Quando Genova era immersa nei vigneti

Dintorni di Genova nella Tabula Peutingeriana, un’antica carta romana che mostrava le vie militari dell’Impero (qui in una copia della fine del XIX secolo). Genova è segnata come stazione di rifornimento.Di Conradi Millieri – Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9923655

Nell’autunno del 1975 Mario Soldati compie l’ultima tratta del suo giro per l’Italia, viaggio iniziato nel 1968 e proseguito nel 1973, alla ricerca di vini genuini e così, dopo aver solcato i meravigliosi nettari del Levante, capita in una Genova sì sfigurata, ma di tanta grandezza e civiltà che non può partire senza dire nulla dei suoi vini. E dunque Soldati va di proposito alla trattoria di Checu, padrone e cuoco, soprannominato dai foresti “Toro”, in via Demarinis a Genova Sampierdarena, per bere il vino di Begato (proprio quello dell’omonimo Forte): «bianco, lieve, delizioso, meno aspretto e meno chiaro del Coronata, ma più scivolante e più profumato(…) E, all’orecchio di Remo Borzini, che mi è accanto, mormoro la felice definizione, ch’egli ebbe un giorno a dare di questi genovesi, isole resistenti se altri mai: ‘L’aristocrazia degli umili1’»

Già in un’operetta del 1770 attribuita a Girolamo Gnecco, conte di Nervi, ci si lamenta che «la cognizione forse anche esagerata della mediocrità de nostri prodotti e della nostra agricoltura: quanto la passion forse troppo eccedente per lo commercio, e per li vantaggi, che da esso ritraggonsi hanno certamente allontanato un buon numero di persone dalla ricerca di quelli, che può somminìstrar l’agricoltura. (…) Ella è una verità incontrastabile che, se le arti, e il commercio si stabiliscono a danno dell’agricoltura o per qualunque altro motivo si distraggono quelle ricchezze che sono necessarie alla buona coltivazione e al miglioramento de’ fondi; questi vanno sempre più degradando, e non riportano que’ maggiori profitti che se ne posson ritrarre. Dello spender ne fondi (mezzo vantaggiosissimo all’agricoltura) non posson far uso i poveri agricoltori unicamente occupati a cavarne il proprio sostentamento, e solamente può impiegarvi danaro il Proprietario, dal quale assai comunemente viene ad altro oggetto rivolto. La terra non dà ricchezze se non in proporzione di quelle, che le sono confidare non moltiplica il frutto fuorché in ragione del travaglio, e della spesa2».

Genova è, per chiunque vi approdasse dall’anno Mille in avanti, piena di vigneti: tutta la fascia costiera è vitata, da Sampierdarena ad Albaro, e di particolare bellezza e specializzazione, a danno del prevalente ulivo, è la collina di Carignano: «All’altro capo della città la collina di Carignano sembra invece caratterizzata da una precoce specializzazione viticola. Si veda per esempio, in un documento dell’anno Mille, la permuta di terre fra l’abate di S. Stefano e due cittadini genovesi riguardante cinque appezzamenti siti in Carignano, di cui quattro definiti cum vinea et alios arbores fructiferos e uno cum vinea et alios arbores fructiferos et olivectis e altri documenti coevi con ulteriori indicazioni, sempre in Carignano, di vigne o di coltura promiscua a base viticola. Dato che abbiamo nominato l’abbazia benedettina di S. Stefano possiamo aggiungere che se sulle sue terre non risulta assente l’ulivo, tuttavia i più antichi contratti ad pastinandum3 concernenti terre del monastero non prevedono esplicitamente piantagioni di ulivi, ma soprattutto di viti e di castagni. L’area suburbana genovese sembra, a cominciare dal XIII secolo, andare assumendo il suo peculiare paesaggio: accanto ai numerosi insediamenti ecclesiastici e monastici, sui quali esiste una abbondante documentazione, cominciano a sorgere le “ville” dei cittadini e l’agricoltura va precocemente modellandosi sulle esigenze del mercato cittadino, come dimostra anche la formazione dell’area orticola della piana del Bisagno4».

Nell’attuale centro storico, dopo l’interramento del porto di Suxilie (Soziglia), l’intera area viene progressivamente adibita a diverse coltivazioni: i canneti (canneto il Lungo e canneto il Curto), lungo i rivi d’acqua, servono sia per l’edilizia che per scopi militari e poi granaglie e viti, che strappano terreni alla parte boschiva: via Luccoli, ad esempio, è un sentiero che attraversa un bosco consacrato alle divinità pagane. “Luculus” è la parola latina che indica il Bosco Sacro, dove”sacro” assume il significato etimologico di “separato5“.

Piazza Banchi segna, ad ovest, quella parte inurbata prima dei campi che, a nord, arriva sino a piazza Matteotti e da lì continua, attraversando piazza delle Erbe, sino al Castello.

«Ecco quindi i toponimi di Vigne da vineis e quello forse meno evidente di Campetto, deformazione tardo-medioevale di Ampelius da “àmpelos” greco vite e vigna. La città ruota allora nell’orbita bizantina, tantochè le Vigne di Soziglia vengono denominate Vigne dei Re perché oggetto di proprietà e di regalia imperiale: nel 965 tutta la zona è donata alla Basilica di San Siro (allora Cattedrale di Genova) e, dopo alcuni anni di alterne vicende circa l’effettivo possesso della stessa, nel 978 passa da Idone, visconte della città di Genova che la gestiva in quel momento, al figlio Oberto il quale per disposizione imperiale sul finire del X secolo lasciò definitivamente la proprietà alla Chiesa Genovese. Convenzionalmente nel 980 Oberto visconte coadiuvato da Ido di Carmandino promuove la costruzione di un nuovo, vero e proprio grandioso Tempio a Maria Vergine, in mezzo a quei terreni ancora coltivati a vigneto6, sotto l’egida di Teodolfo Vescovo7».

Ma è nella Val Bisagno che la curia vescovile ha il centro dei suoi interessi agricoli ed in particolare quelli legati alla coltivazione della vite ed alla produzione di vino, nelle zone di san Siro di Stroppa e di Montecignano. Dall’altra parte la val Polcevera vanta i vini della Costa di Rivarolo e di Coronata: «Il Bertolotti (Viaggio nella Liguria Marittima, 1834) con la sua abituale enfasi accenna ai vigneti di Val Polcevera ‘con indicibile studio tenuti’ per affermare poi: ‘La valle della Polcevera è la Tempe moderna. Se i suoi vini e i suoi olj corrispondessero in bontà alla singolare diligenza e vaghezza della sua coltivazione, ed alla magnificenza delle due ville, ella sarebbe più ricca che l’aurifera Valle di Cusco’». Le uve del Vino Coronata, tutte bianche, della Valpolcevera sono: Rollo, Vermentino, Bosco, Trebbiano, Bianchetta. Oggi rimane solo una piccolissima produzione del Coronata che così Francesco Mazzoli descrive: «Ne risulta un ‘bianco’ dal colore paglierino tendente al freddo, profumato di bosco. Gusto secco, asciutto ed allegro, con finale gradevolmente amarognolo e cosa allappantina. Talvolta sa di zolfo: dovuto a terreni nei quali detto minerale ha una consistente presenza. Ma tale sapore lo si toglie quasi del tutto con pazienti e tante travasature. I pigri però lasciano perdere: dicendo che è il gusto peculiare di Coronata8».

Che poi il vitigno di maggior pregio risieda in zone periferiche rispetto al grande centro urbano di Genova viene spiegato, da Quaini, con il fatto che i trasporti via mare sono più rapidi, più economici e più efficaci rispetto a quelli di terra a dorso di mulo, soprattutto in una regione come quella ligure, da cui l’interesse della capitale ad approvvigionarsi lontano dai suoi stretti confini urbani. Non solo come alimento e bevanda di importazione, il vino per la città di Genova è un mezzo importante di commercializzazione, soprattutto quello pregiato: «Alla Francia ed all’Inghilterra, dove, a detta di Giacomo Bracelli e Flavio Biondo, risultano estremamente apprezzati i vini delle Cinque Terre, noi potremmo aggiungere la corte papale, che già nel periodo avignonese importava vini da quei luoghi via mare. Sappiamo d’altronde che il commercio vinicolo era uno dei rami più fiorenti del traffico navale genovese. Certamente già nel Duecento c’è nel porto di Genova un pontile del vino, al quale attraccano le navi espressamente adibite al trasporto del prezioso liquido; ci sono una o più associazioni di tiratores lignorum che operano per l’attracco e forse anche per lo scarico dei navigli. Al pontile del vino approdano tanto le navi provenienti dalla Riviera di Levante quanto quelle provenienti dalla Riviera di Ponente, dalla Corsica e dall’Oltremare. I vini pregiati come quelli delle Cinque Terre e di Taggia, alimentano l’esportazione; i meno pregiati servono per il consumo interno, soprattutto per il vettovagliamento delle navi, ai cui marinai il vino (spesso ridotto in aceto) è indispensabile come la galletta. Né manca una produzione propria genovese come, ad esempio, quella dei vigneti della Val Polcevera, della Val Bisagno o di Quarto9»

1 Mario Soldati, Vino al vino. Alla ricerca dei vini genuini, Mondadori, Milano 2006 (ed originale 1977), pp. 606, 607, 609

2 Riflessioni sopra l’agricoltura del Genovesato co’ mezzi propri a miglîorarla e a toglierne gli abusi e vizj inveterati. Operetta dedicata a sua eccellenza il signor Marchese di Grimaldi, Stamperia Gesiniana, Genova MDCCLXX (pp. XX, XXI)

3 Con questo tipo di patto il “pastinatore” (letteralmente aratore, cioè il conduttore), decorso un periodo di mediamente sette anni dalla stipula del contratto, acquisiva la proprietà piena di metà del terreno coltivato A seconda delle colture: per la vigna era ad esempio di 12 anni. Si veda B. Andreolli, Contratti agrari e trasformazione dell’ambiente, in Uomo e ambiente nel Mezzogiorno Normanno-Svevo, per Atti VIII giornate normanno-sveve, Bari 1987

4 Atti della Società Ligure di storia Patria, Nuova Serie XII – (LXVIII) in http://www.storiapatriagenova.it/docs/biblioteca_digitale/ASLi_ns/ASLi_ns_12_2.txt

5 Giorgio Stara-Tedde (mio prozio), I boschi sacri dell’antica Roma, in “Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma”, 33 (1905), pp. 189-232

6Extra muros Janue apud rivum Suxilie ubi erant vinee”: a partire dal 1155 anche questa zona venne inglobata nelle “mura del Barbarossa”.

7 Francesco Pittaluga (a cua di), Breve storia della Basilica delle Vigne dalle origini ai giorni nostri, in http://www.acompagna.org/rf/1206_v/basilica_vigne.pdf

8 Francesco Mazzoli in Giannetto Beniscelli, La Liguria del buon vino, Editore Siag, Genova pp. 290, 291

9 Laura Balletto, Vini tipici della Liguria tra Medioevo e Età Moderna, in Il vino nell’economia e nella società italiana Medievale e Moderna, Quaderni della Rivista di Storia dell’agricoltura, Accademia economico-agraria dei Georgofili, Firenze 1989

I molti nomi dei vini di Vernazza.

Corniglia (frazione di Vernazza) Di chensiyuan – chensiyuan, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=20103433

Per Gallesio, nella ‘Pomona Italiana[1]’, facendo riferimento al Boccaccio e alla sua famosa Vernaccia di Corniglia, la Vernaccia corrisponderebbe al vitigno Vermentino: «L’abate che, come savio, aveva l’altierezza giù posta, gli significò dove andasse e perché. Ghino, udito questo, si partì e pensossi di volerlo guerire senza bagno: e faccendo nella cameretta sempre ardere un gran fuoco e ben guardarla, non tornò a lui infino alla seguente mattina, e allora in una tovagliuola bianchissima gli portò due fette di pane arrostito e un gran bicchiere di vernaccia da Corniglia, di quella dello abate medesimo; e sì disse all’abate: ‘Messer, quando Ghino era più giovane, egli studiò in medicina, e dice che apparò niuna medicina al mal dello stomaco esser miglior che quella che egli vi farà, della quale queste cose che io vi reco sono il cominciamento; e per ciò prendetele e confortatevi.’ (DECIMA GIORNATA – Novella 2)».

Gallesio, per esclusione nominale, sottolinea la differenza tra VermentinoRossese (Razzese che non ha alcuna parentela con il Rossese di Dolceacqua), uve a bacca bianca e propone un’ulteriore comparazione, arrivando a sostenere che dal momento che nelle Cinque Terre il nome Vernaccia è sostanzialmente sconosciuto, mentre l’attribuzione nominale del genovesato a quel tipo di uva è il Vermentino e siccome nelle Cinque Terre il Piccabon è un vitigno che viene usato per il  per il vino  prezioso (passito), arriva a concludere che il Piccabon moderno sarebbe la Vernaccia degli antichi. Gallesio insomma stabilisce, in maniera erronea, la sostanziale identità tra Vermentino, Vernaccia e Piccabon.

Girolamo Guidoni[2], al contrario, definisce l’identità sostanziale tra Rossese o Razzese e la Vernaccia, mentre pur concordando sull’uso del Piccabon nelle produzione del Vino amabile, sostiene che esso corrisponda al Sauvignon dei francesi o all’uva detta sapajola. Alcuni anni prima, nel 1806, viene ristampato un classico delle viticoltura seicentesca, ad opera di Giovanvettorio Soderini, il quale afferma, così come farà più tardi Guidoni, l’equivalenza tra il vitigno Rossese (chiamato Razzese) e la Vernaccia, nome quest’ultimo di derivazione toponimica legata al paese di Vernazza: «Quelli che nella Riviera della Spezie fanno il razzese e l’amabile, fanno 1’uno e l’altro d’un vitigno medesimo, perciocché volendo far 1′amabile, quando l’uva matura storcono il picciuolo a dove egli sta attaccato alle Viti, a tutti i grappoli, avendogli spampanati bene, che il Sole vi batta sopra fasciandogli cosi per quindici giorni, dipoi gli colgono a far l’amabile. E volendo fare il razzese, quando è pur matura, la spiccano dalle Viti senz’altro, e così si può fare a chiunque tu vogli vitigno per are il vin dolce senz’altra manifattura. Ma per fare il vino ballabile e buono, così di poggio come di piano, ella si dee condurre poco più che mediocremente matura, gettando via con avvertenza i grani marci e guasti , la tempestata, la secca, l’agrestina, le foglie che talora s’intricano fra gli acini, e ogni altra bruttura o schifezza si dee levar via, che sebbene il vino bollendo ha forza di purgare e levare in capo ogni cosa, è tanto atto a imprimere in se stesso e incorporare le male qualità, che ogni tristo seto e corrotto gli nuoce. Accanto a questo si deonotrascerre e metter disperse i vitigni che fanno diverse sorti d’uve, e di questa maniera s’aranno i vini differenziati, e si conoscerà distintamente la diversa qualità loro. E ancora segno della loro compiuta maturità, quando il granello di dentro ha mutato colore; alla bianca giallo, alla rossa rosso, alla nera nero, e similmente quando l’uva bianca pende in giallo, la negra negrissimo, e la rossa rossissimo, e la verderognola verde, e che tutte sien dolcigne al sapore, danno segnale appresso di stagionata maturità[3].»

Anche in un testo di Giovanni Sforza, introduzione al libro «Ennio Quirino Visconti e la sua famiglia», in ‘Atti della Società Ligure di Storia Patria’ del 1923[4], l’autore menziona lo Statuto della Gabella[5] di Sarzana, alle rubriche 12 e 13, in cui si ricordano i preziosissimi vini di Vernazza che gli abitanti chiamano “Vernaccie” e, altrimenti, “Rocesi”. Nello Statuto della Gabella delle Vicarie lucchesi dell’anno 1372, quando la città di massa appartiene al territorio di Lucca, invece si parla del ‘vini vernaccie’ e del dazio di entrata e di uscita pari a dieci lire, mentre lo stesso statuto, a margine e d’altra mano viene scritto ‘excepto vino razese, de quo solvatur ut de vino corso.

Da ciò si può desumere che il vino razese fosse uno dei vini vernaccie, ovvero provenienti da Vernazza e che quindi indicasse un vino piuttosto che un vitigno e che solamente più tardi  sia stata  creata una sostanziale interscambiabilità dei nomi per indicare lo stesso vitigno e lo stesso vino.

[1] La Pomona Italiana, di Giorgio Gallesio (Finalborgo, 1772 – Firenze, 1839) è la prima e più importante raccolta di immagini e descrizioni di frutta e alberi fruttiferi realizzata in Italia.

L’opera, pubblicata in fascicoli tra il 1817 e il 1839, oggi è conservata in pochi esemplari completi, ed è qui riproposta in formato elettronico e ipertestuale liberamente consultabile: http://www.pomonaitaliana.it/

[2] Girolamo Guidoni, Memoria sulla vite ed i vini della Cinque Terre, in ‘Nuovo Giornale de’ Letterati’, Sebastiano Nistri, Pisa 1823, pp. 278 – 303

[3] Giovanvettorio Soderini, Gentiluomo Fiorentino, Trattato della coltivazione delle viti e del frutto che se può cavare, Dalla Società Tipografica De’ Classici Italiani, contrada di s. Margherita N.° 1118,  Milano 1806, pp. 141 – 143.  Il testo originale viene stampato a Firenze nel 1600 da Filippo Giunti Nasce in una famiglia che aveva dato un “gonfaloniere a vita” alla repubblica, Pier Soderini, e un cardinale alla Chiesa. Viene mandato a studiare all’Università di Bologna, dove studia filosofia e diritto. Al ritorno in Toscana si schiera senza riserve contro i Medici e viene coinvolto in un complotto che ha come scopo di togliere loro il potere. Condannato dal Consiglio degli Otto alla morte per decapitazione, viene salvato grazie alla generosità di Ferdinando I de’ Medici, che lo fa esiliare a vita a Cedri, presso Volterra. Soderini attenua  la noia dell’esilio studiando l’agricoltura e scrivendo su questa scienza opere notevoli.

[4] In A.A.V.V., Vini e vigneti della Cinque Terre, a cura di Faggioni P.E., Stringa ed., Genova 1983. pp. 161 – 173

[5]  Databile intorno al 1331 Fonte: http://www.comune.sarzana.sp.it/Citta/Cultura/Storia/Archivio_Storico/Default.htm