Il bevitore resiliente

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Resilienza, una parola che si perde nel tempo.

Una delle parole che è entrata in voga un decennio fa è ‘resilienza’: ma mai come oggi quella parola è usata. Abusata. Abusatissima. Non se ne può più o, come dicono qui a Genova, non se ne può di più.

‘Resilienza’, racconta in un testo molto documentato Simona Cresti[1], nuova non è dal momento che la utilizzano già nell’antica Roma: viene dal verbo “resilire”, da “re-salire” nell’accezione di “saltare indietro, ritornare in fretta, di colpo, rimbalzare, ripercuotersi”, ma anche di, in senso traslato, “ritirarsi, restringersi e contrarsi”. Mentre il verbo latino ‘resilire’ non lascia tracce in italiano, le lascia invece sia nella lingua francese, resilier, che in quella inglese, to relise, con i significati summenzionati (in particolare quelli figurati). La parola ‘resilienza’ ricompare bella arzilla e in tutta la sua possanza all’inizio del XVIII secolo, nel Lexicon Philosophicum di Étienne Stephanus Chauvin (18 aprile 1640 – 6 aprile 1725) a voler indicare sia il rimbalzare di un oggetto che le caratteristiche interne legate all’elasticità dei corpi: assorbire l’energia di un urto contraendosi o riassumere la forma originaria una volta sottoposto a deformazione.

In Italia accenni alla parola “resilienza” che è “termine de’ filosofi che vuol dire regresso, o ritorno del corpo, che percuote l’altro” si ritrovano a metà 700 in G. P. Bergantini, Voci italiane d’autori approvati dalla Crusca, nel Vocabolario d’essa non registrate, Venezia 1745. E, poco tempo dopo a Napoli, intorno al 1769 dalle parole di Antonio Genovesi (Delle lezioni di commercio o sia d’economia civile): “Quella forza deve essere non solo direttiva, ma coattiva altresì; perché la sola forza direttiva, per la nostra uguale ignoranza, per la ritrosia della nostra natura, e per la forza elastica e resiliente delle passioni, non basta per unirci e mantenerci concordi, almeno per lungo tempo”. Per dirla tutta ci vuole un napoletano perché le leggi della fisica vengano adattate alle passioni e alla psiche umana. Gli statunitensi, ugualmente, la usano nel senso di ‘spirito di adattamento’; “resilience compare nell’Independent di New York già nel 1893: “The resilience and the elasticity of spirit which I had even ten years ago” (Oxford English Dictionary, www.oed.com in Simona CLiberation Serifresti)

‘Resilienza’ e ‘resistenza’ per finire, checché ne abusino gli scambisti nominali, non si somigliano affatto: la prima ammortizza e assorbe l’urto per poi tornare allo stato precedente. La seconda si oppone all’urto e, o lo respinge, o ne viene distrutta.

Resilienza, una parola che si perde tra ingegneri e neurologi.

‘Resilienza’ è dunque un termine scientifico che si è trasferito, bello sornione, alla psiche umana: manco a farlo apposta stuoli di ingegneri, di architetti, di fisici, di neurologi, di psichiatri e di psicoanalisti se lo giocano ai dadi della comprensione (i politologi e i sociologi arrancano di brutto, mentre gli storici non ci provano nemmeno).

In cima alle ricerche c’è Ruth Feldman, ricercatrice presso l’Interdisciplinary Center di Herzliya, in Israele, e presso lo Yale Child Study Center, dell’Università di Yale. Per farla assi breve (non saprei farla lunga) “la resilienza è concettualizzata come “assenza di sintomi” o “mantenimento della salute mentale” a seguito di avversità o traumi. Sulla base di recenti confronti interdisciplinari, vista l’enfasi posta all’enorme peso economico e sociale delle patologie stress-correlate, mettendo nettamente da parte la prospettiva psicopatologica, si è convenuto che la resilienza possa essere definita solo ex post facto, cioè dopo che un trauma si sia verificato ed alcuni individui, rispetto ad altri, non abbiano sviluppato sintomi (…) Gli individui resilienti, in sintesi, non sono solo nati tali, ma lo sono diventati in funzione di come sono stati cresciuti dall’ambiente[2]”. E nientepopodimeno bisognerebbe parlare di “sistema dell’’ossitocina”, di “cervello affiliativo”, di “sincronia bio-comportamentale”, per cui la resilienza implica plasticità (adattamento a condizioni variabili), è integrativa e regolatoria (integrazione flessibile dei componenti del sistema), è “time-based” (filogenesi e ontogenesi), è sociale (sopravvivenza e adattamento) e implica il significato (capacità di attribuire un senso all’esperienza traumatica).

Il bevitore resiliente.

Viste le cose precedenti ne potrebbe conseguire che:

Il bevitore resiliente è un gran bevitore. I liquidi lo deformano temporaneamente, ma non lo spezzano. Il bevitore resiliente è plastico, anche nel vestiario.

Il bevitore resiliente si adatta a condizioni variabili sia sociali (feste di compleanno, apericena, uscite con colleghi, prime comunioni, matrimoni etc.) di cui integra sia le componenti sincroniche, sia quelle bio-comportmentali del cervello affiliativo di quelli come lui: li riconosce in brevissimo tempo e si accozza loro per tutto il durare della solennità gioiosa.

Nel caso in cui il bevitore resiliente si trovi a disagio nell’ambiente in cui è stato invitato o si è intrufolato grazie agli amici degli amici, cerca di auto-produrre una maggiore quantità di ossitocina accompagnando la bevuta con le sarde in saòr.

Il bevitore resiliente sopravvive e si adatta ad ogni situazione e cerca di attribuire un senso all’esperienza traumatica, vissuta da immemorabili mal di testa, anche se della stessa non ricorda più quasi nulla.

Il bevitore resiliente mantiene la salute mentale di sempre e quindi di mai.


[1] Simona Cresti, Redazione Consulenza Linguistica Accademia della Crusca, L’elasticità di resilienza inhttps://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/lelasticit%C3%A0-di-resilienza/928

[2] Anatolia Salone, Che cos’è la resilienza, in https://www.spiweb.it/ricerca/che-cose-la-resilienza-di-salone/