L’antieroismo nel vino. Anna Laudisi sul piccolo poggio di cascina Boccia

«Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca d’Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là. Sulle rive del vicino rivo erano accampati un Unno o due; poco distante un Gallo, forse Edueno, immergeva audacemente i piedi nella fresca corrente. Si disegnavano all’orizzonte le sagome sfatte di qualche diritto Romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. I Normanni bevevan calvadòs…» (R. Queneau, Les Fleurs bleues, Gallimard, Paris 1965)

Anche Anna Laudisi, ungiornoqualsiasidelduemilaetre, sul far della sera, provenendo da Genova, salì in cima ad un piccolo poggio dell’Alto Monferrato che si affaccia di lì a poco sul parco delle Capanne di Marcarolo. Ora, nel prato antistante la cascina e tutto intorno, sono accampati dei cani, qualche anatra starnazzante e soprattutto corritrice, galline rigorosamente a terra, cavalli signorili, pecore ignare e una mucca che la fa da padrona perché ha un bel nome proprio di persona non comune: Cinzia. Quando Anna salì da quelle parti non era una contadina, né tantomeno una vignaiola: “resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là”. E, pare, parlando con lei, che si trascinino ancora. Un contadino della zona le ha insegnato più di quello che basta e per il resto ha fatto tutto da sola insieme al suo compagno: sgarzolare (potatura verde), legare, zappare, fare il vino, l’orto e tre bambini. In tutto un ettaro e mezzo  per cinquemila bottiglie da viti, in stragrande maggioranza, centenarie (solo una piccola parte è stata reimpiantata nel 2008).

Mai, come in questi anni, il mondo del vino si è popolato di eroi ed eroine: ebbene, Anna appartiene alla schiera opposta. Non riesce ad apparire neppure quando dovrebbe: capita spesso di vederla assente al suo banchetto espositivo durante una delle tante fiere  che si svolgono ai margini del tessuto commerciale viticolo. La si scorge solitamente seduta da qualche altra parte che se la ride e chiacchiera. Quando, poi, compare alla buon ora a servire il vino, pare che lo faccia con quello di qualcun altro. Non spende mai troppe parole, a meno che no le si chieda e, talvolta, è prodiga di domande imbarazzanti: “Ti piace?” – chiede fissandoti negli occhi. E poi ammette: “io non so vendere e non mi piace nemmeno farlo”. “Si vede” – le dico. Ma, al contrario, le piace fare quello che fa, le scelte che ha fatto e tutto il resto, per cui vale la pena provarli perché non ti vuole appioppare proprio niente e nemmeno se tu lo volessi.

Cinzia

Barbera del Monferrato Superiore 2007 – Cascina Boccia

Si dice che i vini da quelle parti siano longevi. Ovvero, di più. L’uva la raccoglie ad ottobre, poi la fa fermentare per 10 giorni in una vecchia vasca di cemento nella cantina sotto casa. Poi travasa tutto in botti d’acciaio nuove per un paio d’anni. Imbottiglia; lascia dentro la bottiglia e se ne va. Per quanto? Non so: chiedetelo a lei direttamente. Il colore è molto carico, intenso quasi impenetrabile e tutto questo la dice già lunga: la vendemmia tardiva porta la frutta a maturazione compiuta, appena macerata tanto per smussare i fendenti del barbera. Ma dura a lungo, quindi li arrotonda e non li toglie. Poi il bosco, le  foglie nebbiose , la terra bagnata, gli animali che ruzzolano e il sole. Tanto sole e i fiori blu.

 

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