Vinnatur a Genova. E mi sento già un po’ meglio

Marco di Forti del Vento in posa plastica

“Come ti sembra?” – mi fa Marco di Forti del Vento. “Bene. Molto bene. Rispetto a qualche anno fa mi pare che ci sia stata una crescita collettiva importante e non so se questo sia dovuto all’ingresso di nuovi produttori o cosa” – gli dico. E lui: “Anche, ma non solo. Secondo me siamo migliorati un po’ tutti noi produttori. Facciamo meglio il vino, con più attenzione e conoscenze. Con maggiori scambi informativi e circolazione di idee”. Ecco che la nebbia mentale si dipana dopo quel paio di battute: un conto è l’interpretazione che il produttore dà ai suoi vini, la marca di riconoscibilità che si attende e che il suo pubblico si aspetta, un conto è l’anno, l’annata, con tutte le possibili variabili che si possono immaginare e anche quelle che non si possono immaginare neppure (nascite, morti, matrimoni, divorzi, premi, viaggi, amanti, indigestioni, folgorazioni…), un conto è l’evoluzione e un conto sono gli apporti migliorativi, le traiettorie tecniche, le rivisitazioni, i ripensamenti, le cesellature, gli abbandoni. La vitivinicoltura appartiene indubbiamente alla scienza dinamica e gli equilibri sono generalmente instabili e talvolta indifferenti.
Non so nemmeno, ma non lo sapevo neppure prima, se le fiere siano il miglior luogo dove assaggiare i vini. Credevo di no prima e credo di no anche adesso. Ma sono belle perché danno un tocco di festa strapaesana ed è da un paio d’anni che manca la festa. Quindi evviva. Poi ne approfitto per fare due ciance con persone che non vedevo da un pezzo. Quindi evviva le ciance. Se poi il posto è pure bello, ancora meglio.
Per quanto riguarda i vini, e per ogni fiera che si rispetti, sono molti più quelli che non ho assaggiato di quelli che ho gustato. Questo a voler dire che invito a diffidare delle miglior bevute. Ma soltanto di alcune delle miglior bevute. Per certi produttori ho fatto dei filotto, per altri delle scelte che, come tali, sono opinabili.
Ho cominciato con un breve saluto a Paolo di Rocco di Carpeneto, che mi ha proposto Andeira, un rifermentato (ancestrale) di barbera giocoso e vibrante come un teppistello di campagna. Non mi stupisce che abbiano usato il barbera: nelle corde di vini dritti e affilati, giocati ai limiti, come solo a loro piace saper fare. Ma stavolta con le bolle.
Salto a Terre di Pietra, di cui avevo orecchiato qualcosa, ma mai provato nulla: avevo orecchiato bene e mi sono sovvenute le parole di Veronelli: “piccolo il podere, minuta la vigna, perfetto il vino”. Di una perfezione, che non è di alcun mondo, essenziale e al contempo semplice, non semplicistica: a partire dalla garganega in purezza per poi scollinare sulle due Pesti, una più piccola e l’altra superiore e dunque per concludere con il Valpolicella Classico Superiore, Mesal e il sorprendente marselan di Rabiosa, che svetta tenace e succulento intorno ai 600 metri.
Mi volto e scorgo Luigi di Carussin ricurvo sul cellulare e probabilmente intento a leggere l’ultima parte di “Guerra e pace” sullo smartphone. Ci salutiamo: Luigi mi fa l’effetto di uno passato lì per caso ancora di più di quanto io sia passato di lì per caso. Un cercatore di banchetti da degustazione, al pari di un cane da tartufi, in questi casi abbassa immediatamente le forzature ossessivo-compulsive da primato sensoriale e si acquieta per più miti assaggi. Conosco e apprezzo gran parte dei suoi vini, per cui mi concentro soltanto su due. Tra l’Altro è un bel moscato tirato a lucido che mantiene profumi e sensibilità aromatiche varietali, pieno, mai scomposto (nella perenne lotta tra fragranze, acidità, alcol…), cosa che per un moscato secco non è sempre prevedibile. Poi Luigi mi chiede se ho assaggiato il barbera La Tranquilla del 2016 perché è un po’ che non la fanno. Lei, la barbera, se ne sta lì sorniona, un po’ tenebrosa, tanto avara nella produzione quanto generosa negli esiti: di grande corpo e sostanza. Avvolgente, calda, morbida, un bel frutto maturo in evidenza, piena e scorrevole dal principio alla fine.
Rimbalzo ancora dagli Ovadesi: prima da Forti del Vento e poi a Rocca Grimalda da Rocca Rondinaria.
Che dire. Forti del Vento, come avrebbe detto Cecchetto negli anni d’oro delle top ten, sono in cima alle classifiche dei dolcetto (non solo di Ovada): pare che debbano aprire il prossimo concerto a Parigi dei merlot di Bordeaux. Ne ho già parlato altre volte e non posso che ribadirlo senza andare oltre. Ma qui voglio ricordare due vini che mi hanno considerevolmente impressionato: An Piota, uno chardonnay da vecchie vigne vinificatori in anfora. Credo di aver solo bofonchiato: “urca, maddai che buono!” E poi quello estremo, perché l’albarossa (incrocio tra barbera e chatus, detto anche nebbiolo di Dronero, ma che con l’altro nebbiolo, quello con la N maiuscola non ha nulla da spartire) crea un sacco di casini e non è per nulla facile da vinificare tant’è che Marco mi dice che non riesce a farlo quasi mai perché non gli viene e come vorrebbe. Ma questa volta sì. Eccome. L’Altaguardia primeggia dal suo rosso rubino carico con venature violacee, caldo, di frutta, di tabacco a profusione, vinoso, quasi tautologico.
Poi salgo al primo piano da Rocca Rondinaria: se penso alla crescita, all’evoluzione, al miglioramento lento e continuo penso a loro. Anche dei loro dolcetto e del, per me, eccelso nibiö scrissi in precedenza, per cui sorvolo mal volentieri. “Adesso facciamo anche il timorasso”. “Parbleu!”- ribatto. Un vino piacevolmente ingannevole: prorompe con alcol, tonalità mielose e frutta matura, per poi virare sulle erbe officinali, sulle noci, sulle scorze di limone, sulla pietra focaia e sale. Complesso come il tempo a venire.
A fianco Valli Unite che a Genova sono molto di casa. Alessandro è vibrante ed esplosivo come i suoi vini. Anche di loro già dissi e scrissi per cui bevo, da nuovo e non di nuovo, il timorasso Montesoro, che è sempre una prelibatezza perché, nonostante parta da uve di tutto riguardo, il vino non ha alcun timore a passare un po’ di tempo con loro (macerazione). E dunque il Rosso di Marna, un barbera che ripassa sulle bucce di quello dell’anno successivo per poi dimorare 6 mesi in tonneaux di rovere di terzo passaggio. Un guazzabuglio di piacere.
Non pago del Piemonte scendo giù fino ai Fratelli Barale. Dopo aver assaggiato il mirabolante e prugnoso barbera d’Alba Castlé, l’impeccabile Langhe Nebbiolo, mi sono dilungato ad ascoltare i racconti sulla vinificazione dei barolo, di quello che fu, per loro, il cappello sommerso e le nuove tecniche di fermentazione statica seguite da macerazioni lunghe completate dall’irrorazione periodica e costante delle bucce. Il lungo racconto veniva accompagnato dalle note sapide, splendidamente tanniche e fruttate del barolo Castellero 2017. Perché se non vi è dubbio alcuno che questi vini debbano rendersi grazia solo in un futuro più che prossimo, è altrettanto vero che il frutto così ricco e abbondante lo si percepisce soltanto in una malcelata gioventù. E per chiudere il barolo Bussia 2015: da bere o ancora meglio da conservare per qualche anno ancora. Come vi pare. Tanto è buonissimo lo stesso.
Come ultima sosta mi acquieto da Perego&Perego, un tipo che fa etichette da birra e le mette su bottiglie da vino (apro una parentesi e segnalo che ci sono parecchie etichette disegnate da bambini per cui vi rimando a questo mio articolo: https://vinoestoria.wordpress.com/2021/08/24/le-etichette-del-vino-sono-sostanzialmente-due/ – Le etichette sono sostanzialmente due), forse perché alcuni dei suoi vini sono sicuramente birrofili come Amber – demon – R, riesling italico e riesling renano alla pari, bello succulento di albicocca, pesca e agrumi, residuo zuccherino a zero anche se riappare, al termine, una punta di dolce che non guasta. Ideale, nella calura estiva, con salame e, nella calura invernale di casa, con formaggi stagionati. Magari dopo un concerto punk ad un festival di birre acide. Ma il vino che ha maggiormente beneficiato della mia attenzione è stato Giubilo 2016, una bella bonarda dove la croatina fa da padrona assoluta e il barbera aggiunge in freschezza.

Vinnatur https://www.vinnatur.org/ è senza alcun dubbio un’associazione di produttori assolutamente meritevole: per quello che fa per la promozione del vino naturale, per quello che fa in termini di controllo, di ricerca e di sviluppo, per gli eventi che organizza. Oggi sarebbe importante un salto aggregativo tra realtà associative diverse a patto, però, che l’intento sia comune: nella definizione del che cosa, di come verificarlo e di come svilupparlo. E soprattutto sapendo che biodinamico, biologico e naturale sono solo dei punti di partenza.

Un vignaiolo racconta del vino ai tempi del cambiamento climatico. Alessandro Poretti di Valli Unite

Vendemmia 2017 Valli Unite

Ho incontrato Alessandro Poretti di Valli Unite durante l’ultima manifestazione di Vinnatur a Genova. Mi ha parlato a lungo dei problemi di vinificazione in tempi di importanti e decisivi cambiamenti climatici. Allora gli ho chiesto di buttare giù due righe. Ne ha fatte quattro di sicuro interesse.

Valli Unite, per chi non lo sapesse: Negli anni ’70 i soci fondatori, Ottavio-Enrico e Cesare, decisero di sfidare la sorte scommettendo sull’allevamento. In effetti in quell’epoca nessuno più si dedicava a questa pratica, tra l’altro i tre giovani decisero di gestire un alpeggio in montagna, ancora più rischioso, dato i tempi. Nasce così la Valli Unite. Nasce dalla voglia di sovvertire il sistema, quel sistema che costringeva a lasciare la propria terra, lasciarla incolta, senza cura. È la cura il senso. Della propria alimentazione, del luogo dove si vive, delle proprie idee e delle persone che popolano questa terra. Una storia, un progetto, uno stile di vita basato sulla condivisione in un ambiente ancestrale dove il bosco è ancora dominante. Un ecosistema in armonia con la natura modificato dalla mano umana solo dove strettamente necessario. Valli Unite è 100 ettari di terra condotta con il metodo biologico dal 1981. Gestita con il metodo cooperativo cerca di applicare un’economia alternativa per un mondo migliore. Nata quasi quaranta anni fa dall’idea di tre ragazzi di famiglie di tradizione contadina, innamorati della propria terra e del loro lavoro. Dal sito: http://www.valliunite.com/

 

Il cambiamento climatico che da un po’ di anni ci coinvolge ha avuto la sua prima evidenza nel 2011, annata particolarmente calda, soprattutto in estate, con temperature notturne alte, senza sbalzi di temperatura tra notte giorno e scarsa pioggia.

Ma sembrava un annata anomala: infatti dal 2012 al 2014 si sono seguite tre annate mediamente standard con qualche alto e basso (tipo il 2014 molto piovoso)

Poi 2015, 2016 e 2017…. il disastro….

Nelle ultime tre annata la vite, nonostante abbia una incredibile capacità di resistere alle avversità climatiche ed una particolare adattabilità, ha dovuto subire a ripetizione anomalie climatiche stagionali che hanno messo a dura prova la sua resistenza. Per ultima la gelata tardiva di aprile 2017 che ha dimezzato la produzione annuale.

E quando un essere vivente soffre, di certo i suoi frutti avranno delle caratteristiche anomale e particolari (nel bene e nel male)….

Foto di qualche anno fa

L’idea “non interventista” delle Valli Unite non si è modificata davanti a queste avversità: abbiamo cercato di capire ed aiutare la pianta a portare a termine il suo ciclo annuale e poi dare dignità alla frutta cercando la via naturale migliore possibile per ottenere vini di qualità.

La problematica maggiore in cantina è stata riscontrata nelle fermentazioni, spesso lente e protratte nel tempo, a volte incomplete, con residui zuccherini di diversa entità.

Per ovviare a questo inconveniente sono state adottate due tecniche di cantina: la macerazione e il ripasso.

La macerazione consiste nel lasciare per più tempo le bucce (sia di uva bianca che di uva rossa) a contatto con il mosto in fermentazione in modo tale da estrarre tutte le sostanze nutritive di cui i lieviti sono bisognosi. In aggiunta, una adeguata ossigenazione può aumentare la probabilità di sopravvivenza.

Il ripasso consiste nel rimettere il vino, della vendemmia precedente con residuo zuccherino, sulle bucce svinate in fermentazione della vendemmia corrente con lo scopo di approfittare della vitalità dei lieviti per portare a completamento le ultime risorse zuccherine.

Per cui da questo cambiamento climatico e da queste tecniche di cantina sono nati sicuramente dei vini diversi, figli della volontà di rimanere coerenti alla nostra idea di non cedere alla chimica enologica. Il cambiamento climatico non ha influito ovviamente solo sulla vite, anzi ha provocato problemi ben più grossi sullo sfalcio dell’erba destinata all’alimentazione bovina, sulle rese dei cereali e sulla loro qualità. Per non parlare delle api, che hanno dovuto affrontare sbalzi climatici terribili per la loro sopravvivenza obbligandoci a sparpagliare le casse tra la montagna e la pianura, alla ricerca di fioriture. Anche l’aumento della fauna selvatica (caprioli, cinghiali, uccelli) e la loro discesa dalle alte colline alla ricerca di cibo e acqua ha portato problemi sia nei campi che nelle vigne. Disagi che vanno dalla rovina degli impianti fino a perdita di prodotto utile e comunque ad un aumento di costi di gestione (protezione e controllo)

Per quanto riguarda il vino c’è da aggiungere una nota in più che riguarda il sistema di chiusura delle bottiglie: il sughero.

Da sempre Valli Unite utilizza sughero naturale per accompagnare il vino nella sua evoluzione, ma questi cambiamenti ci hanno fatto riflettere. Il cambiamento climatico e le stagioni irregolari hanno determinato una crescita disomogenea della corteccia delle piante nella sughereta esposta a temperatura ed umidità fuori dal comune. Queste ed altre considerazioni ci hanno portato a sperimentare differenti chiusure e tra tutte il tappo a vite. Dopo 8 anni di sperimentazioni sia sul vino bianco che sul vino rosso ci siamo accorti di come siano prevalenti gli aspetti positivi di questa chiusura rispetto a quella del sughero naturale (fra tutte l’annullamento dei sentori di tappo…) portandoci così ad incrementare il suo utilizzo ed estenderlo dal Rosatea e bottiglioni da 1,5 litri (Tasot, Fiurin e Custieu già in uso da parecchi anni) fino ai vini base 2015 (Diogene, Gaitu e Ciapè) al Derthona e al Marmote (2015). Anche il tappo a corona viene usato ormai da qualche anno per chiudere almeno il 50% del vino frizzante prodotto in azienda (Brut and the beast e Bolle senza frontiere) L’obiettivo della sostituzione della chiusura delle bottiglie è quello di diminuire le problematiche di rapida evoluzione ossidativa dei vini ed eliminare il sentore di tappo dovuto al 2,4,6-tricloroanisolo (TCA) e continuare a vinificare senza o con poca solforosa.

Continuiamo ad usare il tappo di sughero per le riserve da invecchiamento che hanno bisogno di un evoluzione limitata ma costante nel tempo (Bardigà, Vighet, Montale, Croatina, San vito e vini macerati) fino a quando le prove con chiusure differenti o l’evoluzione dei tappi tecnici ci consentiranno di avere dei risultati interessanti dal punto di vista qualitativo

 

Vighet Riserva 2011

Barbera 100% fermentata in acciaio e affinata in legno per due anni, messa in bottiglia con una gradazione di circa 16,5%vol e residuo zuccherino vicino alla decina di grammi.

Alessandro Poretti – Da Livewine 2015

Rappresenta la prima ondata di caldo e il primo anno dove la complessità dell’uva a portato ad avere mosti difficili da fermentare. Quasi tutto il vino rosso ha sperimentato la tecnica del ripasso tranne questa massa di uva derivante dalle vigne più vecchie che in parte è stata imbottigliata (circa 2000 bottiglie) e in parte venduta sfusa nel 2014.

Derthona Timorasso 2015 (COoP 23 cambiamento climatico)

Timorasso 100% fermentato in acciaio senza macerazione, ha fermentato sulle fecce fini fino a giugno 2016 e messo in bottiglia nel dicembre dello stesso anno, ha una gradazione di più di 16%vol ed un residuo zuccherino superiore ai 5 grammi zuccherino.

Terragno anno 2015

Favorita 85% e Timorasso 15% Simbolo del cambiamento di vinificazione dei bianchi per cercare di portare a secco i mosti in fermentazione, vino a 15%vol di alcol. La Favorita è un uva che riesce a raggiungere concentrazioni zuccherine maggiori rispetto al cortese, ha un corredo aromatico più interessante  ed un colore più intenso. L’aggiunta di Timorasso è avvenuta verso la fine fermentazione per portare a secco il vino. Si tratta di una prova di 900 litri in un tino di cemento, in bottiglia da gennaio 2018

Terragno anno 2016

Cortese 60% e favorita 40% è la continuazione della prova 2015, questa volta 30 quintali di uva vengono raccolti appena prima dello stress idrico e vinificati in una botte di acciaio ed a fine fermentazione completeranno l’affinamento in un tino di acacia (secondo passaggio), in bottiglia nel dicembre 2018. E’ una seconda prova dettata dall’annata siccitosa, le uve cortese provengono da vigne vecchie che hanno resistito alla gelata de aprile.

Montesoro Derthona  2016

Timorasso 100% macerato sulle bucce ed affinato in tino d’acacia (primo uso), dopo 6 anni di prove pensiamo di aver trovato la via giusta per poter esaltare in maniera naturale le caratteristiche dell’uva Timorasso da vigne impiantate sui nostri terreni (in frazione Montesoro) nelle colline tortonesi.(Derthona). Fermenta nel tino d’acacia e vi rimane dopo svinatura fino a ottobre 2017 per finire in bottiglia nel gennaio 2018.

Vigne selvatiche (Pilone e Arpicella) 2015

Nel 2015 abbiamo raccolto da vigne non curate e trattate da 2 anni, abbandonate da figli di contadini, non rispettate nemmeno nei tempi di estirpatura:  grazie a questa possibilità possiamo sperimentare in un annata calda due vigne non gestite (non potate, non trattate, interfilari non sfalciati).  Abbiamo solo raccolto, vinificato e fatto riposare il vino in tonneau per un anno… in bottiglia a gennaio 2018 solo 500 litri per tipo

Laguion Spumante di montagna 2015

Nel 2008, con un progetto comunitario, abbiamo piantato e seguito due vigne di Timorasso piantate sopra gli 800 metri nel comune di Fabbrica Curon (in frazione Forotondo) e dopo il naturale tempo di attesa per la produzione di uva vinificabile si sono susseguite una serie di anomalie climatiche che a quelle altitudini hanno drasticamente annullato la produzione. Solo nel 2015, a causa una serie di fortunosi eventi, abbiamo raccolto 5 quintali di uva. Vista la gradazione e l’acidità abbiamo pensato di fare uno spumante metodo classico. Pochissime bottiglie: un progetto per il futuro che purtroppo non siamo ancora riusciti a ripetere soprattutto per l’alta selezione della avifauna selvatica. Speriamo nel 2018.