Due Gavi che non ne fanno uno

Mario Soldati Di Gorupdebesanez – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31004695

Quando si va ad una degustazione in cui vengono presentati, in fila per tre con il resto di due, dei vini in batteria, si cerca di carpire alcuni segreti per trarne delle considerazioni generali valevoli, almeno per 15 minuti, per tutto il genere umano. In verità, vi dico, si prova a fare molto di più: si insegue, al medesimo tempo, l’uguale e il differente. L’uguale dovrebbe richiamare non tanto l’identico a sé quanto il tipico. Il differente è, invece, colui che se ne discosta (in meglio o in peggio). Capirete come la questione si faccia assai complessa perché ogni tentativo che non tenga in debito interesse delle variabili strutturali che si sono stratificate, interrotte, sovrapposte e impilate nel corso di decenni, metterebbe a dura prova ogni qualsivoglia tentativo minimo di comprensione di ciò che accade al momento. Ma non solo: anche ogni tentativo che sfugga il presente e i suoi discorsi non ci permetterebbe di capire un granché. Se per tipico, ad esempio, intendiamo ciò che nella liturgia bizantina (greco τυπικόν) è l’ordo che contiene, giorno per giorno, il carattere e lo svolgimento dell’ufficiatura divina sia per la recita del breviario sia per il servizio dell’altare, allora siamo belli che spacciati. Perché, in questo caso, il tipico rappresenterebbe soltanto quei i caratteri che, per essere comuni a tutti gli individui di una categoria, possono assumersi come distintivi della categoria stessa. Però capita, sempre più spesso, di parlare con dei produttori che la buttano lì: “faccio il vino come lo si faceva una volta” – a cui segue: “una volta il vino x era così, poi è cambiato per questo e per quest’altro motivo”. Essi rivendicano, quindi, una tipicità antica, remota, non più attuale. In questo loro riscatto c’è, però, qualcosa di predittivo che, in altre parole, sostiene quanto segue: “stiamo ridisegnando un sentiero, non nuovo, che altri potrebbero seguire”. Pensate solo per un momento ai vini ancestrali, alla loro sostanziale dipartita dal pianeta terrestre per molti e molti anni e, successivamente, alla loro vivace e immanente riapparizione con tanto di congiunzioni astrali favorevoli.

Così vado alla rassegna “Tutto il Gavi a Genova” in quella terrazza del grattacielo Piacentini che toglie il fiato agli occhi di chi guarda e provo fare una media ponderata di sensazioni palatali di vino Gavi nelle diverse varianti proposte, framezzate da assaggi torte di verdura e di riso che, manco a dirlo, finiscono piuttosto presto. Alla fine mi concentro su due vini agli antipodi e non solo perché uno è riserva e l’altro no. Il primo è la Regaldina di Terre di Maté 2018 di Stefania Carrea, biologico in essenza, di solfiti non vede l’aggiunta e apparecchia tavola con i lieviti che si accomodano da quelle parti, pare che racconti la storia di quando Mario Soldati fece visita nel 1975 al senatore Carlo Pastorino: “paglierino chiaro, tenui riflessi verdolini. Profumo lievemente pastoso, a cui corrisponde poi un sapore come di mandorle. Leggero, amabile, ma con un fondo decisamente secco”. (Vino al vino) Se posso dire e se posso discostare, affermo con buona certezza che questo vino non balla la rumba, né la salsa e neppure il merengue: tropicalizza, in definitiva, assai poco. Il secondo vino che ha col primo un rapporto di lontana cuginanza è Le Zucche – Gavi docg Riserva Vigna 2015 di Roberto Ghio: sur lie in botte piccola si fa forza della selezione clonale di uve antiche abbarbicate in uno dei punti più alti del territorio Gaviese, fatto di marne che poggiano su conglomerati di natura fluviale, prima che si getti nel mare ligure. Il giallo si fa intenso, dorato e rimanda subito a note ossidative non stancanti né affievolite dal sorso che danza con mango, pesca e agrumi. Il sole dentro il vino lo portano anche le spezie gialle: note di zenzero e quindi accenni di curcuma leggermente amaricante. E poi uno sbuffo di miele. Come dicevo, di due Gavi non ne esce uno.