I vini liguri a Ponente: il Rossese tra Medioevo e Modernità

Di A. Marcenaro – Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=117801490
riproduzione di una stampa avente per oggetto Dolceacqua (Liguria) nel secolo XVII

Nell’Archivio di stato di Genova si conservano due cartolari notarili che contengono quasi un migliaio di atti per la massima parte rogati a Ventimiglia dal notaio Giovanni di Amandolesio (1) fra il 1256 e il 1264. Notevole è sin da quell’epoca la produzione di vino attestata anche se, al contrario di quanto si verifica nella documentazione più tarda, soprattutto a partire dal secolo XV, di questi vini non si dà mai non soltanto la specificazione tipologica particolare, ma neppure quella generica: bianco, rosso, rosato. Al massimo si indica, anche se di rado, l’area vinicola di provenienza: «I vigneti si estendevano nella valle Roia, in Vallecrosia, nella valle Nervia, spingendosi da un lato fino a Mentone, dall’altro verso Taggia e l’odierna Imperia. Alla metà del Duecento si è in pieno fervore di espansione delle colture, soprattutto di quella viticola, attraverso il disboscamento ed il sistema di concessione delle terre ad plantandum e ad medium plantum. Normalmente la coltivazione della vite era associata a quella del fico ed anche di altri alberi da frutta. Il vino a Ventimiglia era tenuto in particolare considerazione, tanto da assumere, talvolta, la funzione sostitutiva della moneta. Botti di diverse dimensioni e diverso valore venale facevano parte della normale suppellettile delle case di Ventimiglia e del suo territorio, se appena le persone erano di condizione non infima. Erano botti di doghe di legno (castagno o rovere), ad indicare le quali si trova negli atti ora la voce veges ora la voce hatis, che talora appaiono ben distinte nel significato e talora sono invece usate come sinonimi».

L’unico riferimento al vino ventimigliese non rivela le uve di cui è composto, ma soltanto la terra che le dimora, detta Mototium, gestita da Dionigi Fiore, “pro metretis (38,84 litri) quatuordicim vini et una moscatelli”. Ventimiglia è l’epicentro della contrattazione per la compravendita del vino nuovo, che solitamente avviene nei mesi di settembre e di ottobre, destinato sia al consumo locale che all’esportazione via mare nella direzione di Savona, di Arenzano, di Voltri, di Genova, di Sestri Levante e di Chiavari: «Il traffico del vino costituiva comunque uno dei principali commerci di esportazione, se non addirittura il principale. Era un traffico che si effettuava quasi esclusivamente via mare, su imbarcazioni appositamente attrezzate e che in molti documenti genovesi del secolo XIII erano specificamente definite come “barche da vino”. Il commercio più intenso si svolgeva in direzione di Genova: il 14 settembre 1259, ad esempio, Fulcone Ganzerra, Nicola di Taggia e Jacopo Saonese presero a nolo un legno per il trasporto di 100 mezzarole di vino (circa 9.000 litri) da Ventimiglia a Genova in un unico viaggio, con l’impegno da parte dei proprietari dell’imbarcazione di fornirei contenitori. Non manca qualche caso di acquisto di vino ventimigliese da parte di uomini della Rivera di Levante —ad esempio Sestri — per probabile esportazione in quel territorio: il che appare abbastanza singolare, dal momento che una ricca produzione vinaria non difettava sia a Chiavari sia nelle Cinque Terre. Qui si può davvero pensare ad una ricerca qualitativa oppure anche ad annate difficili per il luogo d’importazione».

Sui vini del Ponente, se non per ragioni commerciali sopracitate, non si hanno riferimenti storici precisi sino al non lusinghiero giudizio a proposito di un Rossese di località imprecisata, ma molto probabilmente dell’albenganese (Rossese di Campo Chiesa), servito dal vescovo di Savona ad ufficiale esattoriale genovese: «Andrea de Franchi Bulgaro, medico e umanista inviato nel 1425 dall’arcivescovo di Genova a riscuotere certe decime dal vescovo di Savona, fu blandito dall’inadempiente prelato con un ottimo pranzo e abbondanti libagioni. Quando Andrea ebbe portato a termine la missione ne diede relazione in versi genovesi all’arcivescovo, sottolineando la correttezza e la buona accoglienza del pastore rivierasco, ma anche la qualità non eccelsa di quanto gli era stato offerto delle sue cantine: “De’ ghe dea in firmamento / megio vin che no è roceise” (Dio gli offra in cielo un vino migliore del suo rossese)».

Un altro riferimento al consumo dei vini del Ponente ligure è la caratata (2) del 1531, in cui si rammenta che la podesteria di Triora produceva vini solo per uso interno (3). Occorrerà aspettare, alcuni secoli dopo, l’autorevole opinione di Gallesio che, tra il 1829 e il 1830, compie alcuni viaggi nella Liguria di Ponente diretti a visitare, partendo da Finale Ligure, tutta la costa occidentale fino a Nizza e oltre. Il 30 di agosto Gallesio, nel volgere verso la cittadina di Mentone, passa per la zona di Ventimiglia, annotando l’intero parco delle uve che annovera alcune varietà tuttora esistenti e altre di cui si è perduta traccia. Del Rossese così narra: «colore rosso-carico, primaticcio; grappoli mediocri, informi, con acini preferibilmente uniti e mediocri, produce vino rossiccio-carico, dolce o brusco secondo che si vuole e preferibilmente spiritoso (4)».

Infine, nel 1964, Dalmasso e Mariano, in uno studio commissionato dal Ministero dell’Agricoltura sui principali vitigni presenti in Italia, indicano la presenza di un diverso Rossese a frutto colorato (che però non descrivono) in provincia di Savona, che troverebbe conferma nella distinzione del Rossese di Ventimiglia da quello di Campochiesa congiuntamente coltivati negli anni ‘60 su circa il 20% della superficie vitata del versante tirrenico della provincia di Savona (5). Il Rossese viene descritto attraverso interessanti valutazioni di tipo qualitativo che distinguono le diverse varietà dei vitigni: «Il “Rossese” è uno dei vitigni che ha una sinonimia fra le più ingarbugliate, anche se non molto ricca di termini. È, del resto, il caso comune a molti vitigni che prendono il nome dal colore dell’uva. Come per le “Bianchette”, per le “Verdee” per le “Negrare” (con tutti i nomi affini di “Negretti, Negrettini, Neirani”, ecc.), così per i vitigni il cui nome allude al colore dell’uva più o meno rossastra, se ne potrebbero citare numerosi, che nulla han di comune fra loro. Nel prezioso Saggio del Di Rovasenda oltre tre colonne sono dedicate ad un elenco di tali vitigni: e non si può dire che esso sia completo. Ma nel caso del “Rossese” di cui qui soltanto ci occupiamo, v’è qualcosa di più singolare: e cioè che sotto questo nome, sia da parte di alcuni dei più accreditati autori di opere ampelografiche, come anche nell’uso comune dei tecnici viti-vinicoli del secolo scorso, il nome veniva generalmente adottato per un vitigno (o per vitigni) a frutto bianco! […] Ripetiamo che qui noi ci occuperemo solo del “Rossese nero”. Ma resta ancora da chiarire un punto. Di Rossese a frutto colorato debbono esisterne almeno due: quello che si potrebbe dire di Albenga (Savona) e quello di Dolceacqua o di Ventimiglia (Imperia). Quale dei due deve considerarsi il vero Rossese? Noi riteniamo il secondo. E ciò per un motivo importante. Il vino Rossese ha ormai una sua fama consolidata, anche se l’entità della sua produzione è per ora molto limitata. Quello però che è ricercato come vino d’indiscutibile pregio è quello di Dolceacqua: pittoresco paese nei pressi di Ventimiglia, già ben noto anche per le sue colture d’uva da tavola tardive e da serbo (“Servant”). Anche il vino del “Rossese di Albenga” (Campochiesa), prodotto tra Finale ed Alassio, ha i suoi amatori: è vino robusto, alcoolico, ma non ha la finezza di quello di Dolceacqua. Comunque, trattasi di un vitigno differente, sia nelle foglie che nei grappoli – i quali presentano colori molto variabili: da quasi neri, a rosso violacei a rossi, tipo Barbarossa, ma in terreni freschi essi rimangono quasi verdastri e solo con sfumature rosa (6)».

Necessita qui evidenziare almeno due punti: il primo riguarda la piena cognizione dell’eleganza del Rossese di Dolceaqua, da cui la meritata fama. E la seconda, in riferimento all’uso del nome Rosssese, a indicare vitigni, al plurale, a bacca rossa e bianca, che dimostrano il non risolto e complicato uso del sinonimo in relazione ad uve e vini differenti.

1. Atti rogati a Ventimiglia da Giovanni di Amandolesio – due volumi, a cura di Laura Balletto, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera 1985

2. A Genova erano così anticamente indicati sia la stima dei beni stabili ai fini fiscali sia il libro dove la si annotava sia l’imposta accertata

3. Cfr. Laura Balletto, Vini tipici della Liguria tra Medioevo e Età Moderna, in Il vino nell’economia e nella società italiana Medievale e Moderna, Quaderni della Rivista di Storia dell’agricoltura, Accademia economico-agraria dei Georgofili, Firenze 1989; Laura Balletto, Il vino a Ventimiglia alla metà del Duecento, in Studi in memoria di Federigo Melis, Giannini Editore, Napoli 1978; Laura Balletto, Quando Ventimiglia era nota soprattutto per il suo vino, in “Liguria”, Rivista mensile di attualità e cultura, Anno 62°, N. 9 -10 Settembre/Ottobre 1995

4. I vitigni liguri dall’inizio dell’800 a oggi, in http://sima.liguriainrete.it/LaRaf/docs/docAgriteka/5–629977253-19-set-2006-16.54.01.pdf

5. G. Dalmasso e M. Mariano, Rossese in Principali vitigni da vino coltivati in Italia, Ministero dell’Agricoltura e Foreste. Longo & Zoppelli, Treviso 1964

6. G. Dalmasso e M. Mariano, Rossese in Principali vitigni da vino coltivati in Italia – Volume III, Ministero dell’Agricoltura e Foreste. Longo & Zoppelli, Treviso 1964

Bibliografia necessaria

Alessandro Carassale, Il Rossese di Dolceacqua. Il vino, il territorio di produzione, la storia, Atene Edizioni, Taggia (Im) 2004;

Alessandro Carassale e Alessandro Giacobbe, Atlante di vitigni del Ponente Ligure. Provincia di Imperia e Valli Ingaune, Atene Edizioni, Taggia (Im) 2008.

A.A.V.V. In terra vineata, La vite e il vino in Liguria e nelle Alpi Marittime dal Medioevo ai nostri giorni. Studi in memoria di Giovanni Rebora, Philobiblon, Ventimiglia (IM) 2014

Laura Balletto, Vini tipici della Liguria tra Medioevo e Età Moderna, in Il vino nell’economia e nella società italiana Medievale e Moderna, Quaderni della Rivista di Storia dell’agricoltura, Accademia economico-agraria dei Georgofili, Firenze 1989;

Laura Balletto, Il vino a Ventimiglia alla metà del Duecento, in Studi in memoria di Federigo Melis, Giannini Editore, Napoli 1978;

Laura Balletto, Quando Ventimiglia era nota soprattutto per il suo vino, in “Liguria”, Rivista mensile di attualità e cultura, Anno 62°, N. 9 -10 Settembre/Ottobre 1995

Il vino che non c’è (forse)

“Se qualcuno risponde ‘mi sembra che sia proprio nulla’, questa sua stessa risposta, che ritiene negativa, lo costringe ad ammettere che il nulla è qualcosa, allorché dice ‘mi sembra che sia nulla’”. Così scrisse Fredegiso di Tours, discepolo di Alcuino a York, poi abate a Tours, e infine cancelliere di Ludovico il Pio. Autore del trattato in forma epistolare De nihilo et tenebris, sostenne la positiva realtà del nulla e delle tenebre dalle quali Dio creò il mondo: nihil aliquid significat. Ma non potremmo allo tesso modo riferirci al canto XI dell’Odissea, quando, stando al racconto del Ciclope, alla domanda “Polifemo, chi ti reca danno?” egli rispose “Nessuno”? Il maggiore chiarimento arriva senza alcun dubbio da Hegel, il quale asserì che la metafisica posteriore al pensiero classico rigettò la proposizione che dal nulla venisse il nulla, così come sostenevano i filosofi greci, Parmenide in testa: De nihilo nihilum, in nihilum nil posse reverti – “nulla si crea – nulla si distrugge”. Al contrario, la tradizione cristiana affermò che “anche nella più imperfetta unione è contenuto un punto in cui l’essere e il nulla coincidono, e la differenza loro sparisce… Così perfino in Dio la qualità, cioè l’attività, la creazione, la potenza ecc., contiene la determinazione del negativo”.

Ora, qual è il punto, a voler entrare nel dettaglio? Fausto Cellario mi versò, ma oramai non ricordo se me lo versò oppure me ne parlò soltanto oppure ancora se mi disse che aveva intenzione di produrlo, un vino la cui etichetta recava questa dicitura: “il vino che non c’è”. Capirete bene lo stupore soprattutto per il fatto che, non so quanto consapevolmente, Fausto sia arrivato a produrre una bizzarria linguistica e matematica che non nulla da invidiare alle discussioni filosofiche che si intrattengono da Aristotele in poi sul divieto assoluto delle divisioni per il numero zero, per arrivare alle teorie newtoniane dello zero e dell’infinito, in cui si afferma che 0 non è tanto un numero, quanto il primo principio, non numerico, del numero e per passare, tra l’altro, dai paradossi di De Morgan, il quale, rimanga tra di noi, oltre ad essere un grande matematico e letterato, era anche un insigne bevitore:

Whoe’er would search the starry sky,

Its secrets to divine, sir,

Should take his glass – I mean, should try

A glass or two of wine, sir!

True virtue lies in golden mean,

And man must wet his clay, sir,

Join these two maxims, and ’tis seen

He should drink his bottle a day, sir!

Old Archimedes, reverend sage!

By trump of fame renowned, sir,

Deep problems solved in every page,

And the sphere’s curved surface found, sir:

Himself he would have far outshone,

And borne a wider sway, sir!

Chiunque esplori il cielo stellato,

per carpirne i segreti, signore,

che prenda il suo bicchiere, dico,

provi un bicchiere o due di vino, signore!

Un’autentica virtù risiede nella sezione aurea,

e l’uomo deve bagnare la sua carcassa, signore,

unite queste due massime, e si vedrà

che dovrebbe bere la sua bottiglia al giorno, signore!

Il vecchio Archimede, venerabile saggio!

Dalle trombe della fama rinomato, signore,

difficili problemi risolse in ogni pagina,

e trovò la superficie curva della sfera, signore!

Egli stesso avrebbe ancor più brillato,

e avuto una maggiore influenza, signore,

se avesse conosciuto il nostro moderno segreto,

e bevuto una bottiglia al giorno, signore!

(….)

Dunque Fausto non mescé il vino dall’etichetta paradossale, che dapprima non guardai, e poi non annusai, non ingurgitai e infine non dissi, pensando di averlo bevuto: “Poffarbacco, mi piace molto questo vino che non c’è! Pensa tu, ciò nonostante – aggiungo- se il vino ci fosse!” il vino che non c’è non avrebbe dolcetto per l’80% e doux d’Henry per il restante 20%.

Rovasenda, nel suo prezioso “Saggio di Ampelografia Universale (1877)”, scrive: “doux d’Henry nera” Pinerolo; Incisa lo crede vitigno francese; lo crederei indigeno del Pinerolese”. Le leggende vogliono che taluni credano che si chiamasse anche “doun d’Henry”, cioè “dono d’Enrico” o “dolce (doux) d’Enrico”, in riferimento a Enrico IV di Borbone, detto Enrico il Grande, re di Francia che, valicando i monti e recandosi nella vicina Valsusa, pare si fosse portato in dono, per le popolazioni locali, il sunnominato vitigno. Nella seconda versione, Enrico IV, sempre passando da quelle parti, s’innamorò talmente del vino da conferirgli quel regale appellativo. Ma “nel “Bollettino Ampelografico”, in una relazione di Luigi Provana di Collegno su d’un’Esposizione ampelografica tenutasi in Pinerolo nel settembre 1881, si ricorda anche il “doux d’Henry”, proveniente da vari comuni fra Pinerolo, Bibiana, Perosa Argentina, Torre Pellice, Bricherasio, ecc., nonché Cumiana, donde sarebbe venuto sotto il nome di “Gros d’Henry”; però il Provana consiglia di abbandonare questa variante, non avendo ragion d’essere (non di rado si sono voluti distinguere 2 tipi di “doux d’Henry”: il “grosso” e il “piccolo”, in base alla differente grossezza del grappolo e specialmente degli acini; ma, come in tant’altri casi, trattasi di differenze dovute soprattutto all’ambiente: il “piccolo” lo si riscontra nelle località più elevate, quindi meno favorevoli, specialmente a Luserna S. Giovanni)” (Pecile M., Zavaglia C., Ciardi A., Doux d’Henry).

C’è una terza leggenda, non ancora scritta (insomma che non c’è), ma di cui vi do un’anticipazione, in cui pare che un vecchio barbuto di Torre Pellice, vagando per i calanchi di Clavesana, un giorno incontrò Fausto Cellario, il quale gli fece dono del suo dolcetto. Colpito da tale generosità, il vecchio barbuto, prima di congedarsi, regalò alcune piante del Doux d’Henry a Fausto che decise di allevarlo in un piccolo appezzamento di dolcetto e di farne unione di intenti, d’incontro e di vino. Così il dolcetto si profumò di viola e rosa passita, perse un po’ dell’aspetto burbero e si fece palpitante di una breve nota aromatica che lo addolcì.

Ah, se solo lo si potesse bere!