C’è chi dice no! L’Europa e il “vino naturale” in etichetta

Lenin – Trotsky

Una questione semantica? Ovvero politica? Ovvero culturale? Ovvero produttiva? Ovvero?

“L’indicazione ‘vino naturale’ in etichetta può suggerire l’idea di un vino di qualità più alta. C’è il rischio che l’uso del termine ‘naturale’ induca il consumatore in errore”. Questo il parere della Dg Agri presso la Commissione Ue. L’espressione “vino naturale” o “vin méthode nature”confligge con i principi in materia di etichettatura (art.120 del regolamento 1308/2013, sulle indicazioni facoltative) e sull’informazione dovuta ai consumatori per i prodotti alimentari (cfr.http://dirittovitivinicolo.eu/vino-naturale-vin-methode-nature/ ). Misleading insomma; qualcuno azzarda “svilente per gli altri produttori”; diversi rimarcano la “difficoltà di applicazione”; e, infine, l’auto-assoluzione: “sono proprio i produttori di vino naturale che non lo vogliono scrivere in etichetta”. Tutte ragioni meritevoli di attenzione e di risposta sulle quali tornerò in seguito. Ma dapprima occorre fare una breve disamina sulle produttrici e sui produttori di vini naturali.

Le famiglie dei produttori dei vini naturali. Sulle tracce di Trockij e di Bakunin

Uno degli errori che si compiono abitualmente è quello di ritenere che se qualcuno fa qualcosa di simile a qualcun altro, allora la pensa allo stesso modo su tutto il resto. Sicuramente ci sono maggiori affinità tra produttori di vini naturali (per metodi, pratiche, sensibilità, riferimenti teorici) che tra produttori con approcci agli antipodi. Ma, al medesimo tempo, non è proprio detto che vi sia unanimità sul come stare all’interno del movimento vitivinicolo, sempre che di movimento si tratti (per inciso, questo vale anche per quelli che naturali non sono o tali non si dichiarano). Diciamo che se la casa madre, il partito, è la D.o.c. con le rispettive diramazioni zonali e il Comitato Centrale è rappresentato dai Consorzi, i produttori del vino naturale posso assumere a tal proposito atteggiamenti significativamente diversi. Perdonatemi i raffronti storici, ma li uso sostanzialmente per me e per capirmi.

Una parte dei produttori del vino naturale si colloca nel novero dell’”entrismo” trozkista: nato nell’alveo della Quarta Internazionale prevedeva (siamo nella metà degli anni ‘30), a seguito della crisi dei partiti socialisti, l’ingresso stabile delle componenti radicali in quelle organizzazioni al fine di allargare il fronte estremo e di portare le masse nella direzione rivoluzionaria auspicata. I produttori del vino naturale di tal fatta ipotizzano che è soltanto dove risiedono i veri apparati di potere che possono compiersi i cambiamenti necessari. La denominazione di origine rappresenta per costoro il riferimento storico e sociale entro cui queste trasformazioni si possono dare

Altri produttori del vino naturale, diversamente, pensano che il partito-madre sia talmente irriformabile da non consentire più alcuna presenza attiva né nelle D.o.c. né nei consorzi. Pertanto ritengono assolutamente velleitarie le posizioni dei primi, antistoriche e votate al conseguente tracollo. La pratica entrista avrebbe potuto dare i suoi frutti in tempi passati, ma ora non è più concepibile: la denominazione di origine è stata irrimediabilmente tradita e i disciplinari di produzione sono la necessaria testimonianza del fallimento. In questi casi le posizioni dei vin-naturisti possono prendere direzioni molteplici e divergenti: alcuni si strutturano, su scala nazionale, in partito rivoluzionario di minoranza e ricostruiscono a livello mondiale una nuova una nuova Internazionale fedele ai principi costitutivi.

Una certa parte di produttori del vino naturale, ancora, si affilia ad associazioni più fluide dal punto di vista organizzativo, che però mantengono un patto associativo chiaro sugli elementi dirimenti e comprovanti. Essi non credono più alla possibilità di creare una associazione fortemente ideologizzata, come se si trattasse di una forma minoritaria e spuria della ricostruzione della IV internazionale, ma pensano che sia maggiormente adeguato ai tempi lo strutturarsi per principi e non per aderenze precostituite: trozkisti che si adoperano per lavorare con chi trozkista non è, ma che condivide una stessa visione politica e sociale del mondo. Un’ultima frazione di questa corrente ritiene, diversamente dai summenzionati, che sia l’adesione dottrinale e filosofica a creare il necessario collante teorico e organizzativo.

Bakunin

A quasi concludere vi sono produttori del vino naturale di matrice prettamente anarchica ad impronta individualista: sono già riconoscibili dalle etichette con cui adornano i loro vini e si distinguono da tutti gli altri per una sorta di repulsione innata ad ogni forma di organizzazione e di qualsivoglia appartenenza. Sono talmente estranei a tutto che una certificazione di “naturalità” sarebbe loro invisa al pari di un matrimonio in municipio.

Profilo di Max Stirner, disegnato da Friedrich Engels

E, per chiudere in bellezza, ci sono anche produttori del vino naturale anarchici e organizzatori: tutt’altro che contrari ad una certificazione purché non venga proposta dall’esterno, ma soltanto da un consesso liberamente scelto e unanimemente accettato dai partecipanti.

Capirete bene che a proposito dell’etichetta, del come l’etichetta e del quando l’etichetta, tra le produttrici e i produttori di vini naturali i pareri non sarebbero conseguentemente concordi. Anche perché la discussione non toccherebbe, a rigor dei loro pensieri, soltanto la dicitura “vino naturale”.

La questione semantica. E un esempio: organic

Come mi insegnarono antichi maestri del pensiero recondito e poco appariscente, ogni questione semantica è, per sua natura, politica. E i discorsi che ruotano intorno alle parole e le parole che si accavallano dentro i discorsi sono pratiche e prassi al pari di quelle mediche, giudiziarie, amministrative… Le lingue sono zeppe di lemmi d’uso invalso, riconosciuto e raccomandato che fino a poco tempo prima non lo erano: le ragioni sono molteplici e gli sviluppi insperati. Contesti di vario genere, strumenti e rapporti di potere consentono o limitano il proliferare delle parole. Ma non voglio teorizzare troppo e passo dunque ad un esempio non di lingua italica, ma di derivazione greco-latina, che ha molte attinenze con la vita (bio), con il logos (pensiero, parola, spirito, principio creatore…) e con la natura. Il termine è: organic. Per il mondo anglosassone organic è l’equivalente di quello che noi chiamiamo biologico.

1) dal lat. organĭcus, gr. ὀργανικός «attinente alle macchine, agli strumenti; che serve di strumento», der. di ὄργανον: v. organo] (pl. m. -ci). – 1. agg. Che si riferisce a, o ha rapporto con, gli organismi viventi, animali o vegetali (in quanto questi sono organizzati, dotati cioè di organi): regno o., il regno animale e vegetale insieme (contrapp. al regno inorganico o minerale); la vita o.; tessuti organici. (Treccani)

2) Che concerne gli organi degli esseri viventi, o il corpo in quanto costituito di organi: funzioni o.; struttura o., ecc. In medicina, indica la connessione di una malattia, di un sintomo (malattia o., sintomo o.) con l’alterazione anatomica o biochimica di un organo. (Treccani)

3) 1680s in reference to bodily organs; 1862 in reference to living beings; 1841 as “as part of an organized whole;” from organic. 1727, “without the organized structure which characterizes living things,” from in- (1) “not, opposite of” + organic (adj.); 1680 in riferimento agli organi corporei; 1862 in riferimento agli esseri viventi; 1841 come “parte di un insieme organizzato”; da organico. 1727, “senza la struttura organizzata che caratterizza gli esseri viventi”, da in- (1) “non, opposto di” + organico (agg.).

4) Inorganical in this sense is from the 1670s; Inorganico, in questo significato, è del 1670.

5) Organic chemistry is attested from 1831. Earlier was organical “relating to the body or its organs” (mid-15c.) and Middle English (was a form of the English language spoken after the Norman conquest (1066) until the late 15th century) had organik, of body parts, “composed of distinct substances, possessing distinct properties” (c. 1400); La chimica organica è attestata dal 1831. In precedenza era organica “relativa al corpo o ai suoi organi” (metà del XV sec.) e l’inglese medio (era una forma della lingua inglese parlata dopo la conquista normanna (1066) fino alla fine del XV secolo) aveva organik, di parti del corpo, “composto da sostanze distinte, con proprietà distinte” (1400 circa).

6) Meaning “free from pesticides and fertilizers” first attested 1945; Significato “libero da pesticidi e fertilizzanti” attestato per la prima volta nel 1945.

7) The term “humus farming” went out of vogue in the 1940s as the term “organic” became more popular. According to one source, the first use of “organic” to describe this form of agriculture was in the book Look to the Land, by Lord Northbourne, published in 1940. Northbourne uses the term to characterize farms using humus farming methods, because he perceived them to mimic the flows of nutrients and energy in biological organisms – “…a balanced, yet dynamic, living whole”. Therefore, the word “organic” was intended and used to describe process and function within a farming system – not the chemical nature of the fertilizer materials used, and not adherence to a discredited notion of plant nutrition; Il termine “coltivazione con l’humus” è passato di moda negli anni ’40, quando il termine “biologico” è diventato più popolare. Il primo uso del “biologico” per descrivere questa forma di agricoltura fu nel libro “Look to the Land” di Lord Northbourne, pubblicato nel 1940. Northbourne usa il termine per individuare le aziende agricole che utilizzano metodi di coltivazione con l’humus, perché li ha percepiti come imitatori dei flussi dei nutrienti e di energia propri degli organismi biologici – “…un insieme vivente equilibrato, ma dinamico”. Pertanto, il termine “organico” è stato inteso e utilizzato per descrivere il processo e la funzione all’interno di un sistema agricolo – non per la natura chimica dei materiali fertilizzanti utilizzati, e per non l’aderenza ad una nozione screditata di nutrizione delle piante.

8) Detriments to the environment were first recognized in 1938, as topsoil blew off the Great Plains, leaving tens of thousands of farmers destitute, a USDA report, “Soils and Men”, discussed the way agricultural practices depleted the soil. This report an early argument for a sustainable alternative in agriculture. Later in 1945, J.I. Rodale, perhaps the most influential figure in the American organic food movement published an article warned about the dangers posed by DDT and later Rachel Carson expanded the criticism of DDT in her book “Silent Spring“; I danni all’ambiente sono stati riconosciuti per la prima volta nel 1938, quando lo strato coltivabile venne spazzato via dalle Grandi Pianure, lasciando decine di migliaia di agricoltori indigenti. Un rapporto dell’USDA, Soils and Men, discusse il modo in cui le pratiche agricole hanno impoverito il suolo. Questo rapporto è uno dei primi argomenti a favore di un’alternativa sostenibile in agricoltura. Più tardi, nel 1945, J.I. Rodale, forse la figura più influente del movimento americano per l’alimentazione biologica, pubblicò un articolo che metteva in guardia dai pericoli del DDT e più tardi Rachel Carson ampliò le critiche al DDT nel suo libro “Silent Spring”. Buttare l’occhio qui per approfondimenti: https://rogerblobaum.com/

Organic, biologico: 1945 circa. L’altro ieri in termini evolutivi. Per dirla tutta: se la parola “naturale” è impropria, non lo sono da meno “organic” o “biologico”. Se, invece, “organic” e “biologico” hanno una loro validità formativa, ideale, politica e di pragmatica, allora le ha anche la parola “naturale”. O le avrà.

Conclusioni col senno di poi.

Insomma ci siamo capiti, o almeno credo. Forse il termine “naturale” scomparirà, almeno per un po’, dal dibattito contemporaneo sul vino; forse, al contrario, prenderà vigore come mai prima; forse si inabisserà nelle profondità carsiche di una discussione che è ancora da venire. Quello che sappiamo di certo è le parole assumono la forza e il significato che parte degli attori, in un determinato momento e contesto storico, modificando i rapporti di potere, danno loro.

Resoconto gustoso ed insolito dell’incontro anarchico di Saint Imier del 1872 .

Arrivammo alla spicciolata: Malatesta, Cafiero e Bakunin giunsero a destinazione grazie al passaggio di alcuni compagni del Ticino che avevano affittato una carrozza, mentre io, Fanelli, Labruzzi e Costa ce la facemmo a piedi. Niente di male, sennonché per arrivare in tempo siamo partiti da Dogliani il 15 di agosto. Un caldo infame prima e grandi escursioni termiche poi. Fortuna che portavo meco del buon vino dolcetto, mentre Costa e Labruzzi avevano comprato delle tume di pecora e capra di Langa e dei ghërsin robatà (grissini). Fanelli, come al solito, non aveva niente con sé (d’altronde è amico di Bakunin, che mangia sempre a sbafo) e poi è anziano (infatti è del 1827). Ma lasciamo perdere, ci rifaremo la prossima estate quando andremo a trovarlo a Napoli. Il viaggio, benché faticoso, è stato appagante: abbiamo fatto tappa in diversi posti, abbiamo assaporato innumerevoli cucine locali e, talora, ci siamo prodotti in eccessi, come quella volta che dopo una breve sosta a Milano (credo che fosse il 28 di agosto o giù di lì), siamo andati a mangiare da una zia di James Guillaume che abita in provincia di Como. E lei, vecchietta arzilla e simpatica, non ha pensato bene di cucinarci una versione comasca della cassoeula!!! Come sapete la cassoeula, pur nelle molte versioni in cui si presenta, è composta dalle verze e dalle parti meno nobili del maiale come cotenne, costine con l’aggiunta nelle versioni più elaborate di piedini, verzini (salamini) e testina. Nella versione comasca non si usano i piedini, ma bensì la testa di maiale. Carlo Cafiero si rifocillò come un disperato: sembrava che non mangiasse dal periodo in cui faceva parte della Carboneria. Poi gli è venuta una dissenteria che lasciamo perdere! Ma in fondo non ci è andata così male: dopo aver approfittato ancora delle generosità della zia di Guillaume, ci siamo dati ai tuffi e alle lunghe nuotate rinfrescanti nel Lago di Como. Il Nabruzzi ci ha davvero impressionato: si produsse, addirittura, in un tuffo rovesciato con avvitamento! Davvero emozionante: ci disse che sono cose che lui, rivierasco ravennate, aveva imparato da giovincello e che aveva usato per impressionare prima Mazzini e poi Garibaldi, che risultò talmente entusiasta da inviarlo come rappresentante alla Conferenza di Rimini[1] del mese appena trascorso. A pochi chilometri da saint Imier ci siamo incontrati con la delegazione spagnola: tra di loro c’era anche il corso Charles Alerini. La sera, dopo aver gozzovigliato a dovere, è partita una discussione improbabile su quali fossero i migliori pecorini se quelli italiani, ispanici o corsi. C’è mancato poco che Costa non si azzuffasse con Nicolas Alonso Marselau, mentre il vecchio Fanelli aveva preso per il fiocco (alla lavallière) Tomàs Gonzáles Morag con tale forza che aveva arrischiato di strozzarlo. Ho cercato in tutti i modi di far da paciere, ma ce n’ho messo parecchio (tra anarchici è dura). Per fortuna che è intervenuto l’oste portandoci un ottimo Dôle du Valais (pinot e gamay) della Svizzera Vallese che ha riappacificato i cuori esacerbati al canto de l’Internazionale. Siamo arrivati la sera del 14 settembre, in ora tarda: ho fatto appena in tempo a vedere Bakunin con il suo pigiamone di lana che sorseggiava una pessima vodka (me l’ha fatta assaggiare la sera dopo) fatta arrivare direttamente da Mosca. Non vi sto a raccontare il Congresso perché ci sono tutti i documenti scritti, che potrete consultare quando vi pare e piace. Vorrei invece soffermarmi sul dopocena della sera del 15 settembre: dopo una suntuosa cena a base di capunus, un piatto tradizionale grigionese, a base di un impasto (farina e uova cui vengono generalmente aggiunti pezzetti di affettato tagliato a dadini come carne secca, landjäger, prosciutto cotto, andutgel o salsiz) avvolto in una foglia di costa (o di bietola da taglio), bolliti nel latte e nel brodo e poi serviti con un pizzico di speck, formaggio e cipolle, di spätzle, gnocchetti di forma irregolare a base di farina di grano tenero, uova e acqua con cacciagione e delle trecce al burro come dessert (il vino, un riesling renano della casa, non era sicuramente all’altezza del cibo), tutte le delegazioni si sono riunite intorno ad un tavolo circolare (con due rappresentanti per delegazione). I delegati erano stati chiamati a competere, in una degustazione “alla cieca” (coperta), per scoprire il vino nella sua tipologia, denominazione, composizione ed annata. Per la delegazione italiana c’eravamo io e Malatesta; per quella spagnola Nicolas Alonso Marselau eTomàs Gonzáles Morago; per quella francese Camille Camet e Jean-Louis Pindy; per la federazione jurassienne James Guillaume e Adhémar Schwitzguébel, mentre il delegato delle sezioni americane, Gustave Lefrançais, aveva declinato l’invito perché asserì che, da quando stava in America, aveva bevuto solo del pessimo cabernet e non era in grado di partecipare ad una disputa di alto livello. Bakunin si era talmente innervosito perché non era stato scelto per la delegazione dei degustatori di lingua italiana da sostenere il fatto che, in realtà, eravamo dei nazionalisti sotto mentite spoglie. Proseguì, poi, proferendo insulti della peggior tradizione slava conditi da imprecazioni napoletane ed abruzzesi. Malatesta gli rispose per le rime, dichiarando pubblicamente che non era stato scelto unicamente perché non capiva assolutamente alcunché in fatto di vino. A quel punto Bakunin, risentito come non mai, se ne andò in camera da letto dove sembra che abbia composto, spinto alcune golate di vodka, il famoso aforisma: “la rivoluzione è sempre per tre quarti fantasia e per un quarto realtà”. Intanto la giuria aveva deciso testarci con un vino francese: Errico Malatesta era assai edotto sui vini francesi (sarà stato l’innamoramento per la Comune), mentre io su quelli italiani (e per fortuna che non ci sono capitati quelli svizzeri o spagnoli perché avremmo fatto una figura davvero barbina). E così fu: vincemmo a man bassa. Non fu un problema scoprire che quel vino era un Château Latour di Paulliac della regione di Bordeaux, mentre indovinammo tre delle quattro annate (quella del 1868 era stata altresì piovosa da rendere irriconoscibile il vino). Il cabernet sauvignon era molto evidente e talmente predominante, con quel suo colore profondo e intenso, da esibire tannini tanto esuberanti quanto ben amalgamati: forte nei profumi vegetali caldi e maturi concedeva una buona compattezza selvatica e terrosa. Quindi il merlot, caldo ed avvolgente, comparve a mitigarne gli aspetti più duri. Ma è sul finire che si compì il capolavoro malatestiano: egli individuò sia la presenza del cabernet franc , ma ancor di più dell’impercepibile petit verdot (sarà stato l’1% del totale). Una vittoria sublime! Senza dubbio il contributo del giovane Malatesta alla stesura della Prima risoluzione dell’Internazionale di Saint Imier la dobbiamo anche a questo. Chissà se qualcuno troverà questo scritto, per dare conto del vero a futura memoria.

Il delegato della sezione di Torino, Langa, Genova.

Saint Imier, 15  e 16 settembre 1872

 

[1] Dal 4 al 6 agosto del 1972 si riunisce a Rimini la conferenza dei delegati di 21 sezioni internazionaliste, in maggioranza romagnole e marchigiane. La conferenza presieduta da Cafiero costituisce la “Federazione delle sezioni italiane dell’Internazionale”. In settembre, al congresso dell’A.I.L. (Associazione internazionale dei lavoratori) viene deciso di spostare la sede del “Consiglio generale” da Londra a New York.