El Comisario Inùtil. Racconto breve di Luca Dresda

L’autore medita sull’utilità del commissario inùtil

Arrivato sulla scena del delitto, la vittima emanava ancora vapore acqueo. Doveva aver corso molto prima di venire raggiunta e afferrata con la forza di un gorilla. Era su un fianco, rannicchiata, le braccia che stringevano le gambe. Il corpo era di una ragazzina famosa per le imprese atletiche, soprattutto extra-sportive.

Elco guardava di continuo l’orologio. Ogni volta che col vice, Gualdo Tombolini, delineava la successione degli eventi di un crimine, lo assaliva una forma d’ansia. Eppure in paese era adorato. Il suo Commissariato era famoso per risolvere tutti i casi a tempo di record. Nessuno, tranne i suoi colleghi, aveva capito il suo segreto, e che in realtà non esisteva alcun segreto.

Tombolini descrisse la situazione. La vittima aveva segni di mani possenti sul collo. Doveva essere stata afferrata, sollevata e sbattuta a terra, nel punto in cui si vedeva una sagoma umana. La ragazza aveva perso i sensi, poi aveva gattonato semi-stordita, per essere nuovamente afferrata. Ma la morte era arrivata dopo, per spavento. Il cuore doveva aver ceduto, forse dopo avere capito come sarebbe morta. Prolungando la traiettoria visiva, Tombolini notò una bava che colava lungo il tronco di una quercia secolare. Legato a un ramo, un cappio, e a terra la classica maschera nera sadomaso con la zip sulla bocca. Tutt’attorno, una peluria castana. Questo è un artista dell’horror. Non è da tutti fare morire di crepacuore un’atleta.

Elco scartabellò nella memoria da archivista.

Lo Yedi di Brunico! disse all’improvviso. Te lo ricordi quel caso del ’94?

Tombolini, al contrario, aveva la memoria di un pesce rosso. Aggrottò le sopracciglia.

Nei primi di agosto, nei boschi attorno a Brunico, furono ritrovate tre ragazze scomparse a pochi giorni di distanza. Stessi segni sul collo. Stessa morte per spavento. Disse Elco.

Ora ricordo. L’assassino era un boscaiolo…

Ti confondi con l’Orso della Val Gardena. Quello di Brunico era un giocatore di Football Americano trevigiano, sposato con una pasticcera di Brunico. Un uomo colossale, col volto sfigurato da un incidente e una forza disumana. Gli stessi indizi. Se non fossi sicuro che si trova nel carcere di Bolzano… Stava per chiedere a Tombolini di verificare se non fosse evaso per iniziare le indagini, quando il cellulare squillò. Elco trasalì. Aspettò fino al settimo squillo, ma quel maledetto non ne voleva sapere di azzittirsi. Squadrò il display, che mostrava il numero della centrale.

Non risponde, ‘Shpettò? Chiese Tombolini.

Sì, sì, certo! Cos’hai, fretta?” Sbraitò Elco. Una vocina dall’altra parte squittiva eccitata. E più parlava più Elco roteava gli occhi per lo scorno, il fastidio per la notizia.

Siete sicuri? Domandò senza convinzione. La risposta fu la stessa di sempre. Elco riattaccò e squadrò Tombolini, che gli domandò:

Si è consegnato? Lo Yedi?

Il commissario annuì senza fiatare. Era rassegnato più che incredulo.

Elco entrò in centrale a testa bassa. Si sarebbe detto imbarazzo. Ma era rabbia. Gli succedeva ogni volta che un criminale si consegnava. La cosa era diventata incontrollabile da quando una legge retroattiva aveva deciso che anche gli anni di tirocinio non riscattati venissero conteggiati nei contributi previdenziali; e così, si era ritrovato a un passo dalla pensione, col rischio di non essersi mai misurato con uno dei tanti assassini che infestano il mondo. Nel suo ufficio trovò Federici ad attenderlo. Elco lo stimava perché non si permetteva ironie. Non aveva mai parlato del culo che aveva a non trovarsi un solo caso di omicidio irrisolto; non metteva il dito nella sua piaga di detective della omicidi super-addestrato che non aveva neanche solo iniziato un’indagine in tutta la sua carriera. I killer che avevano ucciso nella sua giurisdizione, colpiti da una forma sconosciuta di demenza, si erano consegnati tutti.

Federici non perse tempo in spiegazioni.

Tenga, commissa’. Il suo racconto coincide in tutto e per tutto con i riscontri.

Elco prese il dossier, entrò nella sala interrogatori e si avvicinò allo Yedi livido in volto, dopo aver spento registratori e telecamere.

Che cazzo ci fai qui?

Lo Yedi fu preso in contropiede.

Come puoi consegnarti così, a un’ora del tuo primo omicidio dopo tanti anni? Non hai un po’ di amor proprio? Un po’ di orgoglio professionale?

Professionale gli era sfuggito, ma era la sua fissazione. La professione. Il lavoro che sognava fin da bambino, che ormai le confessioni dei criminali avevano trasformato in un tormento.

Perché non ti fai cercare, invece di consegnarti così, come un bamboccio? Cosa sei, un chierichetto? Hai i sensi di colpa? In carcere hai conosciuto un prete che ti ha convertito? Ti ha consigliato anche di uccidere quella ragazzina? L’hai uccisa di paura. Ti rendi conto? Sei un genio del male e non mi dai la possibilità di trovarti? Ansimava.

Lo Yedi, un omone dalle sembianze disumane per l’esito nefasto degli interventi di chirurgia ricostruttiva, i polsi incatenati a due ganci che avrebbero retto anche agli strattoni di King Kong, lo guardava incredulo. Quando parlò, gli uscì una voce delicata e tremolante, con un linguaggio che non gli si addiceva.

Commissario, in cella ho capito che quelli come me non devono tornare in libertà. Ho provato a dire al giudice che facevano un grave errore, ma il mio avvocato mi ha chiuso la bocca e ha ottenuto gli arresti domiciliari. E così ne ho approfittato. Dovevo uccidere di nuovo e condannarmi al carcere a vita. Avevo saputo del suo commissariato. Della incredibile percentuale del 100% di casi risolti… e così, sono venuto qui, sicuro che lei mi avrebbe preso e non avrebbe commesso errori. E infatti…

Ma infatti cosa, brutto imbecille? Eh? Infatti cosa? Elco si alzò e girò per la saletta con le mani tra i capelli, quasi volesse strapparseli. Ti sei consegnato da solo! Io non ho fatto niente! Non mi hai dato il tempo neanche di prendere appunti, brutto imbecille!

Lo Yedi non capiva la sua reazione, ma era sollevato. Perché era sicuro di finire in galera. Il suo piano era riuscito.

Ascoltami bene. Ora ti slegherò e farò finta di non averti mai visto. E tu mi sfuggirai e farai come tutti gli altri serial killer che si rispettino, come Ted Bunty, o Earle Nelson, o Gary Ridgway, o come Enriqueta Martì e Leonarda Cianciulli! Oppure fa’ come hai fatto quando uccidevi a Brunico, cazzo, ma datti un contegno! Mi hai sentito?

Lo Yedi non rispose. Guardava Elco cercando di capire cosa avesse in mente. L’idea di uscire lo terrorizzava.

Figlio d’un cane, hai capito quello che ti ho detto? Tu devi andartene e darmi la possibilità di prenderti! Ne ho le tasche piene di voi che vi consegnate come mammolette! Voglio il mio caso! E ho deciso che sarai tu!

Elco fece per liberarlo, ma lo Yedi esplose. Con una forza che non sapeva neanche di avere, fece saltare i ganci. Si alzò e andò urlando al falso specchio sbattendo con la testa e i pugni per richiamare l’attenzione di chi se ne stava là dietro a osservarli senza sentire una parola.

Aiuto! Aiuto! Basta! Va bene, confesso! Confesso tutto! Basta che me lo levate di torno! Aiuto! Aiuto!

Elco, col fiatone e la bava alla bocca, lo fissava strabuzzando gli occhi. Il Capitano ordinò ai suoi di bloccare lo Yedi, che si fece riammanettare mansueto e si liberò la coscienza. La sua confessione fece scalpore. Ne parlarono tutte le televisioni, con approfondimenti, inchieste a tempo scaduto, analisi criminologiche e, su tutto, celebrazioni del talento di Elco, il genio degli interrogatori obliqui. Qualcuno chiese che il suo pensionamento fosse annullato d’ufficio. Lo Yedi fece chiudere tre casi analoghi di anni prima, quando era ventenne. Tre prostitute nigeriane, omicidi un tempo archiviati in fretta come regolamenti di conti nell’ambito della tratta delle donne africane. Elco ricevette l’ennesimo encomio. Fu convocato dal Ministro degli Interni, che gli appuntò una medaglia al valore e per premio gli regalò il suo meritato pensionamento con due anni di anticipo. Venne ricordato da tutti come un eroe. Ma per i colleghi di pari rango restò per sempre El Comisario Inùtil.

Quattro salti seguiti da un passo (la campana). Racconto breve di Luca Dresda

apnea-lanzaroteI primi quattro passi vanno a segno, poi un’improvvisa distrazione lo fa esitare. Tra testa e gambe s’interrompe il collegamento. Il piede si alza ma lui sa già che sbaglierà l’atterraggio. Non si ferma neppure a guardare quale sia stata la causa. Quando torna indietro per ripartire dal dissuasore, è più determinato che mai a farcela. Prende un respiro profondo. Lo trattiene quei cinque secondi che servono a riequilibrare ogni aritmia, espira lentamente e accompagna lo svuotamento con il movimento delle mani, come se spingesse verso il basso una tavoletta che galleggia sull’acqua di una piscina. E ‘piscina’ è una di quelle parole che aprono dei varchi nei suoi ricordi. Il luogo dov’è cresciuto, ha passato con tensione l’apprensione degli istruttori che vogliono scremare i tordi dai forti fin da subito, a cinque o sei anni. Usando mezzi bastardi. È passato dal nuoto alla pallanuoto. Si è corroso le prime vie aeree col cloro fino a non potersi più avvicinare a una piscina. Ma vuol dire anche nuoto. Nuotare. Percorrere chilometri con la testa in acqua, in questo limbo, nella protezione e nella culla delle piccole onde frastagliate che si formano tra corsia e corsia, rifratte dalle separazioni in lattice. Significa una corsa contro il tempo che in mare si fa distacco e solitudine. Vuol dire morbidezza e polmoni che si spalancano e pompano sempre più energia. Ma è solo un ricordo adesso. E lo richiude per ripartire.

Le coppiette e i bambini sono già sistemati nella pineta dei Borghese con i plaid e l’armamentario per finire frastornati dal cibo, faccia in su, a guardare i profili delle chiome dei pini di Roma. Il sole si fa attendere guardingo. Lecca le chiome dei sempreverdi accennando a una sinfonia primaverile che sembra tentennare. Villa_borghese_pineta_02Il buffet si riempie gradualmente di pizzette, panini, cous cous vegetariani, insalate miste, altre pizzette, panini all’olio immersi nella maionese, bibite, vino bio, birre, acqua, tabulè, fave e pecorino, insalate veg, posate riciclabili accanto a piatti di plastica, così come il prosciutto e le torte vegane, yin e yang di un pomeriggio da passare in comunità. C’è armonia. I bambini non si accalcano al buffet come di norma. Forse vogliono risparmiarsi per il dolce, la grande torta per festeggiare 4 compleanni. I genitori sono tutto un sorriso. Racconti sull’anno scolastico che sta terminando, sui progetti per l’estate che da quando ci sono i figli tendono a ripetersi, soprattutto quando hanno trovato un equilibrio armonico; la bocca si muove e per il momento ogni gruppo si tiene un suo spazio vitale separato. Ma durerà poco. Molto presto sarà tutto un brindisi e un comporsi e scomporsi di sottogruppi con gli stessi centri e le stesse battute di sempre.

C’è un semaforo intelligente che separa il viale alberato concepito in epoca fascista per tagliare in due il quadrante nord-est della città dal piccolo vicolo privato che molti scelgono come scorciatoia per attraversare la villa comunale senza doverla aggirare tutta. L’intelligenza sta nel non cambiare quasi mai colore. Pochi l’hanno visto passare dal verde al rosso passando per il giallo. Keat un giorno ci si era messo d’impegno, ma era stato sfortunato. Tutta colpa della sentenza della Consulta. I favoritismi non vengono più fermati dai colleghi politici, a fermare le leggi ad personam ci deve pensare una giustizia che affoga nell’improbabile mare magnum di possibili indagini da istituire. Il politico ha cambiato casa, ma il semaforo se ne resta lì, inutilizzato. Dimenticato come un vecchio gioiello di famiglia troppo ingombrante e pacchiano. Con i suoi due colori potenziali e un’intelligenza inservibile. Che verrebbe voglia di espatriare e lasciare per sempre questa valle d’indifferenza.

Il passo doveva essere fluido e partire già mirando il sanpietrone su cui planare, senza toccare i margini e uscire nell’interstizio tra i due bordi adiacenti. Era tutto un fatto di alluce, che guidava il piede e trascinava la gamba avendo in sé già la proiezione del punto di approdo. Partito il movimento, l’occhio doveva già spostarsi al riquadro successivo. Inviare l’immagine con il calcolo della distanza all’altro alluce-piede-gamba. Uno, swish, pam. Due, swish, pam. Fluidità e continuità. Era al terzo. Poteva già essere sicuro che avrebbe eguagliato il record precedente. La strada per coprire i 5 metri di selciato prima dello sterrato era lunga, ma tutto iniziava con il primo passo. Passo dopo passo, così aveva detto Splinter. Anzi, un passo alla volta. E qui si stagliò davanti a lui la figura di sua zia. Anzi, della zia della madre. La centenaria siciliana che aveva sposato un professore d’arte e disegno di Fano.

Il primo Spritz era già stato scolato senza pensarci su due volte. Era seguita una serie incalcolabile di variazioni sul tema che facevano già barcollare più di un padre, mentre i figli scalpitavano per la partitella a calcio tra i tronchi bitorzoluti dei pini. I bicchieri leggermente arrossati dal campari brillavano di luce solare riflessa, i cubetti di ghiaccio in continua mutazione, scheggiati e mezzi sciolti. Bombi e vespe volteggiavano attorno al piccolo accampamento attirati dai colori e dagli zuccheri in eccesso. Fotografie isotopiche con facce e raggruppamenti diversi. Urletti delle bambine. Un pallone sfoderato prima della cartucciera per cocktail e della stoviglieria. Qualche mamma troppo bella per la sua età e altre su cui il peso della maternità non riusciva a fluire via. Mariti collaboranti, appresso a marmocchi in esplorazione e con in braccio i nuovi arrivati. Un mare di plaid di una lana arroventata dal sole. L’aria di una convivenza pacifica spesso dimenticata.
mercatoIn un anfratto tra i banchetti di frutta e verdura e il semenzaio, a piazza Vittorio, vive una piccola comunità di ratti che spesso vengono allontanati dai tentativi propagandistici dell’amministrazione pubblica di ripulire la città dalle bestie non apprezzate dagli elettori moderati. Sono romani da generazioni. Un avo pare abbia fatto sobbalzare di terrore la governante del gaetanino durante l’edificazione della piazza e la contemporanea proclamazione dell’impero tedesco nella galleria degli specchi a versailles. Un’apparizione di stampo irredentista che non ottenne alcun risultato. La città neocapitale ebbe la sua piazza kochiana e i ratti vennero cacciati brutalmente con metodi che anche i moderni guerrieri sunniti avrebbero ritenuto sopra le righe. All’alba del giorno dopo, però, sui resti della loro tana, nello stesso punto di prima, tra le radici di un frassino e il canale di scorrimento delle acque reflue dei palazzi nuovi di zecca che parevano sculture di ghiaccio, già i pochi superstiti della famiglia cominciavano a ricostruire un antro abitabile. E così via.

Al terzo salto, o passo lungo, un ramoscello fa scivolare il piede destro fuori dai margini del blocco di leucitite. Keat sgrana gli occhi. Resta qualche istante fermo, quasi senza respirare. In fondo al vialetto sterrato, all’interno della villa, può intravedere qualcuno e qualcosa. Immagina un sorriso di piacere e forse uno sguardo che lo cerca. È già l’una e mezzo. Il pranzo deve essere al suo culmine. Immagina i brindisi, le battute, i tanti strilli dei bambini e la mandibola sempre in piena azione. Forse è un bene che non sia già arrivato. Per il suo fegato, il suo stomaco, per la sua ansia di prestazione, pensa. Per la paura che lo prende da qualche tempo ad affrontare una tavola imbandita. Per una proibizione che parte da un luogo nascosto da anni, da quando ha memoria. È ancora in tempo per godersi la giornata superando l’assalto al buffet. Ma ora deve tornare all’inizio del selciato e ricominciare di nuovo. Deve capire qual è stato il suo sbaglio. O tutti gli sbagli. Cosa lo ha portato lì. A essere la persona che ora si attarda in una prestazione obbligatoria a poche centinaia di passi dal ritrovo dei suoi vecchi amici.

Non passa momento senza che una mano afferri la bottiglia e la inclini su un bicchiere. Brindisi seri si alternano a giochi di parole e risate lievemente sopra le righe. Strano che le bottiglie non siano già tutte vuote. Ma ora è il momento dello scioglietelerighe. L’organizzazione ha avuto successo. Sono apparsi i dolci, la grande torta ricoperta di panna per festeggiare il compleanno multiplo e le candeline per il rituale più importante, fotografato e ormai dato sempre più per scontato in ogni festeggiamento. Qualche perlustrazione, giochi non ortodossi, un sonno incipiente, l’ombra che ha sorpassato il mare di plaid e si allunga verso la casupola del cinema lì vicino. Sorrisi audaci di padri a madri di figli altrui, una coltre di indolenza soddisfatta. E il pallone che sembra non fermarsi mai dal momento in cui viene sfoderato. Qui e là i soliti autoscatti con sorrisi di forma, tentativi di coprire le rughe, i gonfiori, qualche ciocca fuori posto. Ma gli amici si sono ancora una volta fusi, sono immersi nelle loro intimità, nel loro gergo costruito negli anni. Hanno costruito un altro pilastro del loro lungo rapporto. Cincin dopo cincin, si sono portati via la prima parte del pomeriggio. I plaid sono scarmigliati, qui e là qualche sagoma distesa un po’ sbilenca. Un cane lecca il muso del padrone. Più in segno di godimento che per chiedergli di saltare in piedi e tirargli un osso o qualcosa che gli assomigli. Il sole si è conquistato il suo spazio vitale e penetra in ogni fessura tra i rami e il fogliame, addolcendo una stagione che ancora non è partita con decisione. Si direbbe la proverbiale giornata da incorniciare. Manca solo Keat. E ormai nessuno si domanda il perché. Sono abituati a saperlo indeciso. Forse in difficoltà. Ma che importa se non ci si vede mai? Quale solidarietà si può dare a chi esce per sua scelta dalla tua sfera d’influenza?

I tanti strati di asfalto uno sull’altro avevano ridotto a uno strano passaggio seminterrato i minuscoli salvagente di via de’ Festaroli. La stradina era troppo stretta per farci passare il mostro che gratta via il manto stradale e, nel tempo, ci si era quasi dimenticati di guardarsi attorno per notare le differenze, i cambiamenti che fanno del mondo quell’invaso entropico che ci costringe a una continua manutenzione. E le toppe e i piccoli aggiustamenti del manto stradale, miracolosamente percorso da macchine di ogni cilindrata a una velocità spesso che faceva pensare a un autodromo più che a un vicolo centrale a gomito, avevano avuto un effetto innaturale. In origine, più che un marciapiede, era un pianale in marmo, tipico di alcune costruzioni tardo medioevali e rinascimentali, in cui per facilitare la pulizia e dare un aspetto più ordinato all’edificio si applicavano alcune lastre di marmo spesse fino a 15 centimetri e profonde 50, davanti alla facciata, più spesso nelle case di signori meno facoltosi, solo davanti l’ingresso. Le iscrizioni poi, facevano un largo uso della fantasia più raffinata. Le citazioni della Bibbia di stampo apotropaico o devozionale erano state sostituite da omaggi più o meno profani alla famiglia proprietaria dell’immobile, fino a vere e proprie pasquinate in due versetti rimati, che invocavano la clemenza della natura e dei governanti su quella proprietà sudata o che fissavano il momento della sua inaugurazione invocando il santo del giorno accompagnate dalla tipica firma con mani e piedi del nobile di turno poi ripresa dalla Walk of Fame. Ora quelle lastre, pensate per sovrastare di qualche centimetro il manto terroso della strada, erano diventate gradoni dai quali si accedeva alle case. Il che era un problema di un certo rilievo durante le grandi piogge di mezza stagione. Risolto in modo salomonico dall’amministrazione trovando alloggio altrove agli inquilini del piano terra. Di solito i portieri o gli ex custodi. Per questo, quegli appartamenti spesso abbandonati e in cui raramente venivano scoperti animali o esseri umani selvatici vengono ancora oggi chiamati peschiere.

Si era accoccolato per cercare la concentrazione. Poi si era lasciato andare. Prima a sedere poi su un fianco, rannicchiato come un feto, sul selciato che divideva la strada dal parco e lui dagli amici che non vedeva da tempo ormai. Sembrava la volta buona, anche l’ultima. Ma il piede destro lo aveva tradito prendendo una strana deviazione, un effetto di un sospiro di fronte all’ennesima immagine. Quante volte era stato così, per terra, su una branda, nel suo letto, su una panchina. Ovunque si trovasse, anche sul bordo di una pista nera, in montagna. Con quella fitta lancinante, quel pugno infilato nel ventre che gli afferrava le budella e gli tirava le membra impedendogli di stare eretto se non sopportando un dolore lancinante, il dolore bolla, questa cappa avvolgente onnicomprensiva. Era sotto il Monte Bianco quel febbraio. Mancavano pochi giorni al suo compleanno ed era un martedì grasso o forse un giovedì grasso. Le piste erano affollatissime. Le file agli impianti di risalita strazianti. Quanto poco duravano le discese, avevano pensato i due fratelli. E la soluzione era sempre quella: allontanarsi dalle piste facili, e fare quelle per sciatori esperti, o i percorsi in neve fresca, in quelle piste che raramente venivano battute, perché meno convenienti. La delizia dello sciare sul morbido. Del disegno sulla coltre di panna. Di quella sinusoide che assomiglia a un tratto di un pennello o di uno scalpello sapiente. E quelle macchie sporche, le cadute, perché chi non è abituato all’andatura da Armstrong sulla Luna non riesce a trovare il ritmo esatto e batte facilmente un tempo sincopato ritrovandosi sommerso dalla neve, che interrompevano il flusso. Ma l’immagine s’infrange su una colica molto diversa dalle altre. Un muro che si alza improvviso e che impedisce di vedere o sentire altro se non la presa agghiacciante all’intestino, il pugno che gira, torce, stira il colon fino a quasi squartare il bambino da dentro. Una crisi che richiama l’attenzione. Che fa chiamare il soccorso e che rompe il legame fraterno sulle piste di sci. Il duo che affronta tutti muri e le pareti quasi impossibili, spalla a spalla. Una crisi che scompare quasi per magia una volta che il piccolo ragazzo troppo fragile viene coricato sull’eliambulanza. E vorrebbe scendere. Si vergogna un po’ di tutta quest’attenzione per qualcosa che poi finisce d’improvviso senza lasciare strascichi. Che già una volta era passato per i vari esami endoscopici o esoscopici e aveva visto le espressioni perplesse dei medici di fronte a una manifestazione puramente psicologica. Quella difficoltà a capire la forza della mente che non sta scritta sui libri di testo. Ed è in quella posizione che si ritrova risvegliatosi dai pensamenti. Prima di rialzarsi, notare il sole che sta declinando verso ovest e avviarsi a fare un ennesimo tentativo.

le foto: apnealanzarote; pineta villa Borghese wiki commons; italiafoodandsoul