I Titani e il Grillo: discussione ai margini della doc “Sicilia”

Sicilia Tolemaica

 

La mappa e i luoghi.

La geografia, prima e primigenia arte di sapienza greca, che anticipa e precede la speculazione filosofica, nasce dal mito orfico sulla creazione della Terra: Dioniso infante viene smembrato, con l’inganno, dai Titani, figli di Ctòn, il primo dei nomi della Terra. I Titani si insinuano con l’astuzia, lo ingannano con giocattoli da fanciulli e lo smembrano, anche se è ancora bambino, come dice il poeta dell’iniziazione, Orfeo il Tracio: “Trottola e rombo e marionette e le belle mele d’oro delle Esperidi dalla voce acuta”.  I Titani, col volto coperto da polvere calcarea, cospargono con lo stesso gesso il volto del giovane Dioniso mentre dorme. Egli si sveglia, si guarda allo specchio e non si riconosce: le lame, mentre colpiscono, sezionano, selezionano, pongono limiti, contorni e linee che separano le cose. Zeus folgorerà i Titani e consegnerà le membra di Dioniso ad Apollo affinché dia loro sepoltura. Così avviene: Apollo seppellisce il cadavere smembrato di Dioniso sul Parnaso. Atena, però, trova il cuore ancora palpitante della giovane divinità: lo riconsegna a Zeus che provvede alla ricostruzione del corpo: “Non si possono però rimettere insieme le membra senza appoggiarle su di una superficie, che così diviene il primo altare: una tavola che, come ogni rappresentazione cartografica, serve solo per due sue dimensioni, la lunghezza e la larghezza, e per il fatto di essere più possibile piatta”. Compare dunque la Gé, la latina Gaia, la Terra di superficie che brilla e splende, a cui la conoscenza geografica si rivolge in contrapposizione a ciò che è ctonio (Ctòn), viscerale, profondo, sotterraneo e inagibile. E, per quanto ci riguarda, “…siamo una parte di Dioniso, se è vero che siamo costituiti dalla fuliggine dei Titani che si cibarono delle sue carni”. Con la geografia nasce l’unità di misura delle distanze, lo stadìon, l’intervallo metrico standard: tutte le parti sono tra loro equivalenti e soggette alla regola della scala (a partire da metà Cinquecento) che indica il rapporto tra le distanze lineari del disegno e quelle che esistono in natura. Anassimandro di Mileto (610 – 546 a.C.), secondo Diogene Laerzio, il commentatore del secolo III d.C. dal quale deriviamo molte delle notizie sui filosofi della Scuola Ionica, è il primo a tracciare uno schema (perimetron) del mondo e “per primo ebbe l’ardire di disegnare l’ecumene su di una tavoletta”. La Terra è equidistante da tutti i lati del cosmo ed è perciò immobile: l’ ápeiron (ἄπειρον) l’illimitato, l’indeterminato, l’infinito’ corrisponde al modello della struttura sociale basata sulla polis. Il luogo, al contrario, è quella  superficie unica e non interscambiabile e dunque difficilmente rappresentabile. La scala grafica “segnala l’inizio del sistematico funzionamento dello spazio come forma del valore delle merci, cioè come merce universale nei confronti delle merci particolari. Ed è proprio in tal maniera e per tal via che la Tavola diverrà, con le sue proprietà, il modello del territorio, nel senso che produrrà la forma generale del valore territoriale moderno. In altre parole: spazio e denaro sono la stessa cosa, nel senso che il simbolo cartografico e la moneta funzionano, il primo sulla mappa e la seconda nel mercato, esattamente allo stesso modo”.

La denominazione e l’origine.

Così recita l’articolo 1  del D.P.R. 12 luglio 1963, n. 930 (Norme per la tutela delle denominazioni di origine dei mosti e dei vini): “Per denominazioni di origine dei vini s’intendono i nomi geografici e le qualificazioni geografiche delle corrispondenti zone di produzione – accompagnati o non con nomi di vitigni o altre indicazioni – usati per designare i vini che ne sono originari e le cui caratteristiche dipendono essenzialmente dai vitigni e dalle condizioni naturali di ambiente. La zona di produzione di cui al precedente comma può comprendere, oltre il territorio indicato nella rispettiva denominazione di origine, anche i territori vicini, quando in essi esistono analoghe condizioni naturali e, alla data di entrata in vigore del presente decreto, si producono, da almeno dieci anni, vini immessi sul mercato con la medesima denominazione, purché abbiano analoghe caratteristiche chimico-fisiche ed organolettiche e siano prodotti con uve provenienti dai vitigni tradizionali della zona, vinificate con i metodi di uso generalizzato della zona stessa”. La legislazione, e non solo quella  italiana, prova a costruire un segno distintivo consistente nell’indicazione geografica della zona originaria di un prodotto con particolari caratteristiche merceologiche derivanti dal, o connesse con, il luogo di origine. Ciò che si tenta di fare è quello di inserire l’irriproducibilità di un luogo, e la sua specificità peculiare, all’interno di una mappa geografica in scala che ne dovrebbe delimitare e definire il valore mercantile. A queste condizioni non possono che darsi alcune spiegazioni tra loro connesse.

  • La mappatura si fa forza di un compromesso, talora al rialzo, talora al ribasso, di tipo storico-politico
  • La mappatura sostiene e rafforza i criteri di proprietà e di possesso all’interno di un territorio dato (la maggioranza produttiva)
  • La mappatura viene definita e ridefinita sulla base dei cambiamenti e delle prospettive di quegli stessi rapporti
  • Il luogo, territorio, terroir, lieu-dit può assumere talento, o perderlo sino a scomparire, soltanto se l’ordine gerarchico mappale glielo conferisce. Ma esso, il luogo appunto, può esprimersi solo nella sua riduzione mappale e quindi politica. Dentro o fuori da quel confine esso perde o acquista valore.

I nuovi segni. 

La definizione delle denominazioni ridisegna, e non in senso metaforico, le possibilità di nuove scale di valori: Alessandro VI, nel 1494, traccia sulla carta dell’Oceano la linea retta che avrebbe distinto nel Nuovo Mondo i futuri possedimenti spagnoli da quelli portoghesi. Il dispositivo cartografico è un “giudizio che decide senza esibire in alcun modo le proprie motivazioni, la propria ragione”.

La doc “Sicilia”, non meno e non diversamente da altre, ridisegna, a favore di alcuni e a discapito di altri, nuovi rapporti di forza locali proiettati su di una scala molto più ampia: il mondo intero. Questa volta, però, la provincia è l’Italia e  l’uso, o l’abuso, dei vitigni, delle pratiche vinicole… non può che essere il precipitato di un ordine scritto di segno più grande: la percezione della natura è una lettura e la sua scienza il segno grafico.  

Spunti bibliografici

Franco Farinelli, Geografia. Un’introduzione ai modelli del mondo, Einaudi, Torino 2003

Franco Farinelli, La crisi della ragione cartografica, Einaudi, Torino 2009

Giorgio Mangani, Cartografia morale. Geografia, persuasione, identità, Franco Cosimo Panini, Modena 2006

 

 

 

 

 

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Il mito e la scienza al servizio di un concetto: il terroir. Alcuni spunti critici.

Il terroir gode delle rappresentazioni dei nuovi miti sul vino e della loro declinazione politica in termini identitari. Più forti sono stati i richiami degli ultimi anni contro la globalizzazione capitalistica, maggiormente il cibo, le colture, le piante e la terra in quanto tali sono assurti ad emblema di resistenza contro un modello espropriativo e omologante. Potrebbe essere utile continuare sulla fertile strada intrapresa da Furio Jesi quando sostiene la ‘metamorfosi disciplinare[1]‘ del mito e la sua funzione normativa: “Tutto questo è per me oggi il significato della parola mito. Una macchina che serve a molte cose, o almeno il presunto motore immobile e invisibile di una macchina che serve a molte cose, nel bene e nel male. È memoria, rapporto con il passato, ritratto del passato in cui qualche minimo scarto di linea basta a dare un’impressione ineliminabile di falso; e archeologia, e pensieri che stridono sulla lavagna della scuola, e che poi, talvolta, inducono a farsi maestri per provocare anche in altri il senso di quello stridore. Ed è violenza, mito del potere; e quindi è anche sospetto mai cancellabile dinanzi alle evocazioni di miti incaricate di una precisa funzione: quella, innanzitutto, di consacrare le forme di un presente che vuol essere coincidenza con un eterno ‘presente’[2].” Il mito ‘tecnicizzato’ si sostanzia in azione e diviene per Jesi interpretazione mistica e fraudolenta della storia: “lo scopo della moderna scienza del mito o della mitologia, lo scopo dei mitologi moderni è questo: avere sulla tavola qualcosa di molto appetitoso, che senza esitare si direbbe vivo, ma che è morto e che, quando era vivo, non possedeva un colore così gradevole. Il colore della vita non è una prerogativa molto frequente di ciò che è vivo[3].” Se non possiamo analizzare il terroir nella sua pienezza reale, quali proprietà analizzare al fine di esplicitare il nostro concetto? Per me due essenzialmente: la ‘zonazione viticola’ e la ‘mineralità’ di un vino. Il primo termine rimanda ad uno studio integrato e interdisciplinare che mira, mediante una complessa analisi geopedologica, climatologica e agroviticola, a suddividere il territorio in funzione della vocazionalità alla coltivazione della vite. Si tratta insomma di un processo di analisi particellare dove terreno superficiale e profondo, esposizione, cielo, clima, pianta superficiale sotterranea e lavoro umano vengo dissezionati al fine di comprendere la vocazionalità e l’adattabilità della vitis vinifera ad un terreno. E’ il ritorno, in grande stile, della ragione cartografica, ovvero l’immagine della forma naturale delle cose, del suo valore d’uso, già predisposta per la trasformazione in merce, in valore: “Volgendo in termini marxiani, e finalmente cogliendo l’analogia tra la rappresentazione cartografica e il mercato, che è la sua messa in opera: la forma naturale diventa forma di valore, e la merce stessa rivela una forma fenomenica differente dalla prima, soltanto nel rapporto di valore o di scambio con una seconda merce. L’identica sorte accade di norme alle cose su una mappa, dove esse convivono nella loro differenza, l’una accanto all’altra, e allo stesso tempo sono sottomesse a un medesimo e comune regime costrittivo che le assimila. Una merce ottiene espressione di valore soltanto perché simultaneamente tutte le altre merci esprimono il proprio valore nel medesimo equivalente, cioè nella merce equivalente esclusa dal mondo delle merci raffigurato sulla mappa, l’agenzia produttrice della forma generale di valore. Questo equivalente generale è lo spazio, nel senso tolemaico, nel senso tolemaico di intervallo lineare standard tra due punti geometrici, rispetto al quale ogni valore d’uso, cioè ogni luogo, è destinato a sparire. (…) In altre parole: spazio e denaro sono la stessa cosa, nel senso che il simbolo cartografico e la moneta funzionano, il primo sulla mappa e la seconda sul mercato, esattamente allo stesso modo[4].” E dietro di essi, ma anche sopra, di fianco e sotto: la competizione economica locale e internazionale. Il riconoscimento dell’origine di un vino come elemento non esportabile, di valore in sé, ma anche e soprattutto di valore di scambio: “Una volta che sia scambiabile, una cosa si trasforma nel sogno o nell’incubo di se stessa e va a costituire, insieme ad un’infinità di consorelle, una dimensione oggettiva, che è insieme reale (perché esiste), immaginaria (perché esiste per noi grazie al suo packaging pubblicitario) e simbolica (ci offre gran parte dei simboli con cui crediamo di dar senso alla nostra vita): un mondo oggettivo, benché fatto di immagini, e in quanto tale auto-sufficiente[5].” La battaglia che si sta’ delineando su scala planetaria non è soltanto tra chi è pro o contro il terroir: gran parte delle posizioni infatti, egualmente, concorrono a rimarcare l’efficacia rappresentativa del concetto: ma diversamente gli uni, quelli del Nuovo Mondo tanto per capirci, privi di retaggio storico sufficientemente dilatato, puntano ad una visione puramente operativa del concetto di terroir: esso diviene la dimostrazione scientifica che ovunque, a determinate condizioni, è possibile produrre vini di ‘territorio’. All’estremo di questa posizione vi è chi, come l’Associazione geologica Americana, nella costruzione di un’insolita equivalenza cerca di traslare dal terreno all’analisi sensoriale un’improbabile presenza di minerali percepibili nel vino, tenta di distruggere l’idea di un terroir materia (terra) e quindi di un territorio.  Per gli altri, quelli del Vecchio Mondo (Francia e Italia in testa) è solo il terroir storicizzato che detiene il potere di conferire al vino un’irripetibilità e unicità inimitabili. Ed è qui che la mineralità di un vino gioca alcune delle sue carte, o presunte tali, nel conflitto internazionale. Ma anche per quest’ultimi il paradosso della storicità viene risolto in una sorta di fermo-immagine: è come se il rapporto con il passato si fosse risolto una volta per tutte, incarnato in una ‘Tradizione’ che nel momento stesso in cui viene interpellata, si rinnova automaticamente e con essa la propria, presunta, veridicità. Se c’è un mondo che ricorre incessantemente al proprio passato, questo è quello del vino: non c’è soggetto attivo che non produca documentazione sul passato, sulla tradizione, sulla memoria storica dei luoghi e delle pratiche. Questa patina, spesso luccicante quanto artificiale, è costruita ad uso e consumo del presente, o meglio ne è una costante e consumata dilatazione. La vittoria di uno o dell’altro campo significherà la ridefinizione del potere produttivo e commerciale degli imprenditori del vino. La scienza, in questo caso meno che mai neutrale, lavora per uno o per l’altro campo: ma la sua espressione apparentemente neutrale e oggettiva servirà da grimaldello nei confronti di coloro che lavorano per la ‘neutralizzaione’ del terroir storico e per l’affermazione di un terroir dimostrabile, verificabile e produttivamente ineccepibile. 

[1]     Cfr. David Bidussa, La macchina mitologica e la grana della storia. Su Furio Jesi, pp. 93 -128 in Furio Jesi, L’accusa del sangue. Mitologie dell’antisemitismo. Morcelliana, Brescia 1993.

[2]     Ibidem, pag. 101

[3]     Furio Jesi, Gastronomia mitologica. Come adoperare in cucina l’animale di un Bestiario, in Furio Jesi, Materiali mitologici. Mito e antropologia nella cultura mitteleuropea, Einaudi, Torino 2001 pag 176

[4]     Franco Farinelli, La crisi della ragione cartografica, Einaudi, Torino 2009, pp. 28, 29

[5]     Alessandro Dal Lago, Serena Giordano, Mercanti d’aura. Logiche dell’arte contemporanea, Il Mulino, Bologna 2006, pag. 143