Elogio della bevuta del vino giovane

Di Esther Bubley – Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8297971

“Una lunga, lenta infanzia, fa parte dei riti necessari

alla produzione di un morituro”.

Giorgio Manganelli

Non vi è alcun dubbio che vi siano vini giovani, talmente giovani da sembrare quasi degli infanti: e non sta bene, a meno che non si sia degli stalinisti convinti, assaporare dei bambinelli appena formati. Ecco appunto, prendo a prestito la questione del vino antropomorfo per fare questa domanda: non sta bene o non va bene dal punto di vista percettivo – sensoriale? Perché, se si dà il primo caso, la questione è prettamente morale, per come è intrisa di un significato che va ben oltre il dispositivo degustativo e il piacere personale. Nel secondo caso, invece, si fa riferimento al piano evolutivo di un vino, alla sua maturità personale, al punto di equilibrio massimo, all’evoluzione sensoriale che dovrebbe corrispondere ad un imminente e penoso decadimento fisico e spirituale. Ci troviamo, dunque, di fronte a tre categorie possibili di vino: 1) quelli che in nessun modo possono invecchiare; 2) quelli che possono invecchiare; 3) quelli che devono invecchiare: siamo, insomma, a cavallo tra l’escatologia vinosa e la ricerca del Sacro Graal. La questione sarebbe presto che risolta se non vi fossero delle perplessità, per esempio le mie.

La faccio breve e non la dico in chimica, anche per il fatto che non ne so nulla. Ogni fase evolutiva mentre acquista qualcosa ne rimette delle altre: nella maturità si perde in impulsività, ad esempio, ma anche in freschezza e in genuinità; si acquista in levigatezza, in trama e amalgama, ma si lascia in caparbietà, nettezza e gioviale rigoglio. Poi si arriva ad un punto in cui si smarrisce tutto. Qualche rara volta, al contrario, rimane lo scheletro di un passato glorioso che è ancora passibile di un piacere a suo modo meravigliosamente vizioso: carpire l’esile essenza e l’anima di un vino. Quest’anima di cui era rivestito un esile e ferroso scheletro l’avevo trovata, per intenderci, in alcuni barbera di Scarpa dei primi anni novanta del secolo scorso.

Il nebbiolo, dal suo canto, è uno di quei vini che, condotto in mirabolanti variabili e interpretazioni, più si presta ad una disanima non priva di interesse. Nella variabile lunga, decennale o pluridecennale, il nebbiolo acquisisce una rara importanza e bellezza di intrecci terziari blasonati, antichi, ambrati, sottilmente ossidati. E gli esempi si sprecano. Nella breve scalpita, indietreggia per tirare fendenti, avanza, schiva, colpisce e stupisce: nei petali di rosa, nei balsami di venere, nelle spezie fresche, nel sale, nella frutta ancora viva e vibrante. E mi viene e in mente il Langhe nebbiolo di Emilio Vada

“Mé gran Türin”. Rosso come il sangue, forte come il Barbera

Il grande Torino

Me grand Türin

di Arpino Giovanni

Russ cume el sang
fort cum el Barbera
vöj ricordete adess, me grand Türin
An cuj ani ed sagrin
ünica e sula la tua blëssa j’era.

Vnisìo dal gnente, da guera e da fam,
tren da bestiam, téssere, galera,
fratej mort an Rüssia e partigian,
famije spantià, sperdüa minca bandiera.

I j’ero pòver, livid, sbarüvà,
gnanca un sold sla pel e per rüsché
it dovìe surié, brighé, preghé,
fin a l’ültima gussa del to fià.

Fümé a vorìa di na cica an quatr,
per divertisse i dovìo rije ed poc,
per mangé i mangiavo fin ij gat,
j’ero gnün: i fürb cume ij fabioc.

Ma un fiur l’avio e it j’ere ti, Türin,
tajà ant l’assel j’era la tua bravüra,
giuventü nostra, che tüti ij sagrin
portava via cun tua facia düra.

Tua facia d’ovrié, me Valentin!
me Castian, Riga, Loik, e cul pistin
ed Gabet, ch’a fasìa vnì tüti foj
cun vint dribling e pöj a j’era già gol.

Filadelfia! Ma chi sarà el vilan
a ciamelo un camp? J’era na cüna,
de speranse, ed vita, ed rinassensa,
j’era sogné, crijé, j’era la lüna,
j’era la stra dla nostra chërsensa.

It l’has vinciü el mund,
a vint ani it ses mort.
Me Türin grand
me Türin fort.

Rosso come il sangue
forte come il Barbera
voglio ricordarti adesso, mio grande Torino.
In quegli anni di affanni
unica e sola la tua bellezza era.
Venivamo dal niente, da guerra e da fame
Carri bestiame, tessere, galera,
fratelli morti in Russia e partigiani,
famiglie separate, perduta ogni bandiera.
Eravamo poveri, lividi, spaventati,
neanche un soldo sulla pelle e per lavorare
e dovevi sorridere, brigare, pregare
fino all’ultima goccia del tuo fiato.
Fumare voleva dire una cicca in quattro,
per divertirsi dovevamo ridere di poco,
per mangiare mangiavamo perfino i gatti,
non eravamo nessuno: i furbi come gli sciocchi.
Ma avevamo un fiore ed eri tu, Torino,
tagliata nell’acciaio era la tua bravura,
gioventù nostra che tutti i dispiaceri
portavi via con la tua faccia dura.
La tua faccia d’operaio, mio Valentino!
mio Castigliano, Riga, Loik, e quella peste
di Gabetto, che faceva venire tutti matti
con venti dribbling ed era già gol.
Filadelfia! Ma chi sarà il villano
a chiamarla un campo? Era una culla
di speranze, di vita, di rinascita,
era sognare, gridare, era la luna,
era la strada della nostra crescita.
Hai vinto il Mondo,
a vent’anni sei morto.
Mio Torino grande
Mio Torino forte.

arpino2Giovanni Arpino