La viticoltura nella Sardegna Giudicale

Attraverso i condaghes (che prendono il nome dalle grandi basiliche sarde), codici sui quali sono trascritti i lasciti e le donazioni a favore di chiese e comunità religiose, con annotazioni riguardanti la vita amministrativa di una chiesa o di un convento, abbiamo una notevole testimonianza storico-politica di elargizioni, permute, compravendite nel settore vitivinicolo della Sardegna Giudicale[1]. L’economia che prevale è chiusa in corti ed è legata sostanzialmente all’autosufficienza, mentre nelle aree di pertinenza della domo monastica[2] si trovano le vigne. Le vigne, data la capacità di adattarsi a varie tipologie di terreno, vengono piantate anche al di fuori delle domestiae, come attestato dal condaghe di S. Maria di Bonarcado che cita, a tal proposito, delle binias de monte, cioè di vigne impiantate a ridosso delle zone boschive.

I vigneti sono allevati tanto ad alberello che su sostegno morto o vivo, tanto che nelle donazioni si trovano i virgariis, cioè i vivai di giovani piante usate come supporto per le viti. Nel Codice rurale di Mariano IV d’Arborea[3] e nel condaghe di S. Pietro di Silki sono menzionati i radicarii[4], ovvero i campi di giovani arbusti adoperati come sostegno delle viti secondo le tecniche agronomiche di derivazione romana. Nei documenti arborensi si riporta, infine, dei cannabarii, cioè dei vivai dove si allevavano le canne. Le vigne qualche volta sono impiantate come pergolati, detti catriclas, quando si tratta di allestire viti di particolare pregio da consumare fresche o appassite, oppure negli orti o nei frutteti. Quando non sono maritate alle piante da frutto, le vigne sono piantate a filari, detti ordines o jualis, come testimoniato dal condaghe di S. M. di Bonarcado: yo le di VIII ordines o jualis de vinia, separati da uno spazio detto plazza, prazza, platea.

Nel capitolo 145 del Codice rurale si proibisce di asportare dalle vigne ‘rayglas segadas nen sanas’, dove rayglas significa in latino palo fatto di legno di quercia o di castagno, che rappresenta il miglior tipo di sostegno morto fra quelli citati da Varrone. Frequentemente, come accennato in precedenza, le viti si fanno arrampicare sugli alberi, come ha luogo nel condaghe di S. M. di Bonarcado: ‘publiana cum bide’, cioè un pioppeto con viti. Nello stesso documento si parla anche di viti maritate agli alberi da frutta: ‘binias et pumu’, secondo la tecnica dell’arbustum, tecnica assai diffusa sia in età romana che medioevale che consisteva nel far arrampiacre la vite sugli alberi da frutto (i fichi in particolare). Da quanto è dato sapere da importanti ricerche storiografiche sulla vitivinicoltura sarda bisognerà aspettare il 1800 per avere un’inversione sostanziale delle forme e delle modalità di allevamento e degli assetti giuridici e proprietari che il ‘Codice rurale’ aveva organizzato, per quei tempi efficacemente, all’interno dell’isola[5].

[1] Durante il periodo medievale vigeva in Sardegna una particolare organizzazione governativa autonoma e unica in tutto il continente europeo: i Giudicati. Nei secoli medievali infatti la Sardegna risulta essere divisa nei quattro giudicati di Torres, Gallura, Arborea e Cagliari; tali istituzioni altro non erano che dei veri propri regni, con a capo un re (detto Iudex) e la sua corte, del tutto autonomi gli uni dagli altri. Gli studiosi sono propensi a ritenere questi peculiari organi di governo una diretta evoluzione della magistratura bizantina che prevedeva un iudex a capo di uno specifico territorio governato in nome dell’Imperatore di Bisanzio. Ricordiamo infatti che a partire dal 534 d. C. la Sardegna viene conquistata dai Bizantini che nel frattempo avevano dato avvio a una grossa operazione militare di recupero dei territori dell’Impero Romano d’Occidente all’epoca occupati dai Vandali. Tra questi territori vi era appunto anche la Sardegna, soggetta alla dominazione vandalica sin dal 456 d. C. Nel periodo bizantino la Sardegna diviene una delle sette province dell’Esarcato d’Africa (esarcato = divisione amministrativa dell’impero bizantino in cui il potere civile e militare venivano riuniti ), insieme all’Africa settentrionale e alla Corsica. I bizantini provvidero a suddividere la Sardegna in quattro territori, denominati Partes, che costituiranno per l’appunto l’origine dei futuri giudicati.    Cfr. http://www.mediaporcusatta.it/monasteri/10/lezione_sardegna_medievale.pdf

[2] I Giudicati sono divisi in curatorie che comprendono numerosi villaggi o ville (bidda), abitate da liberi e da servi. L’area territoriale inclusa nel villaggio, molto vasta, si chiama fundamentu e costituisce la base fondiaria sfruttabile dal borgo abitato ai fini della sopravvivenza. All’interno del territorio vi sono poi le donnicalie, grandi aziende agrarie, la domo, azienda signorile a statuto particolare retta da un giudice, la domo a cui si affianca la corte e la domestia, piccolo insediamento a carattere famigliare.

[3] La Carta de Logu (CL), o ‘Codice di leggi civili e penali del Regno d’Arborea’, rappresenta un complesso di norme giuridiche e amministrative ereditate dalla giurisprudenza romana e bizantina, e in larga parte risalenti a consuetudini locali sarde d’alto valore ricostruttivo. È stato fatto notare da più autorevoli studiosi del diritto che i capitoli contenuti nella CL fissano norme, forse in origine derivate da ordinamentosemanati dai Giudici isolani, riguardanti materie diverse, e si qualificano pertanto come una codificazione non chiusa, bensì aperta a integrazioni o emendamenti. Il corpus legislativo sardo venne ratificato solennemente dai Catalani nel Parlamento del 1421, e continuò ad essere applicato fino al 1827, quando il codice feliciano l’obliterò per sempre. Il nucleo primitivo di leggi che compone la CL fu elaborato in tempi diversi. Uno dei suoi ultimi promulgatori fu il Giudice arborense Mariano IV (ca. 1319-m.1376), sposato nel 1333 con la nobile catalana Timbora de Rocabertí, da cui ebbe tre figli, Ugo, Eleonora e Beatrice (Brook et al. 1984:139, tav. XXXIII, Casula 2001:928-929). Probabilmente prima del 1337, quando era ancora Marchese del Gocèano, Mariano emanò un Codice rurale di cui resta notizia in un atto notarile trascritto dal Tola (1861 I:762-763), dove si riporta la copia, assai fedele, del diploma d’erezione e costruzione d’un nuovo borgo presso il castello — oggi Burgos — , con prescrizione esplicita per i nuovi abitanti di «servare sa carta nostra de logu de Gociane».    http://www.dirittoestoria.it/tradizione2/Blasco-Crestomanzia.htm#_18.2._–_Commento

[4] Altri termini in uso sono: pampinariu: terreno destinato alla produzione di talee; bagantinu: terreno non ancora coltivato da destinare a vigna; herema: vigna lontana dall’abitato; pastinu: terreno destinato all’impianto di un nuovo vigneto, citati in  Giuseppe Meloni, La vite e il vino nella Sardegna giudicale, in A.A.V.V., La vite e il vino, Storia e diritto (XI – XIX), vol. I, Carocci editore, Roma 2000, pag. 395

[5] Cfr. Barbara Fois, Tempi e modi della vendemmia attraverso il Codice rurale di Mariano IV d’Arborea,   pp. 179 –  191; Antonello Mattone, Le vigne e le chiusure: la tradizione vitivinicola nella storia del diritto agrario della Sardegna (secc. XIII – XIX), pp. 275 – 344; Gian Giacomo Ortu, Viticoltura urbana e ‘forme’ del territorio, pp. 345- 363, in La vite e il vino, cit volumi I e II

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