Stato e nazione: termini coincidenti? Un excursus storico

Di Henri Meyer – Bibliothèque nationale de France, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=62229

Le nationes medievali

Stato e nazione sono due termini che vengono spesso utilizzati come intercambiabili: è necessario, per evitare confusioni filologiche, comprendere l’origine dell’idea nazionale e del nazionalismo e, cosa ancora più importante, ragionare sulla connessione tra la nazione, intesa nelle sue varie forme e peculiarità e lo stato.

All’origine dell’idea nazionale e della nazione intesa come riconoscimento di reciprocità linguistica e dei costumi, in un dibattito assai controverso, alcuni studiosi hanno indicato le nationes studentesche e le nationes mercantili di origine medievale. Con la diffusione delle università, a partire dal XIII secolo, si propagarono in tutta l’Europa congregazioni di scholares, anch’essi giunti da ogni parte del continente, a tutela, in senso corporativo, dell’origine di provenienza degli stessi: il legame si fondava quasi esclusivamente sulla comunanza linguistica e parzialmente sull’uniformità dei costumi, delle culture di provenienza e della prossimità geografica. A Bologna, ad esempio, di nationes universitarie, sorte nel XII secolo, prima della stessa Università, se ne contavano nel 1432 ben quattordici: Tedeschi, Francesi, Spagnoli, Inglesi, Provenzali, Piccardi, Borgognoni, Pittaviensi (regione di Poitou), Turonensi (regione di Tours), Cenomacensi (regione del Maine), Normanni, Catalani, Ungheresi, Polacchi e Guasconi. Gli statuti delle nationes universitarie facevano riferimento sia ai vincoli di obbligazione che di solidarietà tra appartenenti a diverse “nazioni” linguistiche. Sarebbe sicuramente una forzatura attribuire alle nationes universitarie l’origine del nazionalismo in senso moderno, per due fondamentali ragioni:

1) la mancanza di condizioni materiali (lo stato modernamente inteso e il nascente capitalismo) volte a supportare la configurazione identitaria successiva.

2) L’estrema eterogeneità e fluidità della costituzione delle nationes universitarie: ad esempio la natio lombarda dell’università cisalpina conteneva studenti provenienti dalla Grecia e dalla Macedonia.

Ciò che invece non va sottovalutato di quella esperienza era che l’uso comune di una lingua costituiva il legame prevalente, a cui si adeguavano anche coloro che provenivano da altre regioni, così come lo era l’appartenenza territoriale di origine o di residenza (per acquisizione).

Altro fenomeno medievale di indubbia importanza furono, al pari delle nationes studentesche, le nationes mercantili: anch’esse nate in parte spontaneamente, si costituirono sulla base della tutela comune degli interessi professionali di persone e gruppi appartenenti alla stessa origine linguistica o territoriale. Le norme di condotta, molto rigide, delle nationes mercantili erano vincolanti sia per il paese di origine sia per il paese ospitante (così come avveniva per quelle universitarie): rette solitamente da un console, costui veniva spesso designato dalla madrepatria. Le nationes mercantili, a differenza di quelle universitarie, avevano in maggior misura una funzione politico -rappresentativa, laddove cercavano non solamente di mantenere i privilegi concessi in terra straniera, ma di costruire veri e propri rapporti diplomatici e mercantili, volti all’acquisizione di nuove concessioni. Una delle nationes mercantili più importanti, di cui rimane ancora traccia nel nome attuale della via, rue des Lombards, venne costituita nel 1322 a Parigi ed aggregava mercanti provenienti da tutto il nord Italia ed in piccola parte dal centro: essa diede poi vita ad una ben organizzata universitas mercatorum lombardorum et toscanorum, sottoposta ad una legislazione speciale e privilegiata, dotata di statuto autonomo, e vincolata al pagamento di tasse ed imposte.

La “Nazione moderna”

Per tutto il Quattro – Cinquecento il termine nazione non ebbe ancora, se non in brevi momenti, una connotazione di tipo politico — istituzionale: si riferiva per lo più a provenienze territoriali, senza che però configurassero una qualsivoglia natura di tipo giuridico.  Concetti pregnanti per il Rinascimento erano invece la civitas, la res publica, il regnum e la patria. I primi due vocaboli facevano riferimento all’unica cornice entro la quale fosse possibile perseguire la virtù politica, la giustizia e la libertà comune: la città. La res publica rappresentava quel complesso di leggi, di costumi, di ordinamenti politici e strutture civili proprie di ogni città. Il regnum, più vasto, indicava, agli albori dello Stato moderno, l’unità territoriale, magari di più città, sopra cui veniva esercitato il dominio del sovrano. Infine la patria, da pathos, segnava un’unione di sentimenti e di “caratteri” propri di una popolazione o di un territorio. Il termine patria indicava, tra gli altri, anche il luogo dove si sceglieva di vivere, dove massima era la corrispondenza tra il benessere individuale e quello collettivo, ivi compresa la libertà, da cui il motto “ubi bene, ivi patria”. Mentre Macchiavelli fece uso del termine di patria nel senso medievale di provenienza geografica, fu invece Guicciardini (1483 — 1540), ne la “Considerazione intorno ai Discorsi del Macchiavelli” e ne “I Discorsi Politici”, ad introdurre il concetto di nazione in senso etnico — culturale: “è svizzeri, nazione fiera, bellicosa, esercitata nelle arme e di animo grande” (Cfr Alessandro Campi, Nazione, 2004, p. 81). Ma fu con la rottura tra la Chiesa Cattolica e Lutero che il termine nazione assunse allo stesso sia un’accezione naturalistica che morale – spirituale. Nel 1520, con la pubblicazione di An den christlichen Adel deuctscher Nazion, Martin Lutero, rompendo con la contiguità (translazio imperii) tra Impero Romano e quello Tedesco, affermò l’eredità storica dei popoli germanici legati all’indipendenza ed alla libertà. Mentre il termine nazione acquista nuovi contenuti e significati esso, però, è ancora lontano da una connotazione prettamente politica, che si avrà, ed è bene ricordarlo, in stretta connessione con la nascita dello Stato, e quindi con una richiesta esplicita di conformazione giuridica della nazione atta a governare e dominare.

Nel Sei -Settecento, grazie a diversi autori, il Montequieu de l’Esprit de lois, del 1748, il Voltaire de I’Essai sur les moeurs (1756), il Vico de La Scienza Nuova (1743), per citarne solo alcuni di fama, la nazione cominciava a comprendere anche alcune peculiarità storico-naturalistiche: il clima ed il territorio ne costituivano l’ossatura, mentre i costumi, le consuetudini, la religione etc, fissavano l’indole degli abitanti. Le leggi, secondo quanto teorizzato da Montesquieu, “devono essere realmente adatte ai popoli per i quali sono state istituite, che è incertissimo se quelle di una nazione possano convenire ad un’altra.” (Lo spirito delle leggi, 1, 3) Per il filosofo Francese, come del resto anche in Vico, la nazione è un fattore di evoluzione civile della società umana che dal particolare si è sempre più sviluppata sino a raggiungere la complessità a loro contemporanea: questa visione anticiperà una parte dello storicismo e del positivismo ottocenteschi. Alle nazioni però, ed è chiaro a entrambi, va consegnata una potestà legislativa, senza la quale esse vengono private delle basi per organizzare politicamente la propria sopravvivenza. La connessione tra la nazione e il corpo politico dello stato iniziò ad essere evidente ed esplicita.

Le nazioni contemporanee.

Fu grazie soprattutto alla Rivoluzione Francese ed al tumultuoso industrialismo che toccò alcune zone dell’Europa che la nazione acquisì nuovi e pregnanti significati che in mille rivoli ancora oggi vengono utilizzati. Al vocabolo ‘nazione’ vanno poi associate parole che nacquero insieme ad essa: sovranità, sovranità popolare, libertà, cittadinanza, popolo, sono quelle più significative e poi una serie di termini che declinano e sostantivano quello di nazione, come nazionalità, coscienza nazionale, sovranità nazionale, nazionalitarismo e nazionalismo.

Quest’ultimo vocabolo, nazionalismo, ebbe per tutto l’Ottocento una connotazione prettamente negativa, di egoismo nazionale, ovvero di forma degenerata del sentimento di patria: “pregiudizio cieco ed esclusivo per rutto quanto è peculiare alla nazione di appartenenza”. (Gran Dictionnaire Universel di Pierre Larousse – 1874).

Si potrebbe affermare che la nazione nell’Ottocento, ma questo varrà in termini diversi per il Novecento, ha avuto la funzione di costruzione mitico — simbolica della costituzione di un processo storico-materiale: lo Stato. Sia che si parlasse della Stato senza nazione, ovvero del modello giuridico istituzionale privo di forza legittimante o di nazione senza Stato, il concetto di nazione ebbe una funzione mitico-poetica e simbolica: prodotto di invenzione culturale, si sposta progressivamente su cognizioni di tipo biologico, sentimentale, linguistica o razziale, come condizione di affermazione e di ratifica degli stati esistenti, degli stati nascenti o semplicemente a favore delle richieste di costituzione nazionale.

Alla nazione che diviene stato si contrapposero, con diverse fortune, due tendenze: quella imperiale o grande statale, laddove le nazioni venivano comprese all’interno di un grande apparato organizzativo pluri-statuale, come in Russia, nell’Impero Britannico etc e quella classista dell’internazionalismo proletario.

L’eredità illuministica fa, quindi, della nazione il luogo di costruzione sia del progresso storico, che di quello universale. Nella nazione si sarebbero dovute realizzare la cittadinanza universale che avrebbe permesso a tutti i popoli di vivere fianco a fianco in pace ed in armonia. Questa idea si infranse ben presto nelle guerre di espansione francesi, in particolar modo quelle a danno dei vicini territori tedeschi. Guerre cominciate nel 1792 con l’occupazione della Renania finite nel 1806 con le capitolazioni di Jena e Auerstedt e la successiva invasione di Berlino.

Coloro che, tra gli intellettuali tedeschi, dapprima si fecero sostenitori dell’universalismo rivoluzionario francese, andarono ben presto ad elaborare nuove concezioni legate alla nazione: il popolo-nazione venne pensato come “destino inscindibile”. Lontano dalle matrici linguistiche neolatine, Volk e Volkstum (l’anima, lo spirito e la specificità della nazione) sostituirono ben presto Nation e Nationalitat di ibridazione latina. La nazione “romantica” ebbe come figure di rilievo tre personaggi storici: Fichte che, ne “I Discorsi alla nazione tedesca” tenuti nella Berlino occupata dai Francesi tra il 1807 ed il 1808, sostenne l’idea di un popolo originario (Urvolk) contraddistinto da una lingua comune natia (Ursprache). Il mantenimento di ina lingua originaria era sinonimo, per Fichte, di un popolo unitario ed organico in grado di resistere, nei secoli, alle pressioni politiche esterne: un popolo in senso assoluto è quello che riesce ad assolvere alla propria missione nel quadro della storia universale. Il popolo tedesco per Fichte era unico tra i popoli europei e questa unicità coesisteva con una superiorità etica, spirituale, morale e conseguentemente politica. Anche se lontani dal suprematismo razziale e biologico, vengono introdotti quegli elementi di differenziazione anti egualitaria che avranno una triste fortuna tutto il periodo a venire. C’è da dire infine che per Fichte la realtà nazionale tedesca non necessariamente doveva concretizzarsi in una realtà statuale conseguente e definita. Realtà invece che sarà determinante per Friedrich Ludwig Jahn, secondo cui il popolo (Volk) per sopravvivere doveva incarnarsi in una realtà politico istituzionale di tipo statuale.

Il popolo, secondo Jahn era tenuto a mantenere la sua “purezza” endogena, sinonimo di forza e grandezza. Infine per Heinrich von Treritschke la necessità della saldatura tra stato e nazione non era più rinviabile: egli sostenne, nelle sue lezioni all’Uniniversità di Berlino (Politik, due volumi, 1897), che la nazione era la comunità di sangue”, ovvero un patto sacro tra generazioni. Se il sangue (blut) costituiva l’elemento naturale delle componenti biologico-razziali, la successione delle generazioni fondavano la continuità mistico-religiosa.

In Italia, soprattutto grazie al più importante dei suoi rappresentanti, Giuseppe Mazzini, il nazionalismo ottocentesco si configurò come un’unione tra il popolo, il soggetto storico di quegli uomini “parlanti la stessa favela, associati, con eguaglianza di diritti politici, all’intento comune di sviluppare e perfezionare progressivamente le forze sociali e l’attività di quelle forze” (Giovane Italia, 1833, quarto fascicolo), l’umanità, il fine supremo e l’associazione quale criterio di azione politica. L’individuo riconosciuto negli “uomini parlanti la stessa favella” scompare però in Mazzini come soggetto esclusivamente depositario di diritti: è il popolo, nella sua unitarietà a racchiudere la sintesi tra la nazione etnico-linguistica e la nazione storico-culturale. La trasformazione della nazione in Stato è per Mazzini una scelta prevalentemente volontaristica, ma non per questo astratta: essa si fonda sul connubio ricordato poc’anzi.

Una componente di matrice tipicamente liberale della nazione che si fa stato è quella contrattualistica (volontaria) rappresentata dal francese Renan e dall’Inglese John Stuart Mill, oltre alle riflessioni di Tocqueville a proposito della democrazia in America. Se per Renan la nazione è un plebiscito quotidiano, questo è dovuto anche al fatto che la storia delle nazioni è una storia spesso composta da errori o da oblii: nulla vale il ricorso alla razza o ad altre componenti di matrice storico cultural. Tutte queste ricostruzioni presentavano, secondo Renan, la fallacia di una fabbricazione ad arte, fatta spesso d’invenzione: la nazione non poteva che essere la costruzione di complicati intrecci sociali, con un carattere prevalentemente elettivo, dove la volontà dell’unione era figlia di collaborazioni e condivisioni (economiche, politiche e culturali) cementatesi nel tempo. (E. Renan, Che cos’è una nazione? 1882) Fu la stessa logica della cooperazione volontaria tra cittadini in cui si diressero le valutazioni di J. Stuart Mill (J. S. Mill, La nazionalità in rapporto con il governo rappresentativo, 1861).

Nazione, spazio vitale, colonialismo

Raccontare le avventure della nazione, della loro fortuna in termini ideologici, vuol anche dire menzionare come, a fianco dello sviluppo europeo dello Stato nazionale, si siano di pari passo sviluppate e concretizzati concetti di superiorità politica, sociale, razziale e biologica, tali da giustificare altrove ciò che nella patria europea veniva considerata una disputa tra primati di “destino”.  

Ricordare questo non è pura questione accademica, me serve a capire come nel Novecento la “nazione totalitaria”, abbia esteso, nelle nostre lande, ciò che era considerato plausibile in tutto il resto del mondo. Karl Korsch, filosofo marxista, scriveva a proposito del nazismo (1942): “La novità della politica totalitaria risiede nel fatto che i nazisti hanno esteso ai popoli ‘civilizzati’ dell’Europa i metodi riservati sino a quel momento agli ‘indigeni’ e ai ‘selvaggi’ che vivevano al di fuori della cosiddetta civiltà” (K. Korsch, Note sulla storia. Le ambiguità delle ideologie totalitarie, 1942). Così lo stesso liberale di J. S. Mill ricordato un po’ sopra affermava senza alcuna remora che “il dispotismo è una forma di governo legittima quando si ha a che fare con dei barbari” (J. S. Mill, Sulla libertà ed altri saggi,1859) Allo stesso modo Tocqueville sosteneva, ne “La democrazia in America” (1832 — 1840) che i nativi americani non aspettavano altro che essere sostituiti dagli Europei, ovvero dai proprietari legittimi, poiché i primi occupavano, senza possederlo, il continente nel quale vivevano.

La traduzione materiale delle teorie biologico — razziali, sostenute dalle nuove scienze come l’antropologia, l’eugenetica, la demografia, il determinismo positivista, il darwinismo scientifico applicato alle dinamiche sociali (la superiorità predominante e distruggente del più forte) etc., contano numeri di stragi a dir poco impressionanti: le stime più attendibili parlano di cifre che si aggirano tra i 50 ed i 60 milioni di vittime a seguito delle colonizzazioni della seconda metà dell’Ottocendo, includendovi anche i decessi provocati dalle carestie usate come strumenti di dominio. (M. Davis, I tardi olocausti vittoriani, 2004).

Vi è una ragione ed uno stretto collegamento tra lo sviluppo del nazionalismo modernamente inteso e il colonialismo ad esso conseguente: “naturalmente” sono le ragioni economiche e commerciali a darne, come in passato, un’impronta di tipo imperiale, ma ad esse si affianca l’idea che la nazione, ben più estesa ed animata del freddo meccanicismo statuale, possa coincidere con quella parte del mondo conquistata a carissimo prezzo e in totale spregio per coloro che vi abitano. Il famoso Lebensraum, lo spazio vitale, non venne coniato dai nazisti (che ovviamente riutilizzarono e concretizzarono a modo loro), ma fu l’elaborazione di un geografo, Ratzel, all’inizio del secolo XX (1901) per indicare la necessità tedesca di conseguire un riequilibrio agricolo nelle colonie di fronte allo sviluppo impetuoso dell’industrialismo in patria. E nessuna differenza vi fu tra le concezioni liberali, quelle monarchiche e quelle nazionaliste e, in diversi casi, anche quelle di marca socialista o rivoluzionaria. Nel 1904, il generale Von Trotha, condusse uno dei più efferati stermini su una delle tante popolazioni del sud-ovest africano: gli Herero. Si trattava di una guerra razziale (rassenkampf), condotta contro popoli declinanti (untergehende Volker), se non già morenti (sterbenden). Su 80.000 Herero, appena un anno dopo ne rimasero 20.000 e quelli non ammazzati in battaglia vennero trasportati e lasciati morire nel deserto. Se i nazionalisti, nel dibattito al Reichstag, inneggiarono allo sterminio delle vittime, i socialisti, preoccupati per la possibilità di matrimoni misti, affermarono che lo sterminio abbassava i carnefici allo stesso livello delle proprie vittime, cioè a dei selvaggi.

In fondo era il sogno di Alessandro Lessona, ministro italiano delle Colonie, che sognava un “Etiopia senza Etiopi”: il generale Rodolfo Graziani l’esercito italico ne sterminarono più di 250.000, anche con armi chimiche, tra il 1935 e il 1939.

Fu difficile, e lo è anche oggi, distinguere le legittime aspirazioni di un popolo a farsi nazione e quindi Stato e le altrettanto ovvie e conseguenti pretese dello stesso popolo di definire gli ambiti territoriali di questa legittimità: di circoscrivere, insomma, i confini sulla “propria” o “altrui” terra.

Alle porte del Novecento e oltre

La nazione e i suoi derivati, costrutti ideologici piegati alle esigenze della formazione dei nuovi stati, o alla creazione, ex novo, di altri, funzionale al colonialismo di matrice ottocentesca e poi all’imperialismo del secolo successivo, si affaccia nel Novecento come nazionalismo aggressivo, organicistico e tendenzialmente razziale. Alfredo Rocco scrisse: “L’individuo è un elemento transeunte ed infinitesimale della nazione. Anzi, l’individuo deve ritenersi organo della nazione.

Non si deve considerare, perciò, la nazione come mezzo per il benessere individuale, ma l’individuo come strumento e organo dei fini nazionali” (A. Rocco, Che cosa è la nazione italiana, 1914).

L’individuo subordinato ideologicamente alla nazione, serve lo Stato, forma coercitiva ed amministrativa dell’interesse nazionale: se la subordinazione organica dell’individuo al tutto elimina la lotta di classe come cancro interno ad un corpo sano che non può prevedere l’autoalienazione, né la propria soppressione, all’esterno la competizione fra nazioni è essenziale al predominio del più forte: “Il numero è la vera forza delle razze. Le razze numerose e feconde sono ardite ed espansive: esse avanzano e conquistano. Le nazioni forti e progressive non conquistano territori liberi, ma territori occupati da nazioni in decadenza.” (A. Rocco, Che cosa è il nazionalismo e cosa vogliono i nazionalisti, 1914). Le stesse ragioni che fecero affermare al sindacalista rivoluzionario, Arturo Labriola, che l’intervento in Libia (1911) oltre ad avere un importante valore pedagogico perché avrebbe insegnato agli italiani la misura del loro “potere nazionale”, era infatti un’opportunità da non perdere per sviluppare l’apparato produttivo e commerciale italiano e, di conseguenza, per migliorare le condizioni del proletariato italiano. (A. Labriola, La prima impresa collettiva della Nuova Italia, 1912). L’economicismo marxistico di bassa specie e traduzione servirà in seguito a giustificare ogni sorta di intervento militare atto ad industrializzare forzosamente (alcuni milioni di morti) l’Unione Sovietica e tutti i suoi paesi satelliti. Se dalla parte del nazionalismo storico la nazione era l’organismo che doveva combattere le degenerazioni interne, quindi la lotta di classe, per una parte del sindacalismo rivoluzionario, del socialismo intransigente e dell’anarchismo che approdarono prima all’interventismo e poi, anche se non in modo consequenziale, ai movimenti fascisti in tutta l’Europa, il connubio tra nazione e proletariato si fece sempre più stretta: la guerra nazionale ed il colonialismo erano, per costoro, gli strumenti adatti a distruggere la borghesia liberale al potere, il socialismo riformista e a superare il capitalismo, conciliando le necessità della nazione con quelle della classe operaia: in due parole, il socialismo nazionale. Dei propositi iniziali rimase solo la nazione e, manco a dirlo, un capitalismo di rapina ancora più forte.

Quando poi, alcuni decenni più tardi il proletariato mondiale dovette riconoscersi, a forza, nella nazione della rivoluzione (URSS), il compimento di quella parabola era pressoché concluso e il cappio di quella nefasta unione lo portiamo al collo ancora oggi.

Il nazional – socialismo rimase l’unico tragico tentativo della prima metà del Novecento di  superare” la comunità nazionale e di sostituirvi ad essa una comunità razziale: Hitler paragonò l’occupazione delle terre slave alla conquista dell’America o alla colonizzazione dell’India. Gli slavi, trattati come sotto-uomini (non solo loro), in quel contesto non potevano che essere o schiavizzati o sterminati. Nel novembre del 1941 Göring comunicava a Galeazzo Ciano, ministro italiano degli Affari Esteri, che per l’anno successivo avrebbero previsto il decesso tra i 20 ed i 30 milioni di russi a causa delle carestie. Eliminare, dunque, per ripopolare su basi razziali in comunità distinte e padrone delle altre superstiti: “gli indigeni saranno sottomessi. Abbiamo un solo dovere: germanizzare questo paese attraverso l’immigrazione tedesca, considerarvi gli indigeni come pellerossa.” (A. Hieler, Liberi propositi sulla guerra e sulla pace raccolti i in ordine da Martin Bormann, 1941).

La nazione nazista coincideva con la nazione Euro-Asiatica, dove le razze superiori la facevano da padrona, mentre le altre, quelle non interamente soppresse (ebrei, zingari…), da utili schiavi.

Nazione senza stato?

Faccio mie alcune considerazioni di John Breuilly, (Il nazionalismo e lo stato, 1995): “…Il balzo dalla cultura alla politica è compiuto definendo la nazione in un certo momento come una comunità culturale e in vin altro come una comunità politica, mentre si continua a sottolineare che in une stato ideale la comunità nazionale non sarà affatto “scissa” in sfere culturali, economiche e politiche. Inutile dire che il nazionalista può sfruttare questa perpetua ambiguità. L’indipendenza nazionale può essere descritta come la libertà dei cittadini che compongono la nazione (politica) oppure come la libertà della collettività che compone la nazione (culturale). L’ideologia nazionalista è una pseudo-soluzione del rapporto tra stato e società, ma la sua plausibilità deriva dal fatto che essa si radica in genuine risposte intellettuali a tale problema. Il fascino di questa pseudo-soluzione deriva dal fatto che essa consente al nazionalista di costruire, a partire da una grande varierà di pratiche e sentimenti propri della popolazione di un particolare territorio, l’idea di una comunità nazionale e di trasformarla in una rivendicazione politica. Sembrando abolire le distinzioni tra cultura e politica, società e stato, privato e pubblico, il nazionalista arriva a toccare tutta una gamma di sentimenti, idiomi e pratiche che prima erano considerati irrilevanti per la politica, ma che ora sono trasformati in valori che sottendono l’azione politica. Si sbaglierebbe a vedere nel nazionalismo l’espressione in veste politica di pratiche e valori preesistenti. Sarebbe come accettare la valutazione che i nazionalisti danno di se stessi”.

Non è possibile, a mio parere, ragionare sulla genesi del nazionalismo senza fare i conti rapporto tra questo e la sovranità politica che si incarna nello Stato. Ogni movimento nazionalista ha, ad un certo punto della sua storia politica, richiesto di trasformarsi in Stato, cioè in dominio territoriale della forza atto anche a gestire parte delle risorse economiche dei propri cittadini. I movimenti nazionalisti non lo hanno fatto nella stessa maniera, né metodologicamente, né per contenuto. Si può affermare che alcuni movimenti nazionalisti hanno lottato e lottano per separarsi da stati plurinazionali (ad esempio i magiari contro l’Impero Asburgico, o i Baschi contro lo Stato Spagnolo) e per costituirne uno in proprio, altri dei territori sudati ed austriaci, erc.). Altri movimenti nazionalisti hanno invece cercato di riunificate sotto una stessa compagine Statale una nazione dispersa in mille piccole patrie: l’Italia ad esempio.

L’ultimo è quel nazionalismo creato dallo Stato, il quale privo di coscienza collettiva che infondesse un’identità comune al popolo, ha creato, attraverso l’uso o l’invenzione di diversi “espedienti” e pratiche collettive una pretesa uniformità delle passioni: la nazione.

Capire come il nazionalismo sia stato e venga usato per ragioni altre da quelle per cui viene propagandato è la prima condizione per combatterlo e provare a superarlo. 

BIBLIOGRAFIA INDICATIVA

Enzo Traverso, La violenza nazista, Bologna 2002.

Alessandro Campi, Nazione, Bologna 2004.

Angelo Ventrone, La seduzione totalitaria, Guerra, modernità, violenza politica (1914 — 1918), Roma 2003.

John Breuilly, Il naziohialismo e lo stato, Bologna 1995.

Federico Chabod, L’idea di Nazione, Bari 1961

Pietro Grilli di Cortona, Stati, nazioni e nazionalismi in Europa, Bologna 2003.

M. Davis, I tardi olocausti vittoriani, Milano 2004.

E. Hobsbawn, Nazioni e nazionalismi dal 1780, Torino 1980.

Z. Sternhell, La Destra rivoluzionaria, Milano 1997.

S. Landes, Ricchezza e povertà delle nazioni, Milano 2000.

Gianfranco Poggi, Lo Stato, Bologna 1992.

Stéphane Audoin- Rouzeau e Annette Becker, La violenza, la crociata, il lutto. La grande Guerra e la stovia del Novecento, Torino 2002.

Le epoche del vino, l’età dei Tappi a vite e la fine dell’innocenza

Di Catalogo collezioni (in it). Museoscienza.org. Museo nazionale della scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci, Milano., CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48923972

E se provassimo ad identificare le epoche del vino, soprattutto quelle recenti e per periodizzazioni di gran lunga più brevi, alla pari delle epoche storiche? Che ne so, gli anni ‘60 come l’età delle Denominazioni di origine; gli anni 90 come l’età delle Concentrazioni detta anche età della Rinascenza, che segue quella del decennio più buio nella storia viticola recente chiamata anche l’età del Metanolo (anni ‘80)… Con qualche sforzo interpretativo e fissando alcuni parametri, diversi indicatori, svariati punti a quo, ad quem e post hoc, ergo propter hoc, saremmo chiamati a compiere un’immane fatica metodologica impari soltanto a quella su cui si sono prodigati gli storici in secoli di dibattimenti parzialmente formalizzati e in realtà mai conclusi. Già, perché noi la facciamo facile: abituati come siamo sin dalla più tenera età ad imparare sui libri di storia che vi fu dapprima una Preistoria, quella non scritta; poi una storia Antica, che in alcuni posti fu più antica delle altre; a seguire una storia Medievale, che tale era perché in mezzo ad altre due, che per alcuni era buia e per altri molto meno; in avanti un Rinascimento, che fu tale proprio perché a ridosso di alcuni secoli oscuri (o presunti tali); quindi una storia Moderna, che in quanto tale si avvicina a noi molto più di quanto non immaginiamo e, infine, una storia Contemporanea, che è talmente recente da creare qualche dubbio quando si riferisce a duecento anni e passa da oggi(1). Il grande storico francese Marc Bloch, nella sua Apologia della storia o Mestiere di storico, scrisse che il tempo della storia, che poi è quello degli storici, è “per natura un continuum. Ma anche continuo cambiamento. Dall’antitesi di questi due attributi sorgono i grandi problemi della ricerca storica”. 

Nel 417/418 lo spagnolo Paolo Orosio venne incaricato da Agostino d’Ippona, non ancora santo, di scrivere una storia universale, Le storie contro i pagani, nota anche come Ormista (o Hormesta): come punto di riferimento temporale di questa storia umana dalla creazione del mondo al 417 d.C. non venne preso l’anno di nascita di Cristo, ma la fondazione di Roma (ab Urbe condĭta ), dove troviamo un po’ di tutto: la distruzione di Sodoma e di Gomorra, la fuga degli ebrei dall’Egitto e la nascita di Gesù fissata nel 752 dopo la fondazione stessa. Questo ci potrebbe far pensare che i romani usassero lo stesso criterio di datazione: invece così non era. Dapprima essi usarono i documenti ufficiali e i nomi dei consoli in carico e successivamente i nomi degli imperatori facendo rilevare che un accadimento A era avvenuto lo stesso anno di quello di B e alcuni anni dopo quello C: la datazione era insomma relativa e tale rimanne anche quando divenne un po’ più assoluta. Fu Marco Terenzio Varrone che propose due date tra loro speculari: la prima Olimpiade, che per noi viene datata il 776 a.C. e la fondazione di Roma, che avvenne il terzo anno dopo la sesta Olimpiade, ovvero nel 753 a.C.

Avanti Cristo e dopo Cristo, ripeto, è solo per noi e per di più non da molto tempo: questo sistema di datazione che diamo per scontato (a.C/.d.C.) venne utilizzato per la prima volta, nel 1627, da Denis Petau (Petavius) nei due volumi dell’Opus de doctrina temporum. Prima di Petavius i documenti pontifici, a datare dal 970 contenevano la dicitura A.D., ma non il suo avanti o il suo dopo. Le date si istituivano d’imperio proprio perché d’impero di trattava: il Vecchio Testamento incasinava non poco nella distribuzione dei tempi e i Bizantini, facendosi forza sulla Bibbia dei Settanta (traduzione greca del testo ebraico),stabilirono che l’era mundi, la nascita della terra in altre parole, compiva il suo 5508 anno esattamente il primo di settembre dell’A.D. Non sto qui a ricordarvi, insomma, che la gestione del tempo, la sua calendarizzazione e suddivisione, è parte integrante della gestione del potere. Il contendere sulle date è una lotta sul significato politico delle stesse: se, per esempio, c’è una certa unanimità nel considerare l’inizio del Medioevo con il sacco di Roma, la sua conclusione è molto più indistinta. Per una parte si affermò con la conquista turca di Costantinopoli del 1453; per altri, invece, con il 1517 e la rivolta di Martin Lutero contro le indulgenze. Per altri ancora, ma non vi ritroviamo di certo i nativi delle Americhe, il 1492. Ma il lascito negativo attraverso il quale il Medioevo si portò dietro la connotazione di oscurantismo politico – religioso la dobbiamo senza dubbio all’eredità illuministica e le opere di alcuni dei suoi autori più rappresentativi: Voltaire, Robertson e Condorcet. Per Voltaire, dopo le invasioni barbariche, “l’intelletto umano si abbruttì nelle superstizioni più insensate… L’Europa intera ristagna in questo avvilimento fino al XVI secolo e non ne esce che attraverso convulsioni terribili” (Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni..1769). Lo storico scozzese William Robertson (I progressi della società europea dalla caduta dell’impero romano agli inizi del secolo XVI, 1769), dopo aver salvato la dignità e il coraggio dei germani, si concentrò sul sistema feudale come scomparsa della cultura e della civiltà, nonché della riduzione del popolo in schiavitù. Condorcet, nella sua opera pubblicata postuma (1795), Abbozzo di un quadro storico dei progressi dello spirito umano, non ebbe dubbi a descrivere il Medioevo in questo modo: “Lo spirito umano discende rapidamente dall’altezza cui si era elevato, e l’ignoranza trascina dietro di sé qui la ferocia, altrove una crudeltà raffinata, dappertutto la corruzione e la perfidia. Appena qualche bagliore di talenti, qualche tratto di grandezza d’animo o di bontà, possono squarciare questa notte profonda”. Potete immaginarvi, senza alcuno sforzo, poiché gli opinionisti dell’Illuminismo furono tanto impietosi nei confronti del Medioevo, l’impegno che gli storici (di molto successivi) dovettero impiegare per riscattare quei secoli non fu cosa facile né banale. 

Così, appunto, tornando alla domanda iniziale, potremmo accordarci, in linea di massima, sulle tendenze in atto nella produzione del vino o sulle modernizzazioni più o meno spinte di certi periodi o sul ritorno a pratiche ancestrali e naturali in altre. Sullo sfondo però, ed è quello su cui occorrerebbe intenderci, è che si sono sempre altre condizioni e strutture esterne al mondo vitivinicolo che influenzano il mondi di percepire il vino, sia dalla parte dei produttori che da quello dei consumatori, dei critici, dei divulgatori, dei mescitori etc. etc. Se dovessi dare una definizione, seppur breve e incompleta dell’epoca a cui ci stiamo affacciando direi che è quella dei “Tappi a vite”: più che ogni altro carattere descrittivo, a mio avviso, rappresenta piuttosto bene due elementi che presiedono l’epoca in cui viviamo e che sono tra loro complementari: l’economicità e la natura come limite. Nel primo caso il primo termine rimanda, a sua volta, a diverse concezioni: il risparmio monetario, la riduzione minima del rischio, la prevedibilità parziale del risultato, l’efficienza, l’efficacia (sulla base del risultato atteso, trattabile e revisionabile) il riuso e la praticità. Il secondo termine pone invece un problema di grande importanza e impellenza quotidiana: la natura non solo più come risorsa, ma come limite implicito ed esplicito delle attività di origine umana. Il sughero rinvia ad un’età dell’innocenza in cui la sovrabbondanza delle risorse naturali non veniva mai messa a confronto con la possibilità di un loro esaurimento o di un loro deperimento. Ogni passaggio storico è come una lunga serie di onde che vengono a frangersi sulla spiaggia: “ciascuna si frange a una distanza diversa e in un momento diverso. Le linee di demarcazione fra vecchio e nuovo passano per punti sempre diversi; ogni forma di civiltà, ogni pensiero ricorre al suo momento, e la trasformazione non interessa mai tutto quanto il complesso della civiltà”. (Johan Huizinga, Il problema del Rinascimento, 1920). Tutto questo mi serve ancora per dire un paio di cose. La prima è questa: al di là del dato nominale con cui siamo abituati a definire un periodo storico, i suoi stili e sulle sue reticenze, i passaggi temporali non sono mai netti: fratture e ricomposizioni vivono all’interno delle stesse epoche e le periodizzazioni prese da angolature diverse producono interpretazioni diversificate e spesso non coerenti. Per capirci ancora meglio: negli anni ‘80 sono stati prodotti dei grandi vini, al di là delle tendenze di massima che vedevano l’accentuazione dei processi di massificazione chimica già ampiamente collaudati nei decenni precedenti. Allo stesso modo le annate vanno valutate in quanto tali: non dappertutto piovve a dirotto, in quel fatidico 2014, durante la maturazione delle uve e, anche dove piovve molto e in maniera poco opportuna, sono stati realizzati dei vini qualitativamente eccellenti, forse diversamente eccellenti rispetto a quelli prodotti nelle grandi annate. La seconda è questa, ma rimanga tra di noi: non è mai esistita un’età dell’innocenza né per il vino, né per altro.

(1) Consiglio di lettura: Scipione Guarracino, Le età della storia. I concetti di Antico, Medievale, Moderno e Contemporaneo, Bruno Mondadori, Milano 2001