Le etichette del vino sono sostanzialmente due

Etichetta di disco a 78 giri 1911
Di Sconosciuto – archivio personale,
Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=57358842

Le tipologie delle etichette del vino sono sostanzialmente due. Con le dovute eccezioni che confermano la regola la quale, per ovvie ragioni, è incerta anche se non del tutto improbabile.

Insigni legislatori si sono dovuti occupare, ben prima del sottoscritto, di cosa dovesse essere scritto su di un’etichetta del vino, del perché, del quanto grande, del dove e del come. Ma il loro sforzo più grande, che ha creato parapiglia a non finire, dibattiti estenuanti e qualche contuso in modo non grave, è stato quello di specificare il che cosa non andasse annotato. Noi sappiamo, perché così ci hanno riferito, che si può peccare in pensieri, in parole, in opere e in omissioni. E le omissioni pesano come macigni, soprattutto se sottendono o pare che sottendano. E molti sopportano di essere tesi, ma pochissimi di essere sottesi, soprattutto se a loro pare. Figuriamoci, poi, se si parla di vino. Ma non era di questo che vorrei dire, perché ne so poco, molto poco.

Insigni disegnatori, grafici, amanuensi, scriba, copisti e da ultimo bambini e bambine si sono occupati di dare una raffigurazione all’etichetta. Talvolta anche un titolo di pura e giocosa invenzione. Ma non era di questo che vorrei dire, perché ne so poco, molto poco.

Quello che mi pare evidente, come vi dissi all’inizio, è che ci sono due tipologie di etichette: un’etichetta che si apre al vino, che lo anticipa, per poi fornire alcune chiavi di lettura in modo gerarchico e mai casuale.

Dall’altra parte c’è un vino che prelude alla sua etichetta e ne fa quasi da supporto.

Nel primo caso l’etichetta è un po’ prima e quarta di copertina: quando si tratta di vini illustri la compostezza esibita rimanda ad una certa notorietà, ai legami solidi e imperituri di lignaggio, di casata, di continuità storica con o senza avvicendamenti di proprietà, di ancoraggio fisico ad un luogo nella dimensione spazio/temporale che precorre la sua nomea. Che l’etichetta sia illustrata o meno; che contenga stemmi araldici o meno. Il vino che verrà assaggiato avrà, dunque, già le chiavi austere, corpose, sufficientemente legnose e meravigliosamente lunghe, al pari dei secoli che lo confortano, di una lettura che sia consona ad un classico. In alcuni casi ad un grande classico. Per i vini di altro rango un’etichetta del primo tipo, sfrondata dagli eccessi gentilizi, rimarcherà radicati paesaggi contadini, colline che adombrano cascine della memoria, uccelli e fiori, istantanee di felicità perdute. Il vino bevuto sarà, dunque, meravigliosamente sincero, superbamente essenziale e vibrante come un colpo bene assestato al gioco della pallapugno (per chi volesse saperne qualcosa di più rimando qui: https://www.losferisterio.it/) in una festa paesana.

Le etichette del secondo tipo hanno bisogno di essere bevute. Il vino assaggiato può permettere di intuire qualcosa sulla natura del frontespizio: l’etichetta è indiziaria e rivela propositi, timidezze, allegorie e talvolta fragilità del produttore. Soltanto dopo averlo bevuto, chiacchierato e domandato sarà consentita una interpellanza, non irrituale, sull’etichetta, sul nome impresso, sui disegni e sui colori. E sarà soltanto in quel momento che si potrà pensare, a torto o a ragione: “Già, è proprio lui!”

A questo punto mi si dirà che ci sono etichette che non stanno né nella prima né nella seconda categoria: non credo. Pesateci bene: propendono o per l’una o per l’altra allo stesso modo con cui noi propendiamo.

In ogni caso e comunque, senza etichetta i vini li leggeremmo diversamente. E anche tutto il resto.

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