Vinnatur a Genova. E mi sento già un po’ meglio

Marco di Forti del Vento in posa plastica

“Come ti sembra?” – mi fa Marco di Forti del Vento. “Bene. Molto bene. Rispetto a qualche anno fa mi pare che ci sia stata una crescita collettiva importante e non so se questo sia dovuto all’ingresso di nuovi produttori o cosa” – gli dico. E lui: “Anche, ma non solo. Secondo me siamo migliorati un po’ tutti noi produttori. Facciamo meglio il vino, con più attenzione e conoscenze. Con maggiori scambi informativi e circolazione di idee”. Ecco che la nebbia mentale si dipana dopo quel paio di battute: un conto è l’interpretazione che il produttore dà ai suoi vini, la marca di riconoscibilità che si attende e che il suo pubblico si aspetta, un conto è l’anno, l’annata, con tutte le possibili variabili che si possono immaginare e anche quelle che non si possono immaginare neppure (nascite, morti, matrimoni, divorzi, premi, viaggi, amanti, indigestioni, folgorazioni…), un conto è l’evoluzione e un conto sono gli apporti migliorativi, le traiettorie tecniche, le rivisitazioni, i ripensamenti, le cesellature, gli abbandoni. La vitivinicoltura appartiene indubbiamente alla scienza dinamica e gli equilibri sono generalmente instabili e talvolta indifferenti.
Non so nemmeno, ma non lo sapevo neppure prima, se le fiere siano il miglior luogo dove assaggiare i vini. Credevo di no prima e credo di no anche adesso. Ma sono belle perché danno un tocco di festa strapaesana ed è da un paio d’anni che manca la festa. Quindi evviva. Poi ne approfitto per fare due ciance con persone che non vedevo da un pezzo. Quindi evviva le ciance. Se poi il posto è pure bello, ancora meglio.
Per quanto riguarda i vini, e per ogni fiera che si rispetti, sono molti più quelli che non ho assaggiato di quelli che ho gustato. Questo a voler dire che invito a diffidare delle miglior bevute. Ma soltanto di alcune delle miglior bevute. Per certi produttori ho fatto dei filotto, per altri delle scelte che, come tali, sono opinabili.
Ho cominciato con un breve saluto a Paolo di Rocco di Carpeneto, che mi ha proposto Andeira, un rifermentato (ancestrale) di barbera giocoso e vibrante come un teppistello di campagna. Non mi stupisce che abbiano usato il barbera: nelle corde di vini dritti e affilati, giocati ai limiti, come solo a loro piace saper fare. Ma stavolta con le bolle.
Salto a Terre di Pietra, di cui avevo orecchiato qualcosa, ma mai provato nulla: avevo orecchiato bene e mi sono sovvenute le parole di Veronelli: “piccolo il podere, minuta la vigna, perfetto il vino”. Di una perfezione, che non è di alcun mondo, essenziale e al contempo semplice, non semplicistica: a partire dalla garganega in purezza per poi scollinare sulle due Pesti, una più piccola e l’altra superiore e dunque per concludere con il Valpolicella Classico Superiore, Mesal e il sorprendente marselan di Rabiosa, che svetta tenace e succulento intorno ai 600 metri.
Mi volto e scorgo Luigi di Carussin ricurvo sul cellulare e probabilmente intento a leggere l’ultima parte di “Guerra e pace” sullo smartphone. Ci salutiamo: Luigi mi fa l’effetto di uno passato lì per caso ancora di più di quanto io sia passato di lì per caso. Un cercatore di banchetti da degustazione, al pari di un cane da tartufi, in questi casi abbassa immediatamente le forzature ossessivo-compulsive da primato sensoriale e si acquieta per più miti assaggi. Conosco e apprezzo gran parte dei suoi vini, per cui mi concentro soltanto su due. Tra l’Altro è un bel moscato tirato a lucido che mantiene profumi e sensibilità aromatiche varietali, pieno, mai scomposto (nella perenne lotta tra fragranze, acidità, alcol…), cosa che per un moscato secco non è sempre prevedibile. Poi Luigi mi chiede se ho assaggiato il barbera La Tranquilla del 2016 perché è un po’ che non la fanno. Lei, la barbera, se ne sta lì sorniona, un po’ tenebrosa, tanto avara nella produzione quanto generosa negli esiti: di grande corpo e sostanza. Avvolgente, calda, morbida, un bel frutto maturo in evidenza, piena e scorrevole dal principio alla fine.
Rimbalzo ancora dagli Ovadesi: prima da Forti del Vento e poi a Rocca Grimalda da Rocca Rondinaria.
Che dire. Forti del Vento, come avrebbe detto Cecchetto negli anni d’oro delle top ten, sono in cima alle classifiche dei dolcetto (non solo di Ovada): pare che debbano aprire il prossimo concerto a Parigi dei merlot di Bordeaux. Ne ho già parlato altre volte e non posso che ribadirlo senza andare oltre. Ma qui voglio ricordare due vini che mi hanno considerevolmente impressionato: An Piota, uno chardonnay da vecchie vigne vinificatori in anfora. Credo di aver solo bofonchiato: “urca, maddai che buono!” E poi quello estremo, perché l’albarossa (incrocio tra barbera e chatus, detto anche nebbiolo di Dronero, ma che con l’altro nebbiolo, quello con la N maiuscola non ha nulla da spartire) crea un sacco di casini e non è per nulla facile da vinificare tant’è che Marco mi dice che non riesce a farlo quasi mai perché non gli viene e come vorrebbe. Ma questa volta sì. Eccome. L’Altaguardia primeggia dal suo rosso rubino carico con venature violacee, caldo, di frutta, di tabacco a profusione, vinoso, quasi tautologico.
Poi salgo al primo piano da Rocca Rondinaria: se penso alla crescita, all’evoluzione, al miglioramento lento e continuo penso a loro. Anche dei loro dolcetto e del, per me, eccelso nibiö scrissi in precedenza, per cui sorvolo mal volentieri. “Adesso facciamo anche il timorasso”. “Parbleu!”- ribatto. Un vino piacevolmente ingannevole: prorompe con alcol, tonalità mielose e frutta matura, per poi virare sulle erbe officinali, sulle noci, sulle scorze di limone, sulla pietra focaia e sale. Complesso come il tempo a venire.
A fianco Valli Unite che a Genova sono molto di casa. Alessandro è vibrante ed esplosivo come i suoi vini. Anche di loro già dissi e scrissi per cui bevo, da nuovo e non di nuovo, il timorasso Montesoro, che è sempre una prelibatezza perché, nonostante parta da uve di tutto riguardo, il vino non ha alcun timore a passare un po’ di tempo con loro (macerazione). E dunque il Rosso di Marna, un barbera che ripassa sulle bucce di quello dell’anno successivo per poi dimorare 6 mesi in tonneaux di rovere di terzo passaggio. Un guazzabuglio di piacere.
Non pago del Piemonte scendo giù fino ai Fratelli Barale. Dopo aver assaggiato il mirabolante e prugnoso barbera d’Alba Castlé, l’impeccabile Langhe Nebbiolo, mi sono dilungato ad ascoltare i racconti sulla vinificazione dei barolo, di quello che fu, per loro, il cappello sommerso e le nuove tecniche di fermentazione statica seguite da macerazioni lunghe completate dall’irrorazione periodica e costante delle bucce. Il lungo racconto veniva accompagnato dalle note sapide, splendidamente tanniche e fruttate del barolo Castellero 2017. Perché se non vi è dubbio alcuno che questi vini debbano rendersi grazia solo in un futuro più che prossimo, è altrettanto vero che il frutto così ricco e abbondante lo si percepisce soltanto in una malcelata gioventù. E per chiudere il barolo Bussia 2015: da bere o ancora meglio da conservare per qualche anno ancora. Come vi pare. Tanto è buonissimo lo stesso.
Come ultima sosta mi acquieto da Perego&Perego, un tipo che fa etichette da birra e le mette su bottiglie da vino (apro una parentesi e segnalo che ci sono parecchie etichette disegnate da bambini per cui vi rimando a questo mio articolo: https://vinoestoria.wordpress.com/2021/08/24/le-etichette-del-vino-sono-sostanzialmente-due/ – Le etichette sono sostanzialmente due), forse perché alcuni dei suoi vini sono sicuramente birrofili come Amber – demon – R, riesling italico e riesling renano alla pari, bello succulento di albicocca, pesca e agrumi, residuo zuccherino a zero anche se riappare, al termine, una punta di dolce che non guasta. Ideale, nella calura estiva, con salame e, nella calura invernale di casa, con formaggi stagionati. Magari dopo un concerto punk ad un festival di birre acide. Ma il vino che ha maggiormente beneficiato della mia attenzione è stato Giubilo 2016, una bella bonarda dove la croatina fa da padrona assoluta e il barbera aggiunge in freschezza.

Vinnatur https://www.vinnatur.org/ è senza alcun dubbio un’associazione di produttori assolutamente meritevole: per quello che fa per la promozione del vino naturale, per quello che fa in termini di controllo, di ricerca e di sviluppo, per gli eventi che organizza. Oggi sarebbe importante un salto aggregativo tra realtà associative diverse a patto, però, che l’intento sia comune: nella definizione del che cosa, di come verificarlo e di come svilupparlo. E soprattutto sapendo che biodinamico, biologico e naturale sono solo dei punti di partenza.

C’è chi dice no! L’Europa e il “vino naturale” in etichetta

Lenin – Trotsky

Una questione semantica? Ovvero politica? Ovvero culturale? Ovvero produttiva? Ovvero?

“L’indicazione ‘vino naturale’ in etichetta può suggerire l’idea di un vino di qualità più alta. C’è il rischio che l’uso del termine ‘naturale’ induca il consumatore in errore”. Questo il parere della Dg Agri presso la Commissione Ue. L’espressione “vino naturale” o “vin méthode nature”confligge con i principi in materia di etichettatura (art.120 del regolamento 1308/2013, sulle indicazioni facoltative) e sull’informazione dovuta ai consumatori per i prodotti alimentari (cfr.http://dirittovitivinicolo.eu/vino-naturale-vin-methode-nature/ ). Misleading insomma; qualcuno azzarda “svilente per gli altri produttori”; diversi rimarcano la “difficoltà di applicazione”; e, infine, l’auto-assoluzione: “sono proprio i produttori di vino naturale che non lo vogliono scrivere in etichetta”. Tutte ragioni meritevoli di attenzione e di risposta sulle quali tornerò in seguito. Ma dapprima occorre fare una breve disamina sulle produttrici e sui produttori di vini naturali.

Le famiglie dei produttori dei vini naturali. Sulle tracce di Trockij e di Bakunin

Uno degli errori che si compiono abitualmente è quello di ritenere che se qualcuno fa qualcosa di simile a qualcun altro, allora la pensa allo stesso modo su tutto il resto. Sicuramente ci sono maggiori affinità tra produttori di vini naturali (per metodi, pratiche, sensibilità, riferimenti teorici) che tra produttori con approcci agli antipodi. Ma, al medesimo tempo, non è proprio detto che vi sia unanimità sul come stare all’interno del movimento vitivinicolo, sempre che di movimento si tratti (per inciso, questo vale anche per quelli che naturali non sono o tali non si dichiarano). Diciamo che se la casa madre, il partito, è la D.o.c. con le rispettive diramazioni zonali e il Comitato Centrale è rappresentato dai Consorzi, i produttori del vino naturale posso assumere a tal proposito atteggiamenti significativamente diversi. Perdonatemi i raffronti storici, ma li uso sostanzialmente per me e per capirmi.

Una parte dei produttori del vino naturale si colloca nel novero dell’”entrismo” trozkista: nato nell’alveo della Quarta Internazionale prevedeva (siamo nella metà degli anni ‘30), a seguito della crisi dei partiti socialisti, l’ingresso stabile delle componenti radicali in quelle organizzazioni al fine di allargare il fronte estremo e di portare le masse nella direzione rivoluzionaria auspicata. I produttori del vino naturale di tal fatta ipotizzano che è soltanto dove risiedono i veri apparati di potere che possono compiersi i cambiamenti necessari. La denominazione di origine rappresenta per costoro il riferimento storico e sociale entro cui queste trasformazioni si possono dare

Altri produttori del vino naturale, diversamente, pensano che il partito-madre sia talmente irriformabile da non consentire più alcuna presenza attiva né nelle D.o.c. né nei consorzi. Pertanto ritengono assolutamente velleitarie le posizioni dei primi, antistoriche e votate al conseguente tracollo. La pratica entrista avrebbe potuto dare i suoi frutti in tempi passati, ma ora non è più concepibile: la denominazione di origine è stata irrimediabilmente tradita e i disciplinari di produzione sono la necessaria testimonianza del fallimento. In questi casi le posizioni dei vin-naturisti possono prendere direzioni molteplici e divergenti: alcuni si strutturano, su scala nazionale, in partito rivoluzionario di minoranza e ricostruiscono a livello mondiale una nuova una nuova Internazionale fedele ai principi costitutivi.

Una certa parte di produttori del vino naturale, ancora, si affilia ad associazioni più fluide dal punto di vista organizzativo, che però mantengono un patto associativo chiaro sugli elementi dirimenti e comprovanti. Essi non credono più alla possibilità di creare una associazione fortemente ideologizzata, come se si trattasse di una forma minoritaria e spuria della ricostruzione della IV internazionale, ma pensano che sia maggiormente adeguato ai tempi lo strutturarsi per principi e non per aderenze precostituite: trozkisti che si adoperano per lavorare con chi trozkista non è, ma che condivide una stessa visione politica e sociale del mondo. Un’ultima frazione di questa corrente ritiene, diversamente dai summenzionati, che sia l’adesione dottrinale e filosofica a creare il necessario collante teorico e organizzativo.

Bakunin

A quasi concludere vi sono produttori del vino naturale di matrice prettamente anarchica ad impronta individualista: sono già riconoscibili dalle etichette con cui adornano i loro vini e si distinguono da tutti gli altri per una sorta di repulsione innata ad ogni forma di organizzazione e di qualsivoglia appartenenza. Sono talmente estranei a tutto che una certificazione di “naturalità” sarebbe loro invisa al pari di un matrimonio in municipio.

Profilo di Max Stirner, disegnato da Friedrich Engels

E, per chiudere in bellezza, ci sono anche produttori del vino naturale anarchici e organizzatori: tutt’altro che contrari ad una certificazione purché non venga proposta dall’esterno, ma soltanto da un consesso liberamente scelto e unanimemente accettato dai partecipanti.

Capirete bene che a proposito dell’etichetta, del come l’etichetta e del quando l’etichetta, tra le produttrici e i produttori di vini naturali i pareri non sarebbero conseguentemente concordi. Anche perché la discussione non toccherebbe, a rigor dei loro pensieri, soltanto la dicitura “vino naturale”.

La questione semantica. E un esempio: organic

Come mi insegnarono antichi maestri del pensiero recondito e poco appariscente, ogni questione semantica è, per sua natura, politica. E i discorsi che ruotano intorno alle parole e le parole che si accavallano dentro i discorsi sono pratiche e prassi al pari di quelle mediche, giudiziarie, amministrative… Le lingue sono zeppe di lemmi d’uso invalso, riconosciuto e raccomandato che fino a poco tempo prima non lo erano: le ragioni sono molteplici e gli sviluppi insperati. Contesti di vario genere, strumenti e rapporti di potere consentono o limitano il proliferare delle parole. Ma non voglio teorizzare troppo e passo dunque ad un esempio non di lingua italica, ma di derivazione greco-latina, che ha molte attinenze con la vita (bio), con il logos (pensiero, parola, spirito, principio creatore…) e con la natura. Il termine è: organic. Per il mondo anglosassone organic è l’equivalente di quello che noi chiamiamo biologico.

1) dal lat. organĭcus, gr. ὀργανικός «attinente alle macchine, agli strumenti; che serve di strumento», der. di ὄργανον: v. organo] (pl. m. -ci). – 1. agg. Che si riferisce a, o ha rapporto con, gli organismi viventi, animali o vegetali (in quanto questi sono organizzati, dotati cioè di organi): regno o., il regno animale e vegetale insieme (contrapp. al regno inorganico o minerale); la vita o.; tessuti organici. (Treccani)

2) Che concerne gli organi degli esseri viventi, o il corpo in quanto costituito di organi: funzioni o.; struttura o., ecc. In medicina, indica la connessione di una malattia, di un sintomo (malattia o., sintomo o.) con l’alterazione anatomica o biochimica di un organo. (Treccani)

3) 1680s in reference to bodily organs; 1862 in reference to living beings; 1841 as “as part of an organized whole;” from organic. 1727, “without the organized structure which characterizes living things,” from in- (1) “not, opposite of” + organic (adj.); 1680 in riferimento agli organi corporei; 1862 in riferimento agli esseri viventi; 1841 come “parte di un insieme organizzato”; da organico. 1727, “senza la struttura organizzata che caratterizza gli esseri viventi”, da in- (1) “non, opposto di” + organico (agg.).

4) Inorganical in this sense is from the 1670s; Inorganico, in questo significato, è del 1670.

5) Organic chemistry is attested from 1831. Earlier was organical “relating to the body or its organs” (mid-15c.) and Middle English (was a form of the English language spoken after the Norman conquest (1066) until the late 15th century) had organik, of body parts, “composed of distinct substances, possessing distinct properties” (c. 1400); La chimica organica è attestata dal 1831. In precedenza era organica “relativa al corpo o ai suoi organi” (metà del XV sec.) e l’inglese medio (era una forma della lingua inglese parlata dopo la conquista normanna (1066) fino alla fine del XV secolo) aveva organik, di parti del corpo, “composto da sostanze distinte, con proprietà distinte” (1400 circa).

6) Meaning “free from pesticides and fertilizers” first attested 1945; Significato “libero da pesticidi e fertilizzanti” attestato per la prima volta nel 1945.

7) The term “humus farming” went out of vogue in the 1940s as the term “organic” became more popular. According to one source, the first use of “organic” to describe this form of agriculture was in the book Look to the Land, by Lord Northbourne, published in 1940. Northbourne uses the term to characterize farms using humus farming methods, because he perceived them to mimic the flows of nutrients and energy in biological organisms – “…a balanced, yet dynamic, living whole”. Therefore, the word “organic” was intended and used to describe process and function within a farming system – not the chemical nature of the fertilizer materials used, and not adherence to a discredited notion of plant nutrition; Il termine “coltivazione con l’humus” è passato di moda negli anni ’40, quando il termine “biologico” è diventato più popolare. Il primo uso del “biologico” per descrivere questa forma di agricoltura fu nel libro “Look to the Land” di Lord Northbourne, pubblicato nel 1940. Northbourne usa il termine per individuare le aziende agricole che utilizzano metodi di coltivazione con l’humus, perché li ha percepiti come imitatori dei flussi dei nutrienti e di energia propri degli organismi biologici – “…un insieme vivente equilibrato, ma dinamico”. Pertanto, il termine “organico” è stato inteso e utilizzato per descrivere il processo e la funzione all’interno di un sistema agricolo – non per la natura chimica dei materiali fertilizzanti utilizzati, e per non l’aderenza ad una nozione screditata di nutrizione delle piante.

8) Detriments to the environment were first recognized in 1938, as topsoil blew off the Great Plains, leaving tens of thousands of farmers destitute, a USDA report, “Soils and Men”, discussed the way agricultural practices depleted the soil. This report an early argument for a sustainable alternative in agriculture. Later in 1945, J.I. Rodale, perhaps the most influential figure in the American organic food movement published an article warned about the dangers posed by DDT and later Rachel Carson expanded the criticism of DDT in her book “Silent Spring“; I danni all’ambiente sono stati riconosciuti per la prima volta nel 1938, quando lo strato coltivabile venne spazzato via dalle Grandi Pianure, lasciando decine di migliaia di agricoltori indigenti. Un rapporto dell’USDA, Soils and Men, discusse il modo in cui le pratiche agricole hanno impoverito il suolo. Questo rapporto è uno dei primi argomenti a favore di un’alternativa sostenibile in agricoltura. Più tardi, nel 1945, J.I. Rodale, forse la figura più influente del movimento americano per l’alimentazione biologica, pubblicò un articolo che metteva in guardia dai pericoli del DDT e più tardi Rachel Carson ampliò le critiche al DDT nel suo libro “Silent Spring”. Buttare l’occhio qui per approfondimenti: https://rogerblobaum.com/

Organic, biologico: 1945 circa. L’altro ieri in termini evolutivi. Per dirla tutta: se la parola “naturale” è impropria, non lo sono da meno “organic” o “biologico”. Se, invece, “organic” e “biologico” hanno una loro validità formativa, ideale, politica e di pragmatica, allora le ha anche la parola “naturale”. O le avrà.

Conclusioni col senno di poi.

Insomma ci siamo capiti, o almeno credo. Forse il termine “naturale” scomparirà, almeno per un po’, dal dibattito contemporaneo sul vino; forse, al contrario, prenderà vigore come mai prima; forse si inabisserà nelle profondità carsiche di una discussione che è ancora da venire. Quello che sappiamo di certo è le parole assumono la forza e il significato che parte degli attori, in un determinato momento e contesto storico, modificando i rapporti di potere, danno loro.

Parole, parole, parole. “Naturale” ad esempio

Mina nel 1970 durante le riprese per un Carosello Barilla – pubblico dominio

Il dibattito è curioso: ci si incaponisce sulla legittimità di un termine quasi questi avesse una sola modalità di essere inteso. Come se tutte le parole che usiamo avessero la stessa capacità esplicativa, mentre, a volte, e a volte spesso, ciò che domina è l’equivoco: possiamo discutere se il termine ‘naturale[1]’ sia il più appropriato per la descrizione di un vino, ma non possiamo certo dubitare sulla sua molteplicità interpretativa: “che riguarda la natura”; oppure “che deriva da essa”; ma anche che “è conforme ai suoi principi”; e perché no! “ovvio”, “normale” e poi, oltre, “non artificiale”, “genuino”, “non alterato”. Dal momento che non è un termine contemplato nella legislazione vitivinicola, la parola ‘naturale’ è significante e nello stesso tempo significato per chi lo usa. Ma l’autore, lo scrittore avrebbe detto Barthes, fa parte di un discorso più ampio, in cui le parole emergono oltre l’intenzionalità esplicita di chi le utilizza: quante cose oggidì sono naturalmente ‘naturali’. Discutibile? Come tutto! Inutilizzabile? E perché mai? “Un’ermeneutica che si ripiega su una semiologia crede all’assoluta esistenza dei segni: abbandona la violenza, l’incompiuto, l’infinità delle interpretazioni per far regnare il terrore dell’indice, e sospettare il linguaggio[2].”

Potremmo quindi concludere che, sebbene il termine ‘naturale’ applicato al vino sia un aggettivo non previsto dalla legge, esso sia comunque legittimo, ovvero giustificato dalle premesse e dalle logiche di chi lo utilizza. In altre parole, anche il presunto senso soggettivo è un senso sociale. Se “naturale” diventerà storia non è dato saperlo, “ma queste cose, a dir il vero, stanno sulle ginocchia degli dei” (Odissea, Libro I).

 


[2] Michel Foucault, Nietzsche, Freud e Marx (1967), in Archivio Foucault  1. (1961-1970), Follia, Scrittura, Discorso, a cura di Judith Revel, Feltrinelli, Milano 1996, pag. 146

Ancora sui vini naturali, scomodando Max Weber.

Max Weber

Uno dei primi tentativi di definizione del concetto di “vino naturale” lo dobbiamo a Giovanni Bietti che, dopo aver specificato la difficoltà di esprimere un concetto onnicomprensivo attraverso l’aggettivazione di ‘naturale’, spiega che esistono, dal confronto serrato con alcuni produttori, almeno tre categorie di intendere il vino naturale: vi è una posizione estrema, in un certo senso fondamentalista secondo l’autore, la quale sostiene che si possa considerare un vino come naturale solamente se si escludono i trattamenti chimici e di sintesi in vigna: «L’uomo insomma è un custode, un interprete, mai un artefice: ciò che conta davvero è la natura. Un concetto quindi affascinante, ma davvero rigorosissimo, al punto che se si applicano questi criteri giungiamo a poter definire ‘naturali’ non più di una trentina di vini (prodotti da nove o dieci aziende) in tutta Italia[1]

Vi è poi una posizione filosofica in cui il vino è un precipitato naturale degli atteggiamenti della vita di chi lo produce: è una posizione che cede ad alcuni compromessi tecnologici, come la solforosa, la filtrazione e la chiarificazione…, in una sintesi interpretativa tra natura e cultura, dove i produttori seguono un’idea ben definita di vino frutto  di tradizioni consolidate.

La terza ed ultima posizione è quella di tipo economico autarchico, come afferma un piccolo produttore toscano: «Per me fare vino naturale significa poter vivere onestamente del mio lavoro e rendere me e la mia famiglia autosufficienti grazie alla natura.» Quest’ultima tipologia rappresenta la categoria del produttore di vino che ha nel suo podere diverse coltivazioni adatte a sostenere l’autosufficienza alimentare. I criteri di Bietti per la redazione della guida tengono in conto, in maniera non esclusiva, alcuni dei principi appartenenti alla tre categorie, a cui, per estensione, se ne include un altro: l’artigianalità. Sono le piccole dimensioni aziendali in cui il lavoro viticolo e di cantina si riassumono nella stessa persona.

L’aggettivazione “naturale” si connota dunque come un concetto-limite e ci rimanda direttamente a ciò che Max Weber definì come “idealtipo” o “tipo ideale”: si tratta di un’astrazione che non ha la facoltà di rappresentare la realtà, ma ha quella di offrire un criterio di comparazione al quale devono essere riferiti i singoli fenomeni storici concreti. Mentre il sapere nomologico (scienza delle leggi) costituisce il fine delle scienze naturali, per Weber assume un valore strumentale nelle scienze della cultura (storico-sociali): «Esso costituisce un quadro concettuale, il quale non è la realtà storica, e neppure la realtà ‘autentica’, e tanto meno può servire come uno schema al quale la realtà debba essere subordinata come esemplare; esso ha il significato di un concetto-limite puramente ideale, a cui la realtà deve essere commisurata e comparata, al fine di illustrare determinati elementi significativi del suo contenuto empirico[2].» Pensiamo a concetti abitualmente usati in forma di tipo-ideale come “capitalismo”, “classe”, “chiesa”, “casta”… e come funzionino sia nella loro veste di classificazione, sia nella loro potenzialità concettuale come strumenti di partenza su cui indagare le loro concrete declinazioni storiche. E’ sicuramente vero, tanto per fare un esempio, che il concetto di “classe” esiste oggi come esisteva nell’Ottocento, ma è altrettanto plausibile che occorra ripensarlo sulla base di nuovi strumenti definitori ed operativi: per cosa lo si usa?, chi ne fa parte?; come se ne fa parte?…. Quindi il primo problema che si pone è quello di delimitare le proprietà strategiche di un concetto, sapendo che la rappresentazioni che ci guidano nella lettura della realtà pongono un problema non tanto tecnico quanto politico e questo avviene in maniera maggiore “quando il termine precede la cosa, ovvero quando l’usurpazione dell’identità nominale fa precipitare la costituzione dell’identità reale[3].”

Si può sostenere, senza alcuna remora, che il concetto di “vino naturale” appartenga ad una comunità spazio-temporale (produttori, critici…),  che esso faccia parte di una negoziazione inter-soggettiva, la quale rappresenta un processo di riproduzione sociale continua in cui vengono ridefiniti gli attori sociali e il significato stesso della nozione di “naturale” e, infine, che venga mutuato dalle culture di cui sono partecipi gli estensori dell’idea di “naturalità”: questa idea proviene e trasmigra anche da quei contesti che non sono prettamente agricoli. Pensiamo soltanto un momento alla forza che in questi ultimi anni hanno avuto modelli improntati ad una certa idea di salutismo, di benessere fisico, di dieta controllata, oppure ai modelli sociali legati ad un ritorno di scambi di vicinato, di rispetto del contesto ambientale, di decrescita e via dicendo. Credo che la nascita di un concetto, o meglio la sua trasposizione in forme politiche, letterarie… abbia a che fare con due livelli tra loro internamente connessi: quello politico e quello economico. Politico, grazie al posizionamento scientifico, culturale, divulgativo, scientifico che tiene insieme pratiche diverse attraverso organizzazioni di sintesi: pochi punti in comune, generali e condivisi dagli aderenti. Economico: ambito promozionale, commerciale, di scambio, di conoscenza, di economie di scala…

Un’altra cosa mi pare altrettanto indubbia: pur nella genericità del concetto di “naturale” , ma lo stesso potrebbe dirsi anche per altri utilizzati per marcare specificità e differenze (convenzionale, biologico…), questi ha avuto il merito di introdurre temi e problematiche di grande urgenza (agricoltura sostenibile…). Può darsi che nel giro di breve tempo scompaia o venga soppiantato da altri termini altrettanto o più efficaci, oppure permanga e si faccia forza di un’affermazione politica che diviene formalizzazione legislativa: al di là delle sue fortune immediate e della sua spendibilità politica, il termine ‘naturale’ ha aperto un varco che sarà difficile chiudere con qualche colpo di spugna semantico.

 


[1] Giovanni Bietti, Vini naturali d’Italia. Manuale del bere sano, Italia Centrale, volume 1, Edizioni Estemporanee, Roma 2010, pag. 18

[2] Max Weber, Il metodo delle scienze storico-sociali, Einaudi, Torino, 2003, pag. 64 (edizione originale Mohr, Tubinga 1922)

[3] Pierre Bordieu citato da Mauro Palumbo, Elisabetta Garbarino, Ricerca sociale: metodo e tecniche, Franco Angeli, Milano 2006, pag. 78

Robert Parker e l’ordine del discorso vinoso.

Ripropongo qui un testo che ho già pubblicato, con alcune variazioni e un’aggiunta sulle “profezie[1]” di Robert Parker.

Cerchiamo subito di sgomberare il campo dagli equivoci: penso che quando alcuni potentati della parola eno-gastronomica attaccano il mondo del vino naturale, bio, biodinamico, vinoverista… non stiano parlando di vino, ma bensì di tutt’altro. Allora perché questi discorsi (apparentemente) vinosi. La risposta, a mio avviso, va cercata in ben altro è cioè nella definizione di quello che Foucault avrebbe definito come una “società del discorso” in cui “la dottrina lega gli individui a certi tipi di enunciazione per legare gli individui tra di loro, e differenziarli per ciò stesso da tutti gli altri. La dottrina effettua un duplice assoggettamento: dei soggetti parlanti ai discorsi, e dei discorsi al gruppo, per lo meno virtuale, degli individui parlanti[2].” La finalità di questi discorsi vinosi deve essere letta dunque non tanto nel senso interpretativo che essi danno, quanto nella loro capacità di posizionare poteri politici all’interno di un determinato campo. Le affinità elettive tra personaggi apparentemente lontani, in uno scacchiere in cui destra e sinistra servono soltanto a certificare l’adesione ad un modello di potere definito, si risolvono in comunanze di idee che stabiliscono che solo e soltanto loro hanno la capacità, in via oggettivante, di poter parlare di vino e che, secondariamente a questo, soltanto loro sono deputati a discorrere di esso. L’attacco rivolto ad altri soggetti, che direttamente o indirettamente, ad esempio attraverso i blog, hanno lasciato spazio alla formazione di nuovi poteri, referenti di altre coordinate produttive (bio…), ha esclusivamente la funzione di rivendicare la propria titolarità politica nel campo del discorso vinoso: questo significa che chiunque tenti di mettere in dubbio il loro ruolo preminente verrà escluso dalla parola. La verità del discorso, per queste confraternite, deve perciò  velarsi da verità scientifica, perché il loro potere non è  mai stato quello di coloro che lo possiedono di diritto e secondo rituale richiesto, ma secondo un’investitura divina. La partizione tra discorso vero e discorso falso ricorda  il vecchio principio greco: “l’aritmetica può ben riguardare le città democratiche, poiché insegna i rapporti di eguaglianza, ma solo la geometria deve essere insegnata nelle oligarchie, poiché essa mostra le proporzioni dell’ineguaglianza[3].”

Le “profezie” di Robert Parker devono pertanto essere lette nella loro funzione illocutoria[4]: esse non descrivono, né espongono un determinato fatto; né, tantomeno, illustrano un futuro a venire.

Esse producono un fatto reale: dicono ciò che deve essere.

 


 

[2] , L’ordine del discorso. I meccanismi sociali di controllo e di esclusione della parola, Einaudi, Torino 1972, pag. 34

[3] Ivi. , pag. 16

[4] La teoria degli atti linguistici è di John Langshaw Austin (How to Do Things with Words (1962); trad. it. Come fare cose con le parole, Marietti, Genova 1987). Il suo allievo più importante è John Searle

Si può essere contrari ad una parola?

I dibattiti in rete sono davvero curiosi, ma sicuramente di qualche interesse: http://www.intravino.com/primo-piano/quelli-che-il-vino-lo-vorrebbero-illegalmente-naturale/#more-62854. Ci si incaponisce sulla legittimità di un termine quasi questi avesse una sola modalità di essere espresso ed inteso. Come se tutte le parole che usiamo avessero la stessa capacità esplicativa, mentre a volte, e a volte spesso, ciò che domina è l’equivoco: possiamo discutere se il termine ‘naturale[1]’ sia il più appropriato per la descrizione di un vino, ma non possiamo certo dubitare sulla sua molteplicità esplicativa: “che riguarda la natura”, ma anche “che deriva da essa”, ma anche che “è conforme ai suoi principi”, ma ancora “ovvio”, “normale” e poi “non artificiale”, “genuino”, “non alterato”. Dal momento che non è un termine contemplato nella legislazione vitivinicola, il termine ‘naturale’ è significante e nello stesso tempo significato per chi lo usa. Ma l’autore in questo caso, lo scrittore avrebbe detto Barthes, fa parte di un discorso più ampio, in cui le parole emergono oltre l’intenzionalità esplicita di chi le utilizza: quante cose oggidì sono naturalmente ‘naturali’. Discutibile? Come tutto! Inutilizzabile? E perché mai? Perché “un’ermeneutica che si ripiega su una semiologia crede all’assoluta esistenza dei segni: abbandona la violenza, l’incompiuto, l’infinità delle interpretazioni per far regnare il terrore dell’indice, e sospettare il linguaggio[2].” 

Potremmo quindi dedurre che ‘naturale’ è un aggettivo illegalmente legittimo. 

[1] http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/N/naturale.shtml 

[2] Michel Foucault, Nietzsche, Freud e Marx (1967), in Archivio Foucault  1. (1961-1970), Follia, Scrittura, Discorso, a cura di Judith Revel, Feltrinelli, Milano 1996, pag. 146