Perché un degustatore qualsiasi dovrebbe interessarsi al “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”

Cannocchiale galileiano, riproduzione di uno dei cannocchiali di Galileo, sec. XX Di Alessandro Nassiri per Museo scienza e tecnologia Milano – Museo nazionale della scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48703078

 

“Una verità acquisisce il suo senso pieno solo al termine di una polemica. Non esistono verità prime. Esistono solo errori primi. Non bisogna dunque esitare a iscrivere all’attivo del soggetto la sua esperienza essenzialmente infelice. La prima e più essenziale funzione dell’attività del soggetto è di sbagliarsi. Più complesso sarà il suo errore, più ricca sarà la sua esperienza”

(G. Bachelard, 1970. “L’idéalisme discursif”)

La parola ‘errore’ deriva dal latino ‘errare’ che significa sì sbagliare, ma, ancora prima, vagare, peregrinare, vagabondare: è un allontanarsi dalla retta via o, comunque dalla via tracciata in precedenza che, magari, così retta non è. I vini sono zeppi di errori e allora hanno inventato le macchine per correggere questi errori o, addirittura, per cancellarli del tutto. Poi sono arrivati alcuni che, ad un certo punto, hanno strepitato: “Ma questi non sono errori! Sono fatti proprio così! perché, vedete” – hanno aggiunto – “se da quei vini togliete i loro errori non sono più se stessi, ma altro!” Allora la questione è accordarsi sugli errori, che pare facile; oppure, diversamente, stabilire se alcuni errori possono far pensare non solo ad un loro superamento, ma piuttosto a decidere se vi è un’altra via per realizzare quei vini in un altro modo. Cioè senza errori, ma fatti diversamente e non solo concepiti come quelli a cui volevano toglierli senza cambiare null’altro. Oppure, infine, dei vini con alcuni errori che, se interpretati diversamente, tali non sono più. Ma di cosa stiamo parlando se non di uno scontro che dura da un bel po’ di millenni e che non trova soluzione: perché se fosse solo una questione di scienza già ne avremmo di gatte da pelare. Ma qui si mettono di traverso i gusti, le mode, i palati, le soggettività, le filosofie, le geografie, le derive dei continenti e via di questo passo. Ma ci torno dopo. Ora mi faccio aiutare ancora per un po’ dal professor Grammaticus.

“La macchina ammazzaerrori”. Gianni Rodari, Il libro degli errori, Einaudi Ragazzi, Torino 1997

«Una volta il professor Grammaticus inventò la macchina ammazzaerrori.

  • Girerò l’Italia, — egli annunciò alla sua fida domestica, — e farò piazza pulita di tutti gli errori di pronuncia, di ortografia e simili.
  • Con quella roba lì?
  • Non è una roba, è una macchina. Funziona come un aspirapolvere, aspira tutti gli errori che circolano nell’aria. Batterò regione per regione, provincia per provincia. Ne parleranno i giornali, vedrai.
  • Oh, basta là,— commentò la domestica. E per prudenza non aggiunse altro.
  • Comincerò da Milano.

A Milano il professore andò a sedersi a un tavolino di caffè, in Galleria, mise in funzione la macchina e attese. Non ebbe molto da attendere. Ordinò un tè al cameriere, e il cameriere, milanese purosangue, gli domandò con un inchino: – Ci vuole il limone o una sprussatina di latte?

Le due esse erano appena uscite al posto delle due zeta dalla sua bocca lombarda, poco amica dell’ultima consonante dell’alfabeto, che la macchina ammazzaerrori indirizzò energicamente il suo tubo aspirante in faccia al cameriere.

  • Ma cosa fa? A momenti mi portava via il naso con quella roba lì.

Non è una roba, — precisò il professor Grammaticus, — è una macchina. Sono ancora poco pratico nell’usarla.

  • E allora, perché la fa funsionare?

Splaff! Il tubo aspirante guizzò in direzione della nuova «esse» e colpi il cameriere all’orecchio destro.

  • Ohei! Ma lei mi vuole proprio ammassare!

Sploff! Nuova sberla volante, questa volta sull’orecchio sinistro.

Il cameriere cominciò a gridare: –  Aiuto, aiuto! C’è un passo!

(…)

  • Ce l’ha la licensa?

Cielo, un vigile urbano.

  • Licenza! Licenza, con la zeta, — gridò Grammaticus.
  • Con la seta o sensa, ce l’ha la licensa? Si può mica andare in giro a vendere elettrodomestici senza autorissasione.

(…)  La sera sbarcò a Bologna, deciso a fare un’altra prova. Si cercò un albergo, si fece assegnare una stanza e stava già per andare a dormire quando il portiere dell’albergo lo richiamò.

  • Mi scusi bene; sa, mi deve lassiare un documento.

Squash! La macchina ammazzaerrori scattò.

  • Ben, ma cosa le salta in mente?
  • Abbia pazienza, non l’ho fatto apposta. Lei però è proprio un bolognese…
  • E cosa vuole trovare a Bologna, i caracalpacchi?
  • Voglio dire: perché non pronuncia «lasciare» come va pronunciato?
  • Senta, signore, non stiamo a far ssene.,.

Skroonk! Il tubo aspiratore era balzato attraverso l’atrio e aveva colpito alla spalla il portiere petroniano. Il professor Grammaticus corse a barricarsi in camera, ma il portiere lo segui, cominciò a tempestare di pugni la porta chiusa a chiave e gridava:

  • Apra quell’ussio, apra quell’ussio!

Sprook! Spreeek! Anche il tubo aspiraerrori, dal di dentro, batteva contro la porta, nel vano tentativo di raggiungere l’errore di pronuncia tipico dei vecchi bolognesi.

  • Apra quell’ussio, o chiamo le guardie. Squak! Squok! Squeeeek!

Batti di fuori, batti di dentro, la porta andò in mille pezzi.

Il professor Grammaticus pagò la porta, tacitò il portiere con una ricca mancia, chiamò un taxi e si fece riportare alla stazione. Dormì qualche ora sul treno per Roma, dove giunse all’alba.

  • Mi sa indicare dove posso prendere il filobus numero 75?
  • Proprio davanti alla stazzione, – rispose il facchino interpellato.

(…) Il professore schiacciò il tasto con il mignolo, sperando finalmente di ottenere un buon risultato. Le altre volte lo aveva schiacciato con il pollice. Ma la macchina, si vede, non faceva differenza tra le dita. Un colpo bene (o male) assestato fece volar via il berretto del facchino,

  • Aho! E ched’è, un attentato?
  • Ora le spiego…
  • No, no, te la spiego io la situazzione,- fece il facchino, minaccioso.

Questa volta il tubo colpì la vetrina del giornalaio, perché il facchino aveva abbassato prontamente la testa. Si udì una grandinata di vetri rotti. Usci il giornalaio gridando: – Chi è che fa ‘sta rivoluzzione? La macchina lo mise K.O. con un uppercut al mento. Accorsero gli agenti. Il resto si può leggere nel verbale della Pubblica Sicurezza. Alle tredici e quaranta il professor Grammaticus riprendeva tristemente il treno per il Nord. La macchina? Eh, la macchina aveva tentato di mettere zizzania anche tra le forze dell’ordine: c’erano in questura, tra gli agenti, torinesi, siciliani, napoletani, genovesi, veneti, toscani. Ogni regione d’Italia era rappresentata. Rappresentata anche, s’intende, da tutti i difetti di pronuncia possibili e immaginabili. La macchina era scatenata, impazzita. Fu ridotta al silenzio a martellate, non ne rimase un pezzetto sano. Il professore, del resto, aveva capito che la macchina esagerava: invece di ammazzare gli errori rischiava di ammazzare le persone. Eh, se si dovesse tagliar la testa a tutti quelli che sbagliano, si vedrebbero in giro soltanto colli!»

Le influenze dialettali nel vino. Gli errori in blu e quelli in rosso.

Ripartiamo dunque dal principio: nel mondo vitivinicolo ci sono un sacco di macchine ammazzaerrori. “Ho visto flottatori in continuo, flottatori a batch per le attività di chiarifica dei mosti e dei succhi per la fermentazione; ho visto impianti per la stabilizzazione tartarica a resine. E ho visto impianti monoblocco con compressore ermetico da raffreddamento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto acceleratori di macerazione, presse a membrana lenticolare, filtri tangenziali a membrane ceramiche, filtri rotativi sottovuoto con pompa interna balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo…come lacrime nella pioggia. È tempo…di farsi un goccetto”. Mi è presa la mano, lo ammetto. La tecnologia aiuta, anche di molto, e ammetto pure questo. Ma ci sono delle cose che faccio fatica a comprendere: l’idea di predisporre l’esito di un vino, ma anche di un cibo, al pari di un qualsiasi asettico composto chimico mi lascia alquanto perplesso. A  meno che non si voglia fare proprio una cosa uguale a se stessa perché deve funzionare in maniera uguale a se stessa. Lo stesso vale per un idioma (e per tante altre cose) che è cosa viva: cambia, si trasforma, si contamina e, talvolta, s’imbruttisce pure. Ma poi gli errori? Dobbiamo ‘chiarificarci’ le idee o almeno provare a farlo. Se un errore di vinificazione corrisponde ad un difetto del vino bello chiaro, dimostrabile, evidente e soprattutto fastidioso, incomprensibile, non ingurgitabile, insomma sputabile, non c’è storia né alcun futuro: bisogna che non venga più fatto. E questi sono gli errori da matita blu, quelli gravi. Poi ci sono quelli a matita rossa, quelli meno gravi, che per alcuni lo sono e per altri molto meno. Per taluni sono quelle influenze dialettali del vino che lo rendono unico, distinguibile, vitale, variabile; per altri sono quelle che lo rendono vicino allo sbaglio, a quei vini di un tempo a cui si deve riconoscere una sostanziale onestà intellettuale, ma assieme ad  essa un sacco di deviazioni dalla giusta via.

Le macchine ammazzaerrori fanno pensare al vino come ad una composizione di diverse unità di misurazione da riportare meccanicamente all’interno di parametri fisico-chimici. Ma, come è noto dalla teoria degli errori, non esiste alcun tipo di misurazione, sia diretta che indiretta, che fornisca il valore numerico esatto della grandezza misurata. Il concetto di precisione è quindi strettamente legato alla grandezza che intendiamo misurare e allo strumento con il quale effettuiamo la misura. Anche nel caso di massima precisione nella misurazione avremmo comunque a che fare con una serie inevitabile di errori. L’accordo, come ho già accennato, riguarda la loro tipologia, la loro tollerabilità e la loro sostenibilità alla vista, naso, al palato… E, in questo caso, entrano, dirompenti, sensibilità culturali, idiosincrasie personali, marketing aziendali, politiche internazionali… Una delle cose più buffe è che, in alcuni casi, la pretesa eliminazione di un errore nella composizione fisico-chimica di un vino, significa, in altro modo, quel “tagliar teste” raccontato da Gianni Rodari: dei danni ancor più gravi dell’errore a cui si vuole rimediare.

Controinduzione.

“Si può comprendere quanto facilmente possa altri restar ingannato dalla semplice apparenza o vogliamo dire rappresentazione del senso. E l’accidente è il parere, a quelli che di notte camminano per una strada, ,d’essere seguitati dalla Luna con passo uguale al loro, mentre la veggono venir radendo le gronde dei tetti sopra le quali ella gli apparisce, in quella guisa appunto che farebbe una gatta, che realmente camminando sopra i tegoli, tenesse loro dietro: apparenza che, quando il discorso non s’interponesse, pur troppo manifestamente ingannerebbe la vista”. (Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo- Galileo Galilei 1624 – 1630)

Se, da una parte, c’è una lungimirante tradizione di storia della scienza che si è posta la questione dei momenti di rottura, anche attraverso l’evidenza di alcuni errori (Thomas S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino 2009; ed. originale  Chicago: University of Chicago Press, 1962), dall’altro lato ha preso forza una corrente metodologica che si è domandata, alla base del ragionamento, il “perché pregiudizi, passioni, cecità, presunzione, errori, ottusa pervicacia – in breve, tutti gli elementi che caratterizzano il «contesto della scoperta» – si opposero ai dettami della ragione e perché, alla fine, questi elementi irrazionali prevalsero, cioè ‘il copernicanesimo e altre idee «razionali» esistono oggi solo perché, nel loro passato, la «ragione» è stata spesso sopraffatta”. Alcune rotture epistemologiche in campo scientifico avvengono perché le teorie vengono verificate, e magari confutate, dai fatti. I fatti contengono componenti ideologiche, opinioni più antiche di cui si è perduta coscienza o che non furono forse mai formulate in modo esplicito. (…) Nell’eventualità di una contraddizione fra una teoria nuova e interessante e una collezione di fatti saldamente stabiliti il miglior procedimento non è, perciò, quello di abbandonare la teoria ma di usarla per scoprire i principi nascosti responsabili della contraddizione. La contro-induzione è una parte essenziale di un tale processo di scoperta (…) Se una interpretazione naturale frappone difficoltà ad una concezione attraente, e se la sua eliminazione rimuove la concezione del campo dell’osservazione, l’unico procedimento accettabile consiste nell’usare altre interpretazioni e vedere cosa accade. L’interpretazione usata da Galileo restituisce ai sensi la loro posizione di strumenti dell’osservazione, ma solo in rapporto alla realtà del moto relativo. Galileo afferma ‘nulla operar il moto tra le cose  delle quali egli è comune’, ossia ‘è come se non fusse, resta insensibile, resta impercettibile, è senza azione alcuna”. Il primo passo di Galileo, nel suo esame congiunto della dottrina copernicana e di un’interpretazione familiare ma nascosta, consiste perciò nel sostituire quest’ultima con una diversa interpretazione. In altri termini, egli introduce un nuovo linguaggio di osservazione”. (Paul K. Feyerabend, Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza, Feltrinelli, Milano 2018; ed. originale 1975)

Dunque la questione qui trattata non riguarda tanto e solo il rapporto tra una fase estetica, storica antropologica, politica della degustazione e del suo opposto, duro, numerico, calcolabile apportato dalla scienza, quanto s’intende rilevare che:

1) I meri fatti, estranei alla loro immediata conoscenza e valutazione, sono già carichi di interpretazione che si portano appresso da lungo tempo in maniera più o meno esplicita.

2) Questa realtà benché non rinunci a separare l’oggetto (vino) dai suoi momenti valutativi (chimici, sensoriali, agronomici, estetici….), permette di comprendere come il primo, cioè il vino, si porti dietro le storie dei secondi e come questi ultimi siano, essi stessi, soggetti di interpretazione e valutazione.

3) La contro-induzione permette l’incremento della conoscenza attraverso l’elaborazione di punti di vista teorici alternativi ed obbliga lo svelamento del pregiudizio.

4) Alla luce di questo processo il linguaggio assolve sia ad una funzione relazionale (dà voce), sia diviene strumento di rottura della conoscenza, quindi della realtà, sino a quel momento stabilita come immutabile.

5) L’errore cambia di statuto ontologico ed apre a nuove possibilità di scoperta, di realizzazione e, pertanto, a nuovi errori.

Annunci

Gli algoritmi nel vino e i feltrini da mettere sotto le zampe dei mobili

Pagina tratta da Algoritmi de numero Indorum, traduzione latina che inizia con le parole “Dixit Algorizmi”

 

L’algoritmo (e qualche suo antenato) spiegato a gente come me.

Fin dalle testimonianze più remote[1] tutta la storia della Matematica è disseminata di algoritmi: uno degli algoritmi più antichi venne scoperto su alcune tavolette di argilla in Mesopotamia e si riferisce al calcolo della somma delle potenze del numero 2 con esponente variabile da 1 ad n. Rappresentandolo nel nostro linguaggio, esso si compone dei passi seguenti:

  1. Inizio dell’algoritmo.
  2. Somma la potenza di 2 da 1 ad n, con n numero intero 1.
  3. L’ultimo termine della somma è 2n.
  4. Sottrai 2 da 2n, troverai quindi 2n – 2.
  5. Somma (2n – 2) a 2n e ottieni la risposta; quindi la somma è S = 2n + (2n – 2).

Questa formula rappresenta, infatti la somma di n termini della progressione geometrica:

21, 22, 23, 24, 25, 26, 27, 28, 29, . . .

Nel Medioevo veniva fatta una distinzione tra i cosiddetti abacisti, che calcolavano con l’abaco, e gli algoristi, che calcolavano usando appunto le nuove cifre arabe. Abu ‘Abd Allah Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi (c. 825) – letteralmente “Padre di Abdullah, Mohammed, figlio di Moses, nativo di Khwarizm”  scrisse per primo, rielaborando le  equazioni algebriche del matematico indiano Brahmagupta e del matematico ellenistico Diofanto di Alessandria,  l’opera Kitab Al-jabr wa’l Muqabala (L’arte di numerare ed ordinare le parti in un tutto), che sta alla base dell’algebra moderna. Di seguito compose Algoritmi de numero Indorum, traduzione latina di uno dei suoi più importanti studi sul sistema di numerazione indiano, che avviò la notazione posizionale e il numero zero nel mondo occidentale del XII secolo. La parola algoritmo e la sua variante meno usata algorismo derivano da “Dixit Algorizmi”, la latinizzazione del suo nome. La forma più antica di questo termine si trova nel latino medievale in cui, con la parola algorithmus o algorismus, si designava ogni procedimento per eseguire operazioni aritmetiche facendo uso delle cifre arabe che erano state introdotte in occidente con l’opera Liber Abaci, del 1202, di Leonardo Pisano, il grande matematico italiano noto con il soprannome di Fibonacci.

Fibonacci

Esistono diversi termini che, almeno in parte, esprimono il concetto in questione, come: procedura, prescrizione, routine, processo, metodo; e al pari di queste cose, in prima battuta, si può definire un algoritmo come un insieme di regole o direttive atte a fornire una risposta specifica a una specifica richiesta. Possiamo aggiungere anche subito che caratteristica distintiva degli algoritmi è la totale eliminazione delle ambiguità: le regole devono essere sufficientemente semplici e ben definite da poter essere eseguite da una macchina. Un’altra qualità fondamentale degli algoritmi è che devono sempre avere termine dopo un numero finito di passi.

Anche se tradizionalmente gli algoritmi sono stati applicati unicamente a problemi numerici, tuttavia l’esperienza con i calcolatori ha mostrato che i dati elaborati dai cosiddetti programmi (esposizioni degli algoritmi in un linguaggio accuratamente definito) possono rappresentare virtualmente qualsiasi cosa.

Due esempi.

Un algoritmo riuscito.

a] Consideriamo, ad esempio, l’azione di fare una telefonata. Alla base dell’azione c’è la necessità di risolvere un problema: comunicare qualcosa ad un’altra persona che è irraggiungibile fisicamente, e che vive nella nostra stessa città o in un’altra città. Ecco allora che ci avviciniamo all’apparecchio telefonico, alziamo il ricevitore, componiamo il numero e attendiamo che la persona chiamata ci risponda. Se risponderà, allora avremo risolto il nostro problema; in caso contrario, potremmo decidere di riprovare dopo qualche tempo. Se analizziamo, nelle sue linee essenziali, la successione di azioni che si devono compiere, possiamo elencarle nel modo seguente:

1] mi avvicino all’apparecchio telefonico;

2] sollevo il ricevitore;

3] attendo il segnale acustico;

4] compongo il numero;

5] se il numero chiamato è libero, attendo la risposta, altrimenti riaggancio il ricevitore.

Chiediamoci: a quali criteri soddisfa questa sequenza di azioni? Certamente, essa è finita, cioè, termina in un tempo finito; inoltre, non crea contraddizioni, ovvero, non mi porta a fare un’azione che sia in contrasto con un’azione fatta precedentemente nella sequenza; infine, fa sempre la stessa cosa, cioè, ogni volta che io ripeterò la successione delle azioni, come risultato finale potrò comunicare con la persona chiamata oppure no. Possiamo, quindi, concludere che questo algoritmo risolve efficacemente il nostro problema.

Ecco un altro problema in cui l’algoritmo non risolve:

b] Debbo spiegare ad un amico come arrivare a casa mia, partendo da un posto noto ad entrambi.

Dopo avergli disegnato una piantina sommaria del luogo da raggiungere, potrei fornirgli queste

indicazioni:

1] partendo dal punto noto, prendi la prima strada a destra;

2] prosegui lungo questa via fino alla seconda trasversale;

3] gira a sinistra;

4] prosegui fino a che vedi sulla tua destra una bella insegna di negozio;

5] gira a sinistra;

6] prosegui lungo questa via fino al n. 33.

Kurt Gödel – 1925

A prima vista, sembra che la successione delle istruzioni vada bene, e che l’algoritmo debba funzionare. In realtà c’è qualcosa che non lo rende del tutto efficace: nel passo 4 viene detto all’amico di proseguire finché non vede una bella insegna! In tal caso si suppone che ciò che per il proponente è una bella insegna debba esserlo ugualmente per l’amico. Ciò che può anche non essere, perché il concetto di “bello” è arbitrario e parziale, ancorché discutibile (insomma, se ne può parlare).

La domanda cruciale.

Siamo giunti al punto nodale della questione: in che modo l’impiego della  matematica, e in generale della scienza, partendo da costruzioni procedurali dimostrabili e ripetibili, introduce al proprio interno processi e criteri esplicativi che appartengono, al contrario, a scelte unilaterali, incerte, non controllabili, prescrittive e, dunque, eminentemente politiche?

Il vino e i suoi algoritmi.

Il mondo del vino, sicuramente meno e non da meno di altri, sta facendo i suoi primi passi nel mondo degli algoritmi: così, ad esempio, qualche anno fa, l’ORS GROUP[2], società italo-tedesca specializzata nei software per l’analisi dei big data e l’ottimizzazione dei processi di business inventò Algo-Wine, sistema che utilizza una quantità immane di dati (tipo di uva o di vino che si vuol produrre, ma anche al tipo di terreno, la sua esposizione alla luce e al calore, la quantità di precipitazioni e di rugiada che si è depositata al mattino e via cantando) finalizzati a sostenere i produttori nella scelta del momento ottimale della vendemmia e, soprattutto, nell’organizzazione logistica per portarla a termine. Non vi sto a raccontare più di tanto Vivino, che molti di voi conosceranno: app nata in Danimarca dalla mente di Heini Zachariassen, conta su di un database enorme di etichette dalla cui fotografia si risale  direttamente ad alcune informazioni base ed alla valutazione dai consumatori che attribuiscono loro un punteggio e un commento sintetico. Ha oltre venti milioni di utilizzatori in tutto il mondo e il loro prossimo passo, udite udite, sarebbe questo: l’algoritmo su misura. “Stiamo lavorando all’idea di proporre al consumatore le scelte in base alle bottiglie che ha fotografato e votato in passato, in modo da guidare le scelte future. Finora nessuno è riuscito a farlo in modo convincente[3]”. E non manca di certo l’inventiva italica: “La popolare rivista di economia e finanza americana Forbes ha inserito nella lista degli imprenditori under-30 del 2018 il giovane Matteo Parisi. Parisi è un 29enne di Lissone, in provincia di Monza-Brianza, il quale ha da poco lanciato in rete il suo interessante progetto Vinhood. Vinhood è un sito internet che ha alle spalle una società nata da una start-up, il cui obiettivo è favorire la scelta del vino in base alla personalità dell’utente. Insieme ad alcuni soci, Parisi ha creato un algoritmo a partire dal quale, in base alle preferenze alimentari e al gusto dell’utente, suggerisce un vino che potrebbe incontrare al meglio il gusto di chi lo beve[4]”.

Mark Zuckenberg, google, gli algoritmi e qualche ragionamento in più.

Ahmes (1680 a.C.-1620 a.C.) è lo scriba egiziano che copiò, in ieratico, il Papiro di Rhind (chiamato così in onore dell’egittologo scozzese Henry Rhind che lo scoprì a Tebe nel 1858). Ahmes dichiara di non essere lui l’autore del papiro, affermando che il materiale trascritto proviene da un lavoro precedente (1850 a.C.-1800 a.C.).

Un paio di settimane orsono esce per il Sole24ore un articolo di notevole fattura[5] firmato da Stefano Brusadelli che inizia così: “Acquistare feltrini da mettere sotto le zampe dei mobili, almeno negli Stati Uniti, può rivelarsi un ottimo affare. E non solo per la salvaguardia dei pavimenti di casa. Un algoritmo utilizzato dai gestori di carte di credito ha infatti stabilito che chi utilizza quei dischetti rappresenta il miglior cliente possibile per le banche. E questo perché non può che trattarsi di un individuo talmente scrupoloso da considerare insopportabile l’onta di un debito insoluto”. Il tutto perché ci troviamo di fronte a questa situazione: “Le pagine indicizzate da Google sono arrivate all’incredibile cifra di 30 mila miliardi. Su Facebook vengono postate quotidianamente 350 milioni di foto e 4,5 miliardi di like. Nell’arco di 48 ore, la rete genera la stessa quantità di informazioni che l’umanità ha prodotto dalla preistoria fino al 2003, e tale velocità è destinata ad aumentare. Ogni giorno Google gestisce 3,3 miliardi di richieste provenienti dai suoi utenti. Solo grazie agli algoritmi, cioè a una serie d’istruzioni matematiche (segrete) che servono a vagliare grandi masse di dati, da una tale disordinata immensità è possibile ricavare ciò che è utile; tanto alla banca desiderosa di individuare la buona clientela che alla coppia in cerca di un ristorante romantico, ma non dispendioso, per festeggiare l’anniversario”. Le domande che si pone l’autore dell’articolo, intervistando figure come il sociologo francese Dominique Cardon o i Garanti della Privacy e della Concorrenza in Italia, riguarda la traduzione matematica di impressioni, pressioni, intenzioni e pregiudizi tipicamente umani che potrebbero condurre ad effetti di manipolazione vera e propria, ad opera di operatori senza volto e senza alcun mandato democratico, degli elettori-navigatori.

Ricapitolando senza capitolare.

Ci sono dei punti fortemente interconnessi che toccano sia il metodo o i metodi scientifici in quanto tali, sia l’uso della scienza come feticcio del “neutro”, ovvero dell’inconfutabilità dei dati che da essa ci giungono (nella loro predisposizione e nella loro formulazione), sia nell’uso politico che della scienza si fa come surrogato di un principio numerico astratto, a cui non viene richiesta una verificabilità proprio in quanto ente numerario (spesso la scienza statistica viene utilizzata con le medesime funzioni). In questa valutazione non vi è alcun atteggiamento, almeno da parte mia, anti-scientifico, di cui problematizzo non solo il senso e il significato, ma la stessa dicitura. Penso male anche dell’anti-politica, ma ugualmente di coloro che utilizzano quella parola scomposta, per specificare qualcosa su cui non sono d’accordo o di cui non ne comprendono i confini e la portata.  Alcuni studiosi e storici della scienza, tra i quali occorre annoverare i lavori di Thomas Khun[6] e Paul Feyerabend[7], hanno dimostrato con sufficiente ampiezza come le osservazioni scientifiche siano cariche di teoria (theory-laden) e che “un’importante conseguenza della distinzione tra osservazione e teoria si evidenzia nel corso dei periodi di cambiamento teorico (…) Qualsiasi teoria può essere conservata, nonostante prove osservative o di altro genere apparentemente falsificanti, a patto di modificare in maniera adeguata altre parti della nostra rete di credenze. La scelta tra teorie diverse, non potendo essere imposta dalla realtà stessa, dovrà quindi essere spiegata facendo riferimento anche a elementi extra-scientifici – fattori sociali inclusi[8]”. Gli algoritmi, infine, non diversamente da altri modelli matematici e scientifici, pongono in essere questioni rilevanti di influenze, inferenze, attinenze, trasversalità ed utilizzi che hanno poco a che fare con discipline separate e apparentemente autosufficienti, ma molto a che vedere con il genere umano nel suo complesso e a tutto ciò che, nel bene come nel male, ne consegue.

[1] Gli esempi sono presi dal testo di Aldo Scidone, Algoritmi, Un approccio storico–didattico ad un leitmotiv della Matematica in http://math.unipa.it/~grim/cdSISSIS/algoritmi.pdf

[2] Matematica e algoritmi per il vino perfetto Matematica, statistica ed econometria per individuare il momento ottimale per la vendemmia in https://vigneviniequalita.edagricole.it/vigneto/vendemmia/matematica-e-algoritmi-per-il-vino-perfetto/ del 26 marzo 2015 e Alessandro Papayannidis, L’algoritmo che suggerisce quando e dove vendemmiare, in http://corriereinnovazione.corriere.it/coverstory/2015/30-marzo-2015/algoritmo-che-suggerisce-quando-dove-vendemmiare-2301186723236.shtml# del 31 marzo 2015

[3] Luciano Ferraro, Vino, un algoritmo deciderà cosa farci bere, in http://divini.corriere.it/2016/11/11/vino-un-algoritmo-decidera-cosa-farci-bere/ del 11/11/2016

[4] Un algoritmo sul vino lo catapulta su Forbes in http://www.ritmodivino.it/2018/01/28/algoritmo-vino-forbes/

[5]Stefano Brusadelli, Schiavi dell’algoritmo in  http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2018-03-06/schiavi-dell-algoritmo-123316.shtml?uuid=AETD076D del6 marzo 2018

[6] Thomas S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino 2009; edizione originale 1962

[7] Paul Feyerabend, Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza, Feltrinelli, Milano 2013; edizione originale 1975

[8] Luca Guzzetti, Etnografia del laboratorio scientifico in A. Dal Lago e R. de Biasi, Un certo sguardo, Introduzione all’etnografia sociale, Laterza, Bari – Roma 2002