Pezzi unici in milioni di esemplari.

Di Émile Bayard – http://www.ars-classical.com/pageID_6905635.html, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1856996

I dibattiti italici (non che da altre parti sia di gran lunga meglio), che trattino di staminali, del passaggio dagli aromi forti della cioccolata barocca a quello più semplice e lineare della cioccolata illuministica, della formazione del governo o del ruolo dell’informatizzazione di massa, prendono, a volte, pieghe paesane a cui fanno da contraltare almeno tre elementi intimamente connessi tra loro: il provincialismo, il grottesco, il corporativo.

Il primo termine afferisce ad una mentalità che procede a scarti ridotti e che ha la presunzione di scambiare l’orticello di casa propria per le praterie della Savana. Il provincialismo, come affezione mentale, non ha nulla a che fare con la difesa di peculiarità locali. Ne è l’antitesi cognitiva: il provincialismo ha la precipua funzione di globalizzare il senso comune del banale, dell’ovvio, dell’atteso e del ripetuto.

Il grottesco, invece, è l’estensione metafisica del provincialismo: rende goffo, innaturale, comico, ma senza rallegrare, ciò che di per sé è misero. Il grottesco è sguaiato, eccessivo, talmente improbabile da sembrare vero.

Il corporativo: la difesa del ruolo di sé, della categoria, dell’appartenenza, che ha pretesa dell’assoluto. Il corporativo serve per rimarcare, e per ricordarci, che c’è un solo titolare della Parola secondo il rituale richiesto e il potere stabilito.

Il paesaggio civile si popola così, all’interno di una società tecnicamente evoluta in grado di “fornire pezzi unici in milioni di esemplari” (Giorgio Manganelli), di miriadi di neo intenditori. Walter Benjamin aveva intuito la portata di questa enorme trasformazione antropologica quando scrisse in merito all’ “opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” (1936): l’esaurimento delle apparizioni uniche di una lontananza come “seguire, in un pomeriggio d’estate, una catena di monti all’orizzonte oppure un ramo che getta la sua ombra sopra colui che si riposa” significa la fine dell’aura, ovvero di quell’intreccio tra lontananza, irripetibilità e durata. L’estetizzazione della politica si risolve, dunque, nel cortocircuito fra due crisi: l’immediatezza dell’aisthesis e la mediazione politica. Lo spettacolo provinciale, grottesco e corporativo sulle trattative politiche tra partiti e movimenti per la formazione di un nuovo governo o per un suo possibile decadimento a cui stiamo assistendo in questi giorni è, per l’appunto, uno spettacolo a cui assistiamo.

Un giorno Umberto Eco disse che “i social danno diritto di parola a legioni di imbecilli”. Forse, ma credo che si sbagliasse: né gli accessi, né gli imbecilli sono causa di qualcosa. Semmai la fine della mediazione, ovvero dell’interposizione sapiente, esperita e, in fine, politica, tra colui che accede tramite il mezzo preposto e la locuzione finale a cui è atteso, ingenera la proliferazione e la reiterazione della parola stupida.

Alla fine di ogni dibattito che non si rispetti compare in scena, prestante e necessario più che mai, il capretto che porta via il male: il biblico aza ‘zèl, il capro che scompare. Il nostro latino caper emissarius, cioè il capro espiatorio.

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