Gastronazionalismo. Una lettura

“Antipasti” – Pietro Stara

I libri e le portate dei pasti.

L’abituale catalogazione dei libri, valga lo stesso per i dischi, per i vini e per tanti altri generi non voluttuari, si declina in varietà tematico/cronologiche: attualità, letteratura/e, poesia, storia (generale, antica, medievale, moderna…), antropologia, sociologia, critica letteraria, filosofia, scienze (suddivise), psicologia, fumettistica, libri per ragazzi dagli zero ai tre anni…, gastronomia con sottocategoria dei vini e delle birre, religioni con annessa o disconnessa spiritualità e via di questo passo. Come ogni classificazione umana, anche per i generi letterari ci sono state e permangono polemiche a non finire, le quali reclamerebbero una costruzione ancora più minuziosa di sottocategorie interpretative ulteriormente foriere di scontri. Non di rado in passato, ad esempio, si sono visti scontri fisici, in alcune librerie di nicchia, tra filosofi fenomenologici e materialisti storici sulla catalogazione dei libri del giovane Marx.

Tornando al presente credo che una forma classificatoria non ancora in voga, ma che avrà un indubbio successo nei prossimi 150 anni, sarà quella legata alla correlazione dei libri con le portate dei piatti durante i pasti. Anche se non priva di obiezioni, non è impossibile ravvedere lo stretto legame fra un libro e una portata di cibo. Così vi potranno essere libri colazione, libri spuntino, libri merenda (sinoira per chi lo volesse), libri antipasto, libri primo, libri secondo, libri contorno, libri dessert, libri frutta e libri ammazzacaffè. Vi saranno infine dei libri a tutto pasto, buoni a rattoppare fameliche e rapide voluttà predatorie e libri pasto, talmente densi da poter coprire un intero banchetto. Metterei tra questi ultimi, tanto per fare, le enciclopedie, la Bibbia, il Capitale, la Divina Commedia e Alla ricerca del tempo perduto.

Ai libri di prima portata potrebbero essere ascritti tutti quei volumi che hanno messo le basi per proficue e durature metodologie di ricerca o trattazioni: su due piedi mi viene in mente il meraviglioso studio di March Bloch che prende il titolo de “I re taumaturghi” (1924). Ma lascio ad ognuno il suo prediletto. I libri di seconda portata sono senza dubbio ragguardevoli in dimensioni e fatiche: aggiornano, completano, definiscono, ribaltano in alcuni casi, studi poderosi e qualificati avvenuti in precedenza. E si tratta perlomeno della maggioranza, anche in campo novellistico o letterario.

Quando ho maneggiato senza cura il libro di Michele Antonio Fino e di Anna Claudia Cecconi (con contributo di Andrea Bezzecchi), Gastronazionalismo, pubblicato per i tipi di People, e dopo averlo persino letto, mi sono subito chiesto a quale portata corrispondesse: non ho avuto grandi dubbi nel collocare questo volume tra gli antipasti. Non tanto quegli antipasti così ricchi da chiudere lo stomaco per il resto della scorpacciata, ma quegli antipasti che stuzzicano l’appetito senza stravolgerlo, che affastellano informazioni, sapori, conoscenze, reminiscenze e invitano a cercare in altrettante direzioni.

Gastronazionalismo.

La lingua italiana annovera l’unione di più parole: di sostantivi (pescecane), di verbi (giravolta), di verbi e sostantivi (lavastoviglie), di verbi e avverbi (buttafuori), di aggettivi (pianoforte) e di molte altre parole a due piazze. Quindi niente timore: anche il gastronazionalismo ci può stare o ci potrà stare. In questo caso abbiamo due possibili chiavi di lettura: l’unione tra due sostantivi, in cui il primo, gastro (ventre, stomaco), abitualmente necessita un accordo con un secondo termine distinto, e qui il nazionalismo. La seconda in cui il secondo sostantivo, nazionalismo, è preceduto non tanto da un sostantivo quanto da un aggettivo che ne specifica l’essenza, cioè che fa capire come il nazionalismo sia una questione più di flussi gastrici, di pancia insomma, che di ragione. 

Queste due chiavi di lettura ci conducono per mano lungo durante la lettura di tutto il testo: nella prima, più teorica, la gastronomia viene letta all’interno di quel variegato mondo teorico che va sotto il nome di nazionalismo. La gastronomia, in chiave interna/esterna, è dunque parte portante di un mondo ben più vasto e articolato. Nel secondo caso, anche grazie ad esempi storici recenti e all’analisi del diritto corrente in materia di D.o.p. e I.g.p. in chiave europea ed europeista (qui pienamente politica), vengono evidenziati i tratti in cui l’uso improprio, sia legislativo che storico/sociale/antropologico e quindi economico, renda evidente come il nazionalismo si supporti o costruisca, costantemente e necessariamente, notizie false, dubbie o parziali atte a rafforzare il proprio perimetro costitutivo e relazionale. Anne-Marie Thiesse ricorda, nel suo esemplare studio su “La creazione delle identità nazionali in Europa” (Il Mulino, Bologna 2001) che “la nazione nasce da un postulato o da un’invenzione”, ma che “essa vive solo per l’adesione collettiva a questa finzione. I tentativi abortiti son numerosissimi, mentre i successi sono il frutto di un costante proselitismo che insegna agli individui ciò che sono, li obbliga a conformarsi al modello proposto e li incita a loro volta a diffondere quel sapere collettivo. Il sentimento nazionale è spontaneo solo quando è perfettamente interiorizzato; ma per ottenere ciò occorre anzitutto averlo insegnato”. È forse di Renan (11 marzo 1882- conferenza tenuta alla Sorbona) la miglior, e senz’altro problematica, definizione dell’essenza di una nazione: “un plebiscito di ogni giorno”.

Rimane difficile comprendere, a questo punto, che cosa sia pretesto per chi: se la gastronomia per parlare di nazionalismo o il nazionalismo per parlare di gastronomia. In ogni caso e comunque il binomio è ampiamente centrato.

Come dicevo in precedenza si tratta di un antipasto e, come in ogni esperienza culinaria che meriti, gli ingredienti base dialogano, confliggono, si confrontano con altri a loro pari oppure che ne sono stati premessa e condizione di esercizio anche se provvisorio.

Il quadro che gli autori designano per la fuoriuscita dall’impasse nazionalista è dunque, per Fino e Cecconi, il terreno europeo, anch’esso non privo di intime e specifiche contraddizioni, o ancora meglio di incomprensioni: se la cornice politica liberal-democratica può dirimere nella sua prima parte, quella liberal, la questione dei diritti, è nella parte democratica che ravvedo le maggiori problematicità. Non tanto perché la democrazia perda di valore rivelativo, ma nella misura in essa rende conto delle proprie involuzioni storiche a partire dal suo rapporto tortuoso con il sistema del mercato capitalistico. Ma mi rendo conto di essere saltato dall’antipasto al secondo senza essere passato dalla prima portata.

Di qui la necessità, per gli autori, della costruzione di identità dialoganti, tanto personali quanto collettive (sociali, istituzionali…), che si declinino attraverso delle maschere alleggerite, per usare l’espressione dell’antropologo Francesco Remotti (Contro l’identità, Laterza, Roma-Bari 2001) “così da renderle più disponibili alla comunicazione e agli scambi, alle intese e ai suggerimenti, alle ibridazioni e ai mescolamenti. Non è detto che tale maggiore disponibilità sia la via che ci salva; ma è abbastanza certo che l’atteggiamento opposto (l’ossessione della purezza e dell’identità) è quello che ha prodotto, qui come altrove, le maggiori rovine”.

Origine e tradizione.

Alcuni antipasti necessitano di salse in accompagnamento e questo più di altre: fanno la loro comparsa, tra diverse di minore consistenza, quella sull’origine e quella sulla tradizione. Se è vero che l’acronimo D.o.p. mantiene la sua centralità nel discorso dell’origine intesa come provenienza, non risolve compiutamente, dal punto di vista storico/culturale, il problema dell’origine come inizio. Molti ingredienti di piatti tipici, infatti, provengono da latitudini e longitudini della lontananza (patate, pomodori…), per non parlare della disquisizione scientifica sui concetti, a grande valenza politica, di autoctonia e alloctonia[1]; senza poi dimenticare che le ricette si adattano e cambiano storicamente, per gusti, interessi, contaminazioni, sovrapposizioni….: “Perché Nietzsche genealogista rifiuta, almeno in certe occasioni, la ricerca dell’origine (Ursprung)? Innanzitutto perché in essa ci si sforza di raccogliere l’essenza esatta della cosa, la sua possibilità più pura, la sua identità accuratamente ripiegata su se stessa, la sua forma immobile ed anteriore a tutto ciò che è esterno, accidentale e successivo. Ricercare una tale origine, è tentare di ritrovare ‘quel che era già’, lo ‘stesso’ d’un immagine esattamente adeguata a sé; è considerare avventizie tutte le peripezie che hanno potuto aver luogo, tutte le astuzie e tutte le simulazioni; è cominciare a togliere tutte le maschere, per svelare infine un’identità originaria. Ora, se il genealogista prende cura d’ascoltare la storia piuttosto che prestare fede alla metafisica, cosa apprende? Che dietro le cose c’è ‘tutt’altra cosa’: non il loro segreto essenziale e senza data, ma il segreto che sono senza essenza, o che la loro essenza fu costruita pezzo per pezzo a partire da figure che le erano estranee”. (M. Foucault, Nietzsche, la genealogia, la storia, in Microfisica del potere, Einaudi, Torino 1977; ed. orig. Hommage à J. Hyppolite, Paris 1971)

E, infine, le tradizioni obbligatoriamente al plurale: storicamente determinate sono soggette al duplice giudizio del tempo, sia in senso etico che materiale, e del riadattamento: come amo ricordare ai miei quattro studenti, la parola latina tradĕre (tra(ns)-dare), trasmettere o tramandare da cui tradizione, mantiene la stessa radice trad- del verbo trad-ire. Dalla Francia medievale il derivato traison, che in Inghilterra comparirà successivamente con treason, farà assumere al termine traditor una nuova accezione semantica: il traditore diviene colui che consegna qualcosa o qualcuno al nemico (un’evoluzione del proditor, colui che rivela, degli antichi romani). Tradizione e tradimento condividono, in sostanza, molto più di quanto si pensi e non soltanto perché, in entrambi i casi, consegnano qualcosa a qualcun altro, nel tempo o nello spazio: quando riceviamo qualcosa che ci viene tramandato, lo reinterpretiamo, lo accogliamo, lo cambiamo o lo distruggiamo in base ai tempi correnti: per riceverlo veramente non possiamo che tradirlo.

Devo fermarmi.

Ho scritto anche troppo. Ma questo è un bene: l’antipasto “Grastronazionalismo” mi ha aperto lo stomaco senza dimenticare la testa. E spero che faccia con voi altrettanto.


[1] Rimando a due miei scritti pubblicati sul blog: Naturalità, autoctonia. Già che se ne parla in https://vinoestoria.wordpress.com/2015/12/03/naturalita-autoctonicita-gia-che-se-ne-parla/ e Vitigno autoctono o vitigno storico? Storico, e vi spiego il perché in https://vinoestoria.wordpress.com/2019/10/17/vitigno-autoctono-vitigno-storico-una-questione-non-solo-semantica/

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