Il bevitore negazionista

Di Donarreiskoffer – Opera propria, CC BY 3.0,
https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7869007

La psicoanalisi ci ha regalato diverse chicche interpretative e, tra queste, ve ne sono alcune che riguardano direttamente il fenomeno della negazione. Ne parlo perché il “negazionismo” è tornato tremendamente di moda e va ad aggiungersi alla costruzione di una serie di neologismi (“sovranismo” ad esempio) che fino a poco tempo fa erano esclusi dalla verbalizzazione dei più. Venivano scartati perché, semplicemente, non rimandavano ad alcunché di socialmente condiviso. Il negazionismo, per dirla tutta, era appannaggio di un novero limitato di storici che si occupavano, assai amaramente, degli infausti sostenitori della negazione dell’Olocausto.

Già a fine ‘800, a proposito dell’isteria, Freud scrisse che un primo livello di negazione ha a che fare con il suo esatto opposto: “più si procede nel profondo, più difficilmente i ricordi che emergono vengono riconosciuti, sinché in prossimità del nucleo si incontrano quei ricordi che il paziente, anche riproducendoli, rinnega”.

Più avanti, nel suo libello “La negazione” (1925), Freud ampliò la definizione di negazione e sostenne che essa «è un mezzo per diventar consapevoli del rimosso […]. Ne deriva una specie di ammissione intellettuale del rimosso mentre permane l’essenziale della rimozione. […]. Per mezzo del simbolo della negazione, il pensiero si libera delle limitazioni della rimozione».

Si può così così affermare che la negazione non è semplicemente un segno opposto all’affermazione, ma si sviluppa su due direttrici: da una parte è negazione in quanto mancanza originaria o soppressione interna al significante: un posto vuoto da cui si rivela il soggetto; dall’altra è l’effetto di questa primitiva assenza come tentativo di nascondimento: “Il contenuto di un’immagine o di un pensiero repressi possono, or dunque, farsi largo nella coscienza, a condizione di essere negati. La negazione è un modo per realizzare quanto represso” (Freud).

Per capirci: “Non sono arrabbiato con te. Amici come prima!” viene analiticamente tradotto in: “Sono arrabbiatissimo con te. Ti spaccherei la faccia!”

Il grandissimo psichiatra e psicoanalista argentino, Salomon Resnik, una volta disse: “Quando un bambino dice una menzogna formale alla mamma o al papà è perché ha paura di dire le cose direttamente e ha bisogno di un’alternativa indiretta che sarebbe la maschera dell’apparente non verità che è anche la sua verità”.

Alla base di tutto sta l’angoscia sia come “segnale di pericolo” che  come “reazione al pericolo”: “L’angoscia nevrotica è una reazione ad un pericolo pulsionale interno, l’angoscia “reale” ad un pericolo esterno[1]”.  Angoscia di castrazione o angoscia di morte, che per Freud quasi si equivalgono.

Bisogna infine sostenere, per dirla tutta, che la negazione può prendere pieghe assolutamente deliranti o maniacali: sarebbe bene stare abbondantemente distanti da queste psicosi (a meno che non siate analisti o assicuratori del ramo vita).

Il bevitore negazionista di tipo uno

L’amico: “Ciao Gio’, non era per niente male quel orange wine che abbiamo provato ieri sera a cena. Ti è piaciuto?”

Gio’: “No, per niente. Un vino velato, quasi fluido, poco intenso, comune, poco caldo, acidulo, spigoloso. Assolutamente immaturo”.

Traduzione psicoanalitica: “Fantastico! fresco, beverino, profumatissimo, per fortuna solo 11,5 di alcol, pungente quel che basta. E così giovane che ne avrei bevute altre sette bottiglie! (non ho i descrittori sulla scheda)”

Il bevitore negazionista di tipo due

L’amico: “Ciao Gio’, non era per niente male quel orange wine che abbiamo provato ieri sera. Ti è piaciuto?”

Gio’: “Intanto mi dia del lei che non ci conosciamo. A quale cena avrei partecipato? Ieri sono stato tutta la sera con mia moglie e i miei figli. E poi io sono astemio!”


[1] Ansia/Angoscia, a cura di Gabriella Giustino in https://www.spiweb.it/spipedia/ansiaangoscia/

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