Il claret. Un nome per molti vini, di Bordeaux.

Antefatto. Qualche giorno fa Maurizio Gily lancia un post su facebook: «E#grignolinodigitour, preavviso per i partecipanti: il primo che dice che il Grignolino è un rosato finisce nelle segrete.»

Dopo un po’ di battute sul colore del grignolino, interviene Enrico Cresta: «A uno dei produttori seri di grignolino, vino che adoro, ho suggerito uno slogan proprio per rivendicare l’autenticità del suo colore unito al carattere, perché all’estero incontrano molta difficoltà… La forza della chiarezza. Il claret del resto e’ il colore che a livello internazionale ha reso celebri i Bordeaux… E il pinot nero non è certo un rosso carico!»

A seguire, risponde Maurizio, e mi mette in mezzo: «Caro Enrico Cresta il riferimento storico è eccellente, ci pensavo anche io tempo fa. Solo che forse è troppo “colto” per diventare una leva di marketing. Chiederemo a Pietro Stara di raccontarci l’origine del nome “claret” e la caratteristiche di quei vini. Secondo Hugh Johnson la migrazione della viticoltura bordolese dai terreni fertili della “palud” ai sassi del Medoc e delle Graves comportò vini più eleganti ma anche più chiari, e probabilmente è proprio così. Una lezione che andrebbe rispolverata.»

Io chiudo: «Ciao Maurizio e ciao Enrico, vedrò di documentarmi e di produrre qualcosa.»

Cliccato il mi piace.

 

La produzione del qualcosa.

 

Le premesse storiche. La zona del Bordeaux rimane sotto dominio inglese per circa 3oo anni (1152 – 1451) dopo il matrimonio tra Eleonora d’Aquitania e di Enrico Plantageneto, che diviene, nel 1154, re d’Inghilterra con il nome di Enrico II. Dal XII° secolo, ma con un incremento a partire dal 1235 quando Bordeaux ottiene i diritti comunali, le flotte francesi esportano vino destinato all’Inghilterra, un vino di colore rosso molto tenue che prenderà, in epoca tardo medievale, il nome di claret, probabilmente da una inglesizzazione del francese clair, poi divenuto clairet. Claret, quindi, secondo un primo indizio di origine etimologica deriverebbe, ancora prima che dal guascone bin clar, attestato da alcune fonti storiografiche1 di cui si riconosce l’evidente comunanza della radice, dal latino medievale claratum, participio passato di clarare, che significa “rendere chiaro”. Le attestazioni della presenza della traslitterazione sono presenti in alcuni documenti di origine antico medievale: “I claré, dal latino medievale claratum (xes. coutume de l’abbaye de Verdun ds Bambeck Boden, p. 142), dér. de clarus « clair » (spéc. au Moy. Âge en parlant des liqueurs ds Mittellat. w. s.v.), avec suff. -atum; devenu claret par substitution de suff. (xies. claretum ds Mittellat. W. s.v.); cleret, clairet par attraction de cler, clair*. II dér. de cler, clair*; suff. -et*, -ette”*2. Le lingue, vive come gli abitanti che le abitano, perdono, nel corso del tempo, pezzi, si semplificano, si localizzano o si trasformano ad uso comune standardizzando significati che dureranno per molto tempo a venire. Ma non prima di averci lasciato dubbi che producono equivoci. Intanto proviamo a fare un piccolo passo indietro.

L’equivoco comune. Più che di equivoco si tratta di un vero e proprio errore nella ricostruzione storica, che è quello di associare il vino claret ad un vino speziato. L’origine di tale ambivalenza risale all’uso medievale della lingua Provenzale di claratus, ricordato poc’anzi, o di clarentus, che viene e tradotto localmente in claré e poi in claret: «Claret si fa de vi, de mel e d’especias aromaticas subtilment polveridas (il claretto si fa di vino di miele e di spezie aromatiche sottilmente polverizzate)3.» Si tratta del claretus sive stelladia, come racconta Nadia Patrone, un “vero e proprio liquore a base di vino robusto mescolato con miele, numerose spezie, quali zucchero, anice, zenzero, cannella, chiodi di garofano, cardamomo e grani di paradiso (melegueta o pepe della Guinea)4.” Un vino rinomato di cui abbiamo traccia nei documenti tardo medievali (1394) orvietani, la cui tassa, invece che sulla quantità o sul prezzo, viene curiosamente applicata sui giorni in cui tale vino è stato venduto5.

Anche Roger Dion, nella sua possente storia della vigna e del vino in Francia tratta dei vini speziati provenienti dalla zona di Montpellier, ricordando l’episodio in cui Enrico III d’Inghilterra ordina, nel 1251, a un certo Robert de Montpellier (Robertus de Monte Pessolano) di preparare in occasione del Natale che si sta avvicinando due vini da spedire al più presto alla città di York: uno fatto con vino bianco e chiamato ‘giroflé‘ (garhiofilatum) e uno fatto con vino rosso e chiamato ‘claret‘ (claretum). Del primo Dion ci dice che la spezia impiegata in prevalenza sono i chiodi di garofano, da cui il nome, mentre del secondo parla dell’utilizzo di numerose, quanto generiche, spezie. Dion viene così non solo a confermare l’origine provenzale di questo secondo vino, ma anche la sua genesi nella scuola medica di Montepellier che, sotto l’influenza della medicina araba, produce vini profumati o speziati di cui ci danno conto i versi di Jean Maillart estratti dal Roman du comte d’Anjou del 1316:

Si bevoie vins prècϊeus,

Pyment, claré delicϊeus,

Cythouaudés, rosez, florez6.

La diffusione e la fama del vino claret.

Come ci racconta Hugh Johnson, che dedica un intero capitolo al claret7, questo è il vino prodotto allo stesso modo con cui si producono oggi i vini rosé, o, per dirla alla francese, i vin d’une nuit, cioè i vini che passano una sola note nel tino. Di qui il colore di un rosso molto tenue, chiaro e la sua straordinaria limpidezza che per l’epoca significa, al di là del vero, anche l’assenza di una presunta pericolosità alimentare. Il vino claret significa, a partire dal Medioevo, i vini di colore rosso scarico provenienti dalla zona di Bordeaux, acquistati dalla corona Britannica.

Tra i vini nominati nel 1300, ad esempio, dal Wardrobe of Edward, il Vinum clarum o cleared o clared o claret viene citato come vino di pregio al confronto del Vinum expensabile definito anche common wine. Qualche secolo più tardi anche il famoso il Northumberland Household Book8 parla dei vini claret come di “a pale red wine distinguished from the deeper red vin clairet the product of a district Bourdeaux called Graves whence the English in ancient times fetched the wine they called claret9.”

Occorre infine menzionare che i vini importati in Inghilterra da Edoardo I, a partire dal 1302, sono quasi esclusivamente quelli provenienti dalla zona di Saint-Émilion, mentre non ve ne sono, al momento, provenienti dalla zona del paludoso Médoc. Saranno poi gli Olandesi, a partire dagli inizi del Seicento a creare il paesaggio vitivinicolo della regione di Bordeaux così come lo conosciamo ancora oggi. La necessità primaria per i mercanti olandesi è quella di realizzare un sistema di trasporti, via terra, rapido ed efficace come quello via mare. Da qui partono, grazie ai contributi di importanti ingegneri come Jan Adriaasz Leeghwater (1575-1650), i processi di bonificazione delle paludi che circondano il fiume Garonna e gran parte delle zone pianeggianti intorno alla città di Bordeaux e della zona del Médoc. Quanto afferma Hugh Johnson sul piantamento delle viti da parte degli olandesi in zone paludose (palus)10 al fine di ottenere vini più corposi e carichi di colore rende conto in maniera tanto parziale quanto inesatta delle trasformazioni agrarie avvenute sotto il dominio arancione in terra di Guascogna. La priorità delle bonifiche, come ricordato, va in tutt’altra direzione e solo in un secondo tempo questo fatto permette agli agricoltori di impiantare, in zone prima impensabili, nuovi vigneti.

Il sistema utilizzato dagli Olandesi prevede la costruzione di dighe e l’edificazione di pompe di drenaggio dell’acqua. Una volta assorbita parte dell’acqua, vengono piantate delle canne sui terreni fangosi fino alla totale evaporazione dell’acqua stessa. A fianco dei campi sorgono i canali di scorrimento dell’acqua, tutt’ora presenti nei paesaggi viticoli del Médoc, volti a raccogliere l’acqua piovana11.

Il ricordo che svanisce: il claret nell’Ottocento. A seguito delle maggiori specializzazioni colturali viticole, a cui si accompagnano differenziazioni di prodotti per zone e per qualità, che sfociano nella famosa classificazione dei vini del Médoc del 185512, il nome di claret scompare alla stregua dei vini, molti e indefiniti, che rappresenta.

Il claret rimane, tenue come il loro colore, un ricordo lontano.

 

1Cfr. Jean Verdon, Bere nel Medioevo Bisogno, piacere o cura, edizioni Dedalo, Bari 2005, pp. 156, 157

2Cfr. Centre National de Ressources Textuelles et Lexicales

3Voci dalla lingua provenzale del prof Vincenzio Nannucci, Tipografia Felice Le Monnier, Firenze 1840, pag. 134

4Annamaria Nada Patrone, Il consumo di vino nella società Pedemontana del Basso Medioevo, in Rinaldo Comba (a cura di) Vigne e vini nel Piemonte medievale, Edizioni l’Arciere, Cuneo 1990, pag. 291

5Cfr. Lucio Riccetti, Il naso di Simone. Il vino ad orvieto nel Medioevo, in Jean-Louis Gaulin e Allen J. Greco (a cura di), Dalla vite al vino. Fonti e problemi della viticoltura italiana medievale, Clueb, Bologna 1994, pag. 140

6Roger Dion, Histoire dela vigne & du vin en France des origines au XIX siècle, CNRS Editions, Paris 2010 (prima edizione 1959), pp. 315, 316

7Hugh Jonson, Il vino. Storia, tradizioni e cultura. Franco Muzzio editore, Roma 1991. Cfr. capitolo 13: L’Inghilterra e la Guascogna: nasce il claret.

8Era figlio di Henry Percy, IV conte di Northumberland e di Maud Herbert. La posizione rilevante di Northumberland può essere vista attraverso il Northumberland Household Book, che è stato pubblicato da Thomas Percy nel 1770 riprendendo un manoscritto in possesso del duca di Northumberland. Esso venne iniziato nel 1512. Il suo reddito era di circa £2,300 all’anno, che probabilmente non includeva tutto quello che riceveva dai doni. Ma per il suo seguito di servitori egli non spendeva meno di £1,500 all’anno, inoltre altre spese erano destinate per i viaggi di corte. Dato che era uomo di straordinaria magnificenza, egli accumulò subito anche dei debiti.

9The House And Farm Accounts Shuttleworths Of Gawthorpe Hall In The County of Lancaster Smithils and Gawthorpe From September 1582 To October 1621 edited by John Harland Esq Fsa Printed For The Chetham Society M DCCC LVIII pag. 1107

10Ivi, pag. 273

11Cfr. The wine cellar insider, Bordeaux Wine History and Description of the Wines in http://www.thewinecellarinsider.com/wine-topics/bordeaux-wine-history-description-wines/

12La classificazione a Bordeaux risale al 1855, in occasione dell’esposizione universale di Parigi, quando Napoleone III incaricò la Camera di Commercio di Bordeaux di effettuare una “rappresentazione completa e soddisfacente dei vini di Bordeaux”. La classificazione era basata in gran parte sui prezzi dei vini allora correnti e rifletteva il potere economico dei courtiers (commercianti) e politico di una parte dei produttori tanto che tutti i vini appartengono alla zona del Mèdoc ad accezione dell’Haut-Brion del Graves. Cfr. Tim Unwin, Storia del vino. Geografie, culture e miti dall’antichità ai giorni nostri, Donzelli, Roma 1996, pag. 282

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Quando il Lambrusco faceva l’occhiolino alla Francia…

In uno scritto del 1892, “Di una denominazione di pubblico spazio mercatorio o nundinario[1] in Modena nel secolo XVI” , edito in proprio e stampato per la Tipografia del Commercio, Luigi Francesco Valdrighi fa riferimento per la produzione del lambrusco grazie ad un’ uva d’oro, trapiantata dalla Francia, più precisamente dalla Borgogna e ancor più esattamente dalla Côte d’or, da cui il nome: “sino dal XVI sec. l’uva d’oro tanto utile pel nostro famoso vino da famiglia e che vuole tradizione fosse prodotta da vitigni francesi della Côte d’or qui fatti acclimatare da non so quale Duca o Marchese di Ferrara, era in piena produzione.” Questo breve commento dà alcune preziose indicazioni: la prima è che probabilmente il Lambrusco veniva prodotto con uve diverse, forse anche a bacca bianca, o che con lo sesso nome, uve Lambrusche, secondo le indicazioni di Andrea Bacci[2] venivano chiamate uve diverse sia a bacca bianca che “rossiccia” e in secondo luogo che queste uve sono presenti nei territori emiliano romagnoli già da diverso tempo. In realtà “una testimonianza certa, invece della produzione di un vino chiamato “Uva d’oro” ci viene offerta solo all’inizio del 1600 dal georgico ravennate Marco Bussato, il quale nel suo trattato “Giardino d’Agricoltura”, pubblicato nel 1612, ci racconta testualmente: “Alcune persone dice al suo gusto del mangiar dell’uva e bevere del vino, che è meglio massimamente l’Uva d’oro ben matura”.

Tale fonte è sicuramente attendibile in quanto il Bussato proviene da una famiglia di origine ferrarese, che servì il serenissimo Duca Ercole I, ed ha svolto la sua attività lavorativa, quale innestatore, nell’area litoranea tra Classe e Mesola. Bisognerà, però, arrivare al 1700 per avere notizie più dirette e precise intorno alla coltivazione di un vitigno “Uva d’oro” nel ferrarese. Sarà infatti lo storico comacchiese Gian Francesco Bonaveri, nella sua “Storia della Città di Comacchio” (1720), a riferirci che i vini che d’ordinario si bevono in Comacchio sono ottimi al gusto e universalmente salubri…Questi vini sono detti d’Uva detta d’oro….

Il discorso sulla coltivazione dell’Uva d’oro sarà poi ripreso in modo ampio è approfondito da Domenico Vincenzo Chendi nel suo “L’agricoltor Ferrarese in dodeci mesi”, edito a Ferrara nel 1775. (…)Non esiste alcun riferimento storico attendibile che affermi che Renata di Francia, figlia di Luigi XII, venendo sposa al duca Ercole II d’Este, abbia importato a Ferrara il vitigno “Uva d’oro” o “Fortana”.

Infatti, il più noto storico ferrarese, Antonio Frizzi, nelle sue “Memorie per la storia di Ferrara”, dice testualmente: “E’ fama che Alfonso II facesse trasportare dalla Costa d’oro della Borgogna quelle viti che al presente [1796] riempiono le nostre possessioni e producono il vino universalmente usato ed appellato d’Uva d’oro”. Alfonso II, quindi, non Renata di Francia!

Il nome di quest’ultima, riferito all’ “Uva d’oro”, apparirà per la prima volta solo all’inizio del ‘900, quando Vittorio Peglion nel suo libro “La Bonifiche ferraresi” (1910), nel riprendere la notizia del Frizzi la arricchisce di un grossolano errore: “Dalle cronache di Mesola si rileva che là debba forse ricercarsi la prima importazione di viti dalla Borgogna, dovuta a Renata di Francia, consorte (?) di Alfonso II d’Este…”. (Ricordiamo per inciso che Renata fu sposa al padre di Alfonso, Ercole II, dal 1528 al 1559, e quindi madre di Alfonso).[3]

Escludendo la presenza di uve provenienti dalla Borgogna, che condizionerà diversi studi successivi sino al libro di Giorgio Giusti, “Rosso rubino, profumo di viola. Appunti per una ricerca sul lambrusco.” (Modena 1976, pag. 18), sappiamo però che il Lambrusco veniva prodotto anche con “l’uva nera forte proveniente” dalla zone di  Sorbara, secondo la documentazione della Cantina Ducale del 1748 (ivi, pag. 17). Uve nere forti o uve d’oro (così chiamata per la serbevolezza e perché molto produttiva) sono le uve che contribuiscono assieme alla Lambrusche a produrre il famoso vino Lambrusco e ancora oggi, a livello popolare, tanto forte è la novella storica, vengono ancora chiamate “uve francesi nere” (Doc Bosco Eliceo Fortana).

Ma l’ammiccamento con Francia non è finito qui: Antoine Claude Pasquin – Valery, un erudito viaggiatore belga, bibliotecario del Re presso il Palazzo di Versailles e del Trianon, intraprende un viaggio storico-letterario per l’Italia negli anni dal 1826-1828, dando vita ad una voluminosa opera ricca di notizie che avrà numerose edizioni e ampliamenti nel corso degli anni. La prima edizione è intitolata “Voyages historiques et littéraires en Italie pendant les années 1826, 1827, 1828, ou l’Indicateur italien”, voll. 5, Paris 1831-1835.  

Tornerà in Italia molte altre volte e nel 1842, per la Società Belga dei Librai, darà alle stampe un libro, “Bologne, Ferrare, Modène, Reggio, Parme, Plaisance et Leur environs” in cui scrive a proposito del Lambrusco di Sorbara (pag. 182): “Vin rouge de la montagne de Modène (vîno tosco) Vin de Sorbara qui se rapproche du Bordeaux mais qui perd sa force en vieillissant et comme la plupart des vins d Italie ne supporte point le voyage de mer:”

Alcuni anni più tardi, nel 1868, Mendola, nel suo “Estratto del Catalogo generale della collezione di viti italiane e straniere radunate in Favara” scrive che “le Lambrusche del modenese, segnatamente di Sorbara, prendono l’aria di piccoli Bordeaux e per tali li spaccia alcun mercante di Genova, senza offendere il gusto dei bevitori[4].”


[1] “La parola cambio ha nel linguaggio della giurisprudenza due affatto distinti significati. Nel primo significato il cambio esprime la permuta materiale che si fa di una specie di moneta con altra specie equivalente come di monete d’oro o d’argento ovvero di monete dello Stato con altre straniere. Anche presso i Romani era nolo il cambio minuto e plateale che consisteva nel materiale baratto delle diverse monete che correvano per le mani del popolo onde servire alla comodità del mercato Dalla parola greca collìbos specie di piccola moneta fu detto cambio collitistico o anche nundinario dalle circostanze nelle quali veniva praticato.” BIBLIOTECA SACRA ovvero DIZIONARIO UNIVERSALE DELLE SCIENZE ECCLESIASTICHE Opera compilata dai Padri Richard e Giraud, Ora per la prima volta in italiano tradotta ed ampliata da una società di ecclesiastici, Supplemento, Tomo II, Milano presso l’editore Ranieri Fanfani, 1837, pag. 261

[2] Cfr. Andrea Bacci, Libro V di De naturali vinorum historia, Niccolò Muzi, Roma 1596

[3] Intervista a Marcello Bertelli in http://www.boscoeliceo.net/it/intervista.htm

[4] Giorgio Giusti, cit. pag. 17