Le cose, le parole. Il caso “Velenitaly” come paradigma.

Apprendendo con gioia che: “La corte d’appello di Trento ha ribaltato la sentenza di primo grado con cui, nel dicembre 2013, il Tribunale di Rovereto mi aveva condannato, come autore e come direttore di Millevigne,  per la mia dura critica all’articolo dell’Espresso “Benvenuti a Velenitaly” firmato da Paolo Tessadri, che aveva seminato il panico tra consumatori e operatori alla vigilia di Vinitaly 2008.” (Maurizio Gily su Mille Vigne) lotta libera

Ribadisco alcune cose che scrissi allora:

Il caso che ha visto contrapposti Maurizio Gily e il giornale l’Espresso (“Velenitaly”) introduce una serie di questioni intimamente correlate tra di loro e, per certi versi, paradigmatiche dei tempi correnti.

Provo a distinguerle nel merito e nel metodo, senza entrare nei contenuti, poiché irrilevanti in questa discussione, ma non secondari in ciò che è realmente accaduto.

Ecco, ho appena utilizzato un’espressione pericolosa dal punto di vista semantico: “ciò che è realmente accaduto”. Come se fosse possibile, o inevitabile, dare conto, narrare in altri termini, di un fatto in un unico modo. I fatti, da una parte, e l’interpretazione degli stessi dall’altra. Questo tipo di argomentazione, assai dibattuta in ambito storiografico, riguarda, nel nostro caso, sia il contenuto dello scontro (ciò che scrisse il giornalista de L’Espresso e le repliche di Maurizio Gily su “Millevigne”) sia il contenuto della sentenza giudiziaria in merito alla condanna di risarcimento.

I fatti. Come accennavo in precedenza, il dibattito storiografico, che trova coerenti trasposizioni in tutte le altre discipline euristiche, si divide, sui fatti, in due estremi che possiamo sintetizzare così:

  1. I fatti, di per sé, non esistono, ma esiste soltanto la loro narrazione, che, in quanto tale, li crea. Questo tipo di approccio discende dal soggettivismo radicale, di matrice gentiliana[1] , secondo cui la storiografia (historia rerum gestarum) concepirebbe il proprio oggetto (res gestae), cioè i fatti.
  2. I fatti sono ricostruibili in forma sostanzialmente unitaria, attraverso procedure certe di dimostrazione e di verifica di quanto affermato attraverso la produzione di prove.

Per essere immediatamente chiari propendo per la seconda soluzione, con una serie di doverosi chiarimenti: “nel valutare le prove gli storici dovrebbero ricordare che ogni punto di vista sulla realtà, oltre ad essere intrinsecamente selettivo e parziale, dipende dai rapporti di forza che condizionano, attraverso la possibilità di accesso alla documentazione, l’immagine complessiva che una società lascia di sé. Per ‘spazzare la storia contropelo’ come esortava a fare Walter Benjamin, bisogna imparare a leggere le testimonianze contropelo, (anche aggiungo io) contro le intenzioni di chi le ha prodotte. Solo in questo modo sarà possibile tener conto sia dei rapporti di forza sia di ciò che è ad essi irriducibile[2].”

Ritengo che gran parte della stampa scandalistica afferisca al primo punto, con conseguenze censorie rovinose.

Fatti e oggettività. Un primo fraintendimento epistemologico, se così vogliamo chiamarlo, afferisce l’identificazione comune tra il fatto descritto e la sua rappresentazione in termini di oggettività, secondo cui un accadimento sarebbe tanto esplicito nella sua auto-evidenza quanto privo del suo contenuto interpretativo (politico). Le parole, secondo questa tesi della sovrapposizione, avrebbero l’esclusiva funzione di riprodurre meccanicamente, a senso unico, i fatti. Si ragiona come se le parole, private della loro funzione referenziale – di pensiero, di appartenenza, di classe, di potere-, avessero assunto una mero ruolo mercantile, di piatta transazione. L’oggettività è l’imposizione di una verità essenziale ai fatti.

La verità. Credo che sia utile in questo caso rifarsi a quanto Michel Foucault[3] scrisse in merito all’ordine del discorso.

Il primo elemento da evidenziare è che la produzione del discorso, di qualsiasi natura esso sia, è controllata, selezionata, organizzata e distribuita secondo una serie di procedure che hanno il compito di scongiurarne i poteri e i percoli.

Le modalità in cui questo ha luogo, nella nostra società, si sostanzia grazie alle procedure di esclusione. Se ne ravvedono sostanzialmente tre:

  1. La più familiare è quella dell’interdetto: “Si sa bene che non si ha il diritto di dir tutto, che non si può parlare di tutto in qualsiasi circostanza, che chiunque, insomma, non può parlare di qualunque cosa. Tabù dell’oggetto, rituale della circostanza, diritto privilegiato o esclusivo del soggetto che parla[4].”
  2. Opposizione tra ragione e follia. La parola del folle non può circolare come quella degli altri: non può dire né verità né menzogne. La sua parola non fa fede in giustizia, non può certificare atti o contratti. E’ una parola che non è parola.
  3. L’opposizione del vero e del falso. “Già nei poeti greci del VI secolo, il discorso vero – nel senso forte e valorizzato del termine – …era il discorso vero per cui si aveva rispetto e terrore, quello al quale bisognava pur sottomettersi, perché regnava, era il discorso pronunciato da chi ha diritto, e secondo il rituale richiesto; era il discorso che diceva la giustizia e attribuiva a ognuno la sua parte; era il discorso che, profetizzando il futuro, non solo profetizzava quel che stava per accadere, ma contribuiva alla sua realizzazione, comportava l’adesione degli uomini e si tramava così col destino[5].”

Il punto centrale.

Da quanto premesso possiamo affermare che la verità, nelle sue affermazioni storiche concrete, non dipende soltanto o esclusivamente dalla relazione che ha intrattenuto con i fatti, da cui parzialmente dipende, ma principalmente dai rapporti di forza, quindi di potere (politici, economici, sociali…) tra le parti in atto. Ecco il motivo, ripreso poi in sede giurisprudenziale (il cui ricorso non scontato è parte integrante del processo in atto), per cui non era maggiormente rilevante il contenuto dell’articolo di Maurizio Gily in replica al dossier “Velenitaly”, ma la sua forma verbale ‘contenitiva’ a carattere metafisico. Perché è proprio la forma che delinea, nella sua convenzionalità, i rapporti di potere. Il meccanismo funziona ampiamente anche nel caso contrario, ovvero quando un soggetto debole viene colpito da diffamazione.

Il dispositivo della censura.

A questo punto il gioco è sottile: i sistemi di potere non negano le libertà formali di parola, dal punto di vista legislativo, ma le trasformano sapientemente nella loro forma oppositiva. La censura diventerà, secondo questo schema, auto-censura o meglio censura indotta. Saranno gli stessi giornalisti d’inchiesta, blogger , lettori o scriventi estemporanei a fermarsi di fronte alla semplice possibilità di poter incorrere in una querela risarcitoria di entità indefinita.

Se i fatti e la verità hanno una lontana parentela, ben più stretta è la relazione che sostiene il potere e il denaro.

 


[1] Cfr Carlo Ginzburg, Unus testis. Lo sterminio degli ebrei ed il principio di realtà, in Carlo Ginzburg, Il filo e le tracce. Vero falso finto, Feltrinelli, Milano 2006 pp. 205 – 224

[2] Carlo Ginzburg, Rapporti di forza. Storia, retorica, prova, Feltrinelli, Milano 2000, pag. 47

[3] Michel Foucault, L’ordine del discorso, in Il discorso, la storia, la verità. Interventi 1969 – 1984,  Einaudi, Torino 2001, Edizione originale, Parigi 1971

[4] Michel Foucault, cit. pag. 13

[5] Ivi, pag. 15

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Il claret. Un nome per molti vini, di Bordeaux.

Antefatto. Qualche giorno fa Maurizio Gily lancia un post su facebook: «E#grignolinodigitour, preavviso per i partecipanti: il primo che dice che il Grignolino è un rosato finisce nelle segrete.»

Dopo un po’ di battute sul colore del grignolino, interviene Enrico Cresta: «A uno dei produttori seri di grignolino, vino che adoro, ho suggerito uno slogan proprio per rivendicare l’autenticità del suo colore unito al carattere, perché all’estero incontrano molta difficoltà… La forza della chiarezza. Il claret del resto e’ il colore che a livello internazionale ha reso celebri i Bordeaux… E il pinot nero non è certo un rosso carico!»

A seguire, risponde Maurizio, e mi mette in mezzo: «Caro Enrico Cresta il riferimento storico è eccellente, ci pensavo anche io tempo fa. Solo che forse è troppo “colto” per diventare una leva di marketing. Chiederemo a Pietro Stara di raccontarci l’origine del nome “claret” e la caratteristiche di quei vini. Secondo Hugh Johnson la migrazione della viticoltura bordolese dai terreni fertili della “palud” ai sassi del Medoc e delle Graves comportò vini più eleganti ma anche più chiari, e probabilmente è proprio così. Una lezione che andrebbe rispolverata.»

Io chiudo: «Ciao Maurizio e ciao Enrico, vedrò di documentarmi e di produrre qualcosa.»

Cliccato il mi piace.

 

La produzione del qualcosa.

 

Le premesse storiche. La zona del Bordeaux rimane sotto dominio inglese per circa 3oo anni (1152 – 1451) dopo il matrimonio tra Eleonora d’Aquitania e di Enrico Plantageneto, che diviene, nel 1154, re d’Inghilterra con il nome di Enrico II. Dal XII° secolo, ma con un incremento a partire dal 1235 quando Bordeaux ottiene i diritti comunali, le flotte francesi esportano vino destinato all’Inghilterra, un vino di colore rosso molto tenue che prenderà, in epoca tardo medievale, il nome di claret, probabilmente da una inglesizzazione del francese clair, poi divenuto clairet. Claret, quindi, secondo un primo indizio di origine etimologica deriverebbe, ancora prima che dal guascone bin clar, attestato da alcune fonti storiografiche1 di cui si riconosce l’evidente comunanza della radice, dal latino medievale claratum, participio passato di clarare, che significa “rendere chiaro”. Le attestazioni della presenza della traslitterazione sono presenti in alcuni documenti di origine antico medievale: “I claré, dal latino medievale claratum (xes. coutume de l’abbaye de Verdun ds Bambeck Boden, p. 142), dér. de clarus « clair » (spéc. au Moy. Âge en parlant des liqueurs ds Mittellat. w. s.v.), avec suff. -atum; devenu claret par substitution de suff. (xies. claretum ds Mittellat. W. s.v.); cleret, clairet par attraction de cler, clair*. II dér. de cler, clair*; suff. -et*, -ette”*2. Le lingue, vive come gli abitanti che le abitano, perdono, nel corso del tempo, pezzi, si semplificano, si localizzano o si trasformano ad uso comune standardizzando significati che dureranno per molto tempo a venire. Ma non prima di averci lasciato dubbi che producono equivoci. Intanto proviamo a fare un piccolo passo indietro.

L’equivoco comune. Più che di equivoco si tratta di un vero e proprio errore nella ricostruzione storica, che è quello di associare il vino claret ad un vino speziato. L’origine di tale ambivalenza risale all’uso medievale della lingua Provenzale di claratus, ricordato poc’anzi, o di clarentus, che viene e tradotto localmente in claré e poi in claret: «Claret si fa de vi, de mel e d’especias aromaticas subtilment polveridas (il claretto si fa di vino di miele e di spezie aromatiche sottilmente polverizzate)3.» Si tratta del claretus sive stelladia, come racconta Nadia Patrone, un “vero e proprio liquore a base di vino robusto mescolato con miele, numerose spezie, quali zucchero, anice, zenzero, cannella, chiodi di garofano, cardamomo e grani di paradiso (melegueta o pepe della Guinea)4.” Un vino rinomato di cui abbiamo traccia nei documenti tardo medievali (1394) orvietani, la cui tassa, invece che sulla quantità o sul prezzo, viene curiosamente applicata sui giorni in cui tale vino è stato venduto5.

Anche Roger Dion, nella sua possente storia della vigna e del vino in Francia tratta dei vini speziati provenienti dalla zona di Montpellier, ricordando l’episodio in cui Enrico III d’Inghilterra ordina, nel 1251, a un certo Robert de Montpellier (Robertus de Monte Pessolano) di preparare in occasione del Natale che si sta avvicinando due vini da spedire al più presto alla città di York: uno fatto con vino bianco e chiamato ‘giroflé‘ (garhiofilatum) e uno fatto con vino rosso e chiamato ‘claret‘ (claretum). Del primo Dion ci dice che la spezia impiegata in prevalenza sono i chiodi di garofano, da cui il nome, mentre del secondo parla dell’utilizzo di numerose, quanto generiche, spezie. Dion viene così non solo a confermare l’origine provenzale di questo secondo vino, ma anche la sua genesi nella scuola medica di Montepellier che, sotto l’influenza della medicina araba, produce vini profumati o speziati di cui ci danno conto i versi di Jean Maillart estratti dal Roman du comte d’Anjou del 1316:

Si bevoie vins prècϊeus,

Pyment, claré delicϊeus,

Cythouaudés, rosez, florez6.

La diffusione e la fama del vino claret.

Come ci racconta Hugh Johnson, che dedica un intero capitolo al claret7, questo è il vino prodotto allo stesso modo con cui si producono oggi i vini rosé, o, per dirla alla francese, i vin d’une nuit, cioè i vini che passano una sola note nel tino. Di qui il colore di un rosso molto tenue, chiaro e la sua straordinaria limpidezza che per l’epoca significa, al di là del vero, anche l’assenza di una presunta pericolosità alimentare. Il vino claret significa, a partire dal Medioevo, i vini di colore rosso scarico provenienti dalla zona di Bordeaux, acquistati dalla corona Britannica.

Tra i vini nominati nel 1300, ad esempio, dal Wardrobe of Edward, il Vinum clarum o cleared o clared o claret viene citato come vino di pregio al confronto del Vinum expensabile definito anche common wine. Qualche secolo più tardi anche il famoso il Northumberland Household Book8 parla dei vini claret come di “a pale red wine distinguished from the deeper red vin clairet the product of a district Bourdeaux called Graves whence the English in ancient times fetched the wine they called claret9.”

Occorre infine menzionare che i vini importati in Inghilterra da Edoardo I, a partire dal 1302, sono quasi esclusivamente quelli provenienti dalla zona di Saint-Émilion, mentre non ve ne sono, al momento, provenienti dalla zona del paludoso Médoc. Saranno poi gli Olandesi, a partire dagli inizi del Seicento a creare il paesaggio vitivinicolo della regione di Bordeaux così come lo conosciamo ancora oggi. La necessità primaria per i mercanti olandesi è quella di realizzare un sistema di trasporti, via terra, rapido ed efficace come quello via mare. Da qui partono, grazie ai contributi di importanti ingegneri come Jan Adriaasz Leeghwater (1575-1650), i processi di bonificazione delle paludi che circondano il fiume Garonna e gran parte delle zone pianeggianti intorno alla città di Bordeaux e della zona del Médoc. Quanto afferma Hugh Johnson sul piantamento delle viti da parte degli olandesi in zone paludose (palus)10 al fine di ottenere vini più corposi e carichi di colore rende conto in maniera tanto parziale quanto inesatta delle trasformazioni agrarie avvenute sotto il dominio arancione in terra di Guascogna. La priorità delle bonifiche, come ricordato, va in tutt’altra direzione e solo in un secondo tempo questo fatto permette agli agricoltori di impiantare, in zone prima impensabili, nuovi vigneti.

Il sistema utilizzato dagli Olandesi prevede la costruzione di dighe e l’edificazione di pompe di drenaggio dell’acqua. Una volta assorbita parte dell’acqua, vengono piantate delle canne sui terreni fangosi fino alla totale evaporazione dell’acqua stessa. A fianco dei campi sorgono i canali di scorrimento dell’acqua, tutt’ora presenti nei paesaggi viticoli del Médoc, volti a raccogliere l’acqua piovana11.

Il ricordo che svanisce: il claret nell’Ottocento. A seguito delle maggiori specializzazioni colturali viticole, a cui si accompagnano differenziazioni di prodotti per zone e per qualità, che sfociano nella famosa classificazione dei vini del Médoc del 185512, il nome di claret scompare alla stregua dei vini, molti e indefiniti, che rappresenta.

Il claret rimane, tenue come il loro colore, un ricordo lontano.

 

1Cfr. Jean Verdon, Bere nel Medioevo Bisogno, piacere o cura, edizioni Dedalo, Bari 2005, pp. 156, 157

2Cfr. Centre National de Ressources Textuelles et Lexicales

3Voci dalla lingua provenzale del prof Vincenzio Nannucci, Tipografia Felice Le Monnier, Firenze 1840, pag. 134

4Annamaria Nada Patrone, Il consumo di vino nella società Pedemontana del Basso Medioevo, in Rinaldo Comba (a cura di) Vigne e vini nel Piemonte medievale, Edizioni l’Arciere, Cuneo 1990, pag. 291

5Cfr. Lucio Riccetti, Il naso di Simone. Il vino ad orvieto nel Medioevo, in Jean-Louis Gaulin e Allen J. Greco (a cura di), Dalla vite al vino. Fonti e problemi della viticoltura italiana medievale, Clueb, Bologna 1994, pag. 140

6Roger Dion, Histoire dela vigne & du vin en France des origines au XIX siècle, CNRS Editions, Paris 2010 (prima edizione 1959), pp. 315, 316

7Hugh Jonson, Il vino. Storia, tradizioni e cultura. Franco Muzzio editore, Roma 1991. Cfr. capitolo 13: L’Inghilterra e la Guascogna: nasce il claret.

8Era figlio di Henry Percy, IV conte di Northumberland e di Maud Herbert. La posizione rilevante di Northumberland può essere vista attraverso il Northumberland Household Book, che è stato pubblicato da Thomas Percy nel 1770 riprendendo un manoscritto in possesso del duca di Northumberland. Esso venne iniziato nel 1512. Il suo reddito era di circa £2,300 all’anno, che probabilmente non includeva tutto quello che riceveva dai doni. Ma per il suo seguito di servitori egli non spendeva meno di £1,500 all’anno, inoltre altre spese erano destinate per i viaggi di corte. Dato che era uomo di straordinaria magnificenza, egli accumulò subito anche dei debiti.

9The House And Farm Accounts Shuttleworths Of Gawthorpe Hall In The County of Lancaster Smithils and Gawthorpe From September 1582 To October 1621 edited by John Harland Esq Fsa Printed For The Chetham Society M DCCC LVIII pag. 1107

10Ivi, pag. 273

11Cfr. The wine cellar insider, Bordeaux Wine History and Description of the Wines in http://www.thewinecellarinsider.com/wine-topics/bordeaux-wine-history-description-wines/

12La classificazione a Bordeaux risale al 1855, in occasione dell’esposizione universale di Parigi, quando Napoleone III incaricò la Camera di Commercio di Bordeaux di effettuare una “rappresentazione completa e soddisfacente dei vini di Bordeaux”. La classificazione era basata in gran parte sui prezzi dei vini allora correnti e rifletteva il potere economico dei courtiers (commercianti) e politico di una parte dei produttori tanto che tutti i vini appartengono alla zona del Mèdoc ad accezione dell’Haut-Brion del Graves. Cfr. Tim Unwin, Storia del vino. Geografie, culture e miti dall’antichità ai giorni nostri, Donzelli, Roma 1996, pag. 282

Il parlar figurato nelle degustazioni dei vini.

Il pretesto è l’articolo di Maurizio Gily pubblicato su Intarvino (http://www.intravino.com/grande-notizia/e-se-rottamassimo-i-degustatori-con-i-superpoteri/) giovedì 24 gennaio 2013: “E se rottamassimo i degustatori con i superpoteri?” Ad un certo punto Maurizio, nel paragrafo dedicato ai supernasi, sostiene che “a parte il fatto che i descrittori analogici (banana, fiori bianchi etc.) raramente corrispondono esattamente alle molecole che si trovano nella materia che si usa come termine di paragone, sono anche convinto che nelle descrizioni molto articolate che si ascoltano o si leggono ci sia spesso un gran lavoro di fantasia….)”. Questa sua affermazione mi dà l’occasione di entrare nel merito delle figure stilistiche[1] che si usano nelle degustazione dei vini. Userò alcuni esempi tratti da descrizioni di degustatori di rilievo e ammetto in principio che alcune di esse mi piacciono molto perché danno la possibilità di intendersi sulla ‘cosa’ grazie all’utilizzo di canoni espressivi legati a tutt’altro. In parole povere hanno, a mio parere, la facoltà di rendere immaginabile un prodotto degustativo come il vino a kilometri di byte di distanza e senza che nessuno di noi possa contestualmente vederlo, odorarlo, assaggiarlo. Una delle figure retoriche maggiormente utilizzata nelle descrizioni de gustative è la metafora sinestetica, in cui colori, rumori, suoni, immagini odori e sapori si scambiano vicendevolmente: “Per me il vino più emozionante è stato il Montepulciano d’Abruzzo Riserva 1993 di Praesidium, prima annata prodotta. Un rosso prodigioso, profondo e baritonale per due terzi della corsa gustativa, poi in volo librato, lirico, etereo nell’eterno finale. Da quell’uva e da quel territorio così amati dagli enofili, mai bevuto niente di simile.” Così parlano Fabio Rizzari ed Ernesto Gentili in ‘L’arancia nel vino’ http://vino.blogautore.espresso.repubblica.it/ La degustazione è una corsa in cui il vino, dapprima profondo e baritonale, che potremmo, come sinestesia al contrario, descrivere come fosse una voce calda, piena e ricca, si libra liricamente in un eterno finale. Questo rosso non può che essere, natura propria dell’iperbole (andar oltre), prodigioso. Anche Armando Castagno, quando racconta, in una lezione sul Terroir, dello sfavillante Barbacarlo del 1983, ci dice che è di un bel colore rubino acceso, con un naso di radici, fiori essiccati, spezie… e una bocca succosissima e lunga: “1983: Grandissima e goduriosa. Ancora un bel rubino acceso. Naso di radici, fiori essiccati, spezie, cuoio e frutta disidrata. Poi liquirizia, china, cenere ed erbe officinali. Cambia in ogni momento. Bocca succosissima e lunga, con bell’acidità che bilancia il residuo zuccherino. Sfavillante. Il mio Barbacarlo preferito. Forse fra i vini rossi che più mi hanno emozionato.” (degustazioniagrappoli.blogspot.com/). E per concludere  Masnaghetti utilizza la catacresi in cui un senso figurato diviene un senso prorprio e la parola viene  usata al di là del suo significato originale per sostituire un’altra in via estensiva: ecco perciò che il vino avrà una sua ossatura acido/tannica: “AR.PE.PE. Valtellina Superiore Sassella Riserva Rocce Rosse 2005. Due bottiglie, nessun problema evidente di tappo, eppure due vini molto diversi tra loro. Il primo più cupo e terroso, anche meno rifinito, il secondo invece molto più chiaro e del tutto in linea con quanto espresso dal 2002, solo con una maggiore polpa fruttata a rivestir l’ossatura acido/tannica.” (http://www.enogea.it/Enogea/Archivio_2012_files/Enogea%20IIS%2041%20Valtellina%20verticali%20ext.pdf) L’uso, o meglio l’abuso, di figure retoriche per descrivere la degustazione di un vino non può che essere una via obbligata a patto di non finire o in una narrazione piatta ed insapore, oppure, all’estremo opposto, nel ridicolo.


[1] Cfr. Bice Mortara Garavelli, Il parlar figurato. Manualetto di figure retoriche, Laterza, Bari – Roma 2010