Il vino vero, il vino finto e il vino falso. A lato del dibattito che vede impegnati Porthos e altri attori mediatici che parlano di vino

Partiamo dal principio o meglio dalla fine: dalla definizione del vino a livello internazionale. “Il vino è esclusivamente la bevanda risultante dalla fermentazione alcolica totale o parziale dell’uva fresca, pigiata o meno, o del mosto d’uva. Il suo titolo alcolometrico effettivo non può essere inferiore a 8,5% vol. Tuttavia, considerando le condizioni del clima, del terroir o del vitigno, di fattori qualitativi speciali o tradizioni particolari di alcuni vigneti, il titolo alcolometrico minimo totale può essere ridotto a 7% vol. secondo la normativa specifica della regione interessata[1].” La definizione è quella data dall’O.I.V.[2] , organizzazione intergovernativa internazionale che gode ampio consenso per l’adozione di proposte di risoluzione di portata generale in ambito scientifico, tecnico, economico, giuridico…. sui prodotti di filiera della vigna: dall’uva sino alle bevande a base di uva. Stando a questo, la discussione dovrebbe essere conclusa: tutto ciò che risponde a quanto detto sopra è vino, tutto ciò che non lo comprende non lo è: l’O.I.V., poi, dettaglia ulteriormente le pratiche concesse per la produzione di vino, lasciando ampio spazio sia alle stesse sia alle loro deroghe (peculiarità?) nazionali. La posta in palio dei dibattiti che imperversano in rete, nelle riviste, nelle associazioni di produzione, nelle diverse, se non diversissime, ispirazioni e filosofie di produzione è, invece, ben altra: lo statuto ontologico del vino, la sua intrinseca essenza, nonché la sua potenzialità commerciale. Non si tratta più soltanto di dividere ciò che è buono da ciò che no lo è, ma ciò che è vino da ciò che non può essere ritenuto tale. Ecco allora che nel dibattito non si fa più riferimento al vino di pessima produzione come se si trattasse di un vino di ultima scelta, ma di non-vino tout court. Quali siano poi i limiti di questa determinazione e quali siano le modalità di realizzazione e gli esiti organolettici del vino, beh!, qui ci troviamo all’interno delle variabili discorsive sia dei soggetti attivi nella produzione che dei soggetti attivi nella rappresentazione delle dispute su di esso. Potremmo essere ad un passo da quello che Agostino scrisse a proposito del falso: “Se fingit esse quod non est, aut omnino esse tendit et non est[3].” Come spiega egregiamente Maria Bettettini “nel primo caso il falso si propone come vero, ha la pretesa di essere ciò cui solo somiglia, ma non è; nel secondo appare come qualcosa verso cui ‘tende’, perché gli somiglia. Il primo è il caso del mendacium, dell’intentio fallendi, dell’intenzione di trarre in inganno, che può risiedere solo nell’anima dell’uomo e nell’istinto dell’animale, della volpe per esempio, astuta e ingannatrice per tradizione più favolistica che scientifica. Ma è anche il caso della finzione dei mimi, degli attori, dei prestigiatori, che mentono senza l’intenzione di ingannare, e restano comunque dei mentientes, dei propugnatori di bugie, se non addirittura mendaces, bugiardi. Il secondo è invece il caso che riguarda le immagini: una res che ‘tende’ al vero e che al vero somiglia, ma che è vera solo del suo essere immagine, e non dell’essere ciò che rappresenta[4].” Il vino falso non rappresenterebbe in questa diatriba qualcosa d’altro, il non-vino, ma proprio quel vino che, per mendacia di chi lo produce, vorrebbe fingere di essere ciò che non è, cioè il vino in quanto tale (rispondente cioè a certi modelli produttivi). Siamo in questo caso lontani dalla seconda ipotesi in cui un vino, seppur partendo da uve, terreni, esposizioni… meno gratificanti tende ad imitare, senza riuscirci, il vino vero (reale, ma anche verace). Senza aver risolto, in termine di specificazione, ma soltanto in quello di esclusione, la differenza tra vino vero e vino falso rimane da affrontare il terzo incomodo, ovvero il vino finto: in questo caso è utile valutare che nell’immagine latina fingere non significa soltanto simulare, ma anche costruire qualcosa di nuovo. Se il modello è solo quello del mondo reale, che di per sé non è riproducibile esattamente, allora assistiamo a diversi livelli di finzione dove tra modello e artefatto c’è un rapporto di verosimiglianza e di tensione. L’inganno, il falso deliberato, è quando la costruzione rompe quel patto di fiducia con il modello e gli uomini, artefici del costrutto, tra di loro. Possiamo poi discutere se il modello o i modelli del vero sono quelli che si rifanno ai vini naturali, biodinamici o biologici, ma senza dimenticare che diverse gradazioni di finzioni possono arrivare a produrre possibili menzogneri.

[1] Al fine di contribuire all’armonizzazione internazionale e di migliorare le condizioni della produzione e della commercializzazione dei prodotti vitivinicoli, in qualità di organismo di riferimento nel settore della vigna e del vino, l’OIV sviluppa le definizioni e le descrizioni dei prodotti della vite. Le definizioni di questi vari prodotti vitivinicoli sono riprese nella prima parte del Codice Internazionale delle Pratiche Enologiche. Il Codice rappresenta un documento di riferimento tecnico e giuridico, volto a una standardizzazione dei prodotti del settore vitivinicolo, che deve servire come base per la stesura di normative nazionali o sovranazionali e deve imporsi negli scambi internazionali.

[2] L’ “Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino” (OIV) che si sostituisce all’Ufficio Internazionale della Vigna e del Vino é stata creata mediante l’Accordo del 3 aprile 2001.

[3] Soliloquia 2,9,16 in Augustinus, Soliloquia, in Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum LXXXIX, Soliloquia, De inmortalitate animae, De quantitate animae – ed. W. Hörmann 1986; Opere di Sant’Agostino, III, Dialoghi, traduzione di D. Gentili, Città Nuova, Roma 1970

[4] Maria Bettettini, Figure di verità. La finzione nel Medioevo occidentale, Einaudi, Torino 2004, pag. 42

 

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Rudy Kurniawan… Il vino e il suo prezzo.

Le_avventure_di_Pinocchio-pag046Illustrazione di Carlo Chiostri (1901)

Rudy Kurniawan si è beccato 10 anni.

Alcune domande rimangono inalterate. Poi, il silenzio (complice) intorno: case produttrici, case d’asta, esperti rinomati…

Il giorno 22 ottobre 2013, di martedì, tutti i giornali italiani hanno pubblicato la notizia del falso Romanèe Conti. Base e contraffazione in Italia, distribuzione, a carissimo prezzo, in tutto il mondo: operazione delle Fiamme Gialle di Milano in collaborazione con la Gendarmerie di Digione. Due arresti nel Novarese, perquisizioni in mezza Italia, in Lombardia a Magenta, Varese, Saronno.

Due anni addietro, la rivista settimanale “Internazionale” riprende un articolo di Benjamin Wallace pubblicato su il New York Magazine in cui si racconta che un signore, un tale Rudy Kurniawan, comparso dal nulla in California nel 2003, si accredita come uno dei maggiori esperti dei vini di Borgogna negli States. Ma non finisce qui: il signor Rudy Kurniawan recupera, per le più importanti aste del mondo, vecchie e introvabili annate che gli rendono un bel po’ di soldi: « Per capire le dimensioni del fenomeno basta dire che nel 2002 una bottiglia di Romanée-Conti del 1945 costava $ 2.600 mentre nel 2011 è stata battuta a un’asta una bottiglia del 1945 per ben $ 124.000.[1]» Nessun Domaine si oppone Kurniawan, ad eccezione di Laurent Ponsot. L’epilogo della storia è, appunto, nel 2012, quando l’FBI scopre nella villa del falsario centinaia di tappi vecchi e nuovi, capsule di piombo, sigilli di cera e tutto quello che serviva per produrre vini di vecchie annate.

Sempre il 22 di ottobre il quotidiano italico “Il Giorno” scrive: «Peccato che fosse falso, dicono fosse anche buono, certo però non come il Romanèe Conti originale[2]

Qualche secolo fa, Agostino (Tagaste, 13 novembre 354 – Ippona, 28 agosto 430), nei Soliloquia, distingue tra “falsum[3]” (falso): «quod aut se fingit esse quod non est, aut omnino tendit et non est» («ciò che o si crede di essere quello che non è, oppure cerca di essere assolutamente ciò che non è»); “fallax” (ingannevole): «quod habet quemdam fallendi appetitum; qui sine anima intelligi non potest» («ciò che ha una ben determinata intenzione di ingannare e senza la disposizione d’animo non può essere compreso»); e, infine, “mendax” (menzognero ma, soprattutto, più modernamente, finto): «a mentientibus fit. Qui hoc differunt a fallacibus, quod omnis fallax appetit fallere; non autem omnis vult fallere qui mentitur» («Il finto è un prodotto di coloro che mentono. I quali differiscono dagli ingannatori, per il fatto che ogni ingannatore vuole ingannare; mentre invece non tutti quelli che mentono vogliono ingannare»). La finzione è di colui che dice cose non vere ma non intenzionalmente false solo perché ingannevoli. L’inganno sta nell’impossibilità di ricreare la realtà, compito che spetta soltanto alla divinità: in questo caso si può parlare di verosimiglianza.

Neuro economia. Il team di Antonio Rangel, ricercatore di Caltech (California Institute of Technology) ed esperto di neuro economia, ha messo in relazione il costo del vino con la percezione del gusto: «Attraverso l’uso della risonanza magnetica Rangel si è accorto che, facendo assaggiare due volte lo stesso vino, ma dichiarando ai tester un diverso prezzo, al momento dell’assaggio del vino con prezzo dichiarato più alto nel cervello degli assaggiatori le aree associate con il senso del piacere sono risultate più attive[4]

Domande (anche senza risposta): quando inizia un processo di falsificazione? Quale è la sua riconoscibilità/plausibilità mercantile? Come cambiano i fattori (percezioni gustative…) alla variazione del prezzo?…


[1] L’articolo completo sull’accadimento è di Stefano Bonilli, Il falsario di Petrus e Romanée-Conti, in http://blog.paperogiallo.net/2012/07/il_falsario_di_petrus_e_romanee-conti.html, 30 luglio 2012; un altro articolo, precedente al primo, è di Giovanni Corazzol, Frodi vinicole | Come falsificare un grande vino in pochi semplici passi, su Intravino del 13 marzo 2012;  http://www.intravino.com/primo-piano/come-spacciare-per-grandi/

[3] Soliloquia 2,9,16 in Augustinus, Soliloquia, in Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum LXXXIX, Soliloquia, De inmortalitate animae, De quantitate animae – ed. W. Hörmann 1986; Opere di Sant’Agostino, III, Dialoghi, traduzione di D. Gentili, Città Nuova, Roma 1970

[4] Cresce il prezzo cresce il gusto, in http://www.uiv.it/corriere/cresce-il-prezzo-cresce-il-gusto, FEB del 4 luglio 2012