Ricetta letteraria (n°4). Sulle orme di Charles Dickens

«Questo fu il viaggio del signor Pickwick e dei suoi amici col Telegrafo di Muggleton alla volta di Dingley Dell; ed alle tre di quello stesso giorno, si trovavano tutti, ritti e asciutti, sani e salvi, forti ed allegri, sulla soglia del Leone turchino, avendo già ingollato lungo la via tanta birra e acquavite da mettersi in grado di sfidare la gelata che copriva il terreno dei suoi strati durissimi e andava sospendendo i suoi bei ricami bianchi agli alberi e alle siepi. Il signor Pickwick era tutto assorto in contare le sporte delle ostriche e in sopraintendere al disseppellimento del merluzzo, quando si sentì dolcemente tirato per le falde del soprabito; si voltò e scoprì che la persona la quale ricorreva a questo mezzo di richiamare la sua attenzione era né più né meno che il paggio favorito del signor Wardle, meglio noto ai lettori di questa disadorna istoria sotto l’appellativo del ragazzo grasso.

— Ah, ah! — esclamò il signor Pickwick.

— Ah, ah! — fece il ragazzo grasso.

E accompagnando questa esclamazione con un’occhiata che andava dal merluzzo alle sporte di ostriche, gorgogliò un riso di soddisfazione. Era più grasso che mai.

— Bravo, avete una cera molto rubiconda, — disse il signor Pickwick.

— Sono stato a dormire proprio davanti al fuoco, — rispose il ragazzo grasso, che un’ora di sonno aveva scaldato fino alla tinta d’un mattone cotto. — M’ha mandato il padrone con la carretta per portare a casa il vostro bagaglio. Avrebbe anche mandato dei cavalli da sella, ma ha pensato che col freddo che fa avreste preferito farvi il cammino a piedi.

— Sì, sì, — disse subito il signor Pickwick, ricordandosi di un altro famoso viaggio fatto sulla medesima via. — Sì, preferiamo venircene a piedi. Sam!

— Signore?

— Date una mano al domestico del signor Wardle per mettere i bagagli sulla carretta, e montate con lui. Noi c’incamminiamo avanti.

Dato quest’ordine e pagato il cocchiere, il signor Pickwick e i suoi tre amici presero il sentiero attraverso i campi, e si avviarono di buon passo, lasciando a fronte per la prima volta il signor Weller e il ragazzo grasso. Sam guardò con grande stupore al ragazzo, ma senza dire una parola; e incominciò a caricare il bagaglio sulla carretta, mentre il ragazzo grasso se ne stava tranquillamente da parte, pensando forse esser una cosa molto interessante vedere il signor Weller che lavorava da sè.

— Ecco fatto, — disse Sam gettando sulla carretta l’ultima sacca da viaggio.

— Sì, — disse il ragazzo grasso soddisfatto, — ecco fatto.

— Ebbene, piccolo pezzo da cento, — disse Sam, — così come siete, avreste il premio alla fiera.

— Grazie, — rispose il ragazzo grasso.

— Non avete nulla pel capo che vi tormenti? — domandò Sam.

— Non mi pare, — rispose il ragazzo.

— Avrei pensato, a vedervi, che foste consumato di dentro da una passione sorda per qualche bella giovane, — disse Sam.

Il ragazzo grasso crollò il capo.

— Ebbene, — disse Sam, — mi fa piacere di saperlo. Bevete mai qualche cosa?

— Mi piace meglio mangiare, — rispose il ragazzo.

— Ah, me lo figuravo; ma in somma, lo pigliereste un sorso di qualche cosa, tanto per scaldarvi? Del resto, in quanto a freddo, con codesta ciccia addosso, non credo che ne abbiate idea.

— Qualche volta sì, ed allora mi piace un gocciolo di qualche cosa, quando è buono.

— Ah sì? Bravo! Venite di qua allora.

Arrivarono subito nella sala del Leone turchino, e il ragazzo grasso ingollò un bicchiere di liquore senza batter ciglio, il che gli fece guadagnar molto nella stima del signor Weller, il quale, sbrigata che ebbe per conto proprio la medesima faccenda, tornò alla carretta seguito dal ragazzo e insieme vi montarono.

— Sapete guidare? — domandò il ragazzo grasso.

— Crederei di sì, — rispose Sam.

— A voi dunque, — disse l’altro dandogli le guide e accennando ad un sentiero. — Sempre diritto, non potete sbagliare.

Con queste parole il ragazzo grasso si distese amorosamente a fianco del merluzzo, e fattosi guanciale di una sporta di ostriche, si addormentò istantaneamente».

Charles Dickens, Il circolo Pickwick, 1836 (Traduzione dall’inglese di Federigo Verdinois 1904)

Lo Stoccafisso accomodato alla genovese

1 kg. stoccafisso già bagnato, 300 g. di patate, 20 g. di funghi secchi, 1 manciata di foglie di prezzemolo, 1 cipolla, 1 costa di sedano, 1 spicchio d’aglio, 2 acciughe sotto sale, 1 manciata di pinoli, 1 manciata di olive verdi snocciolate, 1 manciata di olive nere taggiasche, 1 cucchiaio di conserva di pomodoro casereccia, 6 cucchiai di olio d’oliva extra vergine sale q.b.

Preparazione:

Scottate lo stoccafisso in acqua bollente leggermente salata per circa 10 minuti, per poterlo pulire.

Scolatelo e pulitelo, eliminando pelle e lische, con il coltello fatelo a pezzetti.

Preparate il soffritto, pulite sedano, carota e cipolla e tritateli.

Versate olio extravergine della riviera e il trito di verdure in un tegame, e fate rosolare le verdure.

Poi unite i pinoli e le acciughe salate (mi raccomando lavate prima per dissalarle e deliscate), e cuocete.

Ammollate i funghi secchi in acqua tiepida, scolateli e asciugateli leggermente con un canovaccio o carta da cucina, tritateli grossolanamente ed uniteli al soffritto (non gettate l’acqua di ammollo, ma usatela per bagnare lo stoccafisso durante la cottura). Sciogliete la conserva casereccia di pomodoro in poca acqua tiepida e versate anch’essa nel tegame Unite nel tegame lo stoccafisso pulito al soffritto, bagnate con l’acqua di ammollo dei funghi, salate, e fate cuocere a fuoco basso per circa mezzora, mescolando di tanto in tanto ed aggiungendo altra acqua tiepida se necessario. Passata la mezzora, aggiungete il prezzemolo tritato assieme all’aglio, e le olive sgocciolate.

Fate cuocere per circa un’oretta, sempre mescolando di tanto in tanto ed unendo acqua calda per non fare asciugare troppo.

Unite poi le patate pelate e tagliate a cubetti.

Cuocete sino a che le patate sono ben cotte.

Impiattate e servite caldo.

La ricetta è tratta da https://www.ristorantedarina.it/le-nostre-ricette/ Ristorante Da Rina – Genova

Il vino con lo stokke.

2019, Pigato Riviera Ligure di Ponente, Terre Bianche

Vermentino, pigato, favorita, rolle e verlantin (francesi) possono essere utilizzati per un dibattito filosofico-scientifico, ad ampio respiro, sull’identico e sull’uguale. Perché abbiamo voglia a dire che vermentino e pigato godono al 100% dell lo stesso profilo del DNA e che provengono dallo stesso vitigno iniziale cresciuto da un solo seme d’uva. Ma, con i secoli a venire e ad andare, per carattere e individualità, il pigato si abbellisce di foglie più lobate e più piccole dell’altro, di diversi i germogli (verde chiaro con sfumature rosa ed orlo carnicino), di acini meno tondeggianti e con piccole macchie sulla buccia (da cui pigau, ovvero “macchiettato” in dialetto). Abbiamo voglia, insomma. E se si va in un posto che ne ricorda altri non lontani e più o meno vicini, ma ne è alquanto differente per esposizione, altitudine (400 s.l.m.m.) argille e arenarie, vicinanze al mare e alle coltri di nubi che circondano le montagne, le cose cambiano ancora. Quindi il 2019 e un viticoltore, Filippo Rondelli che vai a sapere se in quell’anno, il 2019 per l’appunto, pur essendo identico per DNA al Filippo Rondelli del 2018, fosse totalmente uguale al Filippo Rondelli del 2018. Ma ne dubito. Questo pigato 2019 gioca, e piuttosto bene, su tutti i versanti da cui raccoglie ispirazione e lungimiranza, una bellissima lungimiranza: pesche gialle, limoni, miele aprono ad primo ingresso morbido e succulento per lasciare il passo lento ma inesorabile ad un centro bocca in cui si affastellano e si ricompongono fiori, erbe e macchia mediterranea, salvia soprattutto, resine, sali e pietre delle montagne d’intorno. E un finale lungo, leggermente balsamico, sicuramente amarognolo come è il fatto suo.

Vini dei mondi possibili e ipotesi contro-fattuali.

“Non possiamo definire nulla con assoluta precisione.

Se proviamo a farlo, ci coglie quella paralisi di pensiero che è tipica dei filosofi…

Uno dice all’altro: “non sai di cosa stai parlando”.

E l’ altro risponde:

“Che cosa intendi per parlare?

Che cosa intendi per sapere?

Che cosa intendi per cosa?”

 Richard Feynman

 

mondi parallleli“Se è vero dire che un vino è bianco o non è bianco, è necessario che sia bianco o non bianco; e se è bianco o non bianco, era vero asserirlo o negarlo. Se bianco (o il non bianco) non è, si dice il falso; e se si dice il falso, non è. Di conseguenza, è necessario che l’affermazione o la negazione sia vera. Ne segue che nulla è o sta accadendo, sarà o non sarà, per caso o fortuitamente, ma ogni cosa sarà o non sarà necessariamente e non fortuitamente (dice infatti il vero o chi asserisce o chi nega).

(…)Vediamo che ciò che sarà  ha origine sia dal deliberare che dall’agire, e che in generale, nelle cose che non sono sempre in atto c’è la possibilità di essere e di non essere; qui le possibilità sono aperte, sia l’essere che il non essere, e di conseguenza sia l’aver luogo che il non aver luogo. Molte sono le cose che ci è manifesto che stanno in questo modo. Per esempio, è possibile per questo vino essere fatto da un enologo, e tuttavia non verrà fatto da un enologo se sarà stato prodotto prima. Ma, ugualmente anche il suo non essere fatto da un enologo è  possibile, in quanto non potrebbe accadere che sia stato fatto prima a meno che il suo non essere stato prodotto non sia possibile. Di conseguenza, è lo stesso per tutti gli altri eventi di cui si parla nei termini di questo tipo di possibilità. Chiaramente, dunque, non ogni cosa è o accade di necessità; alcune cose accadono fortuitamente, e per nulla di più l’affermazione o la negazione è vera…[1]” Nel capitolo 9 di “Sull’interpretazione” Aristotele presenta un argomento contro il principio di bivalenza, ovvero la tesi secondo cui ogni enunciato (assertivo) è vero o falso.  Diversamente, per quanto riguarda il futuro, ogni asserzione non necessaria si presuppone possibilmente vera o possibilmente falsa, dove per possibile si intende potenziale. Si apre qui la disanima degli enunciati contingenti che aprono al dilemma dei futuri contingenti[2]. Se il primo principio analizzato è quello della bivalenza, il secondo è quello del terzo escluso (tertium non datur), mentre il terzo ed ultimo riguarda il principio di non contraddizione: tra due enunciati contraddittori non può esservi un medio.

Il Medioevo (Abelardo utilizza il commento di Boezio al testo di Aristotele) farà un salto qualitativo nella valutazione delle asserzioni modali, innanzitutto distinguendo gli enunciati assertori, come “Il vino è un alimento”, oppure “Il vino non è un alimento”, che riguardano l’inerire (de inesse), cioè il possedere o meno una determinata proprietà dalle asserzioni modali, che specificano il modo secondo cui il soggetto possiede la proprietà in questione. Tra le asserzioni modali si distinguono poi quelle de dicto, se il modo che le qualifica si riferisce all’intera frase: “il vino biologico non è vino naturale” (necessariamente vero); oppure de re: “il vino biologico non è vino necessariamente naturale” oppure “il vino biologico non è naturale necessariamente”, se una cosa ha o non ha un certa proprietà in modo necessario. Questa distinzione tra le proposizioni modali (de dicto/de re) giunge  a noi, attraverso il dibattito filosofico, linguistico e matematico, che attraversa un paio di millenni, più o meno immutata.

Il lascito secolare di queste pratiche lessicologiche sono i ‘mondi possibili’: “Mr Tupman espresse ancora il vivo desiderio di partecipare alla festa; ma non trovando riscontro nello sguardo offuscato di Mr Snodgrass né in quello distratto di Mr Pickwick, si dedicò con grande interesse al vino di Porto e al dessert che erano stati appena portati in tavola. Il cameriere si ritirò e li lasciò a godersi in pace quel paio di ore deliziose che coronano i pasti. «Chiedo perdono, signore», prese a dire lo sconosciuto, «bottiglia ferma – fatela girare – direzione del sole, dalla parte delle asole – fino all’ultima goccia». Si scolò il bicchiere che aveva riempito due minuti prima e se ne versò un altro con l’aria di chi quell’abitudine ce l’ha nel sangue. Il vino venne fatto girare e fu subito ordinata una nuova scorta. L’ospite chiacchierava, i pickwickiani ascoltavano. In Mr Tupman, a ogni istante che passava, cresceva la voglia di andare al ballo. Mr Pickwick, raggiante, trasudava benevolenza da tutti i pori; Mr Winkle e Mr Snodgrass dormivano della grossa.[3]

Potremmo affermare, con David Lewis, esegeta del realismo modale, che “ci sono molti modi in cui le cose avrebbero potuto essere, oltre al modo in cui effettivamente sono.” Questi mondi possibili, inclusivi, isolati gli uni dagli altri, causalmente indipendenti, che condividono proprietà esemplificate dagli oggetti che appartengono a ciascun mondo esistono parallelamente al nostro, o meglio ci introducono nuovamente al discorso aristotelico sulla potenzialità e a quello, ben più pernicioso, sulla verità.

Partiamo allora da quello che Roland Barthes chiamò “il verosimile critico”: al di là di ogni metodo, il verosimile critico, nel dibattito su come dovrebbe essere il vino, si pone al di qua di ogni ragionevole dubbio. Innamorato dell’evidenza, il verosimile critico, elabora regole che non si possono trasgredire, a meno che non si voglia toccare la natura stessa delle cose: “i disaccordi diventano deviazioni, le deviazioni errori, gli errori peccati, i peccati morbi, i morbi mostruosità[4].”

Alla base di tutto, probabilmente, c’è la funzione totalitaria del verbo ‘essere’: “ancora oggi, dal punto di vista strategico, il verbo essere serve un po’ a tutto, è dotato dei significati più contraddittori; sbrigativo, discreto e innocente, trasforma, con un colpo di bacchetta magica, un’opinione in verità, una speranza per il futuro in antichissima realtà, una semplice affermazione in Natura universale; arma, utensile o velo, a seconda delle necessità della Causa, è lo Scapino[5] della retorica oltranzista. […] Ecco cosa c’è nel verbo essere della retorica oltranzista: una furibonda collusione tra l’indicativo e l’ottativo, la trasformazione impossibile del desiderio in fatto, del futuro in passato, al di sopra di un presente che resiste[6]”.

Dunque, per concludere, il vino non ‘è’ o non ‘non è’, ma potrebbe…

 


[1] Il vino e l’enologo sono miei, il resto di Aristotele.

[2] Cfr. Massimo Mugnai, possibile NECESSARIO, Il Mulino, Bologna 2013

[3] Il circolo Pickwick (The Posthumous Papers of the Pickwick Club, abbreviato in The Pickwick Papers, 1836) fu il primo romanzo dello scrittore inglese Charles Dickens.

[4] Roland Barthes, Critica e verità, Einaudi, Torino 2002, pag. 20

[5] Scapino Maschera del teatro italiano, figlio di Brighella, che rappresenta il servo incostante, intrigante, spiritoso, mentitore e millantatore, detto anche Scappino. Indossava il camicione e i pantaloni bianchi degli Zanni, cui in seguito si aggiunsero una livrea listata di verde. Celebri S. furono F. Gabrielli, G. Bissoni, bolognese (inizi 18° sec.), e A. Ciavarelli, napoletano (18° sec.). Molière ne fece il protagonista della commedia Les fourberies de Scapin (1671). Teccani.it

[6] R. BARTHES, Mythologies, du Seuil, Paris 1993, trad. it. di L. Lonzi, Miti d’oggi, Einaudi, Torino 1994, pp. 263-265.

La foto è stata tratta da karmanews.it