Frammenti di un discorso amoroso e governativo: le fasi della crisi.

Sansone e Dalila, dipinto di José Echenagusia (1887), Museo di Belle Arti di Bilbao

Prima fase: “Voglio capire”

Primo Ministro: «Cosa penso dell’amore? – In fondo non penso niente. Certo vorrei sapere che cos’è, ma, vivendolo dal di dentro, lo vedo in quanto esistenza, non in quanto essenza».

Viceministro 1: «Uscendo dal cinema, solo, rimuginando sul mio problema amoroso che il film non ha potuto farmi dimenticare, curiosamente non esclamo: tutto questo deve finire! Ma: voglio capire (cosa mi sta capitando)!»

Viceministro 2: «Voglio cambiare sistema: non più smascherare, non più interpretare, ma della coscienza stessa fare una droga e, attraverso essa, accedere alla visione netta del reale, al grande sogno nitido, all’amore profetico».

Seconda fase: “Colpe”

Primo Ministro: «Ogni incrinatura nella Devozione è una colpa: questa è la regola della Cortezia. Questa colpa prende corpo quando io abbozzo un semplice gesto d’indipendenza nei confronti dell’oggetto amato; ogni volta che, per spezzare l’asservimento, cerco di ‘sganciarmi’ (è consiglio unanime del mondo), io mi sento colpevole».

Viceministro 1: «Ogni dolore, ogni infelicità, nota Nietzsche, sono stati falsati da un’idea di torto, di colpa: “Il dolore è stato privato della sua innocenza”. L’amore-passione (il discorso amoroso) soccombe senza posa di fronte a questa falsificazione».

Viceministro 2: «Ciò che mi fa paura è di essere forte e ciò che mi rende colpevole è la padronanza (o il suo semplice gesto). Io ho paura dell’altro “più che di mio padre”». (Citazione colta di Fedro nel Simposio di Platone)

Terza fase: “Che fare?”

Primo Ministro: «L’altro mi ha dato questo nuovo numero di telefono: che significato può avere questo segno? Voleva essere un invito ad approfittarne subito, per diporto, o soltanto in caso di bisogno, per necessità? La mia stessa risposta diventerà un segno che l’altro interpreterà fatalmente, scatenando, fra me e lui, un tumultuoso intrecciarsi di immagini. Tutto ha un significato: con questa affermazione, io mi freno, divento preda del calcolo: m’impedisco di godere».

Viceministro 1: «Talvolta, a furia di deliberare su “niente” (questo è quanto direbbero gli altri), finisco con lo sfiancarmi; a questo punto, con un ultimo guizzo, come uno che sta per annegare e cerca con un colpo di tallone di risalire in superficie, tento di prendere una decisione spontanea (la spontaneità: grande sogno: paradiso, forza, delizia): telefonagli, visto che ne hai voglia! Ma invano: il tempo amoroso non consente di metter sulla stessa linea l’impulso e l’atto, di farli coincidere: io non sono l’uomo dei piccoli acting out (letteralmente “passaggio all’atto”, indica l’insieme di azioni aggressive e impulsive utilizzate per esprimere vissuti inesprimibili): la mia follia è misurata non si vede; è subito che io ho paura delle conseguenze, di ogni conseguenza: ciò che è spontaneo è la mia paura – la mia indecisione».

Viceministro 2: «Il Karma è il concatenamento (disastroso) delle azioni (delle loro cause e dei loro effetti). Il buddista vuole allontanarsi dal karma; vuole sospendere il gioco della causalità; vuole assentare i segni, ignorare la domanda pratica: che fare? Questa domanda, io non smetto di farmela e desidero ardentemente quella sospensione del karma che è il nirvana. Io soffro, ma almeno non devo decidere niente; la macchina amoroso (immaginaria) va avanti da sola, non ha bisogno di me; come un operaio dell’età elettronica, o come l’ultimo della classe, io devo soltanto essere presente: il karma (la macchina, la classe) ronza lì davanti a me, ma senza di me».

Quarta fase: “La catastrofe”

Primo Ministro: «Vi sono due tipi di disperazione: la disperazione pacata, la rassegnazione attiva (“Io vi amo come bisogna amare: nella disperazione”), e la disperazione violenta: un bel giorno, in seguito a un incidente qualsiasi, mi chiudo nella mia stanza e scoppio in lacrime: sono in balia di una forza che mi soverchia, asfissiato dal dolore; il mio corpo s’irrigidisce e si contrae: come in un lampo, freddo e tagliente, io vedo la distruzione a cui sono condannato. Tutto ciò non ha niente di paragonabile alla prostrazione insidiosa, ma in fondo civile, degli amori difficili; non c’è alcun rapporto con l’annichilimento in cui si viene a trovare il soggetto abbandonato: qui, sono come folgorato, ma lucido. La sensazione che provo è quella di una vera e propria catastrofe: “Ecco, sono veramente fottuto!”».

Viceministro 1: «La causa? Non è mai solenne – per esempio, una dichiarazione di rottura; la cosa avviene senza preavviso, o per effetto di un’immagine che riesce insopportabile, o per un’improvvisa ripugnanza fisica: dalla sfera infantile – il vedersi abbandonato dalla Madre – si passa brutalmente alla fase genitale».

Viceministro 2: «La catastrofe amorosa s’avvicina forse a ciò che, nel campo psicotico, è stata definita una situazione estrema, la quale è “una situazione che il soggetto vive conscio del fatto che essa finirà col distruggerlo irrimediabilmente” ».

Tutte le frasi sono una riproduzione del testo di Roland Barthes, “Frammenti di un discorso amoroso”, Giulio Einaudi Editore, Torino 1979; edizione originale Éditions du Seuil, Paris 1977

Frammenti di un discorso vinoso.

Papiro_ArtemidoroAl cospetto di una relazione vinosa costruita fuori dagli stereotipi. Per l’assenza del discorso come fondamento dello stupore di fronte all’inenarrabile. Con la finalità, in ultimo, di costruire una classifica plausibile e verosimile dei vini di cui non si può parlare. Ma di cui siamo intimamente innamorati.

«Di fronte alla brillante originalità dell’altro, io non mi sento mai atopos, ma semmai classificato (come un dossier fin troppo noto). Talvolta, riesco però a sospendere il gioco delle immagini ineguali (“Perché mai non posso essere anch’io originale, forte quanto l’altro?”); indovino che la vera originalità non è né in me né nell’altro, ma nella nostra stessa relazione. Ciò che bisogna conquistare è l’originalità della relazione. La maggior parte delle ferite d’amore me le procura lo stereotipo: io sono costretto, come tutti, a far la parte dell’innamorato: ad essere geloso, trascurato, frustrato come gli altri. Ma quando la relazione è originale, lo stereotipo viene sconvolto, superato, evacuato, e la gelosia, ad esempio, non ha più luogo d’essere in questo rapporto senza luogo, senza topos, senza ‘topo’- senza discorso[1]


[1] Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso (Roland Havas: Conversazione), Einaudi, Torino 1979 pag. 39

Foto: Frammenti del papiro di Artemidoro