Il Salone del Libro allo specchio dei tempi

Sono torinese di nascita e non di adozione, ho frequentato numerosissimi “Salone del Libro” di Torino perché mi piacciono i libri e perché mi è sempre venuto comodo andarci, mantengo ancor una buona memoria e detesto i fascismi e in genere tutte le forme dittatoriali o autoritarie e tante altre cose che sarebbe troppo lungo dilungarmi qui. Ricordo bene, dunque, da lontano frequentatore di quel salone con la S maiuscola, di aver sempre impattato, ahimè!, in case editrici di estrema destra, fasciste o, persino, amichevolmente naziste: piccole case editrici, di piccole città, animate e sostenute da piccoli (e miserrimi) accoliti. Questa case editrici facevano parte di quel variegato mondo inclassificabile che andava sotto il nome di editoria indipendente e che, al pari della musica non omologata, si annoverava in quel novero di produzioni sottratte alla grande produzione e distribuzione del capitale librario. C’erano, dunque, già da prima e nessuno se ne curava. Molti semplicemente non le riconoscevano, taluni ci giravano al largo e i più non le scorgevano neppure. Non credo che gli organizzatori le invitassero o le accogliessero in nome di chissà quale religione liberale o di un fantasmagorico pluralismo dottrinale o di gradimento della parola fastidiosa: a mio parere, e tale rimane, era semplicemente una prassi consolidata che tendeva più ad includere che ad escludere e non per ragioni estetiche o di condivisione: per una pura e semplice noncuranza del merito e per il fatto che ogni stand fosse (come è oggi) a pagamento. Può sembrare cinico, ma mi hanno spiegato, sin da piccolo, che anche nel magico mondo dell’etereo, del futile e del dilettevole (ma noi sappiamo tutti che così non è), che sguazza in una società di mercato quello che conta è il denaro. Conta anche altro, ma il denaro vale e pure parecchio. Pochi giorni fa è scoppiato il caso dell’editrice “Altaforte” la cui espressione libraria, nonché politica è, almeno per me, inequivocabile. Ma, attenzione bene, il fatto che abbia una connotazione e dei riferimenti politici ben precisi non significa in alcun modo che abbia costruito il suo catalogo in maniera univoca: le pubblicazioni raccolgono, tanto per capirci, una galassia di sensibilità politiche che, partendo dalla storia fascista, passano attraverso sovranismi monetari e nazionali e approdano a quelle “resistenze” antimperialiste tanto care sia ad una certa sinistra di impronta prettamente staliniana che ad una certa destra identitaria e nazionalista (quelli dello stato proletario e del socialismo in una sola nazione). Come scrivevo più sopra sono lontanissimo da tutto questo e penso che il vero punto a contendere non sia il fascismo, ma la Lega, il governo di questo paese, il governo di molti paesi, la materialità delle cose e, infine, molti dei nostri e degli altrui connazionali. La correlazione, perché di questo si tratta, è tra la casa editrice Altaforte e il libro intervista a Salvini: molti si sono accorti di Altaforte editrice non per Altaforte editrice. E non se ne sarebbero accorti in alcun modo senza Salvini. Il cortocircuito vero di quell’intervista è che parla, ancora prima che nei contenuti, del rapporto stabile, di complicità ancora meglio, tra fascismi e forze politiche, governative e non, di questo paese. E dei silenzi compromissori di molte altre. La forma supera e sostiene il contenuto: essa stessa divenne la fonte di quella legittimità che permise a Casa Pound di partecipare ai cortei della Lega; oppure che diede la foto di un pranzo (cena?) tra selfie, sorrisi e mazzieri; che consentì lo sfoggio dei giubbotti di qualche marca ben precisa e compiaciutamente esibita; che protese il corpo dai balconi e dai balconcini; che proferì le parole di un gergo tipicamente fascista (“le zecche”, ad esempio); che consentì le liste e le cariche elettive condivise tra camice nere e camice verdi. Quel libro parla dell’Italia (dell’Europa e del Mondo) molto di più di quanto non facciano altre parole o immagini. Non si può stare in silenzio senza prendere le dovute distanze o le chiarificatrici assenze. A patto, però, di sapere che le contraddizioni sono ben più vaste, articolate e profonde di qualche intromissione o estromissione o delle denunce per per apologia.

Ancora una volta il fascismo è parte dell’autobiografia di questa nazione.

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Il linguaggio delle “idee senza parole”. Dietro la “Lega” e oltre

Tradizione, Terra, Origine, Storia, Buonsenso, Comunità, naturalmente maiuscolizzate, sono parole-simbolo che, forti di un substrato mitico, presumono un retaggio di verità esoteriche. Le idee sottostanti hanno uno scheletro morfologico e sintattico che ha un rapporto con queste parole fatto di relazioni precarie, temporanee e approssimative. Dicono e nello stesso tempo celano nella sfera segreta del simbolo: le proposizioni caratterizzate da stereotipi, frasi fatte, locuzioni ricorrenti impiegano sintagmi e pochi vocaboli: “il linguaggio delle idee senza parole presume di poter dire veramente, dunque dire e insieme celare nella sfera segreta del simbolo, facendo a meno delle parole, o meglio trascurando di preoccuparsi troppo di simboli modesti come le parole che non siano parole d’ordine” (Furio Jesi, Cultura di destra. Il linguaggio delle “idee senza parole”, Garzanti, Milano 1993). Il “tanti nemici, tanto onore!” di lontana memoria. Sono i miti e i riti che il parlante ha in comune con l’ascoltatore: “Voglio fare prima con voi un giuramento – dice Salvini in chiusura del comizio a Milano – mi impegno e giuro di essere fedele al mio popolo, ai sessanta milioni di italiani, di servirvi con onestà e con coraggio. Giuro di applicare davvero quanto previsto dalla Costituzione italiana da alcuni ignorata e giuro di farlo rispettando gli insegnamenti contenuti in questo sacro Vangelo. Io lo giuro. Lo giurate assieme a me? Andiamo a governare, riprendiamoci questo Paese” (Fonte “il Giorno” del 24 febbraio 2018).

La radicalità del discorso leghista passa sia dalle enunciazioni mitopoietiche sia dai necessari e conseguenti riti liturgici volti a creare una comunità solidale di appartenenza. La separazione dall’altro procede attraverso la riformulazione continua del primato etnico recuperando, di fatto, il concetto di “razza” sotto mentite spoglie culturali: “Non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate” (Attilio Fontana candidato della Lega Nord alle regionali lombarde. Fonte “Il Giornale” del 16/01/2018). Ogni società nasce ai propri occhi nel momento in cui si dà la narrazione della sua violenza –  afferma J. P. Faye (“Violenza”, in Enciclopedia, Einaudi, Torino, 1981): la narrazione agisce e cambia l’azione stessa mentre la racconta. Per tale motivo, cambiando ciò che essa racconta, essa cambia se stessa raccontando. La narrazione come oggetto che cambia e che cambia il suo oggetto. Ecco il primo assioma, o la serie assiomatica da cui si dovrà partire: “Bisogna salvare chiunque in mezzo al mare, ma poi riportarlo indietro. Bisogna scaricarli sulle spiagge, con una bella pacca sulla spalla, un sacchetto di noccioline e un gelato”. (Salvini, fonte Il Giornale del 12/01/2017)

Invasione, sostituzione e animalizzazione. Ci si chiede perché possa rivelarsi al pubblico e in pubblico, senza alcun ignominia personale, gente che esulta per la morte di persone, bambini compresi, annegati nel Mediterraneo o che alcuni si compiacciano, mostrando l’orrida lingua e il raccapricciante volto in pubblico, per il ferimento mortale di una neonata rom in braccio a sua madre. La ragione è presto detta: l’animalizzazione dell’altro, ovvero la sottrazione del nemico immaginato al proprio genere, quello umano, e la sua conseguente bestializzazione fisica, psichica e morale. (Francesco Germinario, Argomenti per lo sterminio. L’antisemitismo e i suoi stereotipi nella cultura europea (1850 – 1920), Einaudi, Torino 2011) La storia è piena di metafore zoomorfe: l’alterità irriducibile a sé permettere di derubricare ogni comportamento criminale rivolto ad un essere umano paradigmatico, indistinto e appartenente ad una genia disumanizzata e perciò stessa animalizzata. Prima tocca ai meridionali, poi ai migranti, dunque agli zingari e infine a tutti coloro che non rientrano nei codici stereotipati dei valori integrati ed integrali dell’uomo occidentale bianco, apparentemente monogamo, sicuramente eterosessuale, tanto riproduttivo quanto produttivo, possibilmente benestante: “Quando saremo al governo polizia e carabinieri avranno mano libera per ripulire le città. La nostra sarà una pulizia etnica controllata e finanziata, la stessa che stanno subendo gli italiani, oppressi dai clandestini” (Salvini, agosto 2016, al comizio di Ferragosto a Ponte di Legno. Fonte panorama.it). In questo senso anche un cristianesimo astratto, la cui necessità ed esistenza serve solo a garantire la costruzione del modello fondativo italico-padano e dei i suoi naturali disposti valoriali funziona come “il presunto motore immobile e invisibile di una macchina che serva a molte cose, nel bene e nel male. È memoria, rapporto con il passato, ritratto del passato in cui qualche minimo scarto di linea basta a dare un’impressione ineliminabile di falso; archeologia, e pensieri che stridono sulla lavagna, e che poi talvolta, inducono a farsi maestri per provocare anche in altri lo stesso stridore. Ed è violenza, mito del potere; e quindi anche il sospetto mai cancellabile dinanzi alle evocazioni di miti incaricate di una precisa funzione: quella innanzitutto di consacrare le forme di un presente che vuol essere coincidenza con un ‘eterno presente’”. (F. Jesi, Scienza del mito e critica letteraria in ID., Esoterismo e linguaggio mitologico. Studi su Rainer Maria Rilke, D’Anna, Messina-Firenze 1976)

La posizione e il campo di appartenenza valgono in sé e per sé come qualificazione di presunta veridicità: ciò che si afferma sfugge, infine, ad ogni ipotesi di verificabilità proprio nella misura in cui ogni assioma contiene in sé verità non solo non dimostrabili, ma a cui non avrebbe alcun senso domandare una qualsivoglia attendibilità. Ponendosi come verità illimitate, piene ed inequivocabili, le  ricadute di quei paradigmi assoluti possono tenere a sé il falso. Un  falso che non può in alcun modo prestarsi ad essere confutato. Il proliferare di notizie mendaci credute come veritiere fa parte di questo processo di posizionamento e di incorporazione. In questo senso a nulla valgono le smentite di forma e di sostanza: non tanto perché in assoluto non valevoli, ma perché non aderenti al campo “giusto”.

Il mito è dunque un valore che non ha per sanzione la verità: “niente gli impedisce di essere un alibi perpetuo: gli è sufficiente che il significante abbia due facce per avere sempre a disposizione un altrove: il senso è sempre pronto a presentare la forma; la forma è sempre pronta a distanziare il senso. E non c’è mai contraddizione, conflitto, deflagrazione tra il senso e la forma: essi non si trovano mai nel medesimo punto. Allo stesso modo, se sono in automobile e guardo il paesaggio attraverso il vetro, posso puntare a piacere sul paesaggio o sul vetro: ora percepirò la presenza del vetro e la distanza dal paesaggio; ora al contrario la trasparenza del vetro e la profondità del paesaggio. Ma il risultato di questa alternanza sarà costante, il vetro mi sarà contemporaneamente presente e vuoto, il paesaggio mi sarà contemporaneamente irreale e pieno. Lo stesso nel significante mitico: la forma è vuota ma presente, il senso è assente e tuttavia pieno. (R. Barthes, Mythologie, Éditions du Seuil, Paris 1957 in ID. Miti d’oggi, Einaudi, Torino 1994).

La stessa distanza si crea tra simboli esibiti, siano essi crocifissi, rosari, marchi di abbigliamento come stilemi d’appartenenza ad una vasta area della destra radicale, bracciali di stretta osservanza e di reciproco riconoscimento ultras… e l’enigma che, nascondendo in sé la sua regola costitutiva, non offre la possibilità che il suo significato sia compreso: “Oggetto del simbolismo è l’aumento dell’importanza di ciò che è simbolizzato” (Whitehead, Simbolismo, in Gennaro Sasso, Allegoria e simbolo, Aragno, Torino 2014)

Serrare tra le dita della mano un Cristo penzolante abbarbicato all’altalena di un rosario non conduce verso la comprensione di una attendibilità storica di amor caritatevole, a fondamento della società  preconizzata, ma allarga lo iato tra immagine esibita e il contenuto di verità presunta. E questo iato non è altro che una religio mortis.

Foto tratta da wikipedia common