Il vino inesistente (per quanto buono fosse). Dialoghetto senza né capo né coda, ma con un bel finale moraleggiante

Di Flickr.com user “tanakawho” – https://www.flickr.com/photos/28481088@N00/160781390/, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1020048

Lui: “Vi vorrei far assaggiare questo nebllbll……………….”
Lei lo interrompe: “oh, è pazzesco questo clima: mi vesto come una cipolla. Cappotto, sciarpa, maglione al mattino, sotto la maglia a mezze maniche, poi canotta, jeans invernali, calze di lana e calze di riserva in borsa, scarpe da trekking e siamo a maggio” “A MAGGIOOOO! Machecazzo!”
L’altro: “Verissimo! Un marzo pazzesco che sembrava giugno, tutto in fiore, gente che si buttava in mare e ora arriva sta botta siberiana che manco a novembre”
Lui: “Ed è per questo che vi ho proposto questo meraviglioso neblll…”- parte la radio
L’altra: “ Cos’è sto pezzo?!? Dai, dai, aiutatemi! Ce l’ho lì sulla punta della lingua: lo ballavo in cucina proprio ieri sera”
Lei: “Ma sì è coso…coso, Cast…no aspe’ Calvin, Calvin”
L’altro: “Calvin Harris!”
L’altra: “Mitico!”
Lui consulta il cellulare: “Giant è il pezzo con Rag’n’Bone man” – “Volete un po’ di parmigiano con questo fantastico neblll….?” – Gli altri alzano il volume e si mettono ballare.

L‘altro si dimena in maniera scomposta con il bicchiere in mano. Lei, cercando di prendergli la mano per un giro di valzer in pochi metri quadri, gli urta il braccio. La mano di lui si gira e tutto il vino si spande sul meraviglioso cashmere rosa dell’altra.
Allora l’altra indietreggia, apre le braccia in segno di disdegnato stupore e furente sorpresa e, con il culo, urta la bottiglia che cade a terra rompendosi in mille pezzi: “ma porca puttana, biiiip biiiiiip, bip bip, me l’ha regalata mia nonna per miei 35 anni!!!! E ora come faccioooo?!? Merda!”
Voci concitate si accavallano. Sullo sfondo la parola strozzata di lui: “il mio nebblblll… (imprecazioni e insulti incrociati) no! Lo tenevo lì per questa occasione. Non ne ho altre di bottiglie di quell’annata! Era del 19zbrrscsh …sommerso dalle grida”
L’altra: “ma chissenefotte, guarda il mio maglione!” – piangendo lacrime disperate
L’altro: “Non te la prendere, te la ricompriamo uguale così tua nonna non si arrabbia”
L’altra: “Mia nonna è morta… sai è il ricordo” – dice singhiozzando
Lei: “Si ti capisco. Ma te la ricompriamo!”
Lei, l’altra e l’altro escono di casa per dirigersi al negozio dei maglioni di cashmere più figo della città.
Lui rimane a casa, raccoglie i cocci e si versa un succo al pompelmo rosa mentre pensa: “Il maggior guaio del gittar perle ai porci non è tanto che si sprechino le perle quanto si guastano i porci”. (Ugo Bernasconi)

Annunci

Considerazioni a margine della degustazione e del racconto di un vino qualsiasi

Basil Rathbone – Sherlock Holmes Di sconosciuto – http://digitalgallery.nypl.org/nypldigital/id?TH-45658, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9956878

Uno dei più importanti storici italiani, Carlo Ginzburg, una volta scrisse così a proposito del suo mestiere: “Qualcuno ha detto che l’innamoramento è la sopravvalutazione delle differenze marginali che esistono tra una donna e l’altra (o tra un uomo e l’altro). Nessuno impara il mestiere del conoscitore o del diagnostico limitandosi a mettere in pratica regole preesistenti. In questo tipo di conoscenza entrano in gioco (si dice di solito) elementi imponderabili: fiuto, colpo d’occhio, intuizione”. Non ci si limita, ma le si usa. Così ci adoperiamo nell’atto della degustazione e del suo disvelamento successivo: disseppelliamo l’ascia dei voluminosi paradigmi che ci hanno informato e formato, le storie personali e sociali che ci tiriamo appresso, una volatile presenza di modelli percettivi bastai sulla memoria esperienziale e un’ipotetica illuminazione successiva. Quest’ultima non si configura, però, come puro espediente animalesco, selvaggio, congenito, composto da palati, nasi e sensibilità individuali volte ad avvertire quanto per altri palati, nasi e sensibilità individuali rimane in un ambito liminare, ai margini, nel solco dell’indecifrabilità. La luce dell’istinto s’irradia nella ricerca del già vissuto, l’accidentalità nel non casuale, l’improvvisazione nella reminiscenza. Benché un vino ci appaia nella sua totalità, siamo in grado di percepirne solo alcuni indizi che consentono di leggerlo: “Ma può un paradigma indiziario essere rigoroso? L’indirizzo quantitativo e anti-antropocentrico delle scienze della natura da Galileo in poi ha posto le scienze umane in uno spiacevole dilemma: o assumere uno statuto scientifico debole per arrivare a risultati rilevanti, o assumere uno statuto scientifico forte per arrivare a risultati di scarso rilievo. […] Viene però il dubbio che questo tipo di rigore sia non solo irraggiungibile, ma anche indesiderabile per le forme di sapere più legate all’esperienza quotidiana – o, più precisamente, a tutte le situazioni in cui l’unicità e insostituibilità dei dati è, agli occhi delle persone implicate, decisiva”. Siamo così obbligati a configurare una narrazione del vino che somiglia a quello che Paul Ricoeur, sempre a proposito del discorso storico, definì come una mise en intrigue, una “costruzione dell’intreccio”, la cui caratteristica fondamentale sarà quella di essere una “sintesi dell’eterogeneo” o “concordanza discordante”:  “La configurazione è sintesi, in tre modi. Dapprima è sintesi tra molteplici eventi, o episodi, è una storia unica, completa, avente un inizio, un mezzo e una conclusione. […] Ogni evento, in quanto inserito nella totalità unitaria della storia, abbandona lo statuto del ‘qualche cosa succede’, della neutrale singolarità, per diventare parte attiva di un’organizzazione razionale. Ma la mise en intrigue è sintesi anche in senso concettuale dove il racconto fa funzionare quel che Ricoeur chiama la rete concettuale dell’azione. A quello compositivo e concettuale s’aggiunge infine un terzo modo della sintesi dell’eterogeneo, un modo temporale”.  Se agli ‘eventi’ ed ‘episodi’ sostituissimo le fasi di una degustazione, non ci troveremmo forse nello stesso campo della costruzione narrativa? E non è forse questa la maggiore e più scomoda eredità ottocentesca? “Il gusto è appunto quel senso che conosce e pratica approcci multipli e successivi: entrate, ritorni, accavallamenti, tutto un contrappunto della sensazione”. In questo modo la sensazione gustativa viene assoggettata al tempo e su di lei si può sviluppare un racconto come nel campo letterario. Soltanto questa subordinazione del gusto allo scandirsi del tempo permette di acquisire sorprese e sottigliezze: “si tratta dei profumi che, per così dire, si pongono già in partenza come ricordi: nulla avrebbe impedito a Brillat-Savarin di analizzare la madeleine di Proust”.

Dunque alla fine, nonostante le irriducibilità individuali alla realtà e di questa ad ogni individuo, non ci rimane che ricorrere ad un altro accorgimento metodologico proprio dello storico: la nozione di prova, al limite tra retorica e logica, ovvero tra la funzione persuasiva e la funzione di verità. La replicabilità dell’assaggio, nelle sue varianti insostituibili di tempo, luogo, socialità, stati d’animo e predisposizioni individuali, rimanda alla necessità di una conoscenza unitaria e condivisa. Ma, come per le conoscenze storico-sociali, le valutazioni di un vino non si possono porre sul piano della validità dei valori di giudizio. Possono dirci molto, invece, sulla loro genesi.

Nota bibliografica

Carlo Ginzburg, Miti emblemi spie. Morfologia e storia. Einaudi, Torino 2000;

Paulo Francisco Butti De Lima, L’inchiesta e la prova. Immagine storiografica, pratica giuridica e retorica nella Grecia classica, Einaudi, Torino 1996, p. 68;

Brillat-Savarin letto da Roland Barthes, Sellerio Editore, Palermo 1978 (Edizione originale: Physiologie du goût avec una Lecture de Roland Barthes, Hermann, Paris 1975).

Paul Ricoeur, La memoria, la storia, l’oblio, Raffaello Cortina, Milano 2003

 

 

Le epoche del vino, l’età dei Tappi a vite e la fine dell’innocenza

Di Catalogo collezioni (in it). Museoscienza.org. Museo nazionale della scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci, Milano., CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48923972

E se provassimo ad identificare le epoche del vino, soprattutto quelle recenti e per periodizzazioni di gran lunga più brevi, alla pari delle epoche storiche? Che ne so, gli anni ‘60 come l’età delle Denominazioni di origine; gli anni 90 come l’età delle Concentrazioni detta anche età della Rinascenza, che segue quella del decennio più buio nella storia viticola recente chiamata anche l’età del Metanolo (anni ‘80)… Con qualche sforzo interpretativo e fissando alcuni parametri, diversi indicatori, svariati punti a quo, ad quem e post hoc, ergo propter hoc, saremmo chiamati a compiere un’immane fatica metodologica impari soltanto a quella su cui si sono prodigati gli storici in secoli di dibattimenti parzialmente formalizzati e in realtà mai conclusi. Già, perché noi la facciamo facile: abituati come siamo sin dalla più tenera età ad imparare sui libri di storia che vi fu dapprima una Preistoria, quella non scritta; poi una storia Antica, che in alcuni posti fu più antica delle altre; a seguire una storia Medievale, che tale era perché in mezzo ad altre due, che per alcuni era buia e per altri molto meno; in avanti un Rinascimento, che fu tale proprio perché a ridosso di alcuni secoli oscuri (o presunti tali); quindi una storia Moderna, che in quanto tale si avvicina a noi molto più di quanto non immaginiamo e, infine, una storia Contemporanea, che è talmente recente da creare qualche dubbio quando si riferisce a duecento anni e passa da oggi(1). Il grande storico francese Marc Bloch, nella sua Apologia della storia o Mestiere di storico, scrisse che il tempo della storia, che poi è quello degli storici, è “per natura un continuum. Ma anche continuo cambiamento. Dall’antitesi di questi due attributi sorgono i grandi problemi della ricerca storica”. 

Nel 417/418 lo spagnolo Paolo Orosio venne incaricato da Agostino d’Ippona, non ancora santo, di scrivere una storia universale, Le storie contro i pagani, nota anche come Ormista (o Hormesta): come punto di riferimento temporale di questa storia umana dalla creazione del mondo al 417 d.C. non venne preso l’anno di nascita di Cristo, ma la fondazione di Roma (ab Urbe condĭta ), dove troviamo un po’ di tutto: la distruzione di Sodoma e di Gomorra, la fuga degli ebrei dall’Egitto e la nascita di Gesù fissata nel 752 dopo la fondazione stessa. Questo ci potrebbe far pensare che i romani usassero lo stesso criterio di datazione: invece così non era. Dapprima essi usarono i documenti ufficiali e i nomi dei consoli in carico e successivamente i nomi degli imperatori facendo rilevare che un accadimento A era avvenuto lo stesso anno di quello di B e alcuni anni dopo quello C: la datazione era insomma relativa e tale rimanne anche quando divenne un po’ più assoluta. Fu Marco Terenzio Varrone che propose due date tra loro speculari: la prima Olimpiade, che per noi viene datata il 776 a.C. e la fondazione di Roma, che avvenne il terzo anno dopo la sesta Olimpiade, ovvero nel 753 a.C.

Avanti Cristo e dopo Cristo, ripeto, è solo per noi e per di più non da molto tempo: questo sistema di datazione che diamo per scontato (a.C/.d.C.) venne utilizzato per la prima volta, nel 1627, da Denis Petau (Petavius) nei due volumi dell’Opus de doctrina temporum. Prima di Petavius i documenti pontifici, a datare dal 970 contenevano la dicitura A.D., ma non il suo avanti o il suo dopo. Le date si istituivano d’imperio proprio perché d’impero di trattava: il Vecchio Testamento incasinava non poco nella distribuzione dei tempi e i Bizantini, facendosi forza sulla Bibbia dei Settanta (traduzione greca del testo ebraico),stabilirono che l’era mundi, la nascita della terra in altre parole, compiva il suo 5508 anno esattamente il primo di settembre dell’A.D. Non sto qui a ricordarvi, insomma, che la gestione del tempo, la sua calendarizzazione e suddivisione, è parte integrante della gestione del potere. Il contendere sulle date è una lotta sul significato politico delle stesse: se, per esempio, c’è una certa unanimità nel considerare l’inizio del Medioevo con il sacco di Roma, la sua conclusione è molto più indistinta. Per una parte si affermò con la conquista turca di Costantinopoli del 1453; per altri, invece, con il 1517 e la rivolta di Martin Lutero contro le indulgenze. Per altri ancora, ma non vi ritroviamo di certo i nativi delle Americhe, il 1492. Ma il lascito negativo attraverso il quale il Medioevo si portò dietro la connotazione di oscurantismo politico – religioso la dobbiamo senza dubbio all’eredità illuministica e le opere di alcuni dei suoi autori più rappresentativi: Voltaire, Robertson e Condorcet. Per Voltaire, dopo le invasioni barbariche, “l’intelletto umano si abbruttì nelle superstizioni più insensate… L’Europa intera ristagna in questo avvilimento fino al XVI secolo e non ne esce che attraverso convulsioni terribili” (Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni..1769). Lo storico scozzese William Robertson (I progressi della società europea dalla caduta dell’impero romano agli inizi del secolo XVI, 1769), dopo aver salvato la dignità e il coraggio dei germani, si concentrò sul sistema feudale come scomparsa della cultura e della civiltà, nonché della riduzione del popolo in schiavitù. Condorcet, nella sua opera pubblicata postuma (1795), Abbozzo di un quadro storico dei progressi dello spirito umano, non ebbe dubbi a descrivere il Medioevo in questo modo: “Lo spirito umano discende rapidamente dall’altezza cui si era elevato, e l’ignoranza trascina dietro di sé qui la ferocia, altrove una crudeltà raffinata, dappertutto la corruzione e la perfidia. Appena qualche bagliore di talenti, qualche tratto di grandezza d’animo o di bontà, possono squarciare questa notte profonda”. Potete immaginarvi, senza alcuno sforzo, poiché gli opinionisti dell’Illuminismo furono tanto impietosi nei confronti del Medioevo, l’impegno che gli storici (di molto successivi) dovettero impiegare per riscattare quei secoli non fu cosa facile né banale. 

Così, appunto, tornando alla domanda iniziale, potremmo accordarci, in linea di massima, sulle tendenze in atto nella produzione del vino o sulle modernizzazioni più o meno spinte di certi periodi o sul ritorno a pratiche ancestrali e naturali in altre. Sullo sfondo però, ed è quello su cui occorrerebbe intenderci, è che si sono sempre altre condizioni e strutture esterne al mondo vitivinicolo che influenzano il mondi di percepire il vino, sia dalla parte dei produttori che da quello dei consumatori, dei critici, dei divulgatori, dei mescitori etc. etc. Se dovessi dare una definizione, seppur breve e incompleta dell’epoca a cui ci stiamo affacciando direi che è quella dei “Tappi a vite”: più che ogni altro carattere descrittivo, a mio avviso, rappresenta piuttosto bene due elementi che presiedono l’epoca in cui viviamo e che sono tra loro complementari: l’economicità e la natura come limite. Nel primo caso il primo termine rimanda, a sua volta, a diverse concezioni: il risparmio monetario, la riduzione minima del rischio, la prevedibilità parziale del risultato, l’efficienza, l’efficacia (sulla base del risultato atteso, trattabile e revisionabile) il riuso e la praticità. Il secondo termine pone invece un problema di grande importanza e impellenza quotidiana: la natura non solo più come risorsa, ma come limite implicito ed esplicito delle attività di origine umana. Il sughero rinvia ad un’età dell’innocenza in cui la sovrabbondanza delle risorse naturali non veniva mai messa a confronto con la possibilità di un loro esaurimento o di un loro deperimento. Ogni passaggio storico è come una lunga serie di onde che vengono a frangersi sulla spiaggia: “ciascuna si frange a una distanza diversa e in un momento diverso. Le linee di demarcazione fra vecchio e nuovo passano per punti sempre diversi; ogni forma di civiltà, ogni pensiero ricorre al suo momento, e la trasformazione non interessa mai tutto quanto il complesso della civiltà”. (Johan Huizinga, Il problema del Rinascimento, 1920). Tutto questo mi serve ancora per dire un paio di cose. La prima è questa: al di là del dato nominale con cui siamo abituati a definire un periodo storico, i suoi stili e sulle sue reticenze, i passaggi temporali non sono mai netti: fratture e ricomposizioni vivono all’interno delle stesse epoche e le periodizzazioni prese da angolature diverse producono interpretazioni diversificate e spesso non coerenti. Per capirci ancora meglio: negli anni ‘80 sono stati prodotti dei grandi vini, al di là delle tendenze di massima che vedevano l’accentuazione dei processi di massificazione chimica già ampiamente collaudati nei decenni precedenti. Allo stesso modo le annate vanno valutate in quanto tali: non dappertutto piovve a dirotto, in quel fatidico 2014, durante la maturazione delle uve e, anche dove piovve molto e in maniera poco opportuna, sono stati realizzati dei vini qualitativamente eccellenti, forse diversamente eccellenti rispetto a quelli prodotti nelle grandi annate. La seconda è questa, ma rimanga tra di noi: non è mai esistita un’età dell’innocenza né per il vino, né per altro.

(1) Consiglio di lettura: Scipione Guarracino, Le età della storia. I concetti di Antico, Medievale, Moderno e Contemporaneo, Bruno Mondadori, Milano 2001

Come tre maestri di nigromanzia e di sommelleria vennero al tavolo del Vinitaly dello più grande produttore di nebbiolo

Di anonymous medieval illuminator; uploader Carlos adanero – Fol. 279 of Codex Parisinus graecus 2327, a copy (made by Theodoros Pelecanos (Pelekanos) of Corfu in Khandak, Iraklio, Crete in 1478) of a lost manuscript of an early medieval tract which was attributed to Synosius (Synesius) of Cyrene (d. 412).The text of the tract is attributed to Stephanus of Alexandria (7th century).cf. scan of entire page here., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2856329

Lo più grande produttore di Nebbiolo fue nobilissimo signore e nondimanco importantissimo produttore, e la gente ch’avea bontade, venìa a lui da tutte parti, perché l’uomo mesceva volentieri il nobil vino: a lui venieno sonatori, trovatori e belli bevitori, uomini d’arti, giostratori, schermitori, gente d’ogni maniera e d’ogni mestiere. Stando lo più grande produttore e facea dare l’vino, sì giunsero a lui tre maestri di nigromanzia e di sommelleria. Salutaronlo così di subito, ed elli domandò: – Quale è il maestro di sommellerie di voi tre? – L’uno si trasse avanti e disse: – “Messer, io sono”. – E lo più grande produttore il pregò che giuocasse cortesemente. Ed elli gittaro loro incantamenti e fecero loro arti: così comparvero come d’incanto,, con grande stupore delle genti, li più grandi barolo di ogni tempo e fattura.. Li maestri chiesero commiato e lo più grande produttore di nebbiolo disse: – Domandate. – Que’ domandaro: – “Messere, comandate a costui, il Savio Commentatore, che venga in nostro soccorso, contra li nostri nemici bevitori di professione”. Misesi il Savio Commentatore in via con loro. Recaronlo in una bella cittade: cavalieri li mostrarono di gran paraggio, e bel destriere e belle arme li apprestarono, e dissero: – “Questi sono a te ubbidire”. – Li nemici vennero a battaglia. Il Savio Commentatore li sconfisse e liberò lo paese da’ nemici bevitori di professione.

Diederli moglie, ebbe figliuoli. Dopo, molto tempo tenne la signoria. Lasciaronlo grandissimo tempo, poi ritornaro. Il figliuolo del Savio Commentatore avea già bene quaranta anni: il Savio Commentatore era vecchio. Li maestri di nigromanzia di sommelleria tornarono, e dissero che voleano andare a vedere lo più grande produttore e la corte. Il Savio Commentatore rispose: – Lo tavolo di degustazione fia ora più volte mutato; le genti fiano ora tutte nuove: dove ritornerei? – E’ maestri di negromanzia e sommellerie dissero: – Noi vi ti volemo, al postutto, postare. – Misersi in via; camminaro gran tempo. Giunsero al tavolo di degustazione . Trovarono lo più grande produttore di Nebbiolo e suoi accoliti al Vinitaly, ch’ancor si dava l’vino, il quale si dava quando il Savio Commentatore n’andò co’ maestri. Lo più grande produttore di Nebbiolo li facea contare la novella; que’ la contava: – “I’ ho poi moglie, figliuoli c’hanno quaranta anni. Tre battaglie di campo ho poi fatte; il mondo è tutto rivolto. Come va questo fatto?” – Lo più grande produttore di Nebbiolo li le fa raccontare, con grandissima festa, a belli bevitori, a uomini d’arti, a giostratori, a schermitori, a gente d’ogni maniera e d’ogni mestiere.

Questo breve racconto con motivi morali e pedagogici, l’ho mutato di proposito dalla ventunesima novella de “il Novellino delle le cento novelle raccolte dal Gualteruzzi (1525) e le diciotto nuove date dal Borghini (1572)”. Scritto in forma anonima probabilmente due e tre secoli antecedenti alla pubblicazione consultata la novella narra di un viaggio che si forma nel tempo circolare: si parte e si torna al principio, mentre le distanze del tragitto, con le loro mutazioni d’età e di condizione, si svolgono attraverso il tempo lineare. Mentre la partenza e l’approdo coincidono nell’identico, ovvero nella stessa scena dell’allontanamento dal banchetto, quello che cambia è l’atteso. Ciò a dirvi che il ritorno a ciò che permane a sé, oltre ad essere una gran beffa di negromanti e divinità giocherellone, è la condizione per cui al nostro mutare anche l’identico a sé si trasforma. E non possiamo farci nulla.

E se sostituissimo “degustazione” a “musica” e “vino” a “suono”? Anche epistenologicamente parlando

Di Evaristo Baschenis – Art Renewal Center – description, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=268863

Franco Fabbri, fondatore della International Association for the study of Popular Music, insegnante al Conservatorio di Parma, allo IED, all’Accademia del suono di Milano e nelle più svariate  parti e situazioni, inizia la sua relazione dal titolo accattivante, Musica e Utopia per la rassegna “Storia in piazza” (Genova – Palazzo Ducale), con una serie di citazioni tratte da alcune delle più prestigiose figure delle avanguardie musicali novecentesche. Il proposito viene subito esplicitato: la musica è un mondo perché crea uno spazio immaginario e un sistema di relazioni spesso concepite come ideali. Una volta a Luciano Berio chiesero che cosa fosse, dal suo peculiare punto di vista, la musica. Lui rispose in questo modo: “Sono domande assurde, naturalmente, un po’ come chiedere cosa è la vita, cos’è l’amore, cos’è l’intelligenza. Eppure queste domande si sono rivelate un pretesto valido per conoscere da vicino e anche, direi, dal di dentro i musicisti.” (C’è & Musica di Luciano Berio – Feltrinelli Real Cinema) Cade, pertanto, la separazione concettuale tra suono, inteso nella sua fisicità come una perturbazione che si propaga in un mezzo materiale (anche se alcune nuove teorie lo ritengono dotato di massa – in Gravitational Mass Carried by Sound WavesAngelo Esposito, Rafael Krichevsky, and Alberto Nicolis) e la musica. Quest’ultima è un’estensione organizzata dell’altro: nella forma, nella composizione e nella narrazione. Le citazioni sono calzanti e così come sono, estrapolate da qualsivoglia contenuto storico e referenziale, sono, alla pari delle Leggi della Tavole, verbi inscritti nel tempo. A quel punto le ho guardate per un po’, le ho girate e rigirate, le ho fermate e poi mi è venuto in mente che ben si sarebbero adattate sia alla degustazione del vino che a quella con il vino, ‘epistenologicamente’ intesa. A patto, però, che la prima venga intesa come complemento dell’altro, ma non sostituto, né sinonimo.

“Degustazione: Vino organizzato”.

Questa immagine trae ispirazione da Edgar Varèse ‹varèeʃ› (Parigi 1885 – New York 1965). Se non lo conoscete, basti qui dirvi che influenzò molti musicisti, primo fra tutti il grande Frank Zappa. In Italia un suo grande estimatore fu Giacomo Manzoni. Fra i suoi allievi di Darmstadt (1950), ci furono sia Bruno Maderna che Luigi Nono. In questo caso, come avrete potuto notare, l’atto della degustazione è un atto impositivo, quindi organizzato e specifico. Il vino è oggetto strutturato della composizione sensibile-narrativa.

“Io chiamo la produzione di una degustazione ‘vino’”.

Qui siamo agli antipodi del visto sopra: John Cage. La musica è natura, non è imitazione della natura; l’artista non organizza la natura, ma la ascolta. In queste affermazioni c’è il rifiuto del principio composizionale della conseguenza logica e della concezione della musica in quanto suono organizzato. Il vino raggiunge il cielo di luce spirituale e sede dei beati del naturalismo più radicale e la degustazione non può che tradursi in un atto di compartecipe ascolto.

“Degustazione: vino umanamente organizzato”.

Il nuovo umanesimo di John Blacking sta alla base di questo modello interpretativo: le vere fonti della tecnologia non sono solo le intelligenze superiori, ma il corpo umano e le interazioni cooperative fra i corpi: “In un mondo come il nostro, pieno di crudeltà e di sfruttamento, in cui il volgare ed il mediocre proliferano all’infinito in nome del profitto finanziario, è necessario capire perché un madrigale di Gesualdo o una passione di Bach, una melodia di sitar indiana o un canto africano, il Wozzeck di Berg o il War requiem di Britten, un gamelan balinese, un’opera cantonese o una sinfonia di Mozart, Beethoven o Mahler, possano essere profondamente necessarie alla sopravvivenza umana, indipendentemente dal valore che hanno come esempi di creatività e di progresso tecnico. Ed è anche necessario spiegare perché, in determinate circostanze, un “semplice” canto popolare può avere valore umano più di una complessa sinfonia (Tratto da Com’è musicale l’uomo – Edizioni Ricordi, 1986) Il vignaiolo e la sua compenetrazione umana costruiscono le basi tecniche e tecnologiche del vino: la loro funzione trascende l’uso formale e standardizzato a cui sono preposti nei momenti formali (degustazione guidata secondo schede normate). Ed è per questo che un vino ‘semplice’, non semplificato,  e ‘popolare’ può avere (le circostanze in cui si realizza sono fondamentali) valore umano più di un vino complesso e titolato.

“Degustazione: qualunque pratica con o intorno al vino”.

A meno che Nicola Perullo non abbia letto e non conosca il pensiero del semiotico musicale Gino Stefani, questa proposizione conferma quantomeno l’esistenza dei mondi paralleli o, al meglio, delle sensibilità parallele.

“Qualunque pratica con il vino che una comunità abbia deciso di chiamare degustazione”.

Non lontano anch’esso da un pensiero epistenologico, Luciano Berio si presentò ai suoi lettori in rima baciata:  “Il mio nome è Luciano Berio e sono musicista. […] io penso che l’obiettività non esista”. (C’è & Musica di Luciano Berio – Feltrinelli Real Cinema)

“La degustazione non è una cosa, è una attività”.

In his book of the same title (Musicking, 1998), Christopher Small argues for introducing a new word to the English dictionary – that of musicking (from the verb to music), meaning any activity involving or related to music performance.

Non è mio compito in questa sede produrre neologismi o parole nuove, che gli accademici della Crusca hanno sapientemente definito come “parole potenziali”. Occorre comunque precisare che la degustazione si avvicina, in molti casi, ad una vera e propria performance, cioè ad “un’esibizione caratterizzata da particolari qualità spettacolari o drammatiche e soprattutto da una certa imprevedibilità che ne faccia in qualche modo un evento irripetibile”. (Treaccani 2.a). Senza dimenticare che questa performance può fare leva sull’improvvisazione, sul coinvolgimento del pubblico e sull’impiego di tecniche multimediali.

Quod Erat Demonstrandum. Il dibattito enologico tra opinione, scienza e dimostrazione

Di Attribuito a Meliacin Master – Questo file è stato fornito dalla British Library a partire dalle proprie collezioni digitali.Voce di catalogo: Burney 275, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=468726

Alla scienza viene abitualmente domandato di dimostrare accadimenti e fatti osservabili e riproducibili, dunque prevedibili e certi. Ma quando questo non avviene, cosa accade? E quando la scienza non riesce a completare la dimostrazione, ci troviamo al di fuori di essa o al limitare di mondi a lei contigui? Alle opinioni non chiediamo di dimostrare accadimenti e fatti osservabili e riproducibili: esse producono asserzioni, per statuto, imprevedibili e incerte. Ma quando le opinioni si comportano in maniera apodittica e inequivoca quali altri spazi stanno cercando di invadere? E siamo poi così sicuri di essere in grado di riconoscere le une e le altre e le une dalle altre? Il mondo del vino, in molte delle sue peculiarità ed eccezionalità, è un luogo dove quotidianamente, costantemente e per piccoli e grandi temi si scontrano e si incontrano pareri che paiono fatti; fatti supportati da sole parole; fatti dimostrabili, ma non ripetibili in altri contesti; fatti ripetibili in ogni contesto ma a partire da condizioni esterne date come immodificabili; fatti probanti, alcuni prevedibili e solo in parte certi. Dovessimo costruire degli insiemi che tengono ognuna delle formulazioni logiche sopra riportate capiremmo assai in fretta che i punti di intersezione sono assai vasti. Non sto qui, in specifico, a riprendere alcuni dei temi in gran voga ultimamente, ma ricordo solo di quali argomenti trattano: lieviti indigeni, autoctoni o industriali, uso di solforosa, se e in quali fasi, micro-ossigenazione, uso di contenitori per la fermentazione, per l’evoluzione e l’invecchiamento e così via. Ci troviamo, insomma, in un paradosso di ogni tempo: sempre di più viene richiesto a procedure certe di definire le scelte future, per poi accorgerci, il più delle volte, che si utilizzano pareri tecnicizzati per strutturare fondamenti di opinioni che rimangono, appunto, tali. La mancata separazione tra doxa e scienza, dove la prima si ammanta di specificità tecniche che non possiede, mentre la seconda rifugge dalla possibilità di essere chiamata in errore e quindi non rivela i margini della propria incertezza, ha fatto sì che il piano politico (valoriale) sia stato trascinato nel più profondo degli abissi. Le micro-questioni (non perché siano piccole, ma perché parlano di problemi parziali), come ad esempio la tipologia dei lieviti utilizzati, dicono solo in minima parte di se stesse: sono parti di un tutto molto più grande (politico, economico, sociale e culturale). Non tenerne conto significa negare, da subito, la discussione. Il punto è, invero, proprio l’inverso: come capire che quando si affronta un tema, gli altri che girano intorno sono assolutamente complementari al suo dibattimento. Come sarebbe possibile, ad esempio, per le produzioni industriali, di massa e a basso prezzo, non dotarsi di strumentazioni adatte alla creazione di prodotti congrui con il proprio mandato economico? Ma, allo stesso modo, quando i produttori di vino industriale parlano per l’uso che fanno di determinati strumenti, dicono per sé, per la scienza, per tutti, per i Consorzi o per chi altro? E forse per tutti insieme: ma riuscendo a distinguere i campi di applicazione, le congruenze e le incongruenze, non stiamo forse parlando di ciò che per i poeti greci del VI secolo fu il discorso vero?: “era il discorso per cui si aveva rispetto e terrore, quello al quale bisognava pur sottomettersi, perché regnava, era il discorso pronunciato da chi ha diritto, e secondo il rituale richiesto; era il discorso che diceva la giustizia e attribuiva a ognuno la sua parte; era il discorso che, profetizzando il futuro, non solo annunciava quel che stava per accadere, ma contribuiva alla sua realizzazione, comportava l’adesione degli uomini e si tramava così col destino.” (Michel Foucault, L’ordine del discorso, in Il discorso, la storia, la verità. Interventi 1969 – 1984, Einaudi, Torino 2001, Edizione originale, Parigi 1971)
Per dirla in un altro modo, la mancata esplicitazione delle finalità di un discorso, dei metodi corsivi e ricorsivi che lo contraddistinguono, delle posizioni (politiche, economiche…) da cui esso trae linfa e vigore, impediscono di leggere i meccanismi sottostanti alla sua formazione. Solo così si potrà capire che entrambe, sia l’opinione che la scienza, servono lo stesso padrone, ma che lo fanno in maniera radicalmente opposta non solo e non tanto perché possono giungere a risultati radicalmente opposti o tremendamente vicini, ma per il fatto che le metodologie di prova divergono radicalmente. E divergono radicalmente anche quando la scienza, come spesso accade, non è in grado di garantire alcun risultato. Questo ragionamento implica ancora un passaggio: la preminenza della scelta di campo e con essa del valore politico di ognuna di esse: significa che in ogni decisione corroborata da certezze rimane sottostante l’intenzionalità e la finalità dell’esecutore. Così come ciò che avverrà è spesso un “ciò che deve avvenire”.
Ma prima di arrivare a qualche conclusione di un certo interesse, occorre precisare che queste argomentazioni non valgono solo per il mondo del vino.
E, in tutto questo, mi farò aiutare dalla matematica e dalla fenomenologia della dimostrazione.
Un teorema è un enunciato formale, ovvero retto da un linguaggio simbolico artificiale, condizionale (se…allora…) e non una formula logicamente valida di tipo tautologico: 4 + 4 = 8
Un teorema è dunque una congiunzione o un insieme di enunciati per cui “se B …allora C”, dove C è la conclusione, mentre B è l’assioma della teoria: B è l’ipotesi, mentre C è la tesi.
Ma dimostrare che 4 +4 = 8 non significa provare che è vero, ma che occorre trovare le soluzioni B per cui 4 + 4 = 8 vale. In altre parole “se B allora C” è un teorema, allora C deve essere conseguenza logica di B. Per essere ulteriormente più precisi C è conseguenza logica di B se in ogni interpretazione formale del linguaggio in cui sono scritti B e C, se B risulta vero allora anche C risulta vero. Dire che C segue necessariamente da B significa dire che C segue logicamente da B: altra cosa, del tutto fuorviante, sarebbe dire che necessariamente (che non può essere altrimenti) C segue da B.
In termini generali, un paradosso dell’autoreferenzialità è una proposizione che pretende di esprimere il suo valore di verità all’interno di se stessa: “Questa frase è falsa” (Tarski e Gödel): “Per parlare della verità relativamente ad un dominio di conoscenze si deve usare un linguaggio che parla del linguaggio in cui sono formulate quelle conoscenze – che si chiama linguaggio oggetto – e assumere altre conoscenze in grado di dimostrare proprietà relative al linguaggio oggetto e ai suoi significati… Non è dunque definibile una verità in assoluto, ma non è neanche definibile, nel senso precisato, cioè senza passare a una teoria superiore, la verità in un dominio limitato” (Gabriele Lolli, QED. Fenomenologia della dimostrazione, Bollati Boringhieri, Torino 2005).
Per essere un minimo convincenti nelle proprie dimostrazioni occorre dunque fare affidamento, così come lo fecero gli antichi stoici, al teorema della completezza: se B è vera, la negazione di B non può essere vera; o B o la negazione di B sono vere e non entrambe; se B e se B allora C sono vere, anche C deve essere vera. Ogni volta che C è conseguenza logica di B, ad insaputa di tutti, a prescindere da ogni verifica e dalle volontà divine, allora esiste una derivazione di C da B.
Indicibili e incompleti quali siamo ci sforziamo di produrre affermazione veritiere per dimostrazione ed approssimazione: non potremmo fare altro, ma non possiamo neppure abdicare alla costruzione di modelli che si basino su dimostrazioni e prove, sapendo che queste non possono in alcun modo supportare assiomi non veri (men che meno falsi). In altro modo sappiamo che gli assiomi sono affermazioni di principio, politiche in nuce o in traduzione e che come tali vanno vagliati sul senso implicito ed esplicito di ciò che comunicano. E per il resto: “L’indirizzo quantitativo e anti-antropocentrico delle scienze della natura da Galileo in poi ha posto le scienze umane in uno spiacevole dilemma: o assumere uno statuto scientifico debole per arrivare a risultati rilevanti, o assumere uno statuto scientifico forte per arrivare a risultati di scarso rilievo. […] Viene però il dubbio che questo tipo di rigore sia non solo irraggiungibile, ma anche indesiderabile per le forme di sapere più legate all’esperienza quotidiana – o, più precisamente, a tutte le situazioni in cui l’unicità e insostituibilità dei dati è, agli occhi delle persone implicate, decisiva” (Carlo Ginzburg, Miti, emblemi e spie. Morfologia e storia, Einaudi, Torino 2000)
Poche discussioni in ambito enologico possono soddisfare i teoremi della completezza: spesso sono indicibili ed incerte. Non è però una buona ragione perché non vengano dimostrate.

Il vino con il cibo. Abbozzi rinascimentali.

Di Jan Davidsz. de Heem – https://wallacelive.wallacecollection.org:443/eMP/eMuseumPlus?service=ExternalInterface&module=collection&objectId=65109&viewType=detailView}, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=152673

Alla fine del 1300, in Francia, videro la luce i primi due trattati moderni di gastronomia: il Viandier di Guillaume Tirel chiamato anche ‘’Taillevent’ e, in forma anonima, Le Mènagier de Paris. Il primo fu cuoco di corte dal 1373 al 1387 e scrisse un vero e proprio manuale per arrostire carni e pesci, e per proporre nuove minestre, intingoli e salse di ogni sorta. Il secondo, rimasto inedito sino al 1800, fu un trattatello morale redatto da un pater familias, in cui comparvero per la prima volta termini dell’arte culinaria nonché ricette per cuocere minestre di grasso e di magro, pesci, uova, fritture e salse. Con la comparsa del Vivandier incominciò ad affermarsi il tempo dei tecnici. La cucina diventerà, di lì in avanti, esercizio e cultura specializzata ad opera di maestri che lasceranno tracce nei ricettari, nell’organizzazione dei banchetti, nella preparazione delle portate, nei ruoli e nelle funzioni di maestranze che si adoperarono dentro e fuori la cucina. Cuochi, scalchi, trincianti, bottiglieri e coppieri divennero gli attendenti della preparazione di pranzi la cui cerimoniosità andava di pari passo con l’elaborazione delle vivande preparate. In Italia il percorso di tecnicizzazione dei saperi culinari prenderà il via con il trattato sui latticini, la Summa lacticinorum di Pantaleone da Confienza, pubblicato a Torino nel 1477[1].

In questo susseguirsi prima abbozzato e poi sempre più vorticoso di edizioni di ricettari e compendi di cucina che godevano di numerose ristampe per i secoli a venire, s’intravvedono i primi, schivi, accostamenti tra cibo e vino. La trattatistica sui vini, estremamente ampia per l’epoca, tendeva a separare il vino e le sue qualità terapeutiche o farmacologiche dal resto degli altri alimenti. Ricordo qui brevemente che, secondo la medicina Ippocratico – Galenica il vino, al pari di altri alimenti, veniva studiato come principio di riequilibrio delle complessioni corporee in una visione cosmologica in cui gli elementi costitutivi dell’ordine terraqueo, ovvero acqua, aria, terra e fuoco, erano creativi anche degli esseri umani, a loro volta figuranti di una cosmologia interiore (dottrina ripresa dall’antroposofia steineriana). Se la trattatistica medica tendeva a separare il vino in funzione delle sue capacità curative e ad ancorare il suo potere alla somministrazione di una bevanda cara agli dei, la cucina lo riduceva a veicolo essenziale delle cotture di vivande di varia sorta o come mezzo di arricchimento per la frutta fresca e per la preparazione dei dolci. Una prima timida attenzione veniva invece posta a quella che oggi è considerata una vera e propria arte, con un proprio statuto, delle proprie regole, a volte mitigate da altre regole, quando non  ancora da pratiche, dei tecnici (prevalentemente sommelier, ma non solo): l’arte dell’abbinamento cibo-vino. Voglio qui riportare una piccola parte, dedicata al ruolo del bottigliere, di quella meravigliosa opera di cucina che va sotto il nome de “La singolar dottrina” di Domenico Romoli detto il Panunto: «Non vorrei io ricever biasmo in voler dimostrarvi quanto il bottigliere vi habbia a servire, dipendendo il suo officio dal coppiere, per dir cose così sapute da ogniuno, pur vo’ dirvi che, quando per ordine vostro sarà servito alcun convito ad istanza del vostro Signore, all’hora gli comandarete & ordinerete le quantità de i vini, & le sorti di essi, rossi, bianchi, dolci & bruschi[2], facendoli sapere qual prima, & poi egli habbia a servire. Il primo essendovi meloni o insalata sarà un Greco o Salerno bianco; l’invernata, Malvagia, Toscanello, o Vernaccia; in su gli antipasti & allessi[3], vini bianchi & piccolini; in su gli arrosti, vino rossi & mordenti; ne’ frutti Ippocrasso[4], Magnaguerra[5] o Salerno rosso, & dolce. Di tutto questo vi havrà a servire il bottigliere… Così come a un coppiero, e bottigliere, è necessario di haver gusto, sapore & odore, & che essi sien bevitori & non bomboni[6], voi saprete in ciò usar sopra tutto buona diligenza, acciò che possiate conoscer tutti i difetti che potesse haver quel vino che più piacerà al vostro padrone…[7]»

Accenni, appunto, che sono indizi di una profonda conoscenza di entrambe le materie: quella del cibo e quella del vino. Ma non solo! Entrò, di prepotenza, un terzo soggetto: il clima (temperatura) stagionale, secondo cui uno stesso cibo servito in estate o in inverno andrà associato a vini di differente struttura. E, infine, un semplice precetto di buon senso: il vino non può sovrastare il cibo che scorta (vini bianchi e piccolini, ovvero di non grande struttura sugli antipasti e sui lessi; vini rossi e mordenti sugli arrosti). A fine pasto, vini dolci o speziati con dolci e frutta.

Ma assieme al Romoli, il capolavoro indiscusso dell’enologia in epoca Rinascimentale fu “Della qualità dei vini[8]” giudicati dal bottigliere Sante Lancerio e sicuramente anche dal Papa Paolo III in persona: non si tratta solo di descrizioni vivissime dei vini, attraverso il loro aspetto, la gradazione alcolica, la durata, l’attitudine al trasporto, ma anche dell’abbinamento possibile con cibi, con le stagioni, con le ore della giornata e con le propensioni fisiche e morali (di ceto e di classe) dei bevitori: «Vino di Monterano. Si porta a Roma per terra da un castello così chiamato, distante una grande e grossa giornata. Questo vino è tanto buono che a volere narrare la sua bontà et scrivere assai, sarei troppo lungo et non potrei tanto scriverne et laudarlo, quanto più merita essere laudato. In questo vino sono tutte le proprietà che possa e debba avere un vino, in esso è colore, odore et sapore, l’odore di viola mammola, quando comincia la sua stagione, il colore è di finissimo rubino, ed è saporito che lascia la bocca, come se uno avesse bevuto o mangiato la più moscata cosa che si possa. Esso ha una venetta di dolce, con un mordente tanto soave che fa lagrimare d’allegrezza, bevendolo. Esso è digestivo, esso aperitivo, esso nutritivo et cordiale, sicché, secondo me, un Signore non può bere migliore bevanda di questo vino. Di tale vino se ne può bere assai a tutto pasto, che mai non fa male, anzi, ancorché sia rosso, purga il ventre, sicché bevutolo è digestivo. Di tale vino S.S. beveva volentieri et assai, et cominciava alli primi vini novi. Et il principio era a S. Martino che prima non havria provato vino novo, non che bevutone, et continuava a bere a tutto il Maggio delli dolci, et anco, se si salvavano, ne beveva a tutto Luglio. Et gli asciutti beveva nella stagione rimanente. Di tali vini molti Prelati voriiano bere, ma per essere il luogo picciolo, vi si fa poco vino, onde bisogna che habbino pazienza.»

E per finire, proprio come oggi, il giudizio soggettivo radicale, quello che ci fa dire che il giudizio di gusto «incoraggia un gioco delle tre carte verbale in cui si spacciano per oggettive le proprie preferenze, mentre viene contemporaneamente attenuata l’assolutezza dei propri giudizi, facendoli apparire come personali. L’“uomo di gusto” è chiaramente un individuo in cui per armonia prestabilita il piacere personale coincide con il bene supremo. Non c’è maniera migliore per falsare un problema[9].» Portatore di questa radicalità del soggetto fu Messisburgo, che così scrisse: «E manco mi sono applicato in narrare in sorti di vini, perché ad ognun se ne dava di quello che addimandava, lo volesse bianco o nero, o dolce o brusco o razzente, o grande o piccolo, o con acqua o senza, secondo gli appetiti di ciascuno[10]

[1] Cfr. Luigi Firpo (a cura di), Gastronomia del Rinascimento, UTET, Torino 1974, in particolare pagine 15 e 16.

[2] Brusco. Agg. Di sapore che tira all’aspro non dispiacevole al gusto Latino: austerus Ma il vin brusco il quale acerbo è detto è più duro ec., e più tardi si digerisce Palladio

  1. Accademia della Crusca, Dizionario della Lingua Italiana, Volume I Padova Nella Tipografia Della Minerva, Firenze MDCCCXXVII

[3] A lesso, cioè mediante lessatura

[4] «Per fare della polvere di ippocrasso, prendete un quarteron di cannella assai fine, saggiata con i denti, e un mezzo quarto di fiore di cannella fine, un’oncia di zenzero della Mecca pulito e bianchissimo, e un’oncia di pepe di Guinea, un sesto d’oncia di un composto di noce moscata e garingal, e sbattere il tutto. Quando siete pronti a cominciare la preparazione dell’ippocrasso, prendete una mezza oncia abbondante di questa polvere e mescolatela con due quarti di zucchero e una quarte di vino, secondo la misura in vigore a Parigi. Si noti che questa polvere mescolata allo zucchero fa la poudre de duc

Tratto da Le Ménagier De Paris: Traité De Morale Et D’économie Domestique Composé Vers 1393, Volume 2

http://www.archive.org/stream/lemnagierdepari00renagoog#page/n7/mode/1up La citazione si trova in Jean Verdon, Bere nel Medioevo. Bisogno, piacere o cura, Edizioni Dedalo, Bari 2005, pag. 162

[5] «Viene dal regno di Napoli ed è rosso; ne vengono da Castellamare e da Anglia (Angri). È dolce assai e molto carico di colore, rispetto alla vendemmia tarda che si usa in cotali luoghi, dove non si può vendemmiare per insino a S. Francesco. Tale vino è possente et è matroso et opilativo assai. Sono vini da hosti et da imbriaconi. Alcuni vini non sono di quella grandezza et colore, et Cortigiani et Prelati ne potriano bere, ma sono in generale per incitare la lussuria. S.S. non beveva mai et diceva essere opilativo et generante flemma et motivo di catarro, sicché è mala bevanda.»  dalla descrizione di Sante Lancerio, bottigliere di Papa Paolo III Farnese (1534-1559)

[6] Beoni. Il termine deriva da ‘bumba’, parola popolare infantile che indica il latte che i poppanti succhiano avidamente.

[7] Del bottigliere, cap. V, pag. 7,8 de La singolare dottrina di M. Domenico Romoli, sopranominato, Panunto dell’ufficio dello scalco, de i condimenti di tutte le vivande, le stagioni che si convengono a tutti gli animali … con la dichiaratione della qualità delle carni di tutti gli animali, & pesci, & di tutte le vivande circa la sanità ; nel fine un breve trattato del reggimento della sanità. Venezia 1560

[8] LANCERIO Sante (Sec. XVI), I vini d’Italia giudicati da papa Paolo III (Farnese) e dal suo bottigliere Sante Lancerio.

[9] Cfr. Rudolf Arnheim, Parabole della luce solare, Editori Riuniti, Roma 1992, pp. 124-25, 162, 262

[10] Testo tratto da Emilio Faccioli, La cucina, in Storia d’Italia, volume 16. I documenti. Gente d’Italia: costumi e vita quotidiana, Il Sole 24 Ore, Einaudi, 2005 (prima edizione 1973 Torino), Milano 2005, pag. 1010

Cristoforo Messisbugo (fine 1400–1548), ferrarese, amministratore e scalco (quegli che ordina il convito e mette in tavola le vivande; e anche quegli che le trincia) presso la corte Estense. Il suo libro, stampato per la prima volta a Ferrara nel 1549, s’intitola Libro novo nel qual s’insegna a far d’ogni sorte di vivande secondo la diversità dei tempi così di carne come di pesce. Et il modo d’ordinar banchetti, apparecchiar tavole, fornir palazzi, & ornar camere per ogni gran Prencipe. Opera assai bella, e molto bisognevole à Maestri di Casa, à Scalchi, à Credenzieri, & à Cuochi. qual s’insegna a far d’ogni sorte di vivande.