Il vino senza alcol nella storia della filosofia

Quadro rappresentante gli esperimenti di Boyle del 1660 sul vuoto. Di Joseph Wright of Derby – National Gallery, London, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3751913

Vi parrà cosa curiosa, ma sin dai tempi più antichi la filosofia si cimenta con la questione del vino e del suo opposto, o della sua negazione, ovvero del vino senza alcol.

Parmenide è il primo a sostenere che «il vino senza alcol non è, e quindi non è nulla». A sostegno di quest’idea radicale secondo cui il vino senza alcol è tanto impensabile quanto inesprimibile, Antistene, che fonda il gruppetto ultras dei cinici per dare in testa a Platone e alla sua cricca, arriva ad affermare che «ogni vino è veritiero». In ciò risiede una delle ragioni per cui lo invitano mal volentieri ai simposi e, soprattutto, alle degustazioni alla cieca.

Platone, dal suo canto, avendo bevuto i vinacci annacquati che passa la mensa dell’Accademia, è più propenso ad una coesistenza tra vino e non-vino a patto, però, che non si parli di maturazione o di invecchiamento: «quando diciamo il ‘non vino’ non diciamo qualcosa di contrario al vino, ma soltanto qualcosa di diverso», che proprio per questo possiede «in modo stabile» la natura del vino: il non-vino, insomma, è il vino di qualcuno a dieta.

Aristotele, che beve un tantino meglio del maestro, non intendendo il vino in modo univoco, bensì come qualcosa che si rinnovare in una pluralità di determinazioni, parla di privazione e potenza a proposito del vino senza alcol in relazione sia alla forma che all’atto: solo l’ubriachezza e il ritiro della patente per carri costituiscono dei parametri certi volti a determinare categorie interpretative inoppugnabili.

In Plotino si compie l’identificazione del vino senza alcol con la materia, intesa come assoluta privazione delle forme: il Vino è indefinibile di per sé, in quanto se definito verrebbe delimitato. Ci si può avvicinare al Vino dicendo piuttosto ciò che il Vino non è, eliminando cioè tutti quegli attributi che altrimenti lo renderebbero un non-Vino.

Il cristianesimo utilizza il concetto di vino senza alcol per definire il lavoro del vignaiolo come creatore dal nulla, giacché l’uva non contiene alcol. Il vignaiolo creatore è colui che dà origine, dall’uva senza alcol, ai vini che sono necessariamente imperfetti e contingenti proprio perché provengono dall’uva. Al vignaiolo creatore talvolta gli va male e allora produce solo il succo d’uva che regala ai suoi nipotini.

Tra le trattazioni più interessanti nel pensiero medievale cristiano dobbiamo annoverare quella di Fredegiso di Tours (IX sec.) che, nella Epistola de nihilo et de tenebris, mette in rilievo la difficoltà di negare in modo assoluto il vino senza alcol nel momento stesso in cui se ne parla. L’unico consiglio che dà è: “Beviamoci sopra”, invitando a bere vino da fermentazione alcolica sopra quello non alcolico in modo tale da evitare non solo di parlarne, ma anche di vederlo.

Nel pensiero moderno non possiamo che riferirci a Kant e alla sua Critica della Ragion Pura (1781). Egli individua quattro significati del vino senza alcol:

  1. il vino senza alcol come concetto vuoto senza oggetto;
  2. il vino senza alcol come oggetto vuoto di un concetto vago;
  3. il vino senza alcol come intuizione vuota senza concetto;
  4. il vino senza alcol come oggetto vuoto senza concetto.

I discenti gli chiedono di spiegarsi meglio, ma Kant risponde in maniera perentoria: “Si è fatto tardi! Vado a farmi un goccetto!”

Per Hegel, diversamente, il vino con alcol e il vino senza alcol convivono realmente nel divenire che è un continuo passaggio dei due opposti: bisogna solo stare attenti a non farsi fregare da un passaggio all’altro.

Sempre nell’Ottocento, Schopenhauer e Stirner, che non sono dei gran ridanciani, puntano tutto sul dato esistenziale del vino senza alcol che, semmai, indica la sostanziale inconsistenza di ogni realtà. Per le tesse ragioni suggeriscono di bersi una gazzosa con limone, che fa nichilistico uguale, ma che costa meno.

Benedetto Croce, rifacendosi alla speculazione agostiniana, pone la tematica del vino senza alcol nell’ambito della morale, negando ogni validità teorica a questo genere di speculazione: «non ne parliamo più!» – urla a seguito di una verticale di barbera (1901- 1911).

Sartre ci scrive su addirittura un libro: “L’essere e il vino senza alcol” dove il vino senza alcol vene definito come l’«essere-per-sé»: esso coincide con la nostra coscienza più profonda che agisce liberamente e beve un po’ ciò che le pare.

Infine per Bergson l’esistenza sembra «una vittoria sul vino senza alcol. Se mi chiedo perché esistano i corpi o le menti piuttosto del vino senza alcol, non trovo risposta».

E neppure io.

Il vino che non c’è (forse)

“Se qualcuno risponde ‘mi sembra che sia proprio nulla’, questa sua stessa risposta, che ritiene negativa, lo costringe ad ammettere che il nulla è qualcosa, allorché dice ‘mi sembra che sia nulla’”. Così scrisse Fredegiso di Tours, discepolo di Alcuino a York, poi abate a Tours, e infine cancelliere di Ludovico il Pio. Autore del trattato in forma epistolare De nihilo et tenebris, sostenne la positiva realtà del nulla e delle tenebre dalle quali Dio creò il mondo: nihil aliquid significat. Ma non potremmo allo tesso modo riferirci al canto XI dell’Odissea, quando, stando al racconto del Ciclope, alla domanda “Polifemo, chi ti reca danno?” egli rispose “Nessuno”? Il maggiore chiarimento arriva senza alcun dubbio da Hegel, il quale asserì che la metafisica posteriore al pensiero classico rigettò la proposizione che dal nulla venisse il nulla, così come sostenevano i filosofi greci, Parmenide in testa: De nihilo nihilum, in nihilum nil posse reverti – “nulla si crea – nulla si distrugge”. Al contrario, la tradizione cristiana affermò che “anche nella più imperfetta unione è contenuto un punto in cui l’essere e il nulla coincidono, e la differenza loro sparisce… Così perfino in Dio la qualità, cioè l’attività, la creazione, la potenza ecc., contiene la determinazione del negativo”.

Ora, qual è il punto, a voler entrare nel dettaglio? Fausto Cellario mi versò, ma oramai non ricordo se me lo versò oppure me ne parlò soltanto oppure ancora se mi disse che aveva intenzione di produrlo, un vino la cui etichetta recava questa dicitura: “il vino che non c’è”. Capirete bene lo stupore soprattutto per il fatto che, non so quanto consapevolmente, Fausto sia arrivato a produrre una bizzarria linguistica e matematica che non nulla da invidiare alle discussioni filosofiche che si intrattengono da Aristotele in poi sul divieto assoluto delle divisioni per il numero zero, per arrivare alle teorie newtoniane dello zero e dell’infinito, in cui si afferma che 0 non è tanto un numero, quanto il primo principio, non numerico, del numero e per passare, tra l’altro, dai paradossi di De Morgan, il quale, rimanga tra di noi, oltre ad essere un grande matematico e letterato, era anche un insigne bevitore:

Whoe’er would search the starry sky,

Its secrets to divine, sir,

Should take his glass – I mean, should try

A glass or two of wine, sir!

True virtue lies in golden mean,

And man must wet his clay, sir,

Join these two maxims, and ’tis seen

He should drink his bottle a day, sir!

Old Archimedes, reverend sage!

By trump of fame renowned, sir,

Deep problems solved in every page,

And the sphere’s curved surface found, sir:

Himself he would have far outshone,

And borne a wider sway, sir!

Chiunque esplori il cielo stellato,

per carpirne i segreti, signore,

che prenda il suo bicchiere, dico,

provi un bicchiere o due di vino, signore!

Un’autentica virtù risiede nella sezione aurea,

e l’uomo deve bagnare la sua carcassa, signore,

unite queste due massime, e si vedrà

che dovrebbe bere la sua bottiglia al giorno, signore!

Il vecchio Archimede, venerabile saggio!

Dalle trombe della fama rinomato, signore,

difficili problemi risolse in ogni pagina,

e trovò la superficie curva della sfera, signore!

Egli stesso avrebbe ancor più brillato,

e avuto una maggiore influenza, signore,

se avesse conosciuto il nostro moderno segreto,

e bevuto una bottiglia al giorno, signore!

(….)

Dunque Fausto non mescé il vino dall’etichetta paradossale, che dapprima non guardai, e poi non annusai, non ingurgitai e infine non dissi, pensando di averlo bevuto: “Poffarbacco, mi piace molto questo vino che non c’è! Pensa tu, ciò nonostante – aggiungo- se il vino ci fosse!” il vino che non c’è non avrebbe dolcetto per l’80% e doux d’Henry per il restante 20%.

Rovasenda, nel suo prezioso “Saggio di Ampelografia Universale (1877)”, scrive: “doux d’Henry nera” Pinerolo; Incisa lo crede vitigno francese; lo crederei indigeno del Pinerolese”. Le leggende vogliono che taluni credano che si chiamasse anche “doun d’Henry”, cioè “dono d’Enrico” o “dolce (doux) d’Enrico”, in riferimento a Enrico IV di Borbone, detto Enrico il Grande, re di Francia che, valicando i monti e recandosi nella vicina Valsusa, pare si fosse portato in dono, per le popolazioni locali, il sunnominato vitigno. Nella seconda versione, Enrico IV, sempre passando da quelle parti, s’innamorò talmente del vino da conferirgli quel regale appellativo. Ma “nel “Bollettino Ampelografico”, in una relazione di Luigi Provana di Collegno su d’un’Esposizione ampelografica tenutasi in Pinerolo nel settembre 1881, si ricorda anche il “doux d’Henry”, proveniente da vari comuni fra Pinerolo, Bibiana, Perosa Argentina, Torre Pellice, Bricherasio, ecc., nonché Cumiana, donde sarebbe venuto sotto il nome di “Gros d’Henry”; però il Provana consiglia di abbandonare questa variante, non avendo ragion d’essere (non di rado si sono voluti distinguere 2 tipi di “doux d’Henry”: il “grosso” e il “piccolo”, in base alla differente grossezza del grappolo e specialmente degli acini; ma, come in tant’altri casi, trattasi di differenze dovute soprattutto all’ambiente: il “piccolo” lo si riscontra nelle località più elevate, quindi meno favorevoli, specialmente a Luserna S. Giovanni)” (Pecile M., Zavaglia C., Ciardi A., Doux d’Henry).

C’è una terza leggenda, non ancora scritta (insomma che non c’è), ma di cui vi do un’anticipazione, in cui pare che un vecchio barbuto di Torre Pellice, vagando per i calanchi di Clavesana, un giorno incontrò Fausto Cellario, il quale gli fece dono del suo dolcetto. Colpito da tale generosità, il vecchio barbuto, prima di congedarsi, regalò alcune piante del Doux d’Henry a Fausto che decise di allevarlo in un piccolo appezzamento di dolcetto e di farne unione di intenti, d’incontro e di vino. Così il dolcetto si profumò di viola e rosa passita, perse un po’ dell’aspetto burbero e si fece palpitante di una breve nota aromatica che lo addolcì.

Ah, se solo lo si potesse bere!