Finale di coppa Italia: vuoto per vuoto

Una delle prime rappresentazioni artistiche al mondo dedicate al gioco del calcio, il dipinto Sunderland v. Aston Villa di Thomas M. M. Hemy (anche noto come A Corner Kick), 1895

Nulla da eccepire: ha vinto ai rigori la squadra che ha avuto più occasioni sul campo da gioco, ovvero il Napoli. Tutto da eccepire: non si vince per solo merito né sul campo né fuori. A volte capita.

Rimbombi: covid e circenses. Mondo piccolo.

Nella teoria del “mondo piccolo” e dei “sei gradi di separazioni” sono sufficienti non più di 5 intermediazioni per collegarsi con tutti gli altri. Lo stadio esemplifica in maniera evidente questo dilemma socio-linguistico-matematico sia nel suo svolgimento interno che esterno: mentre il primo piano è facilmente comprensibile, il secondo lo è diventato guardando la finale di coppa Italia a porte chiuse. La mancanza di collegamento neuronale tra tifoso comodamente adagiato sul divano e tifoso da stadio tronca ogni legame empatico: le bandiere finte, costruire per riempire il vuoto fisico, non hanno fatto che soffocare il pieno acustico del tifo ed ampliare il fragore del vuoto.

Vuoto per pieno o meglio vuoto per vuoto.

Il vuoto per pieno è un modo per calcolare il volume lordo di un immobile: Il volume vuoto per pieno è il volume totale di un appartamento, di un fabbricato o di qualsiasi altro immobile, calcolato in base allo spazio compreso tra le pareti esterne del fabbricato, il pavimento del piano più basso e il tetto. Molto spesso però quando si parla di vuoto per pieno si intende non la volumetria di un appartamento, ma la superficie lorda di parenti e pavimenti. La superficie lorda di una parete è calcolata tenendo conto anche dello spazio occupato da porte e finestre.

Gli spalti di ieri hanno ricordato la canzone, “La casa”, di Sergio Endrigo:

Era uno stadio molto carino

Senza spalti senza tifo

Non si poteva entrarci dentro

Perché non c’era il cemento

…….

Ma era bello, bello davvero In via dei matti numero zero

Ma era bello, bello davvero

In via dei matti numero zero

Piazze piene: covid e circenses

Lo stadio si è trasferito fuori, nelle piazze, nelle strade, lungomare, per i consueti festeggiamenti. Inaspettato? Ma quando mai! Moralismi? Non è il caso. (A Torino sarebbe stato identico, però senza lungomare).

L’antica Roma sapeva bene che i giochi hanno bisogno di pubblico, molto pubblico, organizzato, inglobato, interessato, affaccendato, straordinariamente motivato.

Anche il covid ha bisogno di pubblico.

Mondi molto piccoli.

Sono uno juventino di merda e per di più un anarchico voluttuoso. Ma posso spiegare (almeno la prima)

La Juventus del 1905 per la prima volta campione d’Italia, dopo la vittoria nella Prima Categoria, con indosso la nuova maglia bianconera adottata stabilmente un paio d’anni prima

Prologo.

Quando si giunge ad una certa età è quanto mai opportuno rivelarsi compiutamente attraverso una comunicazione pubblica sui propri (presunti) difetti. Lo faccio e lo debbo fare per almeno due ordini di ragioni: la prima è che così non sono più obbligato a giustificare in sede privata la mia passione calcistica. In secondo luogo per non trovare, sull’annuncio di morte, una scritta del tipo: “Era un brav’uomo, peccato però che tenesse per la Juventus”.

Questo mio gesto pubblico non sarà privo di conseguenze umanamente provanti. Le amicizie in confidenza mi saluteranno, probabilmente, in questo modo: “ciao juventino di merda!” Le altre lo faranno in forma interrogativa: “Ciao, ah! ma sei tu lo juventino di merda?”

L’imbarazzo.

Di frequente mi trovo a rispondere a non-domande e pseudo-affermazioni di questo tenore: “Conoscendoti…:”- due punti con sospensione prolungata – “ma come fai a tifare per la Juventus?”; “Ti facevo dell’altra squadra…, che delusione!”; “Tieni per la squadra dei padroni!”….

Ecco allora che abbasso lo sguardo, farfuglio cose incomprensibili sulle contraddizioni in seno alla classe, con vaghi riferimenti alla teoria dell’alienazione e alla concentrazione del capitale; poi punto il piede a cui chiedo di compiere brevi e succinte rotazioni orarie – antiorarie – orarie e, infine, penso: “Ma che cosa vuole questo da me?”

La squadra del cuore.

Non so per quanto vi riguarda, ma sono sicuro almeno per me: ogni giustificazione ex-post che tenti di spiegare razionalmente i motivi per cui si tifa per una o per un’altra squadra è destinata, rapidamente, a sciogliersi nel seno delle proprie velleitarie incongruenze. Non mi è ancora capitato di conoscere qualcuno che, supportando la Fiorentina, mi abbia detto: “Ho scelto questa squadra dopo lunghi e attenti studi sulla “Nascita di Venere” del Botticelli”; neppure mi è mai capitato di incontrare un tifoso della Salernitana che abbia motivato la sua passione calcistica in ragione del campanile del Duomo in stile arabo-normanno. La squadra, al pari di una fede religiosa, viene consegnata nella primissima infanzia da un tramite umano, famigliare o amicale e da un contesto sociale, di scuola o di quartiere. Niente più e niente di meno. Poi, sempre al pari di una fede, la si può ripudiare, la si può rendere consuetudine (sono del Genoa, perché lo era mio nonno, ma non la seguo più di tanto, che somiglia al “vado a messa tutte le festività comandate e raccomandate”), oppure la si può abbracciare nelle sue profonde e laceranti antinomie. La squadra non è in alcun modo sostituibile.

“In verità” – come direbbe mio figlio, ci ho provato solo una volta, ma poi sono tornato rapidamente sui i miei passi: il tutto capitò nel 1976 quando il Torino vinse il suo ultimo scudetto. Avevo da poco compiuto sette anni ed ero talmente juventino che, pur di tifare una squadra vincente, sarei passato armi e bagagli al Toro. Ma alcuni compagni di classe mi spiegarono che questo non era possibile, che non mi avrebbero più fatto amico, che mi avrebbero rubato tutte le figurine dell’album “Panini”, che avrebbero dato fuoco alla mia casa e cose di questo tipo.

Per quanto mi riguarda.

Come molti nati a Torino, sono figlio di genitori italo-ibridi: mia madre sabauda di lungo lignaggio, cuneese e torinese, mio padre immigrato nei primi anni ‘50 dalla Marche del sud (dalla città di Fermo per la precisione). Mia madre del Toro non appassionata, mio padre della Juventus e appassionato di calcio: si recava abitualmente in piazza d’Armi con i compagni di scuola delle superiori, tutti rigorosamente vestiti con magliette a righe bianco-nere, a giuocare (con la u come gli antenati) al pallone. Io, dunque, juventino per trasposizione diretta, appassionato di calcio e giocatore di calcio: mi piaceva guardare e mi piaceva ancor di più giocare. Mezz’ala sinistra in una squadra dal nome glorioso: “Valentino Mazzola”. Dalle memorie infantili non mi pare che mia madre mi abbia mai assestato un manrovescio per la mia adesione calcistica. Quindi la militanza politica, questa volta per scelta, che mi allontanò progressivamente, per diversi anni, e dal gioco e dal tifo. Nel 2000 mi trasferii a Genova e mi resi conto, da quasi subito, che in quella città il calcio è la religione pagana cittadina, poco laica, e molto più intensa che a Torino: bandiere genoane e sampdoriane si alternano in numerosi caseggiati solo a rimarcare l’appartenenza. A Torino si mettono quando si vince e si tolgono il giorno dopo. Così, per non sentirmi troppo emarginato, tra torte di riso e acciughe impanate e fritte, tornai a discutere e a occuparmi di calcio. E a tifare.

La squadra dei padroni.

Dal quel poco che mi è dato ancora di intendere e di volere tutte le squadre di calcio, nessuna esclusa, sono di proprietà padronale. Coloro che sostengono una qualche affinità tra una squadra e una propensione politica dicono enormi fesserie. Anzi no: immani cazzate.

Il tifo è di destra o di sinistra? Il tifo è medioevo

La domanda, come sempre, è mal posta: il tifo, in sé, ricorda più la disfida di Barletta che altro. Altra cosa è parlare di gruppi che all’interno dello stadio, delle curve in particolare, introducono elementi, simboli e richiami alla politica. Ancora una volta il legame che si instaura tra tifoserie e società sportive è sostanzialmente collegato al surplus monetario che tale unione, in via diretta o indiretta, è in grado di creare. La simbologia è il pretesto e il paratesto di tale unione. Il resto incurante manovalanza.

Contro il calcio moderno? Società diversa

Ma sì! decresciamo felicemente al calcio degli anni ’50, togliamoci pure qualche annetto di troppo che poi magari mi ricrescono pure i capelli. Le società di calcio, la comunicazione del calcio, il gioco stesso (ma potrebbe valere per tutti gli altri sport in misura e maniera diversa) non sono estranee, né esterne al sistema capitalistico e di mercato nel quale viviamo (ruberie comprese). Forse sarebbe ora di dire in quale tipo di società vorremmo vivere e poi, probabilmente, anche quale senso dovrebbe avere lo sport in una società nuova. E in una “Umanità Nova!1

Ora vado. Insultatemi tranquillamente ma, per favore, non chiedetemi più perché tifo per la Juventus

1 Umanità Nova – settimanale anarchico fondato nel 1919

PS: Ricordo a tutti gli amanti di storia che gli arbitri, agli inizi del ‘900, venivano pagati con la FIAT 3 ½ HP, un’autovettura nata priva di retromarcia (non a caso penso io)