I vini delle Cinque Terre tra Medioevo e Rinascimento

Le Cinque Terre in una mappa della seconda metà del XVIII secolo,
redatta dal cartografo Matteo Vinzoni Di Matteo Vinzoni – Scansione personale from National archives of Genoa, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=108193673

Emilio Marengo rammenta, nel suo Le Cinque Terre e la genesi di questo nome, che di quel nome, appunto, non vi è alcuna traccia negli antichi geografi e storici greci e romani. Soltanto Plinio, accennando ai vini d’Italia, fa notare che per il vino dell’Etruria teneva la palma Luni e le viti che si chiamavano apiane e che egli vorrebbe riconoscere nel così detto Amabile delle Cinque Terre, menzionato da Giuniore Filosofo tra i quattro vini più celebri d’Italia, col nome di vinus tuscus (Giovanni Sforza, Ennio Quirino Visconti e la sua famiglia, in Atti della Società Ligure di Storia Patria, voi. LI, p. 16 e seguenti.): «E dopo Plinio, veggonsi pure menzionati, a distanza di molti secoli, i vini di quella regione dal poeta e notaio Ursone, che inneggiò a Vernazza ed ai suoi vini nel carme, col quale celebra la sconfitta, che inflissero i Genovesi all’armata di Federico il nel 1242 (3). Venendo più a noi, altri accenni se ne trovano in diversi scrittori e, oltre che nelle novelle del Boccaccio e del Sacchetti, anche nella Commedia di Dante, velle del Sercambi ed in altri scrittori più recenti, che parmi superfluo ricordare».

Le maggiori informazioni[1] sulle caratteristiche e sulle qualità del vigneto e del vino delle Cinque Terre sono le fonti letterarie. La più antica fra tutte è il carme «De Victoria quam Januenses habuerunt contra gentes ab Imperatore missas ut subderent sibi januam et loca ipsius» scritto nel 1242 da Ursone, notaio genovese. In esso viene descritta la spedizione che gli alleati dell’imperatore Federico II mossero contro Genova e la riviera di Levante e dalla quale Genova riuscì vincitrice.

Narrando di scontri armati nei pressi di Vernazza coglie l’occasione per mettere in evidenza la bontà dei suoi vini:

v. 490 Ille locus vernans sacri cultura Lyaei,

Sedes grata Deo Nisae, celeberrima rupes

Numine pampineis vestito colla recemis,

Hostibus ambitur. …

v. 502 Est moles praerupta, maris quam verberat unda,

Quamque procellarum concussio multa fatigat,

Ultima pars Celsi montis vergentis ad aequor.

v. 505 Hanc colit ambigeno plebs devotissima Baccho,

Prae cunctis populis genialis consitor uvae,

Vitibus exornans rupes, collesque supinos

Palmite pampineo. Juvat illum cura racemi;

Arboris insitio, vel cultus seminis illos

v. 510 Non citat; at magno colitur pro numine vitis .

G.B. GRAZIANI, Vittoria dei Genovesi sopra l’armata di Federico II. Carme di Ursone, notaio del secolo XIII, Genova, 1857. Il Graziani così traduce:

Ahi! la vernante piaggia, il bel paese

Sacro a Lieo, là dove il dio di Nisa

Volle porre sua stanza, e pampinoso

Si piace errar pei celebrati colli,

Ora si calca da nemiche schiere.

Colà dove inchinando il celso monte

Si volge all’austro, e con repente falda

Giù si tuffa nel mar che lo flagella,

Sopra l’alpestre lembo ha dolce nido

Una gente devota a Bacco, e sacra

Dell’uve alla coltura, onde le valli

E le belle colline intorno veste

Di tortuose viti e non v’accoglie

Diversa fronda, e non fa solchi ai semi.

La «Cronica» di frate Salimbene de Adam[2] (1221-1288) , scritta fra il 1285 e il 1288, è una ricca fonte di notizie sulla vita italiana del XIII secolo. In essa si parla dei vini di varie località italiane e francesi; in particolare si parla a varie riprese di «Vernatia», «vinum de Vernatia» e «vinum de Vernaca». Nella cronaca del 1285 scrive «De commendatone boni vini secundum quemdam trutannum; et quod bonum vinum nascitur in quandam contrata que Vernatia appellatur». In essa narra di un certo «domnus Arduinus de Clavara» e scrive che «ibi prope vinum de Vemacia  abundanter habetur; et vinum terre illius optimum est, usque adeo quod versus cuiusdam trutannipro vino ilio locum habere possunt; dixit enim: Vinum de vite det nobis gaudia vite. Si duo sunt vina, michi del meliori propina. Non prosunt vina, nisi fiat repetitio trina. Dum quarter poto, succedunt gaudia voto. Ad potum quintum mens vadit in laberintum. Sexta potatio me cogit abire suppinum».

I due autori più rilevanti che hanno scritto sui vini della Liguria di Levante sono Giacomo Bracelli, il primo a menzionare il nome delle Cinque Terre, cancelliere della Repubblica di Genova e suo storiografo, morto intorno al 1466, e Flavio Biondo da Fori, contemporaneo del Bracelli, con il quale egli è in corrispondenza. Nel 1418 il Bracelli accenna alle Cinque Terre nella sua prima descrizione della Liguria, chiarendo che ivi si producono i vina vernacia noncupata, rocesi et amabilia: «Riomazorium quidem post Portumveneris situm est iuxta mare, cingitur muro; solum adeo creatum quod vina, vernacia noncupata, rocesi et amabilia, gignit[3]».

Un secolo dopo, Sante Lancerio, bottigliere di Papa Paolo III, pontefice romano (1534 – 1559), che ci ha lasciato gli appunti in cui descrive i 53 vini “giudicati da Papa Paolo III e dal suo bottigliere Sante Lancerio”, tratteggia in maniera chiara ed inequivocabile il vino levantino delle Cinque Terre: «Vino Razzese: Viene dalla Riviera di Genova et il meglio è di una terra detta Monterosso, et è vino assai buono. Et è stimato assai in Roma fra li Genovesi, come fra li Venetiani la Malvagìa. Ne vengono in Roma piccioli caratelli. A volere conoscere la sua perfetta bontà, bisogna che sia fumoso e di grande odore, di colore dorato, amabile e non dolce. Tali vini non sono da bere a tutto pasto, perché sono troppo fumosi e sottili. Di tale vino S. S. (il cardinale Ascanio Sforza cui la lettera è dedicata) non bevevo, ma alcuna volta alle gran tramontane faceva la zuppa, ovvero alla stagione del fico buono, mangiatolo mondo et inzuccherato, gli bevevo sopra di tale vino, massime del dolce et amabile e diceva essere gran nodrimento alli vecchi. In questo luogo dove fa tale vino, usano farlo dolce sopra la vite, quando l’uva è matura, col pigiare il racemolo e poi lo lasciano attaccano alla vite per otto giorni, e còltolo fanno vino buono e perfetto».

Così pure Andrea Bacci, nominato nel 1587 archiatra (medico personale) di papa Sisto V, ricorda il vino ligure di Levante, le squisite vernacce e il razzese delle Cinque Terre, un bianco liquoroso che, sotto il calore del sole matura sin dai primi giorni di luglio. Allo stesso tempo e modo, il Bacci cerca di fornire un etimo al nome “Razzese” operando una conversione fonetica nascosta, da doppia “zz” a doppia “ss”, e lo associa al Monte Roseo da cui avrebbe tratto un colore “rosato” in tarda maturazione[4].

Un altro noto agronomo fiorentino del Cinquecento, Giovan Vittorio Soderini, nel suo “Trattato della coltivazione delle viti e del frutto che se ne può cavare”, racconta i metodi in uso al suo tempo per produrre l’amabile e il razzese: «Quegli, che nella riviera della Spezia fanno il razzese e l’amabile, fanno l’uno e l’altro vitigno medesimo, percioché, volendo fare l’amabile, quando l’uva è matura storcono il picciuolo là dove egli sta attaccato alle viti a tutti i grappoli, havendoli spampanati bene che il sole vi batta sopra, lasciandoli così per quindici giorni; dippoi li coggono a far l’amabile. E volendo fare il razzese, quando è pur matura, la spiccano dalle viti senz’altro, e così si può fare a chiunque tu vogli vitigno per fare il vin dolce, senz’altra manifattura».

In un testo di Giovanni Sforza, introduzione al volume Ennio Quirino Visconti e la sua famiglia, in «Atti della Società Ligure di Storia Patria» del 1923, l’autore fa riferimento allo Statuto della Gabella di Sarzana, alle rubriche 12 e 13, in cui si menzionano i preziosissimi vini di Vernazza che gli abitanti chiamano Vernaccie e altrimenti Rocesi. Nello Statuto della Gabella delle Vicarie lucchesi dell’anno 1372, quando la città di Massa appartiene al territorio di Lucca, si parla invece del “vini vernaccie” e del dazio di entrata e di uscita pari a dieci lire, mentre nello stesso statuto, a margine e d’altra mano, viene scritto «excepto vino razese, de quo solvatur ut de vino corso». Da ciò si può desumere che il vino razzese fosse uno dei vini vernaccie, ovvero provenienti da Vernazza e che quindi indicasse un vino piuttosto che un vitigno e che solamente più tardi sia stata creata una sostanziale interscambiabilità dei nomi per indicare lo stesso vitigno e lo stesso vino.

Quella stessa vernaccia che spunta dalla penna del Boccaccio nella seconda novella della decima giornata del Decameron (1350-53), in cui Corniglia emerge come la migliore produttrice del famoso vino rispetto a zone contermini: «Allora in una tovagliola bianchissima gli portò due fette di pane arrostito e un gran bicchiere di vernaccia da Coniglia». Come il Boccaccio, anche Franco Sacchetti nelle sue Trecentonovelle (1390), parla ancora della vernaccia di Coniglia. Tanto nota che Sacchetti fa addirittura riferimento all’importazione dei magliouli del prezioso vino in terra di Toscana: «Tanto è grande lo studio di vino che da un gran tempo in qua gran parte dell’Italiani hanno sì usato ogni odo d’avere perfettissimi vini che non si sono curati di mandare, non che per lo vino, ma per li magliuoli d’ogni parte; acciocché ognora se li abbino veduti e usufruttati nella loro possessione, e perché siano stati chierici, non hanno auto il becco torto. Fu, non è molti anni, un cavaliere ricco e savio nella città di Firenze, che ebbe nome messer Vieri de’ Bardi, il quale era vicino al piovano all’Antella, là dove un suo luogo dimorava spesso. E veggendosi in grande stato, per onore di sé e per vaghezza nel suo alcuno nobile vino straniero, pensò di trovare modo di far venire magliuoli da Portovene­re della vernaccia di Coniglia. Così finisce il Sacchetti: «”Questa novella mi fu narrata a Portovenere, là dove io scrittore nel 1383 arrivari, andando a Genova”».

Quella nobile vernaccia di cui narra, poco più in là, Giacomo Bracelli nella sua De bello hispaniensi orae ligusticae descripti (1442): «sul litorale (ci sono) cinque castelli quasi alla stessa distanza tra di loro: Monterosso, Vulnetia, che ora il volgo sul litorale chiama Vernazza; Corniglia; Manarola; Riomaggiore; non solamente in Italia, ma presso i Galli ed i Britannici celebri per la nobiltà del vino. Cosa degna a vedersi come spettacolo, i monti, non solamente in pendenza dolce, ma tanto ripidi che nel sorvolarli affaticano anche gli uccelli, sassosi, non trattengono l’acqua, cosparsi di vigna così scarna e gracile che sembra più simile all’edera che alla vite: da qui viene un vino per la tavola del re[5]».

Avevo pubblicato questo articolo su Intravino nell’agosto del 2017 con il titolo di “Levante, Ponente e area del Genovesato nella storia del vino ligure. Parte 1, a Levante“. L’ho ripreso, ho apportato alcune correzioni e, soprattutto, l’ho ampliato.


[1] GIAN PIETRO GASPARINI, Le Cinque Terre e la Vernaccia: un esempio di sviluppo agricolo medioevale, in https://rsa.storiaagricoltura.it/pdfsito/95_6.pdf

[2] Salimbene de Adam, Cronica, a cura di Giuseppe Scalia, Bari, Laterza, 1966

[3] G. Andriani, Giacomo Bracelli nella storia della geografia, in «Atti della Società ligure di storia patria», LII, 1924, p. 245.

[4] Andrea Bacci, De naturali vinorum historia de vinis Italiae et de conuiuijs antiquorum libri septem, Niccolò Muzi, Roma 1596, pp. 308 – 310

[5] Giacomo Bracelli compone per Enrico de Merlo, ambasciatore di Carlo VII di Francia a Genova, una seconda descrizione della Liguria: «Inde in ora castella quinque paribus prope intervallis inter se distantia: Mons Ruber, Vulnetia, quam nunc Vernatiam vulgus nominat, Cornelia, Manarola, Rivus Maior, non in Italia tantum, sed apud Gallos Britannosque, ob vini nobilitatem celebria. Res spectaculo digna videre montes non declives modo, sed adeo praecipites, ut aves quoque transvolando fatigent: saxosos, nihil humoris retinentes, stratos palmite adeo ieiuno et gracili ut hederae quam viti similior videatur: hinc exprimi vindemiam qua mensas regias instruamus» in G. Andriani, Giacomo Bracelli nella storia della geografia, cit. pp.  237, 243

I molti nomi dei vini di Vernazza

Corniglia (frazione di Vernazza) Di chensiyuan – chensiyuan, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=20103433

Per Gallesio, nella ‘Pomona Italiana[1]’, facendo riferimento al Boccaccio e alla sua famosa Vernaccia di Corniglia, la Vernaccia corrisponderebbe al vitigno Vermentino: «L’abate che, come savio, aveva l’altierezza giù posta, gli significò dove andasse e perché. Ghino, udito questo, si partì e pensossi di volerlo guerire senza bagno: e faccendo nella cameretta sempre ardere un gran fuoco e ben guardarla, non tornò a lui infino alla seguente mattina, e allora in una tovagliuola bianchissima gli portò due fette di pane arrostito e un gran bicchiere di vernaccia da Corniglia, di quella dello abate medesimo; e sì disse all’abate: ‘Messer, quando Ghino era più giovane, egli studiò in medicina, e dice che apparò niuna medicina al mal dello stomaco esser miglior che quella che egli vi farà, della quale queste cose che io vi reco sono il cominciamento; e per ciò prendetele e confortatevi.’ (DECIMA GIORNATA – Novella 2)».

Gallesio, per esclusione nominale, sottolinea la differenza tra VermentinoRossese (Razzese che non ha alcuna parentela con il Rossese di Dolceacqua), uve a bacca bianca e propone un’ulteriore comparazione, arrivando a sostenere che dal momento che nelle Cinque Terre il nome Vernaccia è sostanzialmente sconosciuto, mentre l’attribuzione nominale del genovesato a quel tipo di uva è il Vermentino e siccome nelle Cinque Terre il Piccabon è un vitigno che viene usato per il  per il vino  prezioso (passito), arriva a concludere che il Piccabon moderno sarebbe la Vernaccia degli antichi. Gallesio insomma stabilisce, in maniera erronea, la sostanziale identità tra Vermentino, Vernaccia e Piccabon.

Girolamo Guidoni[2], al contrario, definisce l’identità sostanziale tra Rossese o Razzese e la Vernaccia, mentre pur concordando sull’uso del Piccabon nelle produzione del Vino amabile, sostiene che esso corrisponda al Sauvignon dei francesi o all’uva detta sapajola. Alcuni anni prima, nel 1806, viene ristampato un classico delle viticoltura seicentesca, ad opera di Giovanvettorio Soderini, il quale afferma, così come farà più tardi Guidoni, l’equivalenza tra il vitigno Rossese (chiamato Razzese) e la Vernaccia, nome quest’ultimo di derivazione toponimica legata al paese di Vernazza: «Quelli che nella Riviera della Spezie fanno il razzese e l’amabile, fanno 1’uno e l’altro d’un vitigno medesimo, perciocché volendo far 1′amabile, quando l’uva matura storcono il picciuolo a dove egli sta attaccato alle Viti, a tutti i grappoli, avendogli spampanati bene, che il Sole vi batta sopra fasciandogli cosi per quindici giorni, dipoi gli colgono a far l’amabile. E volendo fare il razzese, quando è pur matura, la spiccano dalle Viti senz’altro, e così si può fare a chiunque tu vogli vitigno per are il vin dolce senz’altra manifattura. Ma per fare il vino ballabile e buono, così di poggio come di piano, ella si dee condurre poco più che mediocremente matura, gettando via con avvertenza i grani marci e guasti , la tempestata, la secca, l’agrestina, le foglie che talora s’intricano fra gli acini, e ogni altra bruttura o schifezza si dee levar via, che sebbene il vino bollendo ha forza di purgare e levare in capo ogni cosa, è tanto atto a imprimere in se stesso e incorporare le male qualità, che ogni tristo seto e corrotto gli nuoce. Accanto a questo si deonotrascerre e metter disperse i vitigni che fanno diverse sorti d’uve, e di questa maniera s’aranno i vini differenziati, e si conoscerà distintamente la diversa qualità loro. E ancora segno della loro compiuta maturità, quando il granello di dentro ha mutato colore; alla bianca giallo, alla rossa rosso, alla nera nero, e similmente quando l’uva bianca pende in giallo, la negra negrissimo, e la rossa rossissimo, e la verderognola verde, e che tutte sien dolcigne al sapore, danno segnale appresso di stagionata maturità[3].»

Anche in un testo di Giovanni Sforza, introduzione al libro «Ennio Quirino Visconti e la sua famiglia», in ‘Atti della Società Ligure di Storia Patria’ del 1923[4], l’autore menziona lo Statuto della Gabella[5] di Sarzana, alle rubriche 12 e 13, in cui si ricordano i preziosissimi vini di Vernazza che gli abitanti chiamano “Vernaccie” e, altrimenti, “Rocesi”. Nello Statuto della Gabella delle Vicarie lucchesi dell’anno 1372, quando la città di massa appartiene al territorio di Lucca, invece si parla del ‘vini vernaccie’ e del dazio di entrata e di uscita pari a dieci lire, mentre lo stesso statuto, a margine e d’altra mano viene scritto ‘excepto vino razese, de quo solvatur ut de vino corso.

Da ciò si può desumere che il vino razese fosse uno dei vini vernaccie, ovvero provenienti da Vernazza e che quindi indicasse un vino piuttosto che un vitigno e che solamente più tardi  sia stata  creata una sostanziale interscambiabilità dei nomi per indicare lo stesso vitigno e lo stesso vino.

[1] La Pomona Italiana, di Giorgio Gallesio (Finalborgo, 1772 – Firenze, 1839) è la prima e più importante raccolta di immagini e descrizioni di frutta e alberi fruttiferi realizzata in Italia.

L’opera, pubblicata in fascicoli tra il 1817 e il 1839, oggi è conservata in pochi esemplari completi, ed è qui riproposta in formato elettronico e ipertestuale liberamente consultabile: http://www.pomonaitaliana.it/

[2] Girolamo Guidoni, Memoria sulla vite ed i vini della Cinque Terre, in ‘Nuovo Giornale de’ Letterati’, Sebastiano Nistri, Pisa 1823, pp. 278 – 303

[3] Giovanvettorio Soderini, Gentiluomo Fiorentino, Trattato della coltivazione delle viti e del frutto che se può cavare, Dalla Società Tipografica De’ Classici Italiani, contrada di s. Margherita N.° 1118,  Milano 1806, pp. 141 – 143.  Il testo originale viene stampato a Firenze nel 1600 da Filippo Giunti Nasce in una famiglia che aveva dato un “gonfaloniere a vita” alla repubblica, Pier Soderini, e un cardinale alla Chiesa. Viene mandato a studiare all’Università di Bologna, dove studia filosofia e diritto. Al ritorno in Toscana si schiera senza riserve contro i Medici e viene coinvolto in un complotto che ha come scopo di togliere loro il potere. Condannato dal Consiglio degli Otto alla morte per decapitazione, viene salvato grazie alla generosità di Ferdinando I de’ Medici, che lo fa esiliare a vita a Cedri, presso Volterra. Soderini attenua  la noia dell’esilio studiando l’agricoltura e scrivendo su questa scienza opere notevoli.

[4] In A.A.V.V., Vini e vigneti della Cinque Terre, a cura di Faggioni P.E., Stringa ed., Genova 1983. pp. 161 – 173

[5]  Databile intorno al 1331 Fonte: http://www.comune.sarzana.sp.it/Citta/Cultura/Storia/Archivio_Storico/Default.htm