Quando la Luna governava indisturbata i lavori agricoli


Schizzi di Galileo sull’aspetto della Luna dall’opera Sidereus Nuncius (1610) Di Galileo – Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3261772

Prima che i fisici scoprissero nel Sole il nuovo ordinatore dei principi naturali, il sistema delle lunazioni costituiva il fondamento e il metodo indiscusso e severo a governo dei lavori agricoli. Con il suo sguardo freddo e ferrigno la Luna imponeva di «non stercorare se non con l’estremo… Se spargi il seme fuori stagione, non lo semini ma lo getti via. Seminerai che la luna ti vegga. Altri dicono che ‘l seme seminato sotto la luna intermestrua (tempo tra la luna vecchia e la luna nuova) non produce vermi…Dicono l’uva colta in interludio dura non morsa da e’ minuti animali. Calca co’ piedi sotto a te la luna e insieme il mosto. Ventila e riponi il grano sotto la luna estrema». (Leon Battista Alberti, Villa, 1438)

Padrona indiscussa della generazione, dell’accrescimento e del diminuimento la Luna fu il ricetto di tutte le influenze celesti e perfino di quelle virtù solari che, mediante la congiunzione con i suoi raggi, le sono comunicate. Ed essa, una volta apprese, le confida alla Terra «disponendo queste nostre cose inferiori più d’ogni altro pianeta. A questa sono sottoposti tutti gli elementi, per lo costei aspetto germinano le piante e semi, e questi e quelli con maraviglia crescono. Perciocché ella è prima madre e primo principio di quelle cose che qua giù nascono e a quelle dà nodrimento. Ha ella fecondità in sé e forza di generare, di crescere e di diminuire… Tiene questo pianeta la signoria sopra la terra, è padrone di tutte le acque marittime e fluviali. È signore di tutti gli umori de gli arbori e d’ogni altra cosa…» (Africo Clemente Padovano, Trattato dell’agricoltura. Nel quale si contiene il vero e utilissimo modo di coltivare le cose di villa, 1572)

La Luna congiungeva inesorabilmente la vite, la vendemmia e il vino, tanto che sbagliare il computo dei tempi significava pregiudicare la sostanza dello stesso vino, come rammentava Bernardo Davanzati nella sua “Toscana coltivazione delle viti e degli arbori” (1579): «Vendemmia senz’acqua addosso subito che è venuta la luna nuova, volendo grande vino e polputo; e volendolo piccolo, a luna scema e logora: ché quanto minor luna avrai, tanto minore il vino e più scolorito sarà; sì che nel fondo d’essa, parrà annacquato. Non vendemmiar tra le due lune, cioè né in sul fare, né sul voltare, ché simil giuoco ti farà il vino… In quei dua termini del fare e del voltare della luna, guardati di non imbottare né tramutare mai vino».

Poi, lentamente, la luce del Sole soppiantò quella lunare. Forse sarebbe meglio dire che a morire fu la ‘quintessenza di sillogismi sottilissimamente distillati’, ovvero il venerabile maestro di Stagira, Aristotele. «‘Curioso’ della natura, distogliendo gli occhi dalle meraviglie dei cieli, Galileo avrà pensato ai congegni idraulici delle radici, alla meccanica dei fluidi vegetali, al metabolismo delle linfe, alla potenza dei piccoli semi e all’inesausto vigore dei bulbi dalla cui umbratile vita sotterranea nasceva affamato di sole e innamorato della luce, il fiore; alla foglia della vite la cui superficie esterna è un sensibile ricettacolo abilissimo nel captare la luce solare; al tralcio o all’arbusto che, ben diversamente dalla madre paurosa dell’aria, del vento e della luce e fedele amica dell’umore nascosto, trovano proprio nella luce e nel sole l’alimento primario e l’energia cosmica per puntare allo zenit, verso il ‘punto verticale della nostra sfera, non mai ‘perpendicolari al piano della campagna’, ma sempre verso le ‘parti calorifiche del mezzogiorno’, anche se da esso ‘ricevon forse minore influenza di consolazione, che da qualunque punto della zona infiammata». Evangelista Torricelli, Lezioni accademiche, 1715)

Il corpo solare e lo spirito fecondante della sua luce diffusa e penetrante estinse la Luna-Madre, relegandola, ma solo temporaneamente, nei meandri dei primordiali mondi agrari.

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