Perché scrivo di vino e di cibo e non di biciclette (tanto per dire)?


Vélocipédomanie, disegno umoristico francese anonimo apparso tra 1865 e 1870

Molte grandi autrici e molti grandi autori si sono cimentati con questa pretestuosa e autoriferita domanda: “perché scrivo?” Siccome non mi annovero tra questi (e non certo per mia volontà), ho dovuto inevitabilmente aggiungere dei complementi di specificazione così da restringere l’opportunistica questione ad un genere letterario minore. I grandi autori e le grandi autrici, molto spesso, hanno risposto in ragione di elementi esterni alla loro specifica volontà: il fato, il caso, il padre o la madre, le coincidenze astrali, le dita acciaccate dal martello annoverate come pretesa incapacità o voglia di esercitare qualsiasi altro mestiere. Oppure, ancora, l’altrove degli autori, l’alibi in sostanza, ha accarezzato sia le spoglie di pratiche essoteriche, rivolte a lettori non iniziati, sia quelle più propriamente esoteriche indirizzate, queste sì, ai soli adepti. In poche parole essi avrebbero voluto, illusoriamente, comunicare qualcosa al genere umano. Potrei dire, a questo punto, che le mie ragioni non sono affatto dissimili: la scrittura è arrivata sicuramente a seguito di una serie di fallimenti sportivi, amorosi, scolastici, professionali e dalla calvizia precoce. In quest’ordine. E inevitabilmente dalle relazioni irrisolte con la famiglia e dal fatto che mio fratello più piccolo di due anni me le desse di santa ragione. Dai preti e meno dalle suore (solo perché non non ho mai avuto a che fare con loro). Dal fatto che la mia mente si aspettava, a ragion veduta, di essere ospitata da un corpo maggiormente attraente. Altre sarebbero, poi, le motivazioni del fraintendimento del sé: avere un ripiego sufficientemente nobile per poter continuare a mangiare e bere. Condizione, questa, che si è inerpicata su sottintesi inappagamenti, vocianti disillusioni e mancanze a cui ho dovuto diligentemente apportare precarie replezioni e voraci stordimenti. Ma ho scritto anche di altro, per cui questa giustificazione non vale più di tanto. E per fare i conti con l’eternità (questa è forse la vera e unica ragione) grazie alla beffarda sopravvivenza di inutili brandelli del proprio corpo in forma cartacea e digitale.

Allora, perché scrivo di cibo e di vino? Perché, alla fine, i manubri e i pedali al forno sono assolutamente immangiabili. E scriverci sopra è ancor più impossibile.

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