Le epoche del vino, l’età dei Tappi a vite e la fine dell’innocenza

Di Catalogo collezioni (in it). Museoscienza.org. Museo nazionale della scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci, Milano., CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48923972

E se provassimo ad identificare le epoche del vino, soprattutto quelle recenti e per periodizzazioni di gran lunga più brevi, alla pari delle epoche storiche? Che ne so, gli anni ‘60 come l’età delle Denominazioni di origine; gli anni 90 come l’età delle Concentrazioni detta anche età della Rinascenza, che segue quella del decennio più buio nella storia viticola recente chiamata anche l’età del Metanolo (anni ‘80)… Con qualche sforzo interpretativo e fissando alcuni parametri, diversi indicatori, svariati punti a quo, ad quem e post hoc, ergo propter hoc, saremmo chiamati a compiere un’immane fatica metodologica impari soltanto a quella su cui si sono prodigati gli storici in secoli di dibattimenti parzialmente formalizzati e in realtà mai conclusi. Già, perché noi la facciamo facile: abituati come siamo sin dalla più tenera età ad imparare sui libri di storia che vi fu dapprima una Preistoria, quella non scritta; poi una storia Antica, che in alcuni posti fu più antica delle altre; a seguire una storia Medievale, che tale era perché in mezzo ad altre due, che per alcuni era buia e per altri molto meno; in avanti un Rinascimento, che fu tale proprio perché a ridosso di alcuni secoli oscuri (o presunti tali); quindi una storia Moderna, che in quanto tale si avvicina a noi molto più di quanto non immaginiamo e, infine, una storia Contemporanea, che è talmente recente da creare qualche dubbio quando si riferisce a duecento anni e passa da oggi(1). Il grande storico francese Marc Bloch, nella sua Apologia della storia o Mestiere di storico, scrisse che il tempo della storia, che poi è quello degli storici, è “per natura un continuum. Ma anche continuo cambiamento. Dall’antitesi di questi due attributi sorgono i grandi problemi della ricerca storica”. 

Nel 417/418 lo spagnolo Paolo Orosio venne incaricato da Agostino d’Ippona, non ancora santo, di scrivere una storia universale, Le storie contro i pagani, nota anche come Ormista (o Hormesta): come punto di riferimento temporale di questa storia umana dalla creazione del mondo al 417 d.C. non venne preso l’anno di nascita di Cristo, ma la fondazione di Roma (ab Urbe condĭta ), dove troviamo un po’ di tutto: la distruzione di Sodoma e di Gomorra, la fuga degli ebrei dall’Egitto e la nascita di Gesù fissata nel 752 dopo la fondazione stessa. Questo ci potrebbe far pensare che i romani usassero lo stesso criterio di datazione: invece così non era. Dapprima essi usarono i documenti ufficiali e i nomi dei consoli in carico e successivamente i nomi degli imperatori facendo rilevare che un accadimento A era avvenuto lo stesso anno di quello di B e alcuni anni dopo quello C: la datazione era insomma relativa e tale rimanne anche quando divenne un po’ più assoluta. Fu Marco Terenzio Varrone che propose due date tra loro speculari: la prima Olimpiade, che per noi viene datata il 776 a.C. e la fondazione di Roma, che avvenne il terzo anno dopo la sesta Olimpiade, ovvero nel 753 a.C.

Avanti Cristo e dopo Cristo, ripeto, è solo per noi e per di più non da molto tempo: questo sistema di datazione che diamo per scontato (a.C/.d.C.) venne utilizzato per la prima volta, nel 1627, da Denis Petau (Petavius) nei due volumi dell’Opus de doctrina temporum. Prima di Petavius i documenti pontifici, a datare dal 970 contenevano la dicitura A.D., ma non il suo avanti o il suo dopo. Le date si istituivano d’imperio proprio perché d’impero di trattava: il Vecchio Testamento incasinava non poco nella distribuzione dei tempi e i Bizantini, facendosi forza sulla Bibbia dei Settanta (traduzione greca del testo ebraico),stabilirono che l’era mundi, la nascita della terra in altre parole, compiva il suo 5508 anno esattamente il primo di settembre dell’A.D. Non sto qui a ricordarvi, insomma, che la gestione del tempo, la sua calendarizzazione e suddivisione, è parte integrante della gestione del potere. Il contendere sulle date è una lotta sul significato politico delle stesse: se, per esempio, c’è una certa unanimità nel considerare l’inizio del Medioevo con il sacco di Roma, la sua conclusione è molto più indistinta. Per una parte si affermò con la conquista turca di Costantinopoli del 1453; per altri, invece, con il 1517 e la rivolta di Martin Lutero contro le indulgenze. Per altri ancora, ma non vi ritroviamo di certo i nativi delle Americhe, il 1492. Ma il lascito negativo attraverso il quale il Medioevo si portò dietro la connotazione di oscurantismo politico – religioso la dobbiamo senza dubbio all’eredità illuministica e le opere di alcuni dei suoi autori più rappresentativi: Voltaire, Robertson e Condorcet. Per Voltaire, dopo le invasioni barbariche, “l’intelletto umano si abbruttì nelle superstizioni più insensate… L’Europa intera ristagna in questo avvilimento fino al XVI secolo e non ne esce che attraverso convulsioni terribili” (Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni..1769). Lo storico scozzese William Robertson (I progressi della società europea dalla caduta dell’impero romano agli inizi del secolo XVI, 1769), dopo aver salvato la dignità e il coraggio dei germani, si concentrò sul sistema feudale come scomparsa della cultura e della civiltà, nonché della riduzione del popolo in schiavitù. Condorcet, nella sua opera pubblicata postuma (1795), Abbozzo di un quadro storico dei progressi dello spirito umano, non ebbe dubbi a descrivere il Medioevo in questo modo: “Lo spirito umano discende rapidamente dall’altezza cui si era elevato, e l’ignoranza trascina dietro di sé qui la ferocia, altrove una crudeltà raffinata, dappertutto la corruzione e la perfidia. Appena qualche bagliore di talenti, qualche tratto di grandezza d’animo o di bontà, possono squarciare questa notte profonda”. Potete immaginarvi, senza alcuno sforzo, poiché gli opinionisti dell’Illuminismo furono tanto impietosi nei confronti del Medioevo, l’impegno che gli storici (di molto successivi) dovettero impiegare per riscattare quei secoli non fu cosa facile né banale. 

Così, appunto, tornando alla domanda iniziale, potremmo accordarci, in linea di massima, sulle tendenze in atto nella produzione del vino o sulle modernizzazioni più o meno spinte di certi periodi o sul ritorno a pratiche ancestrali e naturali in altre. Sullo sfondo però, ed è quello su cui occorrerebbe intenderci, è che si sono sempre altre condizioni e strutture esterne al mondo vitivinicolo che influenzano il mondi di percepire il vino, sia dalla parte dei produttori che da quello dei consumatori, dei critici, dei divulgatori, dei mescitori etc. etc. Se dovessi dare una definizione, seppur breve e incompleta dell’epoca a cui ci stiamo affacciando direi che è quella dei “Tappi a vite”: più che ogni altro carattere descrittivo, a mio avviso, rappresenta piuttosto bene due elementi che presiedono l’epoca in cui viviamo e che sono tra loro complementari: l’economicità e la natura come limite. Nel primo caso il primo termine rimanda, a sua volta, a diverse concezioni: il risparmio monetario, la riduzione minima del rischio, la prevedibilità parziale del risultato, l’efficienza, l’efficacia (sulla base del risultato atteso, trattabile e revisionabile) il riuso e la praticità. Il secondo termine pone invece un problema di grande importanza e impellenza quotidiana: la natura non solo più come risorsa, ma come limite implicito ed esplicito delle attività di origine umana. Il sughero rinvia ad un’età dell’innocenza in cui la sovrabbondanza delle risorse naturali non veniva mai messa a confronto con la possibilità di un loro esaurimento o di un loro deperimento. Ogni passaggio storico è come una lunga serie di onde che vengono a frangersi sulla spiaggia: “ciascuna si frange a una distanza diversa e in un momento diverso. Le linee di demarcazione fra vecchio e nuovo passano per punti sempre diversi; ogni forma di civiltà, ogni pensiero ricorre al suo momento, e la trasformazione non interessa mai tutto quanto il complesso della civiltà”. (Johan Huizinga, Il problema del Rinascimento, 1920). Tutto questo mi serve ancora per dire un paio di cose. La prima è questa: al di là del dato nominale con cui siamo abituati a definire un periodo storico, i suoi stili e sulle sue reticenze, i passaggi temporali non sono mai netti: fratture e ricomposizioni vivono all’interno delle stesse epoche e le periodizzazioni prese da angolature diverse producono interpretazioni diversificate e spesso non coerenti. Per capirci ancora meglio: negli anni ‘80 sono stati prodotti dei grandi vini, al di là delle tendenze di massima che vedevano l’accentuazione dei processi di massificazione chimica già ampiamente collaudati nei decenni precedenti. Allo stesso modo le annate vanno valutate in quanto tali: non dappertutto piovve a dirotto, in quel fatidico 2014, durante la maturazione delle uve e, anche dove piovve molto e in maniera poco opportuna, sono stati realizzati dei vini qualitativamente eccellenti, forse diversamente eccellenti rispetto a quelli prodotti nelle grandi annate. La seconda è questa, ma rimanga tra di noi: non è mai esistita un’età dell’innocenza né per il vino, né per altro.

(1) Consiglio di lettura: Scipione Guarracino, Le età della storia. I concetti di Antico, Medievale, Moderno e Contemporaneo, Bruno Mondadori, Milano 2001

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L’immagine del vino al tempo delle stronzate

By Nijs, Jac de / Anefo – [1] Dutch National Archives, The Hague, Fotocollectie Algemeen Nederlands Persbureau (ANeFo), 1945-1989, Nummer toegang 2.24.01.03 Bestanddeelnummer 913-7320, CC BY-SA 3.0 nl, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31527984

«Mai dire una bugia

quando puoi cavartela a forza di stronzate»

Eric Ambler, Una sporca storia (1967)

 

Agostino d’Ippona (Tagaste, 13 novembre 354 – Ippona, 28 agosto 430) era solito distinguere tra due espressioni del falso: “quod aut se fingit esse quod non est, aut omnino esse tendit et non est[1]” (ciò che o si crede di essere quello che non è, oppure cerca di essere ciò che non è). Questo è il falso (falsum) che riporta a due figure della menzogna: quella intenzionale del mendace (mendax) o del fallace (fallax), ovvero ciò che ha una ben determinata intenzione di ingannare e quella di una  res che ‘tende’ al vero e che al vero somiglia, ma che è vera solo del suo essere immagine, e non dell’essere ciò che rappresenta. Quest’ultima figure è propria della finzione: «“Qui hoc differunt a fallacibus, quod omnis fallax appetit fallere; non autem omnis vult fallere qui mentitur”: “il finto è un prodotto di coloro che mentono. I quali differiscono dagli ingannatori, per il fatto che ogni ingannatore vuole ingannare; mentre invece non tutti quelli che mentono vogliono ingannare”. Chi ‘finge’, in definitiva, dice cose non vere ma non (deliberatamente) false solo perché ingannevoli. L’inganno è piuttosto l’incolpevole attestazione dell’impossibilità di essere autentico creatore di realtà[2].»

La stronzata, invece, si configura, secondo il filosofo americano Harry G. Frankfurt, in questo modo: «Uno che mente e uno che dice la verità giocano in campi opposti, per così dire, allo stesso gioco. Chi racconta stronzate ignora completamente tali esigenze[3]»

Una parte dell’immagine veicolata del vino pubblicizzato apparirebbe più come finzione che come menzogna vera e propria, anche se di quest’ultima mantiene l’afflato. Di qualsiasi cosa si tratti: vigneti, campagne, vignaioli in festa, vini gocciolanti, sorsi, sorrisi e ammiccamenti. La fotografia restituisce ordinarietà all’artificio semantico: l’assenza di codice sembra fondere in natura i segni della cultura. «E’ questo, senza dubbio, un paradosso storico importante: più la tecnica sviluppa la diffusione di informazioni (e soprattutto delle immagini), e più essa fornisce i mezzi per mascherare il senso costruito sotto l’apparenza del senso dato[4]». E’ il gioco sottile del mito: attivare un processo ideologico di naturalizzazione delle dominanti culturali facendole sembrare senza tempo, di senso comune, auto-evidenti e, per ciò stesse, ovvie. Il secondo passaggio della funzione mitologica coinvolge le distinzioni sociali: si cerca di nascondere la loro formazione storica e politica.

La divisione perfetta. «Senza dubbio il nostro tempo… preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere… Ciò che per esso è sacro non è che l’illusione, ma ciò che è profano è la verità. O meglio, il sacro si ingrandisce ai suoi occhi nella misura in cui al decrescere della verità corrisponde il crescere dell’illusione, in modo tale che il colmo dell’illusione è anche il colmo del sacro.» Ludwig Feuerbach, Prefazione alla seconda edizione de L’essenza del Cristianesimo in Guy Debord, La società dello spettacolo (1973).

 

[1] Soliloquia 2,9,16 in Augustinus, Soliloquia, in Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum LXXXIX, Soliloquia, De inmortalitate animae, De quantitate animae – ed. W. Hörmann 1986; Opere di Sant’Agostino, III, Dialoghi, traduzione di D. Gentili, Città Nuova, Roma 1970

[2] Introduzione al Petrarca in didattica.uniroma2.it/files/scarica/…/3740-Nel-mio-stil-frale-Parte-prima‎

[3] Harry G. Frankfurt , Stronzate. Un saggio filosofico, Rizzoli, Milano 2005, pag. 57; On Bullshit, 1986 trad. it. M. Birattari.

[4]  Roland Barthes, L’ovvio e l’ottuso. Saggi critici III, Einaudi, Torino 2001, pag. 35; edizione originale 1982