Influencer (del vino) si nasce

Io, da qualche parte a metà anni ’70

Togliamoci dalla testa che sia una questione di tecnica e di conoscenza. E togliamoci dalla testa che sia una questione di abilità superiore, di capacità superiore o, semplicemente, di qualità superiore. Nulla di tutto questo. È certo che conoscere un po’ la materia, gli anfratti del vino, le classi descrittive, i giochi sensoriali, aiuta. Nulla da eccepire.

Ma l’influencer non diventa tale per queste ragioni. Non lo diventa neppure perché qualche posizionatore accurato di informazioni in cima alla lista dei motori di ricerca fa il suo dovere a puntino. E neppure perché le regine del layout commerciale e i fotografi di sguardi rassodati impongono presenze sceniche non trascurabili, bellezza permettendo. Anche queste aiutano, ma non bastano.

L’influencer era tale anche da piccolo e, forse, da piccolissimo. Il mondo è grandemente ingiusto sia per la distribuzione delle risorse materiali e sia per la distribuzione delle qualità materiali/immateriali (sulle qualità, per inciso, ci sarebbe da discutere a lungo): quando entrambe si congiungono grazie agli astri, allora nascono gli o le influencer. Quando entrambi si congiungono negativamente c’è la disperazione. Quando prevale la materia, ovvero la risorsa monetaria, nascono i consulenti del lavoro, i tabaccai, gli impiegati del catasto, gli infermieri, gli insegnati e così via. Quando prevale la qualità e non la risorsa, di solito la qualità si smarrisce nella povertà. In rarissimi casi in borse di studio per giocare a basket.

Chi non rammenta con viva invidia quei compagni di classe belli, sufficientemente intelligenti, sportivamente adeguati che, quando organizzavano le bande per picchiarsi durante la ricreazione, raccoglievano almeno il 98% dei sodali abili e poi arruolati? Mi viene in mente, con mesta tristezza, che la mia banda era composta dal sottoscritto e da Dimitri, il mio compagno di banco della prima elementare. Avevamo entrambi gli occhiali quadrati e le orecchie a sventola. In seguito si aggregò anche Fabrizio, un bambino molto vivace che aveva dei seri problemi comportamentali: una volta, per esprimere il suo disappunto, mi infilzò una matita nella mano. Alla fine dell’anno scolastico Dimitri venne bocciato e di lui non ho mai più avuto notizie.

A quei tempi, appena potevo, giocavo a pallone. Adoravo giocare a pallone e non ero per niente malaccio. Non un influencer del calcio giocato e parlato, ma un dignitoso gregario. Il compito di raggruppare e di stilare le formazioni delle squadre toccava al vero leader delle classi quinte riunite in cortile: Roberto. Lo stimavo e lo rispettavo anche perché era l’unico ad avere i peli nelle orecchie a soli dieci anni. Quando mi disse che mi voleva con lui nella squadra ebbi quasi un mancamento. Roberto catalizzava come una calamita sul frigorifero: la sua Parola era Verbo e il Verbo si tramutava sempre in Azione (anche in schiaffoni).

Io e dietro un bambino che mi ruberà la torta appena finito di soffiare le candeline

Crescendo le cose non cambiarono poi di molto: gli influencer erano altri. Mi ritagliavo piccoli spazi che reputavo si attagliassero meglio al mio stile post-punk, lievemente darkeggiante e con pulsioni bakuniniste inusuali. Più che crearmi alibi, vivevo negli alibi che, per dirla tutta, erano molto comodi.

Insomma se, quando racconti una barzelletta, gli ascoltatori non solo non fanno finta di prestare attenzione, ma se ne vanno da un’altra parte, oppure se ci metti dall’ora all’ora e mezza a chiedere ad una ragazza “scusa hai da accendere?”, allora vuol dire che non sei tagliato per fare l’influencer.

Come dicevo, la psicoanalisi, le tecniche di degustazione, l’approfondimento sui parametri sensoriali delle erbe situate sull’arco alpino fanno e fanno tanto. Ma non bastano soprattutto se non lo sei nato. E io, influencer, non lo nacqui.

Volete conoscere la storia dei tre arzilli dolcetto?

Raymond Queneau

 

Ho preso questo racconto breve di Raymond Queneau e l’ho rimodellato a mio piacimento  Questo testo venne presentato all’83a riunione di lavoro dell’Opificio di letteratura potenziale (Oulipo) e si ispira alle istruzioni destinate agli ordinatori oppure all’insegnamento programmato. Il racconto originale si trova in «Les Lettres Nouvelles», luglio-settembre 1967, oppure in Raymond Queneau, Segni, cifre, lettere e altri saggi, Einaudi, Torino 1981

  1. Volete conoscere la storia dei tre arzilli dolcetto?

Se sì, passate al n. 4.

Se no, passate al n. 2.

  1. Preferite quella dei tre grignolino smilzi?

Se sì, passate al n. 16.

Se no, passate al n. 3.

  1. Preferite quella dei tre piccoli pignoletto?

Se sì, passate al n. 17.

Se no, passate al n. 21.

  1. C’erano una volta tre dolcetto vestiti di rosso rubino che dormivano educatamente nella loro bottiglia. Il loro viso rotondo e tannico  respirava dai buchi del sughero e si sentiva il loro russare dolce e armonioso.

Se preferite un’altra descrizione, passate al n. 9.

Se vi va bene questa, passate al n. 3.

  1. Non sognavano. In realtà queste creature non sognano mai.

Se preferite che sognino, passate al n. 6.

Se no, passate al n. 7.

  1. Sognavano. In realtà queste creature sognano sempre e le loro notti sprigionano sogni affascinanti.

Se desiderate conoscere questi sogni, passate al n. 11.

Se non ci tenete, passate al n. 7.

  1. I loro piedini affondavano in caldi monosaccaridi esosi e portavano a letto guanti di fenoli rossi.

Se preferite guanti di colore diverso, passate al n. 8.

Se vi va bene questo colore, passate al n. 10.

  1. Portavano a letto guanti di antociani ossidati di colore rosso aranciato.

Se preferite guanti di colore diverso, passate al n. 7.

Se questo colore vi va bene, passate al n. 10.

  1. C’erano una volta tre dolcetto che giravano il mondo rotolando sulle strade maestre. Venuta la sera, stanchi morti, si addormentarono molto rapidamente.

Se volete conoscere la continuazione, passate al n. 3.

Se no, passate al n. 21.

  1. Facevano e tutti e tre lo stesso sogno; infatti si amavano teneramente e, da buoni e baldi trimelli, sognavano sempre allo stesso modo.

Se volete conoscere il loro sogno, passate al n. 11.

Se no, passate al n. 12.

  1. Sognavano di andare a prendere i solfiti alla cantina sociale e di scoprire, aprendo i sacchetti, che si trattava di solforosa caducata. Inorriditi si svegliano.

Se volete sapere perché si svegliano inorriditi, consultate la Treccani alla parola «caduco» e non parliamone più.

Se giudicate inutile approfondire la questione, passate al n. 12.

  1. Poffarbacco! esclamano aprendo gli occhi. Poffarbacco! che sogno abbiamo partorito ! Brutto presagio, dice il primo. Certo, dice il secondo, è proprio vero, eccomi triste. Non turbatevi cosi, dice il terzo che era il più furbo, non bisogna preoccuparsi, ma capire, insomma, ve lo ana-lizzerò.

Se volete conoscere subito l’interpretazione di questo sogno, passate al n. 15.

Se invece desiderate conoscere le reazioni degli altri due, passate al n. 13.

  1. Ce le spari grosse, dice il primo. Da quando in qua analizzi i sogni? Già, da quando? incalza il secondo.

Se volete sapere anche da quando, passate al n. 14.

Se no, passate ugualmente al n. 14, perché non lo saprete comunque.

  1. Da quando? esclamò il terzo. E che ne so! Sta di fatto che ho esperienza in materia. State a vedere.

Se volete vedere anche voi, passate al n. 15.

Se no, passate ugualmente al n. 15, tanto non vedrete niente lo stesso.

  1. Ebbene, vediamo! dissero i suoi fratelli. La vostra ironia non mi piace, replicò l’altro, e non saprete niente. D’altronde, durante questa conversazione piuttosto animata, il vostro senso d’orrore non si è attenuato? o non è addirittura svanito? A che pro allora smuovere il pantano del vostro inconscio di liquidi odorosi? Andiamo piuttosto a rinfrescarci alla fontana e a salutare questo gaio mattino nell’igiene e nella santa euforia! Detto fatto: eccoli che scivolano fuori dalla bottiglia, si lasciano dolcemente scivolare per terra sino al teatro delle loro abluzioni.

Se volete sapere che cosa succede nel teatro delle loro abluzioni, passate al n. 16.

Se non lo volete sapere, passate al n. 21.

  1. Tre grignolino smilzi li stavano a guardare.

Se i tre grignolino non vi piacciono, passate al n. 21.

Se vi vanno bene, passate al n. 18.

  1. Tre piccoli pignoletto li stavano a guardare.

Se i tre piccoli pignoletto non vi piacciono, passate al n. 21.

Se vi vanno bene, passate al n. 18.

  1. Vedendosi cosi adocchiati, i tre arzilli dolcetto che erano molto pudichi se la svignarono.

Se volete sapere che cosa fecero dopo, passate al n.19.

Se non lo volete sapere, passate al n. 21.

  1. Scivolarono molto veloci per raggiungere le loro bottiglie e, tappandosele alle spalle, vi si addormentarono di nuovo.

Se volete sapere il seguito, passate al n. 20.

Se non lo volete sapere, passate al n. 21.

  1. Non c’è seguito, il racconto è finito.
  1. Anche in questo caso, il racconto è finito.

La foto è tratta da frenchpeterpan.com (1962)

La cantina immaginifica

 

„Due filosofi e mezzo probabilmente

non faranno mai un intero metafisico“

Gaston Bachelard

L’immaginazione si precisa non come facoltà riproduttiva, portato della sensazione e del ricordo che determina una funzione di realtà, bensì come un processo di trascendenza della realtà in lotta per emergere e per ricreare, nella parola poetica, la genesi dell’immagine stessa: „La caratteristica del sognatore di dimore è quella di essere alloggiato dappertutto, senza mai essere rinchiuso da nessuna parte, nella casa finale come nella casa mia reale, la rêverie di abitare è maltrattata: bisogna sempre lasciare aperta una rêverie dell’altrove[1]“.

La cantina

Nella cantina la bottiglia è un segreto che si elabora, come una bella addormentata nel bosco che abbiamo paura di risvegliare.

La cantina è come la camera da letto, silenziosa, profonda, fresca, oscura, luogo di culto pieno di misteri ove le bottiglie riposano nelle rastrelliere disposte in orizzontale. Il vino deve imperativamente, è una regola, una misura, restar in contatto con il tappo per evitar che questo secchi, si restringa e foriere d’acidità perché se il tappo si restringe l’aria passa e così s’ossida il vino.
Le cantine non devon subire sbalzi di temperatura altrimenti è un casino
perché il liquido si dilata e si contrae. Nell’antica Roma c’erano le celle
ove si consumava il vino nuovo in otri di terracotta e poi in anfore millesimate che venivan portate nella ’apoteca’, al piano della casa, da invecchiar ben belle, come miele amaro (ce lo racconta Plinio) che poi con l’acqua venivano versate nelle coppe da bere con gli amici e familiari nel corso di luculliana abbuffate.
L’antica cantina chiamata ’cava’ da caverna (da ricordar quella sovramisura di Polifemo) è sinonimo di ’notte murata’, ’follia sotterranea’ ove il vino matura, si schiude, si concentra; è la caverna cosmica dove lavora la materia stessa dei crepuscoli ove ogni bottiglia è un segreto che si elabora, in un dolce sonno come quello della bella addormentata, così ombrosa e impenetrabile con la testa abbandonata all’indietro come un quadro del Giorgione, buona come il tonno![2]

[1] G. Bachelard, La poetica dello spazio, Dedalo Libri, Bari 1975 pag. 86

[2] Ivi.

 

Svariati attori per svariati drammi: il Produttore, il Critico, il Vino

Pessoa in 1929, drinking a glass of wine in a tavern of Lisbon’s downtown.
By Unknown author – Círculo de Leitores, Fernando Pessoa – Obra Poética, Vol. I, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9478815

L’essere umano è abituato a distruggere grammatiche per edificarne delle altre: nel campo della degustazione del vino si contrappongono, nella sostanza, due pratiche filosofiche che rilevano consuetudini sensoriali.

La prima e più diffusa, di ordine “fisicalista”, suppone che la realtà sia costituita essenzialmente da elementi fisici esterni e indipendenti dalla mente. La separazione tra mente e realtà fisica produce uno spazio oggettuale e indipendente in cui si realizza il processo di valutazione: questo spazio relazionale biunivoco può essere riempito e condizionato da influenze personali o impersonali, sociali, economiche, culturali, politiche e via dicendo. Benché e nonostante le influenze esterne, lo spazio di oggettivazione ha comunque uno suo statuto disciplinare coerentemente inteso e modificabile soltanto quando la comunità di appartenenza (sommelier, enologi o altro) stabilisce che uno o più parametri valutativi in quel preciso campo sono da rinnovare, da aggiornare o da cambiare completamente. Il vino “fisicalista” è oggetto di comprensione e valutazione: sebbene la relazione sia biunivoca, il peso del giudizio risiede unicamente nel soggetto dotato di coscienza attiva e verbale. Il vino, come è facile intuire, non ha diritto di parola e neppure di replica.

La seconda, di ordine puramente relazionale, annulla il campo oggettuale e valutativo per concedere sollo allo spazio relazionale, mente-mente, lo statuto disciplinare atto a produrre la forma e la conoscenza del vino. Questi, ma potrebbe essere qualsiasi altra realtà oggettuale, si costituisce, si dà fisionomia e significato solo nel rapporto tra persone. Il frame, ovvero la cornice spazio-temporale, significa ed esaurisce il senso del vino: non esiste un prima e non potrà esserci un dopo. Al di fuori del contesto di condivisione non si dà alcuna forma di giudizio: l’assenza della relazione è l’assenza dello spazio concettuale.

Potrebbero bastarci le grammatiche dell’oggetto (che cosa bevo) o le grammatiche del mezzo (con chi bevo) se la trattazione del soggetto significasse solo la messa in discussione delle categorie di “oggettivo” e di “soggettivo” e la loro inverosimile alterità reciproca. Il problema del chi beve, del chi giudica e del chi fa che cosa coinvolge il tema del soggetto in almeno due direzioni: quella della molteplicità e quella di una sua plausibile sparizione.

Parafrasando Roland Barthes si dovrebbe affermare che il Produttore regna ancora nei manuali di sommellerie, nelle biografie degli assaggiatori, nelle interviste della coscienza stessa degli uomini e delle donne di piacere, tese ad unire, con i loro diari intimi, la persona e l’opera. Allo stesso modo si cerca sempre la spiegazione della produzione di un vino sul versante di chi l’ha realizzato, come se, attraverso l’allegoria più o meno trasparente della pratica, fosse sempre, in ultima analisi, la voce di una sola e medesima persona, il Produttore, a consegnarci le sue «confidenze». Attribuire un Produttore ad un vino significa imporgli un punto fisso d’arresto, dargli un significato ultimo, chiudere l’assaggio. E’ una concezione molto comoda per la critica, che si arroga così l’importante compito di scoprire il Produttore (o le sue ipostasi: la società, la storia, la psiche, la libertà) al di sotto dell’opera: trovato il Produttore, il vino è «spiegato», il Critico ha vinto; non deve sorprendere, perciò, il fatto che storicamente il regno del Produttore sia stato anche quello del Critico, e che la critica sia oggi, insieme al Produttore, minata alla base.

“Guardando le modificazioni storiche che si sono succedute, non sembra indispensabile, assolutamente, che la funzione-autore rimanga costante nella sua forma, nella sua complessità e finanche nella sua esistenza. Si può immaginare una cultura dove i discorsi circolerebbero e sarebbero ricevuti senza che la funzione-autore apparisse mai. Tutti i discorsi, qualunque sia il loro statuto, la loro forma, il loro valore e qualunque sia il trattamento che si fa loro subire, si svolgerebbero nell’anonimato del mormorio. Non si ascolterebbero più le domande così a lungo proposte: “Chi ha realmente parlato? È veramente lui e nessun altro? Con quale autenticità o con quale originalità? E che cosa ha espresso dal più profondo di se stesso nel suo discorso?” Ma altre come queste: “Quali sono i modi di esistenza di questo discorso? Da dove viene tenuto, come può circolare e chi può appropriarsene? Quali sono le ubicazioni predisposte per dei soggetti possibili? Chi può riempire queste diverse funzioni del soggetto?” E dietro a tutte queste domande non si capterebbe altro che il rumore di un’indifferenza: “Cosa importa chi parla?1

Questo ancora per dire che la questione dell’asservimento della Critica alla Produzione in un’ottica eminentemente clientelare è solo una piccola parte di una controversia molto più ampia: se non si riesce a comprendere in che modo funzionano i dispositivi di potere nella formazione dei discorsi, non si riesce neppure a capire come il soggetto, sia esso Produttore o Critico, possa ricoprire una molteplicità di ruoli, ovvero di funzioni, necessari alla replica o al capovolgimento dei meccanismi di potere. Il non-detto ha, in tutto questo, un peso enorme. Così come l’autocensura. Prima del chi parla, occorre chiedersi da quale pulpito strepita chi, per ordinamento sociale, ha diritto di parola.

E, infine, il confronto con noi stessi, quel difficile passaggio di indulgenza, mai di auto-assoluzione, per il fatto che non tanto di incoerenza si tratta perché coerenza dovrebbe essersi data, ma di inequivocabile e instabile molteplicità: se altri parlano per noi, noi non possiamo che parlare per altri: “Ho creato in me diverse personalità. Creo costantemente personalità. Ogni mio sogno, appena lo comincio a sognare, è incarnato in un’altra persona che inizia a sognarlo, e non sono io. Per creare mi sono distrutto: mi sono così esteriorizzato dentro di me che dentro di me non esisto se non esteriormente. Sono la scena viva sulla quale passano svariati attori che recitano svariati drammi” (Fernando Pessoa).

Allora, forse, le domande da fare e da porsi è: quali attori vogliamo interpretare e per quali drammi? Quali produttori e per quali vini? Quali critici e per quali vini?

1 Michel Foucault, Qu’est-ce un auteur (1969) in Id. Dits et écrits, Gallimard, Paris, 1994, tr.it. Che cos’è un autore? in Scritti letterari, Feltrinelli, Milano, 1984.

Sei labbra e occhi bui. Sei la vigna.

fugazzala foto è di Arianna Fugazza

Anche tu sei collina 

Anche tu sei collina

e sentiero di sassi

e gioco nei canneti,

e conosci la vigna

che di notte tace.

Tu non dici parole.

 

C’è una terra che tace

e non è terra tua.

C’è un silenzio che dura

sulle piante e sui colli.

Ci son acque e campagne.

Sei un chiuso silenzio

che non cede, sei labbra

e occhi bui. Sei la vigna.

 

E’ una terra che attende

e non dice parola.

Sono passati giorni

sotto cieli ardenti.

Tu hai giocato alle nubi.

E’ una terra cattiva –

la tua fronte lo sa.

Anche questo è la vigna.

 

Ritroverai le nubi

e il canneto, e le voci

come un’ombra di luna.

Ritroverai parole

oltre la vita breve

e notturna dei giochi,

oltre l’infanzia accesa.

Sarà dolce tacere.

Sei la terra e la vigna.

Un acceso silenzio

brucerà la campagna

come i falò la sera.

Cesare Pavese  30, 31 ottobre 1945[1]

Per Pavese il luogo mitico è il nome comune[2], universale, il prato, la terra, la vigna, la collina…: è l’archetipo primordiale di cui ognuno possiede il riflesso. I ricordi, con cui si battezzano le cose, sono la memoria del simbolo e del mito. Il mito, per sua natura, è sempre simbolico: «non ha mai un significato univoco, allegorico, ma vive di una vita incapsulata che, a seconda del terreno e dell’umore che l’avvolge, può esplodere nelle più diverse e molteplici fioriture[3].» Il mito, come atto estatico  che corrisponde al simbolo diviene puro atto di libertà: esso può apparire alle soglie dell’esperienza infantile ed è specifico di quei paesaggi dell’infanzia. «In Pavese quella necessità di ricondurre ogni nuova esperienza ai prototipi mitici infantili sembra(…) un atto sempre rinnovato  di devozione verso la morte, che sta appunto sul liminare delle esperienze infantili (…) e che attraverso i simboli primordiali le permea tutte[4].» Assieme alla dottrina del simbolo e all’estasi come sacramento giunge a Pavese l’idea che l’infanzia sia uno stadio di conoscenza prima, tempo di esperienze fondamentali e uniche, fonte del sapere primario che si rivela disponibile solo parzialmente come ritorno della memoria. Il fanciullo partecipa a quei modelli primordiali perché è più vicino all’Aldilà.

Nell’impossibilità di quel ritorno, di  riafferrare il tempo sacro della festa, la sazietà delle parole non può che essere vana, quando la rabbia scopre la possibilità di “non essere più io”, di non poter più partecipare all’archetipo primordiale, al farsi campo, cielo, bosco: «Talvolta se mi accosto a questa terra, ne ho un urto impetuoso che mi rapisce come un’acqua in piena e vuol sommergermi. Una voce, un odore bastano a prendermi e buttarmi chi sa dove. Son fatto pietra, umidità, letame, succo di frutto, vento. Del limite umano non mi resta che l’istinto di rapprendermi in parole, ma queste non sono più nulla e mi dibatto come un albero o una belva già stata uomo e ora incapace di esprimermi. Cedo, riluttando perché so che la mia natura è un’altra, e ogni volta trovo in fondo a questo impeto una vana sazietà. […] Io parlo qui di tentazione attuale. Fermo davanti a una campagna, smemorato, a un cielo chiaro, a un corso d’acqua, a un bosco, mi sorprende la rabbia improvvisa di non esser più io, di farmi quel campo, quel cielo, quel bosco, di cercar la parola che lo traduca tutto quanto, fino ai fili dell’erba, fino al sentore, fino al vuoto. Io non esisto; esiste il campo, esiste il cielo. Esistono i miei sensi, spalancati come bocche a divorare l’oggetto[5].»

[1] Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi, Torino 1951

[2] Cfr. i tre saggi dedicati a Cesare Pavese in Furio Jesi, Letteratura e mito, Einaudi , Torino 2002

[3] Cesare Pavese, La letteratura americana e altri saggi, Einaudi, Torino 1953, pag. 301

[4]  Furio Jesi, Pavese, il mito e la scienza del mito, in Furio Jesi, Letteratura e mito, cit.  pag. 144

[5] Cesare Pavese, Feria d’agosto, Einaudi, Torino, 1946, p. 235

Il vuoto esiste. Meglio riempirlo con un vino buono

Molti dipinti di Adolf Wölfli riempiono completamente lo spazio, con scritte o note musicali General view of the island Neveranger, 1911

“Il vuoto non esiste” disse Aristotele.

Per duemila anni circa il genere umano ha creduto, grazie ad Aristotele, all’horror vacui e ad un senso di malcelata digestione che il vuoto non esistesse. Secondo la definizione dello Stagirita, il luogo è «il limite del corpo contenente (in quanto contiguo al corpo contenuto)». Egli aggiunse che per «contenuto» si doveva intendere «un corpo che possa essere mosso mediante spostamento». Il luogo è dunque «il primo immobile limite del contenente» (Physica, IV.4, 212a 5-6, 20-21). Se aveste un bicchiere di vino in mano e foste aristotelici almeno quanto lo fu Aristotele stesso, affermereste che il luogo del vino non è lo spazio tridimensionale che si estende tra le pareti interne del bicchiere, ma che esso coincide con la superficie interna del bicchiere medesimo. Questa teoria resistette un bel po’ di tempo per almeno due ragioni concomitanti: la prima era che se vi fosse stato il vuoto, i corpi, di conseguenza, non si sarebbero potuti muovere. Avreste avuto un bel da dire che vi sarebbe piaciuto degustare un bel bianco macerato di Chio del 2347 a.C. prodotto nientepopodimeno che da Tasos e suoi 15 figli, perché quel vino non sarebbe sceso nel vostro gargarozzo nemmeno di un millimetro. La seconda era prevalentemente di tipo psicologico: il bicchiere, nel loro caso la coppa, era sempre non solo mezzo pieno, ma interamente pieno (non solo di vino, ma se lo fosse stato di certo non guastava). Una volta Aristotele incontrò il noto intenditore di vini macerati e mischiati con acqua di mare, tale Agathangelos e gli chiese come mai sorseggiasse da una coppa senza vino ed egli, seraficamente e con adeguata preparazione filosofica, così replicò: “Oggi mi tengo leggero, bevo solo aria iodata!” Dopo questa riposta così sicura, edotta e ben argomentata, Aristotele decise di prendere Agathangelos tra i suoi discepoli, lo nominò coppiere, fortilizio indomabile contro gli atomisti e gli chiese di portare alcune anfore piene di vino perché di aria iodata ne avevano bevuta sin troppa con Platone.

Il vuoto esiste. Esperimento col vino.

Poi arrivarono i guastafeste: Galileo, Torricelli e, soprattutto, Pascal. “Nel corso dell’inverno 1647 Pascal ideò e realizzò una serie di esperimenti con tubi di forme e lunghezze diverse, con l’obiettivo anzitutto di stabilire se effettivamente vi fosse quell’aria rarefatta di cui parlavano di aristotelici, che grazie a un grande potere di espansione, spingeva il mercurio verso il basso Constatò, come aveva fatto Torricelli, che il livello rimaneva invariato anche in presenza di un vuoto maggiore. Non appena seppe dell’esperimento realizzato a Rouen, Jacques Pierius, professore di filosofia del locale Collège de l’Archevêché, pubblicò un opuscolo intitolato An detur vacuum in rerum natura (1646), nel quale sosteneva che il vuoto era in realtà pieno di vapori o esalazioni di mercurio. Pascal organizzò un esperimento spettacolare nella piazza antistante la vetreria di Rouen, al quale assistettero, oltre a Pierius, più di cinquecento persone. Si procurò due tubi lunghi più di dodici metri, fissandoli all’albero di una nave trasportato nella piazza per l’occasione. Domandò ai presenti cosa sarebbe accaduto riempiendo un tubo con acqua e l’altro con vino. I pienisti risposero che essendo più leggero, il vino avrebbe liberato più vapori rispetto all’acqua, attestandosi così a un livello inferiore. Il risultato dimostrò l’esatto contrario, cosicché anche Pierius e i sostenitori della teoria dei vapori dovettero arrendersi all’evidenza” (tratto da http://wwwdata.unibg.it/dati/corsi/25268/88407-Dispensa%20storia%20della%20scienza%202B.pdf).

Le scoperte scientifiche che di lì ai giorni nostri si protrassero incessantemente e con risultati sempre più definiti, portarono ad affermare in diversi campi, con motivazioni naturalmente diverse, che il “vuoto esiste e non ci si può fare niente”.

Vuoto a rendere.

Capirete lo stravolgimento psichico e metafisico di tale scoperta: molti videro i bicchieri di vino mezzi pieni; altri ancora, mezzi vuoti. Venne, inoltre, inaugurata una lunghissima stagione, non ancora terminata, di vuoti a rendere e di vuoti a perdere.

Credo però che quell’antico slancio aristotelico a riempire i vuoti che ci fanno paura sia ancora del tutto intatto. Non sempre è un bene riempire i vuoti che non si possono rendere. Ma ancora peggio è riempirli a casaccio. Il vino deve essere comunque buono.

Cesare Pavese, Feria d’agosto e la vigna

 

 

Torino, Einaudi 1946

“Una vigna che sale sul dorso di un colle fino a incedersi nel cielo, è una vista familiare, eppure le cortine dei filari semplici e profonde appaiono una porta magica. Sotto le viti la terra rossa è dissodata, le foglie nascondono tesori, e di là dalle foglie sta il cielo.
Tutto ciò è familiare e remoto, infantile a dirla breve, ma scuote ogni volta, quasi fosse un mondo.
La visione s’accompagna al sospetto che queste non siano se non le quinte di una scena favolosa in attesa di un evento che né il ricordo né la fantasia conoscono. Qualcosa di inaudito è accaduto o accadrà su questo teatro.
Solamente un ragazzo la conosce davvero; sono passati gli anni, ma davanti alla vigna l’uomo adulto contemplandola ritrova il ragazzo. Ma nulla è veramente accaduto e il ragazzo non sapeva di attendere ciò che adesso sfugge anche al ricordo. E ciò che non accadde al principio non può accadere mai più.
Se non forse sia stata proprio questa immobilità a incantare la vigna. Un sentiero l’attraversa all’insù, dimezzando i filari e tagliando una porta sul cielo vicino. Il ragazzo saliva per questi sentieri, vi saliva e non pensava a ricordare; non sapeva che l’attimo sarebbe durato come un germe e che un’ansia di afferrarlo e conoscerlo a fondo l’avrebbe in avvenire dilatato oltre il tempo. Forse quest’attimo era fatto di nulla, ma stava proprio in questo il suo avvenire. Un semplice e profondo nulla, non ricordato perché non ne valeva la pena, disteso nei giorni e poi perduto, riaffiora davanti al sentiero, alla vigna, e poi si scopre infantile, di là dalle cose e dal tempo, com’era allora che il tempo per il ragazzo non esisteva. E allora qualcosa è davvero accaduto. E’ accaduto un istante fa, è l’istante stesso: l’uomo e il ragazzo s’incontrano e sanno e si dicono che il tempo è sfumato.
L’uomo sa queste cose contemplando la vigna. E tutto l’accumulo, la lenta ricchezza di ricordi d’ogni sorta, non è nulla di fronte alla certezza di quest’estasi immemoriale. Ci sono cieli e piante, e stagioni e ritorni, ritrovamenti e dolcezze, ma questo è soltanto passato che la vita riplasma come giochi di nubi. La vigna è fatta anche di questo, un miele dell’anima, e qualcosa nel suo orizzonte apre plausibili vedute di nostalgia e speranza. Insoliti eventi vi possono accadere che la sola fantasia suscita, ma non l’evento che soggiace a tutti quanti e che tutti quanti abolisce: la scomparsa del tempo. Questo non accade, è: anzi è la vigna stessa.
E non accade nulla, perché nulla può accadere che sia più vasto di questa presenza. Non occorre nemmeno fermarsi davanti alla vigna e riconoscerne i tratti familiari e inauditi. Basta l’attimo dell’incontro.”

Le icone del vino, con breve compendio operativo nel caso in cui si vogliano distruggere.

Questa icona, apparsa nella nella chiesa di San Nicola (vicolo Starovagankovsky), raffigura la vita di Matriona, la santa cieca, nel suo presunto incontro con Joseph Stalin.
Questa icona, apparsa nella nella chiesa di San Nicola (vicolo Starovagankovsky),raffigura la vita di Matriona, la santa cieca, si vede anche la scena del suo incontro con Joseph Stalin.

Si fa un gran baccano sulle icone del vino: su chi rappresentino, da quale aura particolare vengano circondate e quale sia il credito di cui godono.

Occorre, quindi, per non rimanere in un generico indefinito, provare ad identificare alcune peculiarità, che si attagliano a misura sulle immagini circondate da una sacralità imponente, che vorrei ora andare ad analizzare.

  1. L’icona, non essendo una rappresentazione della natura, ma un segno della «divinità» vinicola, si muove dentro un sistema bidimensionale. Abituati, scioccamente, all’altezza, alla larghezza e alla lunghezza più tutto il resto, siamo qui costretti a rinunciare al volume dei corpi e alla profondità per concentrare la nostra attenzione sull’essenza e non sulla carne. Il corpo dell’icona viticola assume così un carattere spiritualizzato e trasfigurato.
  2. L’icona viticola si muove dentro una prospettiva “ribaltata”: le figure emergono in un solo piano frontale anziché in profondità e di scorcio; l’assunzione di proporzioni “gerarchiche” permette all’icona di emergere in qualsiasi luogo ove essa si presenti: ciò che la contorna risulta normalmente più piccolo e ininfluente rispetto alle reali dimensioni che avrebbe in ambienti sobri e parzialmente tridimensionali (anche sfuocati).
  3. L’icona viticola gode di atemporalità e di infinitezza: essa supera il tempo e i luoghi. La materialità dei suoi prodotti esula completamente dalla loro collocazione terrestre e dal criterio di prova. La cecità del degustatore alla cieca si configura, spesso, come mancato abbaglio di fede.
  4. Soltanto con il risveglio dello sguardo il degustatore potrà tornare alla vera fede vinicola, oppure creare una setta eretica a suo piacimento e rifondare le proprie icone del vino. Egli espellerà, in un secondo tempo, coloro che non si adegueranno alla nuova fede rivelata. Così all’infinito.
  5. Per rimanere sul tema dell’abbaglio, l’icona del vino gode di luce propria non riflessa: i corpi che la circondano emanano solo fulgori e mai ombre. Lo sfondo che la sorregge è dorato e perfettamente consono all’immagine sacra che se ne vuole ricavare.
  6. Nel caso in cui una serie di degustatori seriali, stufi della riproposizione di icone sotto altra forma, seppur esse compiano come eretiche e, volendosi rifare all’esperienza iconoclasta del nestorianesimo, del monofisismo o, perché no, del paulicianesimo, sarà sufficiente che si dotino di un paio di forbici.

La produzione viticola del Lazio alla fine dell’Ottocento

A handbook of Rome and the Campagna (1899) https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=43462036

La ‘regione’ Lazio [1] dell’epoca comprende solamente la provincia di Roma e «la coltivazione della vite predomina nelle colline e ha grande importanza in tutta la regione, non esclusa la zona del monte, dove spesso si trova la preziosa ampelidea a notevoli altitudini sulle pendici, nelle condizioni meno sfavorevoli per esposizione e ripari dai venti del nord. In parecchie località della pianura, prima coltivate estesamente, si trovano ora vasti e ubertosi vigneti; alla loro maggiore diffusione è stato di ostacolo, in questi ultimi anni la lotta contro le malattie crittogamiche, più difficile a praticarsi che non nei vigneti in collina. In questa regione si constata una certa confusione nella classificazione e denominazione dei vitigni, che a prima vista sembrano molto più numerosi di quello che siano in realtà, perché in molti comuni si coltivano gli stessi vitigni sotto nomi diversi [2].» I principali vitigni del Lazio a bacca bianca sono il Trebbiano giallo ed il Trebbiano verde, mentre per quelli a bacca rossa domina su tutti il Cesanese, «uva assai stimata nella regione, per lo speciale e gradevole profumo che impartisce al vino [3].»

Comune di Piglio Di Ziegler175 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=39104809

Di estremo rilievo poi l’affermazione successiva: «La viticoltura del Lazio è una delle migliori che vanti l’Italia, ma è troppo costosa. La materia prima che offre alla vinificazione, è eccellente, ma difettano molto i processi di fabbricazione del vino, quantunque in questi ultimi anni non manchi l’esempio di produttori intelligenti e volenterosi, i quali sono riusciti a mettere in commercio prodotti veramente superiori.» Sembra quasi di sentire l’affermazione, oggi generalmente condivisa, che fa dire a Franco Santini, dal blog di Acquabuona, «e già, perché il punto dolente è proprio questo: Roma rappresenta il più importante mercato del vino in Italia e fino a pochi anni fa la presenza in carta di etichette regionali era scarsissima. Oggi, dopo anni di sforzi ed investimenti, si è arrivati ad una quota di circa il 10% (sulla base degli ultimi rilevamenti dell’Arsial, l’Agenzia Regionale per lo Sviluppo e Innovazione dell’Agricoltura del Lazio), che non è pochissimo, ma che senz’altro è molto al di sotto delle aspettative e potenzialità del territorio. Diciamo subito che se a Roma e dintorni si bevono pochi vini laziali la colpa non è tutta e solo dovuta ad una sorta di ‘esterofilia’ di ristoratori ed enotecari, che li ha portati nel tempo a scegliere e proporre soprattutto prodotti di altre regioni. Grande responsabilità va imputata anche agli stessi vini del Lazio, che fino a non molto tempo fa erano, salvo rare eccezioni, semplicemente ‘impresentabili’, e che solo oggi, grazie all’impegno e al lavoro di alcuni produttori seri, iniziano a colmare quel ritardo in termini di complessità e radicamento territoriale che li ha sempre penalizzati. E anche se è forse prematuro etichettare il Lazio come una regione di grandi vini – nonostante storia e potenzialità la porrebbero di diritto tra i territori più vocati del paese – qualcosa si sta muovendo, anche grazie ad associazioni intraprendenti (…) [4].»

Le zone di produzione viticola laziale elencate da Mondini sono divise in tre gruppi principali: «Nel Velletrano e nei Castelli romani si coltivano le vigne intensamente, in terreni d’origine vulcanica. I vini che se ne ottengono sono robusti, sapidi e conservabili; e se ne aiuta la conservazione facendoli passare a primavera dalle cantine sopra terra, o tinelli, in ottime grotte sotterranee. Queste grotte sono costruite in modo speciale, ed in generale sono costituite da un lungo corridoio scavato nel tufo, avente lateralmente parecchie nicchie, in ciascuna delle quali sono disposte le botti, della capacità di 8 a 12 ettolitri, ma più spesso di 10 ettolitri circa (botte romana di 960 litri, costituita da 16 barili da 60 litri ciascuno). Opportuni spiragli o caminetti, che sporgono fuori dal terreno, servono all’areazione delle grotte, il cui difetto è spesso quello di un’eccessiva umidità, che favorisce molto lo sviluppo delle muffe. A questo primo gruppo di vigneti appartengono anche quelli del Suburbio di Roma, ora più estesi che nel passato; i quali danno prodotto meno pregiato di quello dei Castelli romani, principalmente a causa delle colture orticole che vi si intercalano in abbondanza. La natura vulcanica dei terreni impartisce ai vini dei Castelli romani caratteri speciali, che acquistano pregio con l’invecchiamento e li rendono ottimi anche pei buongustai più esigenti. Il secondo centro di produzione vinicola è costituito principalmente dal Viterbese, dove la coltura della vite non è così fitta ed intensiva come nei Castelli romani, ma è quasi sempre a palo secco; e le strisce di terreno, che si lasciano tra un filare e l’altro, sono assai strette. Prevalgono le uve bianche; le cantine sotterranee sono meno numerose, ma tuttavia i vini ben fatti si conservano facilmente. Il terzo gruppo è costituito dal circondario di Frosinone, confinante colla provincia di Caserta, dove le viti sono principalmente coltivate maritate agli alberi. I vini, che se ne ottengono, sono ordinariamente buoni e conservabili nell’inverno. (…) un notevole aumento nelle piantagioni di viti nella provincia di Roma, si è verificato in questi ultimi anni lungo il litorale marittimo e specialmente presso Civitavecchia, Nettuno e Terracina. I vini del Lazio in generale si possono classificare in vini secchi e in vini pastosi o alquanto dolci. Il più importante mercato pei vini di questa regione è la città di Roma, dove sono ancora preferiti, ed un tempo erano anche molto ben pagati, i vini dolci, volgarmente detti pastosi o sulla vena. Il forte ribasso dei prezzi, che i vini del Lazio hanno subito sul mercato di Roma, a causa della concorrenza dei vini delle altre regioni, e della conseguente trasformazione del gusto dei consumatori, rende le condizioni economiche della viticoltura assai meno prospere, che nel passato [5].»

I viticoltori, a causa di questo ribasso costante dei vini locali, hanno costi di produzione notevolmente aumentati sia per la vinificazione che per la lotta contro le malattie crittogame sino a quel tempo quasi sconosciute, condizioni per quali si cercano sbocchi commerciali sui mercati esteri. Allora come oggi il mercato romano, tra i maggiori in Italia, determina i gusti prevalenti e, parzialmente in conseguenza a ciò, anche i prezzi relativi alla vendita dei vini.

La viticoltura laziale si estende su 224 comuni su 226 totali, con forme di allevamento basse, sostenute da canne o fili di ferro, a cui fanno eccezione la provincia di Frosinone dove la vite è maritata agli alberi, in primis all’acero, poi al frassino e all’olmo e la provincia di Viterbo dove prevale un sistema misto. Il sesto d’impianto è solitamente così costruito: la distanza all’interno dei filari varia tra 60 cm fino ad un massimo 110 cm, mentre tra filari da 80 cm sino ad un massimo di 130 cm. Gran lavoro poi viene svolto per estirpare vitigni meno buoni, in particolar modo quelli soggetti alla ‘colatura [6]’. I vitigni principali a bacca bianca sono: «Il Trebbiano giallo dei Colli Albani, chiamato Greco nel Velletrano e Tostarello o Biancuzzo nel Frosinonese. È un vitigno, assai diffuso in tutta la provincia, eccellente tanto per la bontà che per la sua costante ed abbondante produzione. Il Trebbiano verde, noto nel Frosinonese sotto il nome di Maturano, ha produzione abbondante e buona. Le sue uve, vinificate da sole, danno un vino color verdognolo, asciutto, di buon gusto, serbevolissimo e molto alcolico. Il Bello, che corrisponde al Pampanaro del Frosinonese ed al Romanesco del Viterbese. Il Buonvino, detto anche Trebbiano verde (…). Il Greco è a vegetazione robusta, resiste alle avversità atmosferiche, matura tardivamente e produce in abbondanza uva di buona qualità. (…) Si coltivano poi il Frosinonese, il Bottacchio, il Cacchione, la Passerina, l’Uva pane, ecc. nel circondario di Frosinone; l’Uva francese, la Coda di volpe, il Pantastico, il Procanico ecc. nel Suburbio e nei Castelli romani; Il Ropssetto o Rossolo, il Verdello, il Biancone ecc. nel Viterbese. In tutta la provincia si coltivano anche la Malvasia ed il Moscato; fra i vitigni d’importazione straniera il Semillon, il Sauvignon, il Riesling, il Furmint (Tokay) ecc.

Vitigni a frutto colorato. Il vitigno predominante è il Cesanese, di cui si coltivano due varietà: quella ad acino grosso detta Velletrano. E quella ad acino piccolo, la più pregiata, che prende il nome di Cesanese d’Affile. Il Cesanese è assai diffuso in tutta la provincia, produce molto e costantemente, si adatta ad ogni sistema di allevamento, va poco soggetto alla colatura e dà prodotto ottimo. La Lacrima rossa, pure assai diffusa nei diversi circondari della provincia, al pari del Buonvino rosso, dà in certe speciali condizioni un discreto prodotto sia per qualità che per quantità. Si coltivano inoltre: nel Frosinonese il Tagliaferro o Ferrigno, il Cerasolo, il Cimagiglio, il Montonico, il Greco rosso, ecc.; nei Castelli romani e nel Suburbio il Pantastico nero, la Nera di Cori, l’Uva di Spagna, il Moscato nero, il Nero primatico, il Greco ecc.; nel Viterbese l’Aleatico, il Sangiovese, il Montepulciano, il Canaiolo, il Greco ecc. ecc.

Sono molti i vitigni a frutto rosso stranieri, specialmente francesi, che sono stati introdotti in varie località del Lazio, come a Sutri, a Bracciano, a Ceccano, nel Suburbio ecc. Di essi hanno dato migliori risultati il Cabernet, il Malbek, il Pinot, il Teinturier [7], e qualche altro. (…) se i vini del Lazio fossero fabbricati bene ed accuratamente conservati, non vi è dubbio che la loro composizione ed i loro caratteri organolettici li farebbero classificare fra i migliori prodotti in Italia. Disgraziatamente però, tanto la fabbricazione che la conservazione del vino lasciano molto a desiderare, e tranne alcune eccezioni, la massa dei produttori è ancora assai lungi dall’avere adottato quelle pratiche, che altrove hanno fatto ottima prova [8].»

L’autore prosegue infine con l’elenco dei vini, a partire dai migliori, delle varie zone: in quella romana prevalgono i vini dei Castelli, che godono di terreni migliori e sistemi di coltura più razionali. I rossi dei Castelli, a base Cesanese, sono pesanti ed hanno un notevole residuo zuccherino indecomposto. Nel Suburbio invece i vini bianchi sono eccessivamente aspri, mentre i rossi un po’ meno pesanti di quelli dei Castelli. Non molto altro viene aggiunto dall’autore sulle restanti provincie, se non un breve accenno ai migliori centri di produzione per ogni circondario ed un breve accenno ai vini passiti, tra cui l’Aleatico di Terracina e di Gradoli, il Moscatello di Montefiascone, i vini dolci di Velletri, di Marino e Frascati, sui quali il giudizio complessivo viene sospeso dalla variabilità della produzione annua, che non permette di esprimere una costanza di risultati.

Per finire un accenno all’uva bianca prodotta, di grande qualità, che si mostrerebbe adatta a produrre vini tipo Champagne francese, ma che, fino a quel momento, rappresenta un’ipotesi esclusa se non per le piccole produzioni di vino spumantizzato ad uso famigliare.

NOTE

[1]      Salvatore Mondini, Produzione e commercio del vino in Italia, Ulrico Hoepli, Milano 1899

[2]     Ivi.  pp. 160, 161

[3]     Ibidem

[4]     Franco Santini, Le Vigne del Lazio: una selezione per conquistare Roma, in Rubrica: Il vino in dettaglio http://www.acquabuona.it/, 8 aprile 2009

[5]     Salvatore Mondini, cit. pp 160 – 163

[6]     Caduta dei fiori prima che siano fecondati o prima che alleghino, per incompleta fecondazione. Nota Le conseguenze di questa virosi quali: colatura, acinellatura, deperimento e conseguente eliminazione dei ceppi infetti, sono identificabili in un abbassamento quantitativo e qualitativo della produzione che costringe all’estirpazione dei vigneti colpiti.

Contesto: Dopo l’allegagione, una percentuale variabile di giovani acini apparentemente fecondati non ingrandisce più e cade. Questa abscissione è causata dall’idrolisi delle pectine della lamella mediana delle pareti cellulari che formano uno strato di separazione alla base del pedicello. Questo fenomeno, detto ‘colatura’, è spesso difficile da distinguere da un’allegagione verificatasi con tempo freddo e coperto, che provoca una durata della fioritura eccessivamente lunga. Da dizionario enologico http://www.farum.it/glos_enol/show.php?id=965.

Nei vitigni a fiore femminile, non coltivati a stretto contatto con vitigni ermafroditi (picolit, lambrusco di Sorbara, moscato rosa ecc.), la colatura è la conseguenza della ridotta impollinazione dei fiori per scarsità di polline fertile nell’aria durante la fioritura.

Da http://www.lavinium.com/enciclopedia/encicloc.shtml#colatura

[7]     Il termine francese indica genericamente un’uva dalla polpa colorata; in alcuni casi le viene attribuito un nome relativo ai vitigni (Svizzera):

Gamay de Bouze N                             Färbertraube/Gamay teinturier

Gamay Chaudenay N                          Färbertraube/Gamay teinturier

Gamey Fréaux N                                 Färbertraube/Gamay teinturier

Da Ordinanza dell’UFAG (L’Ufficio federale dell’agricoltura (UFAG) provvede affinché i contadini producano derrate alimentari di prima qualità in modo sostenibile e conforme alle esigenze di mercato.Esso si impegna per un’agricoltura multifunzionale che contribuisca efficacemente a:garantire l’approvvigionamento della popolazione; salvaguardare le basi vitali naturali e il paesaggio rurale; garantire un’occupazione decentrata del territorio.

L’UFAG, in collaborazione con i Cantoni e le organizzazioni contadine, mette in atto le decisioni del Popolo, del Parlamento e del Governo, impostando attivamente la politica agricola.

La nuova legge sull’agricoltura entrata in vigore il 1° gennaio 1999 rappresenta la base per lo sviluppo sostenibile dell’agricoltura. La “sostenibilità” consta di tre dimensioni: economia, ecologia e aspetti sociali. Lo Stato crea e garantisce condizioni quadro vantaggiose per la produzione e lo smercio dei prodotti agricoli in Svizzera e all’estero. Inoltre, indennizza mediante pagamenti diretti le prestazioni ecologiche fornite dall’agricoltura nell’interesse della collettività.) concernente il catalogo delle varietà di viti per la certificazione e la produzione di materiale standard nonché l’elenco dei vitigni (Ordinanza sulle varietà di viti) del 17 gennaio 2007 (Stato 1° gennaio 2009)

L’Ufficio federale dell’agricoltura,

visto l’articolo 9 capoverso 3 dell’ordinanza del 7 dicembre 19981 sulle sementi;

visto l’articolo 7 capoverso 3 dell’ordinanza del 14 novembre 20072 sul vino;

[8]     Salvatore Mondini, cit. pp. 164 – 169.

Prima pubblicazione http://www.seminarioveronelli.com/la-produzione-viticola-del-lazio-alla-fine-dellottocento-negli-scritti-di-salvatore-mondini/

In un eterno presente

Viviamo in un mondo che ricorre incessantemente al proprio passato: non c’è soggetto attivo che non produca documentazione sul passato, sulla tradizione, sulla memoria storica dei luoghi e delle pratiche antiche. Questa patina, spesso luccicante quanto artificiale, è costruita ad uso e consumo del presente, o meglio ne è una costante e consumata dilatazione. Non è soltanto un presente che si storicizza immediatamente, ma è anche un presente che fagocita il passato dopo aver divorato il suo futuro: «Verso il futuro: con i dispositivi della precauzione e della responsabilità, con il prendere in conto l’irreparabile e l’irreversibile, con il ricorso alla nozione di patrimonio e a quella di debito, che riunisce e dà senso all’insieme. Verso il passato. Con la mobilitazione di analoghi dispositivi, la responsabilità e il dovere della memoria, la patrimonializzazione, l’imprescrittibile, il debito. Formulato muovendo dal presente e gravante su di esso, questo doppio indebitamento, tanto in direzione del passato quanto del futuro, marca l’esperienza contemporanea del presente. (…) Grazie alle possibilità offerte dallo sviluppo dell’informatica, si è costituita una vera e propria ‘tecnologia del rischio’, che fa appello al virtuale e alle simulazioni. In un universo incerto, la scelta non comporta una sola proiezione sul futuro. Non si tratta più di ‘prevedere il futuro’, ma di ‘misurare gli effetti sul presente di questo o di quel futuro’, spingendosi avanti virtualmente in più direzioni prima di sceglierne una. (…) Si ‘parte’ dal presente e non se ne ‘esce’. La luce proviene da esso. In un certo senso non c’è neanche presente: neppure infinito, ma indefinito[1]

La grande svolta che segna la transizione epocale dal mondo premoderno a quello moderno – il cui inizio Koselleck [2] individua nella seconda metà del XVIII secolo – è, infatti, costituita dal rapido susseguirsi di eventi che esplode nella modernità, a partire dalla Rivoluzione industriale, nel momento in cui le nuove esperienze ‘dello sviluppo scientifico e tecnico non sono più sufficienti per ricavarne aspettative future’. In forza di questa improvvisa accelerazione dei ritmi della storia, comincia a divaricarsi la ‘forbice’ tra esperienze passate e aspettative negli eventi futuri, in una sempre più pronunciata dissociazione tra passato e avvenire: il progresso scientifico e tecnico che crea sempre novità e miglioramenti finisce per generare un’aspettativa incontenibile, trasformandosi in dimensione antropologica egemonica del mondo moderno: quanto maggiore è l’aspettativa, tanto minore è l’esperienza, che arretra sullo sfondo, fino a sparire.

La morte della historia magistra, la congiunzione esemplare del passato al presente, il quale se non ripeteva il passato comunque non lo eccedeva in nessun caso, compito questo destinato al modello da imitare, scompare definitivamente per lasciare il posto ad un futuro pienamente integrato nel presente che dovrebbe illuminarci sul passato. Lo strumento che il presente utilizza per rendere vivo ciò che del passato gli serve al suo futuro anteriore è l’atto della commemorazione, o meglio dell’auto-commemorazione, nel nome della memoria, dell’identità e del patrimonio: «Si ha allora che ‘Il 14 luglio’, oppure il 1880, il 1789 e il 1790 si rispondono e si prevedono a vicenda. Pèguy aveva saputo dirlo, in maniera sorprendente, in Clio: ‘La presa della Bastiglia, fu propriamente una festa, fu la prima celebrazione, la prima commemorazione e per così dire il primo anniversario della presa della Bastiglia (…) Non è stata la festa della Federazione a essere la prima commemorazione, il primo anniversario della presa della Bastiglia. È la presa della Bastiglia che è stata la prima festa delle Federazione ante litteram.’ Oggi questo aspetto è diventato una regola: ogni evento include la sua auto-commemorazione. Era vero per il maggio 1968. lo è fino all’estremo per l’11 settembre 2001, con tutte le videocamere che filmano il secondo aereo che sta schiantandosi sulla seconda torre del World Trade Center.[3]» Quale passato quindi e per quale presente?

[1] François Hartog, Regimi di storicità, Sellerio Editore, Palermo 2007, pp. 238, 239

[2] Cfr. Reinhart Koselleck, Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici, Clueb, Bologna 2007

[3]François Hartog, Regimi di storicità, cit. pag. 180