La degustazione è sempre un atto creativo? Le sensazioni passano, stanno passando, sono passate. Di Francesco Vettori.

kepleroPiù leggo il tuo pezzo, Emanuele, Grands Échézeaux 2001, Domaine de la Romanée-Conti * e più mi vengono in mente analogie e differenze con parole appartenenti ad altri contesti. Per esempio la letteratura e la poesia e, anche, l’arte tout court.
Scrivi di ritrovarti di fronte a questo vino come un “contabile dei sentimenti” e, chiedo io, ancor prima delle sensazioni, che fuggon via senza trasformarsi appunto in sentimenti?
In poesia, quella almeno del Novecento, e in Italia non meno che in Francia, il sentimentalismo è superato, rigettato, archiviato come passato proprio dagli ultimi, i definitivi, anzi i Novissimi, negli anni sessanta del secolo scorso. E tra l’altro in nome non della forza evocativa, e lirica, della poesia, e del vino, ma di una intenzione e volontà programmatica, volta al futuro e al fare e alla trasformazione del corpo “sociale”, rivelatasi poi illusoria.
I poeti sono pochi e sacri”: a dir la verità, oggi sembrerebbero molti, pur non leggendoli quasi nessuno e giusto per non confondere, sante tue parole, “pregnante e pleonastico”, è certo per me che oggi il poeta la sua aureola, la sua sacralità l’ha deposta, chi volontariamente, chi meno.
E mi corre sempre un brivido lungo la schiena al sospetto che quella sacralità, cioè eterodirezione, cioè perdita di senno, sia stata assunta da altri e altro, magari il vino.
Sono il primo ad ammettere che il suo fascino sta nell’indeterminato, nel misterioso, nel naturale che diviene cultura. Però poi mi fermo perché quel benedetto “complesso non analizzabile” che richiami è còlto innanzitutto dai sensi e, per sua essenza, passa tanto che qualche buon filosofo lo definirebbe un evento piuttosto che una sostanza, considerata la sua mutabilità.
Ora, che dal senso, unico, si transiti ai sensi multipli, dalla conoscenza intellettuale a quella sensibile, secondo me è un gran guadagno perché la prima è stata sempre privilegiata a discapito della seconda.
Fermo restando che giudico l’atto di degustare vino tra i più mediati che ci siano, mediati non solo dall’esercizio dei sensi e della memoria ma anche, platonicamente, dall’idea che abbiamo del vino e giusto per aggiornarci un po’, novissimamente, dalla ideologia che lo accompagna.

Oggi che “funzione” collettiva ha il vino?
Barthes qualche decennio fa ha dato le sue risposte.
Per me, ora, che significato ha?
Il secondo brivido mi corre lungo la schiena pensando al simposio antico quando lì discutevano, all’interno di gruppi omogenei e con regole di comportamento molto istituzionalizzate, insomma degne di una odierna associazione, non di vino ma appunto di poesia, arte, politica, società.
Sono meglio le nostre degustazioni dove l’oggetto del discorrere è il vino?
Un completo rivolgimento, che servirebbe a conoscerlo.

“Limpido, rosso rubino, consistente.”

Ne dubito. E dubito che ciò sia l’essenziale della degustazione. Piuttosto bisogna domandarsi che forma di conoscenza deriva dal vino, da quel liquido che entra in chi lo beve, modificandone lo stato.
Di sicuro penserei a un tipo di conoscenza condensata, come quella della poesia o dell’inconscio, intanto nel senso, molto intuitivo, che il vino sotto il naso e sulla lingua può rimanere poco, pochissimo tempo, se confrontato ad un testo scritto, per esempio quello che avete sotto gli occhi, che resta uguale nel tempo.
Il vino con i suoi profumi e sapori fluisce via e, anche per questo suo fulmineo passaggio, apre la strada alla memoria e al ricordo di ciò che ha lasciato.
Non c’è materialmente tempo e modo di bloccare il suo passare, origine delle sensazioni.
Ed è questo il primo punto: ci volgiamo a queste, siamo a loro interessati?

“Intenso, abbastanza complesso, abbastanza fine”.

Sensazioni con un tempo e uno spazio circoscritto e definito, misurabilmente determinato.
Già qui si apre una biforcazione in direzioni opposte: una verso l’interno, che porta dentro il degustatore, e una verso l’esterno che conduce alla vigna e al luogo in cui nasce il frutto dell’uva.
Il percorso interno punta diritto ad una sensazione, che si trasforma in giudizio, facilmente esprimibile, ma difficilmente comprensibile, con la parola “buono”.
Il vino assaggiato è buono? Non lo è? Che cosa lo rende buono o meno?
Prima d’altro, andrebbero allora esplicitate le ragioni per cui bere vino.
Oppure, di nuovo, è una questione esclusivamente di sensazioni? E’ buono per le sensazioni che mi dà.
Se fosse così, però, il degustare e, a maggior ragione, il quotidiano bere vino, si attua in una registrazione e in un riconoscimento, non importa se passeggero, del percepito.

“Fruttato, floreale, fiori freschi, speziato, pepe nero, vegetale, maggiorana”.

Attenzione, una prima digressione porta dal buono al piacevole.
Questo vino mi piace. Non mi interessa nemmeno sapere il perché, mi piace e tanto basta.
Un momento. Spieghiamo un po’.
Questa valorizzazione della parte edonistica del vino è fatto molto recente, e che magari ne sminuisce anche il valore, dato che prima, anche qualche decennio fa, si beveva per nutrirsi e non per piacere, e qualche secolo fa si beveva a scopo “dietetico”, cioè nella convinzione che il vino facesse bene, fosse insomma costituente di una corretta, per i pochi che se lo potevano permettere, conduzione di vita che passava,  innanzitutto, per  un mangiare e bere copioso ma regolato.

“Secco, abbastanza caldo, morbido”.

Allora che la piacevolezza di un vino sia elemento importante per approssimarsi al desiderio che ci spinge a berlo, è indiscutibile. E’ però altrettanto indiscutibile che stabilire la sua piacevolezza il criterio essenziale per farlo e valutarlo è scelta ideologica.
Tutto qui? Bevi per piacere.
Non è solo così, se seguiamo la seconda strada, quella che conduce non sotto il naso del degustatore ma alla vigna. E questa strada è indicata da un cartello, con stampato un nome comune, tanto da diventare topos “espressione del territorio”.
Vale a dire che il vino lo bevo perché mi trasferisce, con i suoi profumi e sapori, nella terra da cui è nato, di cui sintetizza e traduce l’andamento stagionale, che è tutto il contrario dell’astrazione denominata tempo, e i suoi caratteri unici, di nuovo il contrario della riproducibile omogeneità spaziale.
Quella dell’assaggio del vino allora vorrebbe essere una esperienza sensoriale immersiva, perché non circoscrivibile, anzi ampia, ampissima, considerato “l’oggetto naturale” su cui si esercita.
Naturale quanto può essere una vigna, che certo si coltiva ma conserva, anche coltivata, una indipendenza insuperabile dal controllo umano, portatrice di un frutto, ancora da trasformare, ma prodotto da quegli elementi, terra, acqua, aria e fuoco, di cui si compone l’uomo stesso o, almeno, l’ambiente in cui vive.
Un’esperienza mobile e viva, quanto quella di ciò che si apre dentro e fuori di lui, purché quel panorama, quel paesaggio, volendo quel territorio, non lo si fissi e scambi per ciò che non è.
Siamo sicuri?

“Fresco, abbastanza tannico, sapido”.

Intanto se quel vino esprime ciò che non è riproducibile altrove bisogna trovare parole non codificate, quelle che invece vanno bene sempre e dovunque. Altrimenti si perde ciò che il vino è e le parole del degustatore non riescono a dire.
Oppure ci si arrende, espressione del territorio è divenuta una formula stereotipata, una banalizzazione, che serve come apparenza, segnalando qualcosa che in realtà non c’è o che comunque sfugge.
E’ così?
Fermiamoci ancora: qual bisogno nasconde questa sottolineatura, che il vino sia in grado di esprimere un territorio?
Si chiama marketing sensoriale: bere un bicchiere di Chianti Classico a Gaiole in Chianti, circondati dai profumi e sapori di quella terra. Che esperienza unica! O invece, che povertà d’esperienze. I sensi senza i concetti son ciechi. Cosa mai sta cercando l’assetato di queste esperienze sensoriali irriproducibili?

“Di corpo, equilibrato”.

Certamente un’interruzione del fluire monocorde del tempo per uno spiccare del momento, e degli istanti, che separa il qui ed ora dal resto. Ma il qui ed ora, questo accade degustando vino, lo fanno le sensazioni che derivano dal suo passaggio in chi lo beve, eventualmente degustatore.

“Intenso, persistente, abbastanza fine”.

Dunque arriviamo a noi, partendo dal vino?
Certo non sono convinto che il vino sia significativo di per sé, ad un grado zero.
Al limite, di nuovo, il discorso potrebbe filare se lo pensiamo, e usiamo, come un alimento. Non mi interessa niente che significato ha questo frutto dell’uva. Lo mangio perché ho fame, e non mi fa male ma bene, togliendola.
Un appetito, la sua soddisfazione.
Oppure, sto male, prescrizione “dietetica”, bere vino. E così sia. Trovato il senso.    Migliora la salute e se ne diano ragionevoli spiegazioni.
Si diceva: favorisce la circolazione oppure, oggi, possiede una molecola benefica chiamata resverastrolo.
Però abbiamo così perso l’esperienza del bere vino, che sia ridotta a meccanismo oppure risponda a finalità che non la contemplano. E anche per questo si cerca, all’opposto, di formalizzarla, definendola in ogni sua parte.

“Abbastanza armonico, pronto”

Volgiamoci per una volta dall’altra parte, guardiamo al futuro.keplero2

Emanuele: 
“Qui siamo agli antipodi, questa è bontà vera. Altro che definitiva: definitoria, piuttosto. Definisce infatti un ambito del gusto, insegna una possibilità ulteriore agli abitudinari che determinano e circoscrivono in mode e formulari.“

Quella della possibilità ulteriore, che diventa consapevolezza e poi bisogno e ricerca di un futuro diverso anche se nel presente non se ne dà traccia, è la tensione e la forza, e la novità, dell’arte. E davvero interessante e impegnativa, e magari fosse stata condivisa da un’esperienza comune, l’asserzione che si tratta di bontà vera.
Mi è capitato, qualche tempo fa, di assaggiare un piatto libanese (Petis), in sostanza per chi non sa riconoscere altro come me, pasta simile a ravioli, farcita con carne di manzo, comunque scura e stracotta. E pur libanesi, il loro gusto tanto assomigliava agli emiliani cappelletti o piuttosto anolini. Questo per dire che li ho trovati buonissimi e subito ho pensato come ad un archetipo collettivo del buono alimentare. Cioè un buono che vale sempre e ovunque e per tutti.
Sarà vero?
E tra l’altro, creduto qualche tempo prima, dopo l’assaggio di un ultimo Riesling, ben altro. Cioè che il termine “vino”, per la sperimentata differenza del suo referente, per le sensazioni così disparate che ti mette sotto il naso e in bocca, valesse come qualcosa di davvero poco pregnante. E che certo poco servisse ad intenderne la bontà.

Dunque la morale qual è?

Sento già le obiezioni: qui di vino non si parla, qui s’ingarbuglia il discorso, che annoia e non interessa.
Mi verrebbe proprio da aggiungere che la pratica del bere vino dovrebbe ritrovare, anche in un contesto didattico, la sua libertà. Beninteso, non per negazione di un approccio scientifico, che s’incardina sulla previsione e prevedibilità, ma per meglio adeguarla all’oggetto di indagine che, come il discorso di sopra suggerisce, oggetto in realtà non è.

“84/100”

Intenderlo allora come un evento, un’attività con tali variabili da mettere in discussione la sua prova?
Gli eventi, non meno degli oggetti, sono regolati, regolamentati, anche istituiti socialmente. In poche parole  sottoposti a regole.
Tracannare non è bere, che non è degustare.
Però qui si sta dicendo una cosa ulteriore, che il vino in sé, non il berlo, ha tutte le caratteristiche di un evento.
Tali che lo rendono non stabile, un fluido, per cui diventa difficile isolarlo, circoscriverlo, definirlo nella sua unità.
E poi passa nel corpo di chi lo beve ed è proprio il bere la condizione del suo passaggio. Il vino, una bevanda.
Trenta secondi in bocca e magari un’intera vita nella memoria. Ma trenta secondi in bocca inevitabilmente.
Le sensazioni che genera bisogna coglierle e tradurle, poiché non durano allo stato di sensazioni.
Deglutizione.
Tradurle in altre sensazioni olfattive e gustative, in altri profumi e aromi pare impossibile, oltreché insensato. Le traduciamo in pensieri, come facciamo più o meno sempre, per ogni altra cosa.
Bella scoperta, ma ancor più bella, qui sta la morale del discorso, fare anche il contrario, i pensieri trasformarli in sensazioni.

* Si fa riferimento all’articolo di Emanuele Giannone, Poesia e gioia, quasi magia. Grands Échézeaux 2001, Domaine de la Romanée-Conti, pubblicato il 13 Luglio 2013 su Intravino.

Annunci

Auferstanden aus Ruinen / Und der Zukunft zugewandt. Di Emanuele Giannone.

 

ddr

 

“… qui il bere è in molti casi un arrancare e passare il tempo.

Un uccidere il tempo, ‘uccidersi dentro’ o lenire il dolore,

costretti nel fantasma in cui viviamo.

Ricordi e immobilità.

Sopravvivere.

Si beve troppo con gli occhi vuoti, con il niente addosso.

Soprattutto tra i ragazzi.

Certo, non per tutti è così…”

Matteo Castellani, Le Petit Clos

 

 Ai cultori della Ostalgie una precisazione preventiva: la scelta di versi e stendardo è ironica. E non me ne vogliano i perseguitati di Ulbricht e Honecker. Qui, alla maniera di Heine, Brecht, e Biermann, tre icone (la terza part-time) del fu-stato dei contadini e degli operai, si vuole rispondere alla vessazione con l’ironia. Proprio come hanno imparato a fare gli Aquilani. I primi versi dell’inno nazionale della Repubblica Democratica Tedesca, “Risorta dalle rovine / e rivolta al futuro”, si attagliano singolarmente, ma senza particolari voli di fantasia, alla città delle Novantanove Cannelle.

Rivolta al futuro. Quale?

Per fare i contanti c’è voluto poco: è bastato il fumus dell’emergenza. Per fare i conti è stato invece necessario far trascorrere almeno un paio di governi: politici boriosi e polittici gloriosi, i rendering di una città nuova e ideale, ovviamente di una noia mortale. Disanimata prima, poi rianimata a colpi di centri commerciali. E di alcol.

Se ju tarramutu[1] fu la Stunde Null, oggi sembrano passati pochi minuti: perché nel frattempo si è perso molto tempo e si è perso molto denaro. In questo tempo, ho sentito da molti, ha preso pure a girare molto più alcol di prima: gli Aquilani come gli Apalachee, storditi ed eradicati e confinati in riserve, le new towns e gli shopping malls. La pulizia etilica come variante della pulizia etnica. Che in parte non sia andata così, lo si deve ai benedetti cuccelòni[2], incaponitisi nel ruolo di sentinelle sopra le loro macerie. Più importanti loro, di sicuro, delle camionette verdi o blu stazionate da cinque anni scarsi ai Quattro Cantoni.

Cinque anni scarsi e sono poche le istituzioni funzionanti a ritmi pre-calamitosi: una, va da sé, è l’Agenzia delle Entrate. C’è vita, per fortuna, anche fuori dalle istituzioni e si manifesta per segnali da custodire come rare speranze: sono comparsi anche in centro gli agognati effluvi di calce, sono tornati gli eterni studenti strenuamente bigianti e limonanti al Parco del Sole, è tornata la musica al Ridotto. Ma ad esclusione di queste poche eccezioni la vita è altrove ed è ancora quella decentrata e decerebrata delle periferie. Fuori dal centro, è tutto un compra e un bevi che ti passa. Nella zona rossa siamo ancora ad alluvioni e pack dei mobili. Le Soprintendenze si mobilitano in ritardo per salvare gli archivi sepolti. Anche la rimozione delle macerie parte in ritardo, mentre quella della memoria – la prima, vera operazione approntata e tentata dai beccamorti di Stato – è partita subito e per fortuna ha trovato nei lupi di quassù una strenua resistenza. Vi sono, poi, segnali nuovi. Uno, più o meno istituzionale, è il Red Wine District: rosso, perché non è un mistero che da queste parti tiri di più.

La ricostruzione inizia finalmente a insinuarsi nel centro cittadino. A cominciare da Via Castello e dalla sua fuga di imbracature e ponteggi. Per chi entra da Porta Castello, il Red Wine District si manifesta all’angolo dove termina il parco. È nel percorso abituale di svago e svacco, tazza[3]e struscio, che è sempre stato tale e parte proprio qui, con la medesima prima stazione. Ora, seguendo la linea di ponteggi e cantieri di Via Castello, guidati dalla prospettiva delle gru dirimpetto al parco, quando una vetrina mostra le prime bottiglie potete contare due passi e bussare al portone. Siete al Boss. Rectius: ju Boss, tra tutti i possibili nomi del vino in città il più plausibile. Storica enoteca, storica mescita per generazioni di residenti e di studenti, primo locale a riaprire dopo il sisma. E a richiudere, e a riaprire ancora, nell’intermittenza imposta dalle ordinanze e dagli umori prefettizi. Con Pierluigi, uno di casa, mi aggiorno sullo stato delle cose e apprendo che tocca di nuovo a loro, ora che la ricostruzione impone una chiusura più lunga e probabilmente il reperimento di una sede provvisoria. Ma non è la chiusura forzata a causare le sue maggiori perplessità. Il Boss chiude all’ora nella quale il business del tasso alcolemico gli garantirebbe gli introiti più corposi. Disegna un limite nel nome della civiltà del bere, lo va ricalcando da quando la piazza e i vicoli contigui si sono impavesati delle insegne dei ready to drink, la categoria merceologica più in voga presso il tracannatore seriale, cioè il frequentatore serale medio di quest’angolo di città.

Riuscendo e svoltando stretto a sinistra, incanalati tra una parete vera e una di compensato – un topos, l’orto conchiuso del cantiere – siete in Piazza Regina Margherita: qui inizia l’osteria a cielo aperto della città federiciana. Qui ritrovi gli stessi, eterni studenti, bigianti e limonanti, ma in ora di sbornia. Chi cerca scampo dal binge drinking, oltre al Boss e dopo l’ora della sua chiusura trova Le Petit Clos, Matteo detto orso piegato e i suoi vini naturali. Il secondo rifugio per santi bevitori. Lui ha aperto da un paio d’anni e rischia, come il Boss, di chiudere causa lavori e senza sapere per quanto tempo. Riuscirà, si spera, a riaprire, anche perché Matteo è in affitto e il locatore parrebbe intenzionato a non pretendere il pagamento nei mesi di chiusura forzata.

La rimozione forzata e a tempo indeterminato di due luoghi di civiltà del bere passerà inosservata, forse, a chi è già avvezzo all’ebbrezza del breezer. Io parlo di civiltà sperando che la parola grossa valga a risvegliare un minimo d’attenzione proprio presso questi ebbri facili: non li invito certo all’astensione, li prego solo d’attendere ed esser curiosi. E di provare la differenza, quando ju Boss e il Petit Clos riapriranno, dove già sono o altrove, tra una bevuta e l’altra. E pensando a quest’altra, di chiedersi magari se è meglio incontrarsi qui, aggrappati a un vecchio bancone, o stretti tra tavoli e gomiti e decibel copiosi; oppure nella vitrea vastità e coll’acrilico sottofondo musicale del centro commerciale. Li prego di chiedersi se vale ancora la pena pensare a una new town, o se non sia meglio sognare di rientrare in un antico condominio a Via Marrelli. Il sentimento, volando un poco con la fantasia, è il medesimo. La differenza è tutta nell’attesa.

E adesso, musica.

PS – Non consiglio mai di bere a stomaco vuoto. Il vino, si sa, è ministro della tavola. Ebbene, sempre nel quartiere delle chiusure a intermittenza c’è Marzia Buzzanca con il suo Percorsi di Gusto, a Via Leosini. Andate sulla fiducia, fottendovene allegramente di recensioni, trippa-advisor & the like.

jeep

 

Foto di Alessia Ganga

 

[1] Il terremoto, voce dialettale. Dà il nome a un film di Paolo Pisanelli, sul quale trovate informazioni qui:  http://www.jutarramutu.it/film/index.php

[2] Testardi, voce dialettale.

[3] Il bicchiere di vino, voce dialettale.

CI RISIAMO…. Di Emanuele Giannone.

Ci risiamo. Pochi mesi tra basso profilo, disattenzione e carsismo, dopodiché la medesima questione di principio, un principio non secondario, anzi, insindacabile almeno per il sottoscritto, riemerge dal sottosuolo culturale: una condicio sine qua non, condizione senza la quale abdico volentieri alla facoltà di giudizio estetico sul vino. Eppure, dal sottosuolo che si vorrebbe cimiteriale, dove cioè la si auspicherebbe inumata, la questione del fascismo culturale riemerge: e asperge il vino e i suoi tanti sepolcri imbiancati di una tinta spregevole. Il fascismo culturale non è uno zombie: è vivo ed è anche vino. Il perché viva e periodicamente si riaffacci, lo spiegava già un’ottantina d’anni fa Carlo Rosselli, in un passo al quale ricorro sempre volentieri per chiarire da quale parte io stia e felicemente. E credo d’averla già ripresa in altra occasione su Intravino:

«Il fascismo si radica nel sottosuolo italiano, esprime i vizi profondi, le debolezze latenti, le miserie del nostro popolo, del nostro intero popolo. Non bisogna credere che Mussolini abbia trionfato solo per forza bruta. Se egli ha trionfato è anche perché ha saputo toccare sapientemente certi tasti, ai quali la psicologia media degli italiani era straordinariamente sensibile. In una certa misura il fascismo è stato l’autobiografia di una nazione che rinuncia alla lotta politica, che ha il culto della unanimità, che fugge l’eresia, che sogna il trionfo del facile, della fiducia, dell’entusiasmo. Lottare contro il fascismo non significa dunque lottare solo contro una reazione di classe feroce e cieca, ma anche contro una certa mentalità, una sensibilità, contro delle tradizioni che sono patrimonio, purtroppo inconsapevole, di larghe correnti popolari.».

Il fascismo folkloristico, quello ultraottuagenario e bracardianamente grifagno, fitto di busti e labari e gagliardetti e altri paraphernalia, mi causa ilarità. Quello riattato per la temperie moderna con i suoi nuovi protagonisti e bersagli, la sua nuova e già vecchia teoresi, la nuova feccia e i nuovi meticci, la sua nuova e sempreverde prassi di iattanza militante (o iattante militanza, fate voi), la xenofobia dichiarata fino alla soglia dell’ufficio del personale e miracolosamente sospesa oltre quella soglia, perché più ancora che per pelle il “negro” è nero soprattutto in rapporto a INPS, INAIL e Agenzia delle Entrate; ebbene, questo fascismo da Repubblica Social-Network Italiana mi preoccupa e reclama riflessioni. Se a manifestarlo su Facebook è un vitivinicoltore, la prima tra le riflessioni verte sulla questione di principio sopra invocata: è ammissibile giudicare, acquistare e degustare il prodotto di chi prima si palesa per razzista, poi derubrica a goliardia l’odio razziale?

È ammissibile. Se non si è coinvolti oltre il limite della blanda suggestione indotta dalla piacevolezza. Lo è anche per chi si astiene dal giudicare oltre il grado edonistico di giudizio. Lo è, ancora, se si è avvezzi alle callistenie formalistiche del giudizio tecnico-analitico e da queste pienamente satollati: sotto il profilo analitico-sensoriale, gli argomenti pro-bontate sono astrattamente condivisibili e facilmente reperibili su tutte le guide e tutti i blog da molti anni a questa parte. Lo è, infine, se si è simpatizzanti.

Non è ammissibile se, nel giudizio complessivo sul vino, non si ritiene possibile astrarre, ridurre l’informazione su chi lo ha prodotto a incidente o alla posizione residuale. A titolo personale, riportando il mio intervento di poco fa in un’altra discussione sulla medesima vicenda: “Per me è essenziale, quando mi è concesso, sapere chi vive dietro un artefatto di buon gusto. Il nesso che lo lega al suo artefice evapora, e con esso tutto il gusto, nell’istante medesimo in cui l’artefice si esplicita nella propria doppiezza costituzionale: buona pratica nell’esercizio della competenza, pessima pratica nell’esercizio dell’incompetenza. La questione estetica decade non appena l’artefice presume di sé a tal punto da credersi immune all’etica e da tenerla in spregio. Affrontare ancora il vino in questione sarebbe la più cieca delle degustazioni. Si è giudicato da solo, non lo voglio più.” In breve, il mio giudizio estetico sul vino non può prescindere dalla figura del produttore quale si manifesta, ad esempio, per coscienza civile, senso di responsabilità, umanità, posizione rispetto a una data temperie politica e culturale.