa, vibrante e sapida, fa capire che non gli manca proprio nulla per appartenere al rango di quelli oltre il confine. La stessa composizione psico-fisica che aleggia sul “Moscato 2017”: alle soffici sensazioni dolci, la fresca salinità delle pesche bianche, della salvia, della menta e delle scorze di limone graziano questo vino di piacevolissima leggiadria. Tensione per tensione vengo a quest’ultimo banco da un filotto energetico niente male: in ultimo Ancarani, in piedi, Marta Valpiani seduto con altri (si sprecano le battute) e Bele Casel, da cui parte la progressione, seduto con altri (le battute cominciano a sprecarsi) ma con la soppressa. Ancarani, non c’è che dire, prosciuga i suoi bianchi, l’albana “Sânta Lusa 2015” sopra tutti e pure il “Famoso 2017”, che è un vitigno di là come tutti gli altri ma meno celebre, di tutti gli zuccheri possibili e immaginabili. Quindi se partite con un’idea non tanto dell’albana di per sé, quanto di una sua possibile vinificazione, ebbene fatevene un’altra. Poi è chiaro che se le uve sono surmature qualcosa al miele lo devi pur concedere e malgrado ciò alla frutta sotto spirito, quella gialla, ma agli zuccheri proprio un bel niente. Chiude asciutto, che è un bel bere, pure il sangiovese “Oriolo 2016”, a prima vista affilato e sottile, ma solo se non lo si lascia transitare quel che basta per sapere quanto dura. In purezza e delicatezza precede il “Sangiovese Superiore 2016” di Marta Valpiani di cui mi sovviene, dopo le minuziose finezze floreali, ancora un volta, un’impronta marina fortemente iodata. E solo scioccamente si potrebbe pensare che quello che è accaduto fino a quel moneto sia così distante, solo perché si tratta di Prosecco e per di più col fondo, da quello che accade di lì a poco con la Romagna in fiore. Perché, se c’è da dire una cosa tra le tante sinora dette in tanti luoghi diversi, è che nel “Prosecco Colfóndo 2015” di Bele Casel la crosta di pane e il ritorno fresco e amaro del vino si arrampicano, quasi come farebbe Luca Ferraro con la sua bici, sopra piccole montagne di cristalli di sale. E sono note queste che mi piacciono più di altre soprattutto quando la canicola estiva allunga il suo sguardo irridente sulle nostre teste accaldate. E dire che vengo da un padiglione agli antipodi e, più precisamente, da un produttore che non ho mai avuto modo di gustare (come i più nel mondo conosciuto): Putzenhof. Il nome rimanda alla più antica delle doc locali, poco sopra Bolzano. Dovrei dire bene di tutti, ma per essere equo parlo meglio di alcuni: il “kerner Valle Isarco 2017”. La rampicata sulle colline della mineralità (potete trovare il sinonimo che vi piace di più) è fatta da fiori bianchi, mele di diversi colori, acidità e croccantezze, pere in ordine sparso, pompelmo e una virata esotica sul mango che la butta un po’ sulla festa da ballo latino-americana. Accennavo alla primissima doc locale, colli di Bolzano: “Putzenhof Bozner Leiten 2017”: qui abbiamo un vino che tiene dentro un’idea vasta di territorio che parte dal lago e s’inerpica su per dossi, colli e alture. Schiava, lagrein e pinot nero: il primo più di tutti. E l’ultimo meno degli altri due sia individualmente che come somma (la soluzione è a pagina 10). E’ presumibile che anche qui, storicamente, non si realizzassero solo vini da monovitigno, come è dato conoscere oggi, ma tagli di equilibrio e grande piacevolezza di piccoli e teneri frutti di bosco.

Tutto questo arriva dopo una lunga sosta nelle terre di Montalcino: seduti sia a San Lorenzo che alla Fattoria dei Barbi poco prima, che sembra un piccolo summit annuale a base di brunello e salsiccia. Di San Lorenzo riporto una cosa, che a suo tempo scrisse Emanuele Giannone: sono così d’accordo ed è scritta talmente bene che non avrebbe avuto alcun senso rielaborare un mio pensiero a posteriori. “Bramante Riserva 2006”: “Let Love Rule. Un vino perfetto. Fa a meno di analisi, punteggi, aulismi, aulenti note etc. Chiede semplicemente di uscire e bere e far notte e godere e alla fine di prendersi sul serio. Perché non è facile: è bello e vivo, scoppia di vita e di voglie. Travolgente per bontà, ha beva definita dal campo di variazione tra affetto e voluttà. A ragione e sentimento, uno dei vini più immediatamente, istintivamente buoni bevuti negli ultimi tempi”. (Intravino)

Vigna del Fiore 2007” della Fattoria dei Barbi vince, per unanimità di giuria che coincide con me stesso, il palmarès del summit: si schiude letterariamente nel bicchiere con notevole vigore e ricchezza: terroso e salato imprime sino al medio palato ciliegie durone tendenti al nero, prugne, mirtilli, per poi voltare sulla liquirizia, il cuoio e il cioccolato fondente. I tannini hanno una trama molto fitta, densa e in perfetta armonia con le densità del colore e della struttura del vino.

Può capitare che a richiamare struttura, larghezza e preponderanza siano i suoi opposti relativi e non assoluti: mi avvicino a Montalcino da due postazioni, una piemontese e una ligure di segno alquanto diverso. Impatto in quella piemontese casualmente dopo la Liguria cercata. Il Barbera d’Asti doc Superiore “La Cappelletta 2015” della Cascina Barisel racconta di una barbera che t’aspetti: pensi ad Asti e agli asini, alla bagna caòda, al fritto misto, a Paolo Conte, al vino, a quello superiore, insomma a questo. Su tutto: una vena acida bella dritta, viva, che non concede sconti al frutto gioviale, maturo, rosso scuro che è pur ben presente. “L’avija”, da uve moscato surmaturate: ualà (voilà) come direbbero diversi amici di quelle parti.

Non vorrei essere troppo di parte, ma alcuni liguri di Ponente ululano alla luna. Perciò parto da Levante, dalla  Località Tolceto – Comune di Ne, dall’ultimo assaggiato un po’ per caso un po’ per fortuna, Il “Bianco 2017” dell’azienda agricola Ricolla, prodotto dalle fecce del vermentino e della bianchetta. Daniele Parma racconta che lo fa perché lo si faceva nei tempi in cui non si buttava via nulla e in Liguria più che da altre parti (e tutti sappiamo il perché). Un vino di quelli che o la va o la spacca. E questo “la va” benissimo: una vera sorpresa perché è come se tenesse insieme, nella loro forma migliore, esuberante e anche questa volta salina, ma senza mai sbrodolare che “maniman”, la bianchetta e il vermentino, lasciando però che si aprano succosamente al palato. Dicevo poc’anzi dei vini che ululano alla luna: tre rossese di Dolceacqua solo perché devo scegliere. Mica posso scrivere una guida. Così inizia la mattinata dell’ultimo giorno: Il Rossese di Dolceacqua Superiore “Posaù 2016” di Maccario Dringenberg; il “Bricco Arcagna 2016” di Terre Bianche e, per concludere, il rossese “Galeae 2016” di Ka*Manciné.

Così entro al Vinitaly, quel martedì 17 aprile 2018, subito prima della pioggia che incontrerò, la sera stessa, nella Genova dei vicoli inumiditi e fumanti.

 

 

La prima immagine è tratta da scienze-naturali.com, mentre la seconda dal blog criterionconfessions.com

 

Il quadrato semiotico e la valle della morte.

La valle della morte.

In un articolo di qualche tempo fa[1] (12 febbraio 2014), Andrea Girolami, staff editor e senior video producer di Wired Italia, costruisce un quadrato semiotico dell’informazione online e, dopo aver analizzato i termini contrari e contraddittori, giunge immancabile al tema della medietà, traslato semanticamente in ‘zona morta’: “E in mezzo? In mezzo non c’è niente. Tutto ciò che non trova spazio agli estremi degli assi di tempo/appartenenza che abbiamo descritto non ha quasi mai ragione di essere pubblicato online. Esiste quindi una sorta di valle della morte per tutti quei contenuti né troppo tempestivi né troppo curiosi né abbastanza divertenti né approfonditi che online diventano dei veri e propri fardelli quasi inutili. Possono servire da database, magari trovare una propria via al lettore attraverso i meccanismi di Google News ma in termini di efficacia assoluta questo nuovo pianeta di informazione-sociale punisce severamente la medietà in ogni sua forma.” Nel quadrato semiotico dei Winelovers, commissionato dalla Cantina Bosco Viticoltori[2] all’Istituto di ricerche di mercato Squadrati[3] di Milano, la parte centrale del quadrato corrisponderebbe alle seguenti “categorie”: ‘leggero beverino scende bene”; “senza solfiti aggiunti non dà alla testa”; “l’esercito delle guide”. Allargandoci verso gli estremi, nella categoria ‘zona morta’ dovrebbero essere compresi anche “vini naturali e liberi”; “doc è una garanzia”; “invecchiato = buono”; “il vino buono è anche al supermercato”; “tour de force a cantine aperte”; “meglio berlo che farlo invecchiare”…

quadrato_semiotico_wine_lovers_800-600x600

Immagine tratta dal sito http://www.squadrati.com/

Facciamo un passo avanti e due indietro: la teoria del quadrato semiotico di Greimas.

Si parte da due semi fra loro opposti e per la precisione contrari, che in virtù della loro contrarietà fanno parte costituiscono una sola categoria semica a due membri. Ad esempio:

bianco (S1) ↔ nero (S2)

Ad ambedue questi semi viene applicata l’operazione logica della negazione in modo da generare il contraddittorio di ciascuno di essi: bianco conduce così a non bianco e nero a non nero. Il risultato è la seguente struttura a quattro vertici:

bianco                                                             nero

nero bianconon nero                                         non bianco

(immagine tratta da it.wikipedia.org)

I due termini in alto, connessi dall’asse della contrarietà, sono appunto fra loro contrari; le coppie di termini connesse dalle diagonali (dette schemi) sono coppie di contraddittori. Bisogna infatti distinguere l’opposizione qualitativa caratteristica della contrarietà dalla negazione che genera la contraddizione. I due termini in basso sono chiamati subcontrari e sono fra loro meno nettamente opposti di quanto non siano i due contrari originari. E’ spesso possibile individuare un termine neutro che combina i due subcontrari, come sarebbe, in questo caso, grigio (né nero né bianco). I lati verticali del quadrato sono chiamati deissi e sono caratterizzati da una relazione di presupposizione. In effetti non nero suggerisce o indica o rende possibile bianco, mentre non bianco suggerisce o indica o rende possibile nero. Nell’altro senso si può dire che bianco presuppone non nero e che nero presuppone non bianco[4].

Una precisazione rilevante.

Quando Greimas parla di opposti, si riferisce non tanto a concetti, quanto a semi, le unità minime di senso in cui un lessema è scomponibile, detta anche tratto o componente semantico: “Così, ad esempio, le parole bue (“bue domestico castrato di almeno quattro anni”) e toro (“bue domestico non castrato di almeno quattro anni”) hanno in comune i semi [+bovino, +adulto, +maschio], ma toro possiede il tratto [atto a procreare], mentre bue no (cambia quindi la polarità del sema)[5]”.

Tornando ai Winelovers.

Gli opposti corrispondono a Radical e Enosnob.

I contradditori sono Radical ↔ Socialite e Enosnob ↔ Pane al pane.

Deissi (si presuppongono):  Radical ↔ Pane al pane e Enosnob ↔ Socialite

Sub-contrari: Pane al pane ↔ Socialite 

Nella costruzione del quadrato semiotico lo scenario di riferimento del potenziale consumatore poggia su due antitesi filosofiche che hanno radici in un dibattito non scontato pressoché millenario. Sacro vs. Profano e Natura vs. Cultura. Nella storia alimentare dell’umanità la dicotomia natura/cultura si pone alla stregua della dicotomia tra selvatico/domestico e si riveste ben presto di connotati interpretativi che danno l’idea della costruzione di un dibattito naturalmente ideologico: “abbiamo imparato che contrapporre l’azione dell’uomo ai processi naturali non è giustificato dalla lettura del passato. L’idea che l’uomo non si collochi a priori fuori e in antitesi rispetto alle dinamiche naturali ma che la sua azione sia sempre integrata con quella degli altri processi naturali – e che non sia ‘necessariamente’ negativa – può sembrare blasfema oggi che abbiamo davanti agli occhi un’impronta ecologica che non sembra più avere limiti. L’antitesi natura-uomo domina la letteratura di divulgazione sulle tematiche ambientali e i libri di testo di ecologia. La definizione di ‘impatto antropico sugli ecosistemi’ è una metafora potente e abusata di questa idea che pervade anche molta letteratura scientifica specialistica. (…) L’antitesi è anche pericolosa perché la sensazione – o la pretesa – di essere altro e fuori dalla natura è sempre stato il viatico per le idee del privilegio e del dominio ecologico autorizzato o, per converso, la premessa per la nascita di un senso di colpa che genera utopie ambientalistiche assolutamente improduttive.(…) Nel processo che abbiamo messo in scena l’imputato e il giudice sono la stessa persona, ma si è anche capito che il colpevole e la vittima non si possono separare[6]

Mi pare, infine, che il discorso del quadrato semiotico non abbia una mera funzione descrittiva. Il quadrato semiotico, nel momento in cui fotografa un sistema, produce un modello culturale per il futuro. Indica, cioè, quello che per alcuni dovrebbe accadere.

[1] http://www.wired.it/attualita/media/2014/02/13/il-quadrato-semiotico-dellinformazione-online/

[2] http://www.boscoviticultori.it/index.php?area=68&menu=146&page=280&lingua=4 “Il quadrato semiotico dei wine lovers: gli atteggiamenti del consumo del vino in Italia” Lunedì 7 aprile 2014, alle ore 11.00 presso l’Auditorium del Centro Congressi Palexpo del Vinitaly

[3] http://www.squadrati.com/

[4] Marina Sbisà, Materiali per il corso di Semiotica, Scienze della comunicazione (Scienze della formazione, Università di Trieste), La semiotica narrativa di A.J. Greimas. Concetti principali e istruzioni per l’uso in http://www2.units.it/sbisama/it/didattica/semiodisp_2.PDF

[5] Maurizio Dardano, «Lessico e semantica», in Alberto Sobrero (a cura di), Introduzione all’italiano contemporaneo. Le strutture, Laterza, Roma-Bari 1993 , pag. 299

[6] Guido Chelazzi, L’impronta originale. Storia naturale della colpa ecologica, Einaudi, Torino 2013, pp. 269 – 271