Davvero, non è così necessario che raccontiate quanta solforosa c’è nel vostro vino. Per la critica della ragione tecnica

Claude Monet – Impression, soleil levant, 1872

Non possiamo immaginare il racconto di un piatto, di un dipinto, di un pezzo musicale, di un film, di una foto, di un romanzo attraverso la frammentazione dei passaggi tecnici che lo hanno visto realizzarsi. Possiamo, al contrario, immaginarci che la parte tecnica abbia un ruolo, non secondario sicuramente, dentro il processo di comprensione e in accordo con un più ampio spirito che accompagna l’opera e che aiuti ad abbracciare un’epoca, le conformità e le difformità estetiche, le pretese e i costi di realizzazione, i passaggi e le incursioni simboliche e sociali. La tecnica, assoggettata alla volontà dell’uomo, spezza storicamente, in maniera graduale o con notevole dirompenza a seconda dei casi, tutti i limiti spaziali e temporali inizialmente limitati al solo movimento corporeo: l’estendersi dell’azione (tecnica), mentre modifica il suo significato, costruisce la possibilità di una nuova foggia del mondo. Il fine, che poi è il postulato della tecnica, non solo permane come finalità in sé, ma è la condizione per cui tutto si tramuta in oggetto. La suddetta finalità richiede che la volontà si inscriva in un ordine estraneo ad essa: la “scoperta” della natura  significa, dunque, riconoscimento e rivelazione. Nel passaggio umano al primo strumento tecnico è insito il germe del dominio, del dominio sul mondo: “lo strumento compie nella sfera oggettuale la stessa funzione che è rappresentata nella sfera del logico (terminus medius)” (Ernst Cassirer, Critica della ragion tecnica). Ciò che cambia è lo sguardo: l’intenzione fonda la previsione (visione in anticipo) e con essa la possibilità di realizzare un fine lontano spazialmente e temporalmente.

Alcuni filosofi dello scorso secolo si domandano se e in che modo la creatività tecnica per la costituzione, l’assicurazione e il consolidamento della visione “oggettiva” e “oggettuale” del mondo, si tramuti nel suo opposto, ovvero nello straniamento dell’uomo da se stesso. Non sto qui facendo riferimento in modo esclusivo al processo di alienazione, nel suo duplice significato di reificazione e di feticismo, ma in modo particolare a quella autocoscienza umana, apparentemente inscritta nella luce della superiorità sul mondo che Ludvig Klages include, al contrario, nella “luce di una schiavitù della vita sotto il giogo del concetto”. Se vogliamo è come provare a condurre l’alienazione marxiana, ovvero “l’arcano della forma di merce consiste (…) che, come uno specchio, restituisce agli uomini l’immagine dei caratteri sociali del loro proprio lavoro..” (Karl Marx, Il Capitale), nella sua più radicale proposizione di libertà, il gioco: “un singolo lancio di palla da parte di un giocatore rappresenta un trionfo della libertà umana sull’oggettività che è infinitamente maggiore della conquista più strepitosa del lavoro tecnico” (Herbert Marcuse, Cultura e società).

D’altronde, per dirla alla Gramsci, “è anche vero che «l’uomo è quello che mangia», in quanto l’alimentazione è una delle espressioni dei rapporti sociali nel loro complesso, e ogni raggruppamento sociale ha una sua fondamentale alimentazione, ma allo stesso modo si può dire che «l’uomo è il suo appartamento», «l’uomo è il suo particolare modo di riprodursi cioè la sua famiglia», poiché l’alimentazione, l’abbigliamento, la casa, la riproduzione sono elementi della vita sociale in cui appunto in modo più evidente e più diffuso (cioè con estensione di massa) si manifesta il complesso dei rapporti sociali”. Ed è per questo che Gramsci ritiene che la natura umana non possa ritrovarsi in nessun uomo particolare ma in tutta la storia del genere umano (e il fatto che si adoperi la parola «genere», di carattere naturalistico, ha il suo significato) mentre in ogni singolo si trovano caratteri messi in rilievo dalla contraddizione con quelli di altri: “Tutto è politica, anche la filosofia o le filosofie (confronta note sul carattere delle ideologie) e la sola «filosofia» è la storia in atto, cioè è la vita stessa” (Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, Quaderno 7).

Se qualcosa è cambiato, in modo radicale, negli ultimi anni è proprio la concezione stessa di politica, che non solo ha perso gradualmente la sua visione integrativa dell’individuo nella società, ma che ha assunto, sotto la pressione tecnica e tecnologica, il piano dell’astrazione analitica e dell’oggettività avalutativa, come se queste avessero una loro capacità esplicativa al di fuori delle storie in atto e delle relazioni sociali che le hanno costruite. La razionalità tecnica separa l’azione dal suo contenuto etico e in questo modo si realizza come iper-ideologia (il governo dei tecnici).

Per concludere, occorre ritrovare un nuovo umanesimo che sappia ricongiungere spirito, azione e visione del mondo. Ed è per questo che, forse, e solo forse, potremmo percepire alcune piccole verità dei vignaioli sull’uso della solforosa prima dell’imbottigliamento del vino, ma anche sull’uso dei lieviti indigeni o selezionati, e pure sul lungo affinamento in botti di rovere…, solo a partire dall’ultimo romanzo letto, dalla visione di un film, da un vinile usurato, da un quadro alla parete, dalle esposizioni bancarie, dai mutui e fidejussioni, dai caratteri associativi o dissociativi presenti in determinato territorio, dalle parlate e dai dialetti, da un sogno notturno, dalle paure, dalle gioie… Dalla vita insomma.     

 

 

 

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