Classificare e classifiche non sono la stessa cosa

Uva Canaiola (Vitis vinifera etrusca ; Black Canaiolo) da «Pomona Italiana»: Trattato degli alberi fruttiferi contenente la Descrizione delle megliori varietá dei Frutte coltivati in Italia, accompagnato da Figure disegnate, e colorite sul vero – Giorgio Gallesio.
Data (1817-1839)

Classificare e classifiche non sono la stessa cosa, anche se hanno una radice comune, almeno da noi. Ovvero dell’impossibilità di dare un ordine omogeneo e specifico alle classifiche dei vini, dei ristoranti, dei musei, delle frittate e di ogni qualsivoglia genere che non abbia a che fare con una sana ed onesta competizione in uno spazio – tempo limitato dalla quale risulti una modificazione dei rapporti numerici e, in alcuni casi, degli spazî vitali.

Il conatus enumerandi è vecchio almeno quanto l’essere umano: ogni forma di pensiero è già una forma di classificazione: “C’è una vertigine tassonomica. Io la provo ogni volta che i miei occhi si posano su un indice della Classificazione Decimale Universale” (Georges Perec, Pensare/Classificare, Rizzoli, Milano 1989). Gli ontologi un po’ sarcastici la butterebbero sulle “categorie fondamentali”:  “i tipi”, “le parti”, “le proprietà”, i “processi”, “lo spazio” e “il tempo”; gli epistemologi vecchio stampo direbbero, al contrario, che l’organizzazione della conoscenza dipende direttamente dalle strutture cognitive degli estensori, dai loro limiti e, non da meno, dal contesto sociale e culturale al quale appartengono e da cui sono inevitabilmente influenzati: “I fisici, innanzitutto, giustamente leggono l’intero Universo e ciascuna sua parte come materia e energia, regolati nei loro rapporti dalle leggi della Fisica. I chimici fanno lo stesso con gli elementi e le leggi della propria disciplina, così come, in modo diverso ma analogo, i biologi, i matematici, i giuristi, gli economisti, gli storici, ecc. Il medesimo oggetto [noumeno in sè inconoscibile] può essere colto dalla limitata conoscenza umana solo attraverso il filtro di una disciplina o comunque di una qualche forma di sapere organizzato [o delle loro varie commistioni, ibridazioni e volgarizzazioni, fra cui quella che viene comunemente chiamata “senso comune”], che ne organizza, incasella, classifica una specifica faccetta, rendendola un fenomeno afferrabile e quindi pensabile.” (Riccardo Ridi 2001)

Non usciamo, insomma, da Platone e da Kant quando ci invitarono, ognuno a modo suo, a proposito del filosofare e dunque del pensare e, a caduta, del classificare, a soddisfare almeno due leggi: quella della omogeneità e quella della specificazione, a patto però che nessuna delle due sia a discapito dell’altra: “La legge della omogeneità ci dice di raccogliere le specie, facendo attenzione alle somiglianze e concordanze delle cose, di unirle, allo stesso modo, in generi, e questi in partizioni più ampie, finché non arriviamo infine all’unità suprema, che tutto abbraccia. […] La legge della specificazione, invece, […] esige […] che noi distinguiamo bene i generi riuniti sotto un più ampio concetto di partizione multicomprensivo e poi, di nuovo, le specie superiori e inferiori comprese sotto di essi, ma che evitiamo di fare qualche salto e soprattutto di sussumere le specie inferiori o addirittura gli individui sotto il concetto di partizione più ampio”. (Arthur Schopenhauer, La quadruplice radice del principio di ragione sufficiente, 1813)

Classifica deriva, e ne mantiene la radice, da classificare anche se nell’uso comune rimanda alla strutturazione di una graduatoria legata ad una competizione: facendo riferimento ad un ordine numerico in cui i dati sostituiscono qualsivoglia organizzazione, semplificazione e specificazione del pensiero non ha alcun motivo di essere spiegata in sé. Non significa, in altro modo, che ogni classifica numerica non possa essere spiegata per sé, ovvero attraverso altri indici di valutazione: quella squadra vince sempre perché ha più denaro di tutte, compra i giocatori più forti, ha il miglior allenatore del mondo e via cantando. Quel libro è in cima alle classifiche di vendita perché è un buon libro, ma ha anche sponsorizzazioni molto danarose, pubblicità a piacimento, una casa editrice potente e via di questo passo. La classifica non muta a meno che non mutino condizioni esterne alla sua definizione. 

Ma quando parliamo di classifiche di vini, di ristoranti, di prosciutti a quale tipo di ibridazione mentale dell’assurdo ci stiamo riferendo? Perché, a questo punto, dovrebbe essere chiaro a tutti che si stanno usando forme di organizzazione del pensiero, come tali discutibili e controvertibili, tipiche dell’intelletto classificatorio all’interno di un modello che, in modo specularmente opposto, presuppone l’oggettivazione numerica irrefutabile: la classifica.

Il giudizio, infine, coronato o meno da valutazioni numeriche o simboliche (facce, stelle, tartarughe…) differisce dalla classifica anche se da essa trae il beneficio quantitativo: lo spostamento da uno all’altra è piuttosto facile ed immediato, ma non è semplice né scontato. Insomma, una radice comune non presuppone necessariamente un destino identico.

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