Esercizi di degustazione (ringraziando per l’ispirazione Raymond Queneau)

Notazioni

Il vigneto è ubicato a 550 metri sul livello del mare all’interno di un piccolo anfiteatro con un’esposizione sud, sud-ovest che raccoglie il Libeccio proveniente dalla Corsica e che conferisce alle uve quella sapidità marina che poi si ritrova pienamente nel vino. I terreni sono ricchi di scheletro, molto permeabili, a reazione acida-subacida e con forte presenza di sedimenti marini. Il clima è mediamente poco piovoso, ad accezione del mese di aprile, cosa che a noi va benissimo e anche al nostro enologo (che è presente, sorridente e ammicca alla battuta). Pensi, poi, che la sommatoria delle escursioni termiche è pari a circa 550°C: per la maturazione fenolica delle uve è semplicemente fantastico – vero Marcello? (l’enologo). Le viti vengono coltivate quasi sdraiate ad un’altezza di 50 centimetri: lavorare in vigna richiede uno sforzo notevole. Nulla è meccanizzato e manca la manodopera in genere e quella specializzata in particolare. Se solo la Regione ci ascoltasse.

Lo lasci un po’ nel bicchiere. Come si apre! Bello ampio e vigoroso, freschezza tesa e marcata. Agrumi, corbezzoli, ginestra, rosmarino, macchia mediterranea, pietra focaia. Tra due anni sarà fantastico. Le è piaciuto?

Litote

Il vigneto, all’interno di un piccolo anfiteatro, non è posizionato così in basso, quasi fosse a ridosso del mare. E non si può certo dire che sia un vino poco saporito con tutto quel vento che prende dalla Corsica, senza poi contare che il terreno non è di terra fine come quelli lungo il litorale adriatico o tirrenico, tanto per dirne una. Piove a catinelle, cosa che fa arrabbiare l’enologo – e ride – (e ride pure l’enologo per commiserazione, prima di distrarsi nuovamente quando parla delle escursioni termiche).  Come può immaginare qua è tutto meccanizzato, a pergola alta: avrei bisogno di assumere dei bambini di 8 anni, se non fosse vietato, tanto sono alte le viti. Ma ‘sti politicanti pensano soltanto ai fatti loro.

Lo trangugi di colpo: bello questo trebbiano dell’Emilia tutto frutti tropicale albicocca disidratata (e ride nuovamente)   

Comunicato stampa

Siamo lieti annunciare la nuova annata di Pinco Pallo! Nella splendida cornice di un anfiteatro battuto dal vento di Libeccio, piccole e antiche viti crescono quasi accovacciate su terreni ricchi di conchiglie antichissime. Un sole meraviglioso, che batte tutto l’anno, favorisce la tintarella e la maturazione delle uve per questo splendido vino a cui contribuisce, da alcuni anni, la supervisione sapiente ed accorta del nostro enologo: Marcello! E tutto senza un soldo di contributi Regionali.

Una meraviglia per il palato: da assaporare lentamente, sotto l’ombrellone o in compagnia degli amici.  Scoprirete una profusione di sentori appaganti e galvanizzanti: a partire dagli agrumi e per finire con la pietra focaia. Non vediamo l’ora di farvelo assaggiare in cantina! Per contatti tel.: ….

Analisi logica.

Il vigneto.

ubicato

550 metri

Libeccio

Corsica

vino

sapidità

Terreni

di scheletro

di sedimenti

marini

Il clima

poco

piovoso

benissimo

Enologo

ammicca

Escursioni

termiche

Maturazione fenolica

Viti

vengono coltivate

quasi

sdraiate

Manodopera

Lo

 lasci

un po’

Bello

ampio

Le

è piaciuto

Apocope

Il vignet è ubicat a 550 metr sul livel del mar all’interno di un piccol anfiteatro con un’esposizion sud, sud-ovest che raccoglie il Libecc provenient dalla Corsic e che conferisce alle uve quella sapidit marin che poi si ritrov pienament nel vin. I terren sono ricchi di scheletro, molto permeabil, a reazion acida-subacid e con forte presenz di sediment marin. Il clim è mediament poc piovos, ad accezione del mes di april, cos che a noi va benissim e anch al nostro enolog (che è presente, sorrident e ammicca alla battut). Pensi, poi, che la sommator delle escursion termic è pari a circ 550°C: per la maturazion fenolic delle uve è semplicement fantastic – ver Marcel? (l’enologo). Le vit vengon coltivat quasi sdraiat ad un’altez di 50 centimetr: lavorar in vign richied uno sforz notevol. Null è meccanizzat e manc la manodop in gener e quel specializzat in particolar. Se solo la Region ci ascoltas.

Lo lasci un po’ nel bicchier. Com si apr! Bell amp e vigoros, freschez tes e marcat. Agrum, corbezzol, ginestr, rosmarin, macchia mediterran, pietrafoca. Tra due ann sarà fantastic. Le è piaciut?

Interrogatorio.

  • Scusi dov’è ubicato il vigneto?
  • A 550 metri sul livello del mare all’interno di un piccolo anfiteatro con un’esposizione sud, sud-ovest
  • L’anfiteatro è forse battuto da qualche vento?
  • Dal Libeccio proveniente dalla Corsica
  • Immagino che il vino sia salato. Vero?
  • Quasi. Sì.
  • E il terreno come è composto?
  • Il terreno è ricco di scheletro, molto permeabili, a reazione acida-subacida e con forte presenza di sedimenti marini
  • Con un terreno così, un’esposizione di quel tipo, il clima deve consentire una maturazione perfetta delle uve.
  • Tenga conto che il clima è mediamente poco piovoso, tranne ad aprile che la sommatoria delle escursioni termiche è pari a circa 550°C: per la maturazione fenolica delle uve è semplicemente fantastico. Vero Marcello? Marcello ci sei?!??
  • Dalle foto ho visto che le viti sono ad alberello: dovete farvi un bel mazzo!
  • Altro che mazzo, infatti nessuno vuole venire a lavorare qui e la Regione non ci aiuta. Dire, poi, alberello è fare quasi un complimento: le viti sono all’incirca sdraiate! E facciamo tutto a mano!
  • Bello e ampio: sento agrumi, corbezzoli, ginestra, rosmarino, macchia mediterranea, pietra focaia. Concorda?
  • E come no!
  • Solforosa?
  • (Che rompicoglioni questo qui!)

Volete conoscere la storia dei tre arzilli dolcetto?

Raymond Queneau

 

Ho preso questo racconto breve di Raymond Queneau e l’ho rimodellato a mio piacimento  Questo testo venne presentato all’83a riunione di lavoro dell’Opificio di letteratura potenziale (Oulipo) e si ispira alle istruzioni destinate agli ordinatori oppure all’insegnamento programmato. Il racconto originale si trova in «Les Lettres Nouvelles», luglio-settembre 1967, oppure in Raymond Queneau, Segni, cifre, lettere e altri saggi, Einaudi, Torino 1981

  1. Volete conoscere la storia dei tre arzilli dolcetto?

Se sì, passate al n. 4.

Se no, passate al n. 2.

  1. Preferite quella dei tre grignolino smilzi?

Se sì, passate al n. 16.

Se no, passate al n. 3.

  1. Preferite quella dei tre piccoli pignoletto?

Se sì, passate al n. 17.

Se no, passate al n. 21.

  1. C’erano una volta tre dolcetto vestiti di rosso rubino che dormivano educatamente nella loro bottiglia. Il loro viso rotondo e tannico  respirava dai buchi del sughero e si sentiva il loro russare dolce e armonioso.

Se preferite un’altra descrizione, passate al n. 9.

Se vi va bene questa, passate al n. 3.

  1. Non sognavano. In realtà queste creature non sognano mai.

Se preferite che sognino, passate al n. 6.

Se no, passate al n. 7.

  1. Sognavano. In realtà queste creature sognano sempre e le loro notti sprigionano sogni affascinanti.

Se desiderate conoscere questi sogni, passate al n. 11.

Se non ci tenete, passate al n. 7.

  1. I loro piedini affondavano in caldi monosaccaridi esosi e portavano a letto guanti di fenoli rossi.

Se preferite guanti di colore diverso, passate al n. 8.

Se vi va bene questo colore, passate al n. 10.

  1. Portavano a letto guanti di antociani ossidati di colore rosso aranciato.

Se preferite guanti di colore diverso, passate al n. 7.

Se questo colore vi va bene, passate al n. 10.

  1. C’erano una volta tre dolcetto che giravano il mondo rotolando sulle strade maestre. Venuta la sera, stanchi morti, si addormentarono molto rapidamente.

Se volete conoscere la continuazione, passate al n. 3.

Se no, passate al n. 21.

  1. Facevano e tutti e tre lo stesso sogno; infatti si amavano teneramente e, da buoni e baldi trimelli, sognavano sempre allo stesso modo.

Se volete conoscere il loro sogno, passate al n. 11.

Se no, passate al n. 12.

  1. Sognavano di andare a prendere i solfiti alla cantina sociale e di scoprire, aprendo i sacchetti, che si trattava di solforosa caducata. Inorriditi si svegliano.

Se volete sapere perché si svegliano inorriditi, consultate la Treccani alla parola «caduco» e non parliamone più.

Se giudicate inutile approfondire la questione, passate al n. 12.

  1. Poffarbacco! esclamano aprendo gli occhi. Poffarbacco! che sogno abbiamo partorito ! Brutto presagio, dice il primo. Certo, dice il secondo, è proprio vero, eccomi triste. Non turbatevi cosi, dice il terzo che era il più furbo, non bisogna preoccuparsi, ma capire, insomma, ve lo ana-lizzerò.

Se volete conoscere subito l’interpretazione di questo sogno, passate al n. 15.

Se invece desiderate conoscere le reazioni degli altri due, passate al n. 13.

  1. Ce le spari grosse, dice il primo. Da quando in qua analizzi i sogni? Già, da quando? incalza il secondo.

Se volete sapere anche da quando, passate al n. 14.

Se no, passate ugualmente al n. 14, perché non lo saprete comunque.

  1. Da quando? esclamò il terzo. E che ne so! Sta di fatto che ho esperienza in materia. State a vedere.

Se volete vedere anche voi, passate al n. 15.

Se no, passate ugualmente al n. 15, tanto non vedrete niente lo stesso.

  1. Ebbene, vediamo! dissero i suoi fratelli. La vostra ironia non mi piace, replicò l’altro, e non saprete niente. D’altronde, durante questa conversazione piuttosto animata, il vostro senso d’orrore non si è attenuato? o non è addirittura svanito? A che pro allora smuovere il pantano del vostro inconscio di liquidi odorosi? Andiamo piuttosto a rinfrescarci alla fontana e a salutare questo gaio mattino nell’igiene e nella santa euforia! Detto fatto: eccoli che scivolano fuori dalla bottiglia, si lasciano dolcemente scivolare per terra sino al teatro delle loro abluzioni.

Se volete sapere che cosa succede nel teatro delle loro abluzioni, passate al n. 16.

Se non lo volete sapere, passate al n. 21.

  1. Tre grignolino smilzi li stavano a guardare.

Se i tre grignolino non vi piacciono, passate al n. 21.

Se vi vanno bene, passate al n. 18.

  1. Tre piccoli pignoletto li stavano a guardare.

Se i tre piccoli pignoletto non vi piacciono, passate al n. 21.

Se vi vanno bene, passate al n. 18.

  1. Vedendosi cosi adocchiati, i tre arzilli dolcetto che erano molto pudichi se la svignarono.

Se volete sapere che cosa fecero dopo, passate al n.19.

Se non lo volete sapere, passate al n. 21.

  1. Scivolarono molto veloci per raggiungere le loro bottiglie e, tappandosele alle spalle, vi si addormentarono di nuovo.

Se volete sapere il seguito, passate al n. 20.

Se non lo volete sapere, passate al n. 21.

  1. Non c’è seguito, il racconto è finito.
  1. Anche in questo caso, il racconto è finito.

La foto è tratta da frenchpeterpan.com (1962)

Le grammatiche della degustazione

Prisciano e la grammatica, formella del Campanile di Giotto, opera di Luca della Robbia, 1437-1439, Firenze

Usare, strutturare, definire e comporre una grammatica non significa soltanto fissare e descrivere le norme che regolano l’uso letterario di una lingua. Significa, in altro modo, procedere alla costruzione dei significati politici della lingua stessa, le sue legittimità d’uso, i suoi divieti, le sue prescrizioni e i suoi precetti.

È possibile che, al medesimo tempo, coesistano grammatiche diverse e, a volte, significativamente diverse. La coabitazione non rimanda, però, in alcun modo alla condivisione dei medesimi spazi. Alcune grammatiche prevalgono ineludibilmente sulle altre: vuoi il senso comune che si àncora a motivi precedenti e li traduce in prassi e sentimenti collettivi; vuoi i rapporti di forza (economici, sociali, culturali…) che hanno permesso il prevalere dell’una sulle altre; vuoi le conformità e le difformità collettive di un’epoca; vuoi le strutture che formano e informano i saperi comuni in cui il linguaggio si sforza di rendere comprensibile, a volte plausibile, la cosa a contendere o ad intendere. Parlare la stessa lingua rimanda, metaforicamente, ad un sentire comune e ad intendersi su di esso: “Che cos’è il cibo? Non è soltanto una collezione di prodotti, bisognosi di studi statistici o dietetici. È anche e nello stesso tempo un sistema di comunicazione, un corpo di immagini, un protocollo di usi, di situazioni e di comportamenti. […] Dal momento in cui un bisogno viene preso in carico dalle norme di produzione e di consumo (in poche parole, dal momento in cui passa al rango di istituzione), in esso non è più possibile dissociare la funzione dal segno della funzione reale; il che è vero per l’abbigliamento, ed è altrettanto vero per il cibo; quest’ultimo è probabilmente, da un punto di vista antropologico (d’altronde perfettamente astratto), il primo dei bisogni; ma dacché l’uomo non si nutre più di bacche selvatiche, questo bisogno è sempre stato fortemente strutturato: sostanze, tecniche, usi entrano gli uni e gli altri in un sistema di differenze significative, e a quel punto la comunicazione alimentare è fondata. E la prova della comunicazione non è data dalla coscienza più o meno alienata che i suoi utenti possono averne; è data semmai dalla docilità con cui tutti i fenomeni alimentari costituiscono una struttura analoga agli altri sistemi di comunicazione. Gli uomini non hanno difficoltà a credere che il cibo sia una realtà immediata (bisogno o piacere), senza che ciò crei un ostacolo al fatto che esso costituisca un sistema di comunicazione. E il cibo non è il primo oggetto che essi continuano a vivere come semplice funzione, proprio nel momento stesso in cui lo costituiscono come segno”. (Roland Barthes, L’alimentazione contemporanea”, in Scritti, a cura di Gianfranco Marrone, Einaudi, Torino 1998)

Quando il parlante è costretto a spiegare i principi e il senso delle sue proposizioni, ebbene, proprio in quel momento egli o ella è tenuta a dare una nuova grammatica alle parole pronunciate. Il successo o meno della nuova grammatica dipenderà da diversi fattori e condizioni: ancora una volta non è possibile darsi spiegazioni senza coinvolgere molteplici motivi, di peso, di misura e di temporalità. Ogni profeta e condottiero o leader autentico “«enuncia, crea e promuove nuovi precetti»; ma tale novità, questo è il punto fondamentale, non è l’espressione di una «semplice alternativa», ma di una «presa di posizione» interna ad una struttura valoriale polarizzata, i cui poli sono «senza possibilità di conciliazione», sono cioè connessi gli uni agli altri da una connessione di tipo grammaticale. L’enunciazione del pretendente capo carismatico non avrebbe cioè alcun senso sociologico se non fosse l’espressione di una presa di posizione oppositiva espressa, in questo caso, nei confronti di un co-esistente ordine normativo di tipo impersonale”. (Andrea Sormano, Weber, Wittgenstein e la grammatica del senso, in Quaderni di sociologia 17 | 1998 -Mutamenti della struttura di classe in Italia, teoria e ricerca p. 124-146)   

In ogni caso e in qualunque modo grammatiche molto diverse o sostanzialmente antitetiche gravano su strutture morfologiche alle quali si adeguano e che parzialmente trasformano o che radicalmente rifiutano.

Nelle degustazioni sensoriali del vino prevalgono, e non da ora, le grammatiche delle variegate associazioni di sommellerie, le grammatiche delle guide, le grammatiche di scrittori e divulgatori che, per ragioni che sarebbero troppo onerose da indagare, hanno imposto un loro linguaggio ad una comunità di discenti e di appassionati. Dall’altro lato si sono formate, in tempi sicuramente più recenti, altre grammatiche che hanno rotto, o provato a infrangere le prime perché ritenute inadeguate al racconto del tempo presente, alle sue strutture, alle sue innovazioni tecnologiche, ai nuovi modelli produttivi (ecologici), alle nuove forme di comunicazione che sono irrotte in un mondo fortemente ancorato al cartaceo/analogico e ai nuovi o costituendi rapporti di forza. Alle estremità si sono formate grammatiche, potremmo dire della “non-degustazione” che rifiutano ogni grammatica possibile delle stesse, portando altrove lo sguardo dei convenuti. Anche a tal proposito si potrebbe dire che “quando si vuole provare la mancanza di senso delle locuzioni della metafisica – scrive Wittgenstein in un passo della Grammatica filosofica – spesso si dice: «Non potrei immaginare il contrario di ciò» […] Ebbene, se non posso immaginare come sarebbe altrimenti allora non posso neppure immaginare che è così. Senza otium non c’è neg-otium”. (Andrea Sormano, cit.) Questo è per me un punto dirimente: anche coloro che, legittimamente, rifiutano ogni rituale semantico o di giudizio calcolabile e condiviso (espresso in numeri, chiocciole o faccine) del vino, stanno edificando una nuova grammatica, con nuove norme, precetti e fondamenti a cui attenersi. Per concludere la vera libertà è riuscire, a partire dalle regole apprese e disciplinate, a trovare vie di uscita, ispirazioni, rotture e capovolgimenti: “Un’altra falsissima idea che pure ha corso attualmente è l’equivalenza che si stabilisce tra ispirazione, esplorazione del subconscio e liberazione; tra caso, automatismo e libertà. Ora, questa ispirazione che consiste nell’ubbidire ciecamente a ogni impulso è in realtà una schiavitù. Il classico che scrive la sua tragedia osservando un certo numero di regole che conosce è più libero del poeta che scrive quel che gli passa per la testa ed è schiavo d’altre regole che ignora”. (Raymond Queneau, da Segni, Cifre e Lettere, citato in Italo Calvino in Lezioni Americane, Garzanti, Milano 1988)

L’enoteca di un Tipoqualunque. Racconto brevissimo.

Cantine Sartore (Fiorenzo)
Cantine Sartore (Fiorenzo)

Un signore di mezza età (1), trovandosi senza un soldo e dopo aver dato fondo all’ultima bottiglia di barolo Monfortino del 1999, passeggiava sconsolatamente sul lungomare di Pegli, quando venne avvicinato da un Tipoqualunque, anche lui di mezza età, con la barba irsuta e con degli occhialoni neri che gli incorniciavano gli occhi.
• Butta male, eh? – disse il Tipoqualunque – Scommetto che non ha un soldo in tasca e neppure più una buona bottiglia di vino.
• Lo ha detto!
• Sarebbe disposto a svaligiare una bella bottiglieria qua vicino?
• Perché no?
• Allora mi segua.
Proseguirono lungomare, attraversarono un ponte, costeggiarono case e fabbriche sinché non si immersero, al di là della stazione ferroviaria, nel quartiere di Sestri.
• Vede, è la bottiglieria di un commerciante della zona. Non ha allarmi, apre alle 10 e spesso va via per altre faccende. Ha delle belle referenze: il barolo Massolino, il barbaresco della Cantina dei produttori e quello del castello di Neive, il cannonau di Sedilesu, qualche pinot noir eccellente. .. La saracinesca è questa. Poi c’è una porta secondaria lì dietro. Dovrei avere le chiavi di entrambe.
• Ma cosa sta facendo? Chiese allarmato il signore di mezza età.
• Questa è la mia enoteca, rispose sorridendo il Tipoqualunque. Quindi entrò e chiuse, con molta calma, prima la porta e poi la saracinesca.
Il signore di mezza età si allontanò, calcolando mentalmente il valore monetario di uno Chateau Cheval Noir di Bordeaux del 1959 misurato in franchi Poincaré (Quatrième République) prima che venissero rivalutati, trasformandoli inizialmente in lire e poi in euro, a cui aggiunse l’Iva maggiorata dell’1%. Così, per passare il tempo.
(1) Questo racconto surreale si ispira a Raymond Queneau, a cui rende omaggio, e ai suoi Contes et propos, Gallimard, 1981, pubblicato postumo. In Italia edito per il Melangolo, Genova 1993