Annotazioni sul comunicato della F.I.V.I.

Il logo di FIVI, liberamente ispirato all’opera di Fortunato Depero Di Beppefen – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=90127457

In questi giorni la FIVI è uscita con un comunicato sulla tutela dei piccoli produttori e sulla rappresentanza all’interno dei Consorzi, il quale dice:

“In Italia i Consorzi di tutela delle DOP – vino, ai sensi del DLgs 61/10, e quelli del resto dell’agroalimentare in base alla Legge 526/99 – operano sulla base dei numeri di rappresentatività riferiti alla produzione. Con una differenza sostanziale a valere per il vino: se rappresentativi solamente del 35% dei viticoltori e del 51% della produzione di competenza dei vigneti iscritti nello schedario viticolo della DOP, i Consorzi esercitano esclusivamente nei confronti dei propri soci. Per esercitare le loro funzioni “erga omnes” servono altri numeri: 40% dei viticoltori, 66% della produzione. La percentuale di rappresentanza delle cooperative di viticoltori o associazioni di produttori è calcolata sulla base della somma dei quantitativi espressi dai loro singoli soci conferenti, qualora questi abbiano provveduto a rilasciare espressa delega, come da art. 6 comma 5 del DM 16 dicembre sui Consorzi. Tali conferenti saranno indicati “per memoria” sul libro soci del Consorzio, in abbinamento al nome della cooperativa, per essere comunicati al Ministero al momento della richiesta del riconoscimento e/o dell’autorizzazione “erga omnes”, per essere ancora comunicati ogni tre anni a partire dalla data di riconoscimento e di incarico ai fini della dimostrazione della sussistenza della percentuale di rappresentatività, per essere messi a disposizione dello stesso MIPAAF nel caso di visita ispettiva presso la sede del Consorzio (art. 3 c. 1 e art. 4 c. 2 del DM 12 maggio 2010: verifica annuale sulle attività attribuite ai Consorzi da parte del MIPAAF)”. Fonte: https://www.entevinibresciani.it/il-sistema-dei-onsorzi-di-tutela-in-italia/

Veniamo ora a quanto propone la F.I.V.I.:

“La Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti lancia un nuovo appello alla tutela dei piccoli produttori, con una lettera inviata al Sottosegretario Gian Marco Centinaio. La rappresentanza di tutti all’interno dei Consorzi è un tema sollevato e dibattuto da tempo dalla F.I.V.I., che nelle scorse settimane si è riacceso a causa delle problematiche relative all’elezione del CDA del Consorzio di tutela Conegliano Valdobbiadene Prosecco DOCG. In questa sede è emersa l’intenzione di concentrare la gestione della denominazione nelle mani di alcuni grandi gruppi, in particolare afferenti al sistema cooperativo, con la conseguente esclusione degli interessi dei piccoli produttori. Il caso Conegliano Valdobbiadene non è che un esempio di una situazione ampiamente diffusa sul territorio nazionale: per questo motivo la FIVI ritiene che sia necessario intervenire. L’attuale normativa infatti (in particolare l’art. 8 del DM 232/2018), stabilisce che i voti siano attribuiti in funzione della produzione vitivinicola dell’anno precedente, valutando quindi esclusivamente la quantità prodotta, senza considerare minimamente né il numero dei produttori, né quanto questi contribuiscano alla tutela della qualità e del paesaggio della denominazione. Un’ulteriore questione è l’istituto delle deleghe, espresse dai soci viticoltori al momento dell’adesione, che dà grande potere alle Cooperative che partecipano al lavoro dei Consorzi, rendendo gli altri partecipanti quasi inesistenti.

Tale meccanismo ha delle conseguenze inevitabili sull’effettiva rappresentanza all’interno dei Consorzi – sottolinea Matilde Poggi nella lettera inviata all’onorevole Centinaio – Il voto è nelle mani di pochi grandi gruppi e cooperative, che decidono in solitudine le scelte di indirizzo strategico di gestione della denominazione.

L’obiettivo della F.I.V.I., in qualità di portavoce di piccoli produttori, è quello di modificare questa procedura iniqua, per consentire l’effettiva rappresentanza di tutti gli attori della filiera per una reale tutela delle denominazioni. I piccoli produttori rappresentano un sistema che orienta la propria produzione verso la più alta qualità ed è giusto che ogni Consorzio li tuteli riconoscendo loro una pari dignità. L’invito è quindi quello di creare un tavolo di lavoro per riconsiderare il criterio di rappresentanza attualmente in vigore, con l’obiettivo di rafforzare la vitalità dei Consorzi di tutela dando voce a tutte le parti”.

L’obiezione principale ed essenziale di questo comunicato è fondamentalmente una sola, da cui poi, a cascata, discendono tutte le altre: la critica del peso quantitativo (uva / ettolitri di vino/ bottiglie prodotte) come unico parametro di validazione del potere politico e delle scelte che da esso derivano.

Ora cercherò di evidenziare alcuni argomenti di carattere generale che, se considerati nella loro pregnanza, possono fornire fruttuose indicazioni sul metodo decisionale.

Se pensiamo un attimo alla nostra democrazia, che è stata storicamente comprensiva di istanze anche radicalmente opposte, essa si è via via assottigliata per motivi legati al principio della governabilità. Il Vocabolario Treccani, dopo averci illustrato che non esiste un modo condiviso di intendere la “governabilità”, cerca comunque di dare una definizione plausibile: “L’essere governabile. Nel linguaggio della pubblicistica politica, l’esistenza di un complesso di condizioni sociali, economiche, politiche e sim., tali da rendere possibile il normale governo di un paese”. In realtà il termine “governabilità” afferisce maggiormente al suo contrario, “ingovernabilità”, che non ad un’esplicitazione positiva delle sue peculiarità, se non nella misura de “il poter fare liberamente delle cose senza intoppi”: il tanto famoso, quanto pericoloso “lasciateci governare”. Ammantato di puro efficientismo tecnocratico il “lasciateci governare” si trasforma rapidamente, per lo più, nel “lasciateci fare ciò che vogliamo”. Questa involuzione, attualmente ben viva e vegeta, ha prodotto la finzione della riduzione del modello decisionale, quindi politico, ad un processo esclusivamente “tecnico” (quando poi ci si accorge che le idee, frutto della politica, sbucano da ogni parte) e nel contempo ha ridotto la questione democratica ad una sorta di rappresentanza esclusiva di grandi interessi, nazionali e internazionali.

Le vere complicazioni alla capacità di governare non sono mai state date da proposte, contenuti, lotte, conflitti e idee di qualsiasi sorta, ma da astute mosse di bilanciamento dei privilegi, dei favori e degli interessi personali. Così, appunto, nel nome di quella “governabilità”sono stati estromessi non soltanto quei gruppi che portavano istanze non immediatamente compatibili con il gioco in atto, ma le esigenze stesse. Nel nome di un supposto efficientismo tecnico, la democrazia della governabilità ha semplicemente smesso di rappresentare: nelle sedi politiche, sindacali….

Come se, tutto di colpo, spariti o annullati i portatori di interessi non direttamente convergenti al gruppo di comando, fossero spariti gli interessi stessi. Tutto questo non è mai avvenuto, né mai avverrà: silenti, nolenti e poco gaudenti, essi si sono scomposti e si ricomposti nelle forme e nelle modalità più diverse: ad esempio in quella che, ridicolmente, viene chiamata come anti-politica.

Dall’altra parte, i rappresentanti delle istanze di comando si sono sempre più impoveriti all’interno di un dibattito asfittico, apparentemente differente nel vociare, ma comune nel sentire: in ciò che conta la corrispondenza tra finte opposizioni è massima.

E veniamo al dunque: qui si parla di economia, di economia politica, ma anche di filosofia, di storia delle arti, natura, colline, città e mestieri. Dei Consorzi, delle d.o.c. e delle d.o.c.g.

Si obietterà, ed è stato fatto, che sono enti “economici” e che nulla del loro agire riguarderebbe altro che non l’efficacia misurabile in termini di profitto: e qui obietto io, dicendo che la loro tutela va ben oltre una rendicontazione puramente economica e che questa, solo in un’ottica miope e di brevissima durata, può essere valorizzata esclusivamente come interesse dei massimi produttori. Quando si parla di denominazioni di origine, si parla di storia, di territorio, di paesaggio, di aggregazioni umane e commerciali, di culture e pratiche agricole, di bellezza, di estensioni o restrizioni alla parte coltivata, di varietà biologica e naturale, di città, paesi, di falde acquifere, di aria…

Si obietterà, ed è stato fatto, che un piccolo produttore non può mettere in discussione il peso di chi coltiva centinaia e centinaia di ettari. Forse no, ma sicuramente può essere ascoltato perché potrebbe dire, fare, pensare, lettera e testamento cose di garbata intelligenza che potrebbero appassionare anche coloro che producono centinaia e centinaia di ettari vitati. Ma non è quello che comunque chiedono: è l’aggregazione di tanti piccoli produttori che, pesando diversamente, rappresenterebbero diversamente e in maniera più inclusiva un territorio e tutte le sue innegabili contraddizioni. E queste contraddizioni non ci sono da oggi.

Perché, ed è bene ricordarlo, in questi ultimi vent’anni tante piccole idee, di piccoli produttori hanno contagiato, indirettamente e positivamente, anche alcuni grandi: molti di loro hanno intuito, prima di altri, i valori delle coltivazioni bio e il resto mettetecelo voi. In diversi hanno avvertito, e prima di molti altri, il valore di vitigni scomparsi o in via di estinzione. In diversi hanno pesato e prima di altri, un nuovo utilizzo di pratiche di vinificazione antiche e poi sapientemente riportate alla viva attualità: metodi ancestrali oramai relegati alle cantine dei bis-nonni, vinificazioni in anfore…

E forse tutto questo non poteva che partire da chi, artigianalmente e consapevolmente, seguiva un piccolo appezzamento di terra e su di esso sperimentava, tentava e forse cercava casualmente dell’altro.

Insomma, per dirla tutta: allargare le maglie partecipative non può che fare bene. E’ faticoso, apparentemente bloccante (ma se si bloccano anche delle schifezze è tanto di guadagnato), sicuramente includente e arricchente.

Per parafrasare Calamandrei, si potrebbe dire che “chi dice che la maggioranza ha sempre ragione, dice una frase di cattivo augurio, che solleva intorno lugubri risonanze; un contesto democratico, a volerlo definire con una formula, non è quello dove la maggioranza ha sempre ragione, ma quello dove sempre hanno diritto di essere discusse le ragioni della minoranza”. A patto che conti qualcosa.

C’è chi dice no! L’Europa e il “vino naturale” in etichetta

Lenin – Trotsky

Una questione semantica? Ovvero politica? Ovvero culturale? Ovvero produttiva? Ovvero?

“L’indicazione ‘vino naturale’ in etichetta può suggerire l’idea di un vino di qualità più alta. C’è il rischio che l’uso del termine ‘naturale’ induca il consumatore in errore”. Questo il parere della Dg Agri presso la Commissione Ue. L’espressione “vino naturale” o “vin méthode nature”confligge con i principi in materia di etichettatura (art.120 del regolamento 1308/2013, sulle indicazioni facoltative) e sull’informazione dovuta ai consumatori per i prodotti alimentari (cfr.http://dirittovitivinicolo.eu/vino-naturale-vin-methode-nature/ ). Misleading insomma; qualcuno azzarda “svilente per gli altri produttori”; diversi rimarcano la “difficoltà di applicazione”; e, infine, l’auto-assoluzione: “sono proprio i produttori di vino naturale che non lo vogliono scrivere in etichetta”. Tutte ragioni meritevoli di attenzione e di risposta sulle quali tornerò in seguito. Ma dapprima occorre fare una breve disamina sulle produttrici e sui produttori di vini naturali.

Le famiglie dei produttori dei vini naturali. Sulle tracce di Trockij e di Bakunin

Uno degli errori che si compiono abitualmente è quello di ritenere che se qualcuno fa qualcosa di simile a qualcun altro, allora la pensa allo stesso modo su tutto il resto. Sicuramente ci sono maggiori affinità tra produttori di vini naturali (per metodi, pratiche, sensibilità, riferimenti teorici) che tra produttori con approcci agli antipodi. Ma, al medesimo tempo, non è proprio detto che vi sia unanimità sul come stare all’interno del movimento vitivinicolo, sempre che di movimento si tratti (per inciso, questo vale anche per quelli che naturali non sono o tali non si dichiarano). Diciamo che se la casa madre, il partito, è la D.o.c. con le rispettive diramazioni zonali e il Comitato Centrale è rappresentato dai Consorzi, i produttori del vino naturale posso assumere a tal proposito atteggiamenti significativamente diversi. Perdonatemi i raffronti storici, ma li uso sostanzialmente per me e per capirmi.

Una parte dei produttori del vino naturale si colloca nel novero dell’”entrismo” trozkista: nato nell’alveo della Quarta Internazionale prevedeva (siamo nella metà degli anni ‘30), a seguito della crisi dei partiti socialisti, l’ingresso stabile delle componenti radicali in quelle organizzazioni al fine di allargare il fronte estremo e di portare le masse nella direzione rivoluzionaria auspicata. I produttori del vino naturale di tal fatta ipotizzano che è soltanto dove risiedono i veri apparati di potere che possono compiersi i cambiamenti necessari. La denominazione di origine rappresenta per costoro il riferimento storico e sociale entro cui queste trasformazioni si possono dare

Altri produttori del vino naturale, diversamente, pensano che il partito-madre sia talmente irriformabile da non consentire più alcuna presenza attiva né nelle D.o.c. né nei consorzi. Pertanto ritengono assolutamente velleitarie le posizioni dei primi, antistoriche e votate al conseguente tracollo. La pratica entrista avrebbe potuto dare i suoi frutti in tempi passati, ma ora non è più concepibile: la denominazione di origine è stata irrimediabilmente tradita e i disciplinari di produzione sono la necessaria testimonianza del fallimento. In questi casi le posizioni dei vin-naturisti possono prendere direzioni molteplici e divergenti: alcuni si strutturano, su scala nazionale, in partito rivoluzionario di minoranza e ricostruiscono a livello mondiale una nuova una nuova Internazionale fedele ai principi costitutivi.

Una certa parte di produttori del vino naturale, ancora, si affilia ad associazioni più fluide dal punto di vista organizzativo, che però mantengono un patto associativo chiaro sugli elementi dirimenti e comprovanti. Essi non credono più alla possibilità di creare una associazione fortemente ideologizzata, come se si trattasse di una forma minoritaria e spuria della ricostruzione della IV internazionale, ma pensano che sia maggiormente adeguato ai tempi lo strutturarsi per principi e non per aderenze precostituite: trozkisti che si adoperano per lavorare con chi trozkista non è, ma che condivide una stessa visione politica e sociale del mondo. Un’ultima frazione di questa corrente ritiene, diversamente dai summenzionati, che sia l’adesione dottrinale e filosofica a creare il necessario collante teorico e organizzativo.

Bakunin

A quasi concludere vi sono produttori del vino naturale di matrice prettamente anarchica ad impronta individualista: sono già riconoscibili dalle etichette con cui adornano i loro vini e si distinguono da tutti gli altri per una sorta di repulsione innata ad ogni forma di organizzazione e di qualsivoglia appartenenza. Sono talmente estranei a tutto che una certificazione di “naturalità” sarebbe loro invisa al pari di un matrimonio in municipio.

Profilo di Max Stirner, disegnato da Friedrich Engels

E, per chiudere in bellezza, ci sono anche produttori del vino naturale anarchici e organizzatori: tutt’altro che contrari ad una certificazione purché non venga proposta dall’esterno, ma soltanto da un consesso liberamente scelto e unanimemente accettato dai partecipanti.

Capirete bene che a proposito dell’etichetta, del come l’etichetta e del quando l’etichetta, tra le produttrici e i produttori di vini naturali i pareri non sarebbero conseguentemente concordi. Anche perché la discussione non toccherebbe, a rigor dei loro pensieri, soltanto la dicitura “vino naturale”.

La questione semantica. E un esempio: organic

Come mi insegnarono antichi maestri del pensiero recondito e poco appariscente, ogni questione semantica è, per sua natura, politica. E i discorsi che ruotano intorno alle parole e le parole che si accavallano dentro i discorsi sono pratiche e prassi al pari di quelle mediche, giudiziarie, amministrative… Le lingue sono zeppe di lemmi d’uso invalso, riconosciuto e raccomandato che fino a poco tempo prima non lo erano: le ragioni sono molteplici e gli sviluppi insperati. Contesti di vario genere, strumenti e rapporti di potere consentono o limitano il proliferare delle parole. Ma non voglio teorizzare troppo e passo dunque ad un esempio non di lingua italica, ma di derivazione greco-latina, che ha molte attinenze con la vita (bio), con il logos (pensiero, parola, spirito, principio creatore…) e con la natura. Il termine è: organic. Per il mondo anglosassone organic è l’equivalente di quello che noi chiamiamo biologico.

1) dal lat. organĭcus, gr. ὀργανικός «attinente alle macchine, agli strumenti; che serve di strumento», der. di ὄργανον: v. organo] (pl. m. -ci). – 1. agg. Che si riferisce a, o ha rapporto con, gli organismi viventi, animali o vegetali (in quanto questi sono organizzati, dotati cioè di organi): regno o., il regno animale e vegetale insieme (contrapp. al regno inorganico o minerale); la vita o.; tessuti organici. (Treccani)

2) Che concerne gli organi degli esseri viventi, o il corpo in quanto costituito di organi: funzioni o.; struttura o., ecc. In medicina, indica la connessione di una malattia, di un sintomo (malattia o., sintomo o.) con l’alterazione anatomica o biochimica di un organo. (Treccani)

3) 1680s in reference to bodily organs; 1862 in reference to living beings; 1841 as “as part of an organized whole;” from organic. 1727, “without the organized structure which characterizes living things,” from in- (1) “not, opposite of” + organic (adj.); 1680 in riferimento agli organi corporei; 1862 in riferimento agli esseri viventi; 1841 come “parte di un insieme organizzato”; da organico. 1727, “senza la struttura organizzata che caratterizza gli esseri viventi”, da in- (1) “non, opposto di” + organico (agg.).

4) Inorganical in this sense is from the 1670s; Inorganico, in questo significato, è del 1670.

5) Organic chemistry is attested from 1831. Earlier was organical “relating to the body or its organs” (mid-15c.) and Middle English (was a form of the English language spoken after the Norman conquest (1066) until the late 15th century) had organik, of body parts, “composed of distinct substances, possessing distinct properties” (c. 1400); La chimica organica è attestata dal 1831. In precedenza era organica “relativa al corpo o ai suoi organi” (metà del XV sec.) e l’inglese medio (era una forma della lingua inglese parlata dopo la conquista normanna (1066) fino alla fine del XV secolo) aveva organik, di parti del corpo, “composto da sostanze distinte, con proprietà distinte” (1400 circa).

6) Meaning “free from pesticides and fertilizers” first attested 1945; Significato “libero da pesticidi e fertilizzanti” attestato per la prima volta nel 1945.

7) The term “humus farming” went out of vogue in the 1940s as the term “organic” became more popular. According to one source, the first use of “organic” to describe this form of agriculture was in the book Look to the Land, by Lord Northbourne, published in 1940. Northbourne uses the term to characterize farms using humus farming methods, because he perceived them to mimic the flows of nutrients and energy in biological organisms – “…a balanced, yet dynamic, living whole”. Therefore, the word “organic” was intended and used to describe process and function within a farming system – not the chemical nature of the fertilizer materials used, and not adherence to a discredited notion of plant nutrition; Il termine “coltivazione con l’humus” è passato di moda negli anni ’40, quando il termine “biologico” è diventato più popolare. Il primo uso del “biologico” per descrivere questa forma di agricoltura fu nel libro “Look to the Land” di Lord Northbourne, pubblicato nel 1940. Northbourne usa il termine per individuare le aziende agricole che utilizzano metodi di coltivazione con l’humus, perché li ha percepiti come imitatori dei flussi dei nutrienti e di energia propri degli organismi biologici – “…un insieme vivente equilibrato, ma dinamico”. Pertanto, il termine “organico” è stato inteso e utilizzato per descrivere il processo e la funzione all’interno di un sistema agricolo – non per la natura chimica dei materiali fertilizzanti utilizzati, e per non l’aderenza ad una nozione screditata di nutrizione delle piante.

8) Detriments to the environment were first recognized in 1938, as topsoil blew off the Great Plains, leaving tens of thousands of farmers destitute, a USDA report, “Soils and Men”, discussed the way agricultural practices depleted the soil. This report an early argument for a sustainable alternative in agriculture. Later in 1945, J.I. Rodale, perhaps the most influential figure in the American organic food movement published an article warned about the dangers posed by DDT and later Rachel Carson expanded the criticism of DDT in her book “Silent Spring“; I danni all’ambiente sono stati riconosciuti per la prima volta nel 1938, quando lo strato coltivabile venne spazzato via dalle Grandi Pianure, lasciando decine di migliaia di agricoltori indigenti. Un rapporto dell’USDA, Soils and Men, discusse il modo in cui le pratiche agricole hanno impoverito il suolo. Questo rapporto è uno dei primi argomenti a favore di un’alternativa sostenibile in agricoltura. Più tardi, nel 1945, J.I. Rodale, forse la figura più influente del movimento americano per l’alimentazione biologica, pubblicò un articolo che metteva in guardia dai pericoli del DDT e più tardi Rachel Carson ampliò le critiche al DDT nel suo libro “Silent Spring”. Buttare l’occhio qui per approfondimenti: https://rogerblobaum.com/

Organic, biologico: 1945 circa. L’altro ieri in termini evolutivi. Per dirla tutta: se la parola “naturale” è impropria, non lo sono da meno “organic” o “biologico”. Se, invece, “organic” e “biologico” hanno una loro validità formativa, ideale, politica e di pragmatica, allora le ha anche la parola “naturale”. O le avrà.

Conclusioni col senno di poi.

Insomma ci siamo capiti, o almeno credo. Forse il termine “naturale” scomparirà, almeno per un po’, dal dibattito contemporaneo sul vino; forse, al contrario, prenderà vigore come mai prima; forse si inabisserà nelle profondità carsiche di una discussione che è ancora da venire. Quello che sappiamo di certo è le parole assumono la forza e il significato che parte degli attori, in un determinato momento e contesto storico, modificando i rapporti di potere, danno loro.