Le esortazioni che simulano: “bere con moderazione!”

Scena di Simposio: musica e conversazione. Dalla Tomba del tuffatore. Museo Archeologico Nazionale di Paestum

Ci sono una serie di slogan ad uso comunicativo/educativo, che invitano alla morigeratezza dei costumi, assolutamente insopportabili. Almeno per me. Uno di questi, legato al mondo del bere (vino e prodotti alcolici di varia gradazione), invita a sorseggiare responsabilmente, consapevolmente e soprattutto in maniera misurata. Il fastidio di tali enunciazioni a scopo educativo nasce dalla concomitanza di elementi correlati, inespressi e sottilmente furbeschi.

Provo ad elencarli:

  1. La fonte. Nella maggior parte dei casi, se non nella totalità, l’invito al controllo delle pulsioni primordiali proviene da soggetti i cui fini principali sono tendenzialmente l’opposto: vuoi per questioni commerciali, vuoi per merito politico, vuoi per ragioni di tassazione o per tutte queste messe insieme. Lo slogan, allora, rileva i suoi contenuti nascosti: l’invito a bere comunque e la raccomandazione preventiva poi: “con moderazione”. “Attenzione il gioco d’azzardo può creare dipendenza!” (Intanto gioca!)
  1. L’esortazione. Aristotele distingueva i discorsi dichiarativi, apofantici, da tutti gli altri discorsi: i primi si discernono dagli altri perché enuncerebbero il vero o il falso. “Dichiarativi sono, però, non già tutti i discorsi, ma quelli in cui sussiste un’enunciazione vera oppure falsa. Tale enunciazione non sussiste certo in tutti: la preghiera, ad esempio, è un discorso, ma non risulta né vera né falsa[1].” La base della logica aristotelica, da cui discende il metodo del sillogismo, unica forma della conoscenza attraverso il processo deduttivo, poggia sul principio di non contraddizione (libro IV della Metafisica): una cosa non può essere il contrario di se stessa. Senza dilungarsi troppo, l’esortazione, come la preghiera, sfugge al principio di verità così come a quello di falsificazione: raccomanda, incoraggia e soprattutto assolve chi la pronuncia. Anche se non razzola.
  1. Il piacere. Le esortazioni  alla virtù media riguardano quelli che comunemente chiamiamo piaceri. Prima di addentrarmi nel merito del piacere, vorrei porre all’attenzione il fatto che la moderazione viene raramente proposta per gli sforzi produttivi e riproduttivi. Mentre è senso comune che un bel gioco deve durare poco, non  lo è altrettanto per le pratiche di fatica quotidiana: lungi dal moderarle, per utilizzare nuovo tempo liberato,  esse vengono sostenute come forme primarie di virtù ed emancipazione. Gli antichi sapevano che valeva  il contrario. Il tema del piacere ha una lunga storia che trova principio e vitalità discorsiva nelle grandi zuffe dei filosofi greci. A grandi linee si può affermare il tema del piacere venne affrontato attraverso alcune linee interpretative comuni, che poi portarono ad esiti anche radicalmente opposti. Innanzitutto il piacere veniva collegato alla sensazione (il sentire) imperniata sul movimento del simile del dissimile (Omero, Parmenide, Empedocle, Platone,Eraclito). La fonte delle sensazioni era gerarchica: gusto e tatto in basso e udito e vista in alto. Il piacere dei sensi presupponeva una mancanza: il riequilibrio naturale del corpo e della mente significava colmare questa lacuna (Pitagora, Parmenide, Empedocle, Anassagora). La quantità, la qualità e il tempo di tale riempimento era dato dalla ‘misura’ (Epicuro, Democrito). Per alcuni filosofi il piacere veniva visto esclusivamente nel rapporto di relazione/esclusione con il suo opposto, cioè il dolore (Cleobulo, Solone di Atene).  Per altri ancora il piacere era in stretto rapporto con la felicità e soltanto per pochi il piacere era anche un bene (Eudosso criticato fortemente da Speusippo secondo il lascito di Aristotele nell’ “Etica a Nicomaco”) e, a volte, l’unico bene (Cirenaici). Dalla distinzione dei piaceri discendevano i  tre tipi di vita: edonistica, politica, filosofica[2]. I Cirenaici, seguaci di Aristippo di Cirene, discepolo di Socrate, sostenevano che “il ‘piacere’ non era quello ‘stabile’ poi teorizzato da Epicuro, bensì, soltanto, quello del senso e del momento (…) Il vangelo cirenaico doveva poi in molti aspetti avvicinarsi allo stesso vangelo cinico: non per nulla essi erano sorti entrambi dallo stesso terreno sofistico-socratico, e anche per il primo restava viva la tipica esigenza socratica della ‘saggezza’ (ϕρόνησις), sia pure intesa, ora, come mero calcolo dei piaceri. Se il cinico tendeva all’assoluta αὐτάρκεια, alla sufficienza di sé immune da ogni desiderio, il cirenaico mirava comunque all’αὐταρχία, al dominio di sé pur nell’appagamento del desiderio: da ciò le tipiche massime cirenaiche dell’’usare i piaceri ma senza esserne vinti’, del ‘possedere senza essere posseduti’[3].” 
  1. Forse la giusta misura

“Ma io, che so godere con misura del vino dolce come il miele,

voglio tornare a casa e cedere al sonno che fa scordare gli affanni.

Ci arriverò nello stato in cui il vino è più grato a bersi, fra gli uomini:

non sobrio ma neanche troppo ubriaco”. (Teogonide, Elegie, vv. 475 – 478)

 

[1] Aristotele, De Interpretatione, 17a 1-32 in  Organon, Laterza, Bari, 1970, vol. II, pagg. 60-61

[2]  Cfr. Luciano Montoneri (a cura di), I filosofi greci e il piacere, Laterza, Bari-Roma 1994 in particolare cap. 1,6,7

[3] Guido Calogero, Cirenaici, Enciclopedia Italiana (1931)

 

 

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Bere nell’antica Grecia: il simposio.

simposio paestum

Scena di Simposio: musica e conversazione. Dalla Tomba del tuffatore. Museo Archeologico Nazionale di Paestum da Wikipedia

Il simposio è una “bevuta insieme” in un contesto fortemente ritualizzato: la miscelazione del vino con parti di acqua in un cratere[1] secondo proporzioni stabilite e in base agli effetti desiderati sui convitati, la dimensione delle coppe che corrispondono al desiderio di ebbrezza da raggiungere sono alcuni degli elementi del bere comunitario[2]. La miscelazione avviene dapprima versando l’acqua e solo successivamente il vino nelle proporzioni debite. Il simposiarca stabilisce le regole: quale debba essere la miscela da bere, la grandezza delle coppe, ecc. Bere vino puro è ritenuta usanza barbara, un bere da Sciti, quei barbari che, secondo fonti tramandate dalla storiografia greca (Erodoto in particolare), debbono bere il sangue del primo nemico ucciso come pratica iniziatica. A seconda del tipo di vino o dei personali desideri, l’acqua viene riscaldata o raffreddata. Spesso il simposiarca costringe a bere grandi quantità di vino: è bere pros bìan, a comando, al contrario del bere pros edonèn, per piacere.

Il vino è la bevanda principale della Grecia antica ed esso si distingue in zone di produzione con caratteristiche ben delineate, per ricordarci che alcune invenzioni della modernità (i cru ad esempio) hanno origini molto antiche: «(…) il vino dei corposi cru rossi della Tracia, di Taso e di Chio, o il bianco leggero di Mende, solo per fare qualche esempio. Non sempre è facile tradurre correttamente i termini. I Greci stimano l’aspetto esteriore: il vino rosso/nero (mèlas) è paragonato alla porpora o al sangue; poi c’è il vino bianco (leukòs), di colore giallo. I vini si dividono anche in aspri (austeròi), secchi (xeròi), amabili (malakòi), dolci (glykèis), quelli che hanno un bouquet (òzontes), quelli leggeri (leptòi) e quelli corposi (pachèis). Il vino è detto caldo (thermòs) o senza vigore (asthenèsteros). Il più apprezzato è quello nero, forte, odoroso, invecchiato. Molti studiosi ritengono che i vini rossi greci siano molto alcolici – F. Salviat propone 18 gradi per il vino di Taso, P. Villard non più di 16. Sono vini liquorosi a lenta fermentazione e lunga maturazione. La qualità delle anfore, provviste di ottimi tappi di chiusura, come  abbiamo visto di restina (resina) garantisce un eccellente invecchiamento[3]

Ma quanto si poteva bere? Lo racconta uno dei più importanti rappresentanti della commedia attica di mezzo, Eubulo (IV secolo a. C.), figlio di Eufranore, che così fa parlare Dioniso stesso:

“Tre soli crateri infatti mescolo

per coloro che son saggi:

uno di salute, che bevono per primo;

il secondo di eros e di piacere:

il terzo di sonno.

Bevuto questo,

i convitati saggi se ne vanno a casa.

Il quarto invece non è più nostro, ma della violenza;

e il quinto dello strepito;

il sesto delle danze sfrenate per strada;

il settimo degli occhi pesti;

l’ottavo di chi ti fa causa;

il nono è della bile;

il decimo è della pazzia che ti fa fare a botte.

Tanto vino versato in un recipiente piccolo

è facile che tagli le gambe ai bevitori.”


[1] Gli strumenti del simposio

Il cratere (nome greco che deriva dal verbo kerànnymi, “mescolare”), il dìnos o lo stàmnos sono i vasi di grandi dimensioni che servono per mescere il vino annacquato.

[2]     Cfr. Maria Luisa Catoni, Bere vino puro. Immagini del simposio, Feltrinelli Editore, Milano 2010

[3]     Marie-Claire Amouretti, Città e campagne in Grecia, in  a cura di di Jean-Louis Flandrin e Massimo Montanari, Storia dell’alimentazione, Ed. Laterza, Bari Roma 2007, pag. 103