Smith, Ricardo, Marx e la teoria del mancato plusvalore relativo e assoluto dei blog vinosi.

karl-marx1Tutta la teoria economica classica affronta il tema del nesso tra il valore del lavoro necessario a produrre le merci e il valore che si genera dal loro scambio: “per Marx, in particolare, resta vero che quando la merce funziona come capitale, quando essa viene impiegata nell’acquisto di lavoro vivo, allora il valore acquistato è maggiore del lavoro che è stato necessario per produrre il capitale merce. Il modo in cui Marx concilia i due principî smithiani è il seguente: nel capitalismo anche il lavoro è una merce e dunque ha un valore di mercato; tuttavia il luogo in cui si determinano il nesso e la differenza fra lavoro contenuto e lavoro comandato non è il mercato, ma la sfera della produzione.”[1] Già per Ricardo il lavoro viene pagato come merce sul mercato. Ma nel processo produttivo un medesimo tipo di lavoro può creare valori diversi, in funzione della maggiore o minore efficienza (legata all’impiego di macchinari differenti), e in funzione della variazione della domanda relativa dei vari tipi di beni prodotti.

La caratteristica principale del modo capitalistico di produzione è che il processo è del tipo Denaro-Merce-Denaro, e non Merce-Denaro-Merce. Nel ciclo D-M-D si cede denaro per ottenere altro denaro: scopo di questo processo non è l’ottenimento di valori d’uso, bensì la realizzazione di un plusvalore. Perché l’operazione abbia un senso la forma effettiva del ciclo dovrà dunque essere D-M-D’, dove D’ sarà maggiore di D.  E’ già stato evidenziato come in Marx lo scambio, subordinato al primato del valore d’uso, non possa determinare il valore della merce. Il problema di fondo, irrisolto, è che il passaggio dal valore d’uso a quello di scambio richiede un trasformazione di senso, quindi culturale, del prodotto merce.

Sono diversi i soggetti sociali che si adoperano a creare un bisogno e a trasformarlo in valore (moneta) di scambio: classi, professioni, nuovi poteri in fieri; poteri economici coadiuvati da importanti campagne pubblicitarie; soggetti mediatici di vario tipo (che assolvono contemporaneamente sia ad un valore d’uso che di scambio in conformità con i poteri a cui si riferiscono); e dall’altra parte le classi subordinate ….(pensiamo in generale al welfare).

In tutto questo dove si inseriscono i blog sul vino?

Gran parte di essi è costruito su piattaforme gratuite o a costi di produzione assolutamente contenuti. Il loro valore d’uso, che si esplicita nella lettura, è gratuito (sono pochissime le eccezioni). Non solo è gratuito, ma è anche molto frammentato. La frammentazione dipende non tanto dall’argomento trattato, ovvero il vino, ma dal soggetto blog, anche’esso suddiviso in numerosissime categorie, lingue… Potremmo dire che il valore di scambio di un blog vinoso è dato dalla quantità di plusvalore assoluto altissimo (perché tendenzialmente non retribuito o poco retribuito), relativo ad una quantità infinitesimale di denaro ripartito tra milioni di blog appartenenti alla stessa piattaforma produttiva: WordPress, Blogspot….. Il lavoratore blogger vinoso è quindi parte di un meccanismo produttivo che lo trascende e lo ingloba e a cui contribuisce, con un apporto infinitesimale, con la realizzazione di valore aggiunto relativo alla quantità di scambio che è in grado di produrre (lettori stabili).

La domanda successiva riguarda invece la capacità intrinseca del blog vinoso di riprodurre la propria forza lavoro, primum, e quella di scambio, deinde, data dalla stabilità dei lettori, e quindi del valore di scambio gratuito, in grado di generare, a sua volta, un altro valore di scambio: la raccolta pubblicitaria a pagamento (lo stesso meccanismo che riguarda i social e i media in genere). Una volta definita la struttura del blog, le persone che vi scrivono, la quantità che ogni lavoratore blogger vinoso produce all’interno della compagine che lo ospita e, per concludere, la qualità estrinseca del prodotto (ovvero la capacità di produrre accessi di ogni singolo articolo e di ogni singolo scrittore, che può non corrispondere ad una qualità intrinseca del prodotto), occorre calcolare la quantità di accessi necessaria per realizzare la raccolta pubblicitaria e adeguata a pagare la riproduzione della forza lavoro (salari, collaborazioni, Partite Iva …) In seguito, questa capacità di raccolta finanziaria esterna dovrebbe servire a generare plusvalore, ovvero profitto.  Perché ciò avvenga il blog vinoso deve essere già sufficientemente strutturato: più collaboratori, capacità di intervenire rapidamente sui contenuti (merito), sulle tempistiche (metodo e aggiornamento) e politiche di posizionamento web. Il vino, seppur alimento, non è ricetta e neppure manipolazione casalinga. E’ un grande pregio e un limite intrinseco insuperabile.

Tenuto conto dei limiti del campo italico, della lingua italica, possiamo sostenere, a buona ragione, che il blog vinoso non solo è distante dalla realizzazione della caduta tendenziale del saggio di profitto, visto che di profitto non se ne è mai vista l’ombra, ma è anche lontano quanto basta dalla riproduzione della propria forza lavoro. In conclusione il blog vinoso, pur appartenendo alla più innovativa tecnologia informatica, mantiene dei rapporti produttivi di tipo primitivo, che si risolvono, molto spesso, in una bicchierata insieme e a qualche selfie durante le fiere vinicole. Il vantaggio relativo è che il blog vinoso non può creare disoccupazione dal momento che non ha mai creato occupazione, neppure precaria. Con rarisssime eccezioni.

Detto questo, ha senso scrivere di vino come se si trattasse di un sapone per piatti?

[1] Cfr. Giorgio Lunghini, Fabio Ranchetti, Teorie del valore in Enciclopedia delle scienze sociali, Treccani 1998

 

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