Degustazione del Dogliani 2016 per emoticon

Legenda

Partecipai in un tempo ancora imprecisato e probabilmente onirico, naturalmente in incognito, alla degustazione alla cieca di alcuni Dogliani 2016 presso l’omonima bottega. Mentre stavo osservando con puntuale attenzione il materiale messo a disposizione dall’allegra brigata di sommelier, un giovane e sbraitante oratore introdusse la finalità della degustazione comparativa: raffrontare alcuni dolcetto, sessantasei per la precisione, della stessa annata e provenienti da zone viticole diverse. Sotto quell’improbabile paltò sudavo sette e più camicie e l’impetuosa relazione si stava protraendo più del dovuto. Finalmente ci vennero versati i vini: pane per i miei denti, o meglio, tannini per le mie papille. I profumi di ciliegia, di mora, di mirtillo, di violetta, di ribes nero e ciclamino  si allargavano in tutta la sala attaccandosi alle pietrose volte a botte. Vista, e di nuovo olfatto e poi vista ancora, roteazione, balletti, labbra, lingua, papille e di nuovo daccapo in ordine confuso, ripetuto, sparso, di sghimbescio, appena scostato, ricordi di un tempo andato: perché non ho più vent’anni? O, perché ho avuto vent’anni? Meglio: perché, ho avuto vent’anni? Valutazione. Ripensamenti. Certo che erano tutti buoni. Mica ci diedero delle sozzerie: in fondo giungevamo da fuori: anonimi, ma da fuori. Al massimo tipicità differita o differenziata che si voglia. Presi appunti. E dagli appunti nomi e cognomi. Nulla più di ciò che mi piacque di più: “Autin Lungh” di Eraldo Revelli; Valdibà di San Fereolo; “Dogliani” Poderi Luigi Einaudi; “Sorì dij But” di Anna Maria Abbona; “la Cavalla” di LeViti; “Dogliani” di Cascina Corte.

Per questo narrazione così moderna e giovanile ho usato: www.iwebdesigner.it/icone/emoticons-free-download-3234.html; wikipedia common e le foto dai siti aziendali delle rispettive cantine

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