In un eterno presente

Viviamo in un mondo che ricorre incessantemente al proprio passato: non c’è soggetto attivo che non produca documentazione sul passato, sulla tradizione, sulla memoria storica dei luoghi e delle pratiche antiche. Questa patina, spesso luccicante quanto artificiale, è costruita ad uso e consumo del presente, o meglio ne è una costante e consumata dilatazione. Non è soltanto un presente che si storicizza immediatamente, ma è anche un presente che fagocita il passato dopo aver divorato il suo futuro: «Verso il futuro: con i dispositivi della precauzione e della responsabilità, con il prendere in conto l’irreparabile e l’irreversibile, con il ricorso alla nozione di patrimonio e a quella di debito, che riunisce e dà senso all’insieme. Verso il passato. Con la mobilitazione di analoghi dispositivi, la responsabilità e il dovere della memoria, la patrimonializzazione, l’imprescrittibile, il debito. Formulato muovendo dal presente e gravante su di esso, questo doppio indebitamento, tanto in direzione del passato quanto del futuro, marca l’esperienza contemporanea del presente. (…) Grazie alle possibilità offerte dallo sviluppo dell’informatica, si è costituita una vera e propria ‘tecnologia del rischio’, che fa appello al virtuale e alle simulazioni. In un universo incerto, la scelta non comporta una sola proiezione sul futuro. Non si tratta più di ‘prevedere il futuro’, ma di ‘misurare gli effetti sul presente di questo o di quel futuro’, spingendosi avanti virtualmente in più direzioni prima di sceglierne una. (…) Si ‘parte’ dal presente e non se ne ‘esce’. La luce proviene da esso. In un certo senso non c’è neanche presente: neppure infinito, ma indefinito[1]

La grande svolta che segna la transizione epocale dal mondo premoderno a quello moderno – il cui inizio Koselleck [2] individua nella seconda metà del XVIII secolo – è, infatti, costituita dal rapido susseguirsi di eventi che esplode nella modernità, a partire dalla Rivoluzione industriale, nel momento in cui le nuove esperienze ‘dello sviluppo scientifico e tecnico non sono più sufficienti per ricavarne aspettative future’. In forza di questa improvvisa accelerazione dei ritmi della storia, comincia a divaricarsi la ‘forbice’ tra esperienze passate e aspettative negli eventi futuri, in una sempre più pronunciata dissociazione tra passato e avvenire: il progresso scientifico e tecnico che crea sempre novità e miglioramenti finisce per generare un’aspettativa incontenibile, trasformandosi in dimensione antropologica egemonica del mondo moderno: quanto maggiore è l’aspettativa, tanto minore è l’esperienza, che arretra sullo sfondo, fino a sparire.

La morte della historia magistra, la congiunzione esemplare del passato al presente, il quale se non ripeteva il passato comunque non lo eccedeva in nessun caso, compito questo destinato al modello da imitare, scompare definitivamente per lasciare il posto ad un futuro pienamente integrato nel presente che dovrebbe illuminarci sul passato. Lo strumento che il presente utilizza per rendere vivo ciò che del passato gli serve al suo futuro anteriore è l’atto della commemorazione, o meglio dell’auto-commemorazione, nel nome della memoria, dell’identità e del patrimonio: «Si ha allora che ‘Il 14 luglio’, oppure il 1880, il 1789 e il 1790 si rispondono e si prevedono a vicenda. Pèguy aveva saputo dirlo, in maniera sorprendente, in Clio: ‘La presa della Bastiglia, fu propriamente una festa, fu la prima celebrazione, la prima commemorazione e per così dire il primo anniversario della presa della Bastiglia (…) Non è stata la festa della Federazione a essere la prima commemorazione, il primo anniversario della presa della Bastiglia. È la presa della Bastiglia che è stata la prima festa delle Federazione ante litteram.’ Oggi questo aspetto è diventato una regola: ogni evento include la sua auto-commemorazione. Era vero per il maggio 1968. lo è fino all’estremo per l’11 settembre 2001, con tutte le videocamere che filmano il secondo aereo che sta schiantandosi sulla seconda torre del World Trade Center.[3]» Quale passato quindi e per quale presente?

[1] François Hartog, Regimi di storicità, Sellerio Editore, Palermo 2007, pp. 238, 239

[2] Cfr. Reinhart Koselleck, Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici, Clueb, Bologna 2007

[3]François Hartog, Regimi di storicità, cit. pag. 180